LIBRI LETTI: MCGRATH

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Follia è forse il più famoso libro dello scrittore inglese Patrick McGrath. Si narra di un’ossessione sessuale tra Stella, moglie insoddisfatta e triste di Max, vicedirettore di un grande manicomio in quel di Londra, e Edgar Stark, un paziente in regime di semilibertà che si dedica ogni giorno al giardinaggio e al restauro di una serra fatiscente.
Dall’incontro tra questi due si svolgerà tutta la vicenda, tra intrighi, omissioni, incontri fugaci, fino alla capitolazione dei sentimenti di facciata per andare incontro ad una libertà cercata, desiderata senza risparmiarsi. Perché Stella «per la prima volta sentiva che era valsa la pena di saltare nel vuoto, perché alla fine avrebbero trovato il posto sicuro dove amarsi senza paura. E fu in quello spirito che fecero l’amore: senza paura, liberamente, mentre i treni rombavano sul viadotto nella notte. E Stella lo fece ridendo, gridando, urlando al magazzino intero tutta la vita che aveva dentro».
Non c’è che dire un bel libro, però non mi ha fatto propriamente impazzire. Per due motivi: lo stile narrativo troppo ‘clinico’ che permea tutto il romanzo e il punto di vista della narrazione, raccontata da uno psichiatra, quasi come se osservasse dall’alto tutta la vicenda, e non intervenisse mai. Sapesse in anticipo, ma per scopo della narrazione restasse immobile. Forse avevo più alte aspettative, non so. L’idea di McGrath della testa però rimane geniale!

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO SU UN’ISOLA

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«Perché continui a chiamarmi Kirstie? Kirstie è morta. Mamma, io sono Lydia, è stata Kirstie a morire»

Nel silenzio della sera sull’isola di Skye, Sarah accarezza i biondi capelli della sua bimba di sette anni, Kirstie, appena addormentata. Capelli identici, come ogni altra cosa, a quelli della sorellina gemella Lydia. Ma un anno prima Lydia è morta improvvisamente, lasciando un vuoto così grande da costringere Sarah e la sua famiglia a fuggire da tutto e da tutti. Lì in Scozia, tra scogliere impervie e cieli immensi, Sarah spera di ritrovare la serenità. Ma, quando una violenta tempesta sferza l’isola, Sarah e Kirstie rimangono isolate. Nel buio, la bambina sussurra: «Mamma, perché continui a chiamarmi Kirstie? Io sono Lydia. Kirstie è morta, non io». Sarah è devastata e il tarlo del dubbio comincia a torturarla. Cos’è successo davvero il giorno in cui una delle gemelle è morta? È possibile che una madre possa non riconoscere sua figlia?

Serve veramente cercare di sfuggire dai propri fantasmi rifugiandosi su un’isola deserta?Quando i fantasmi li abbiamo dentro nessun luogo ne geografie servono a rasserenare l’animo.

Un thriller psicologico che all’inizio fa faticare a decollare, nello sviluppo centrale si riprende bene, nel finale sembra voler strafare, si pensi alla modalità della tragedia e all’ingenuità su cui dovrebbe reggere tutta l’architettura testuale: una madre che in preda al dubbio/pazzia si chiede chi sia veramente la figlia rimasta in vita, Lydia o Kirstie? Ma una madre sa sempre riconoscere il/la figlio/a che ha di fronte, vuoi da un particolare, vuoi da un atteggiamento, vuoi da un vezzo infantile, vuoi da una piccola insenatura corporea che la identifichi. E invece no, l’autore vuol convincerci del contrario, ma io riserbo fortemente i miei dubbi. Senza svelare troppo del finale, un elemento su cui mi trovo d’accordo è che in queste tragedie dietro c’è sempre una situazione familiare precaria, debole, in affanno, come quel rapporto di odio di Angus nei confronti della moglie che solo il lettore che girerà l’ultima pagina saprà spiegarsi.