LIBRI LETTI: ROBINSON

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Gilead cos’è? Uno potrebbe affermare semplicemente che sia una cittadina dell’Iowa, la fulgida stella del radicalismo, ma Gilead è molto di più. Gilead è anima e corpo, è sentimento e riflessione è peccato e pentimento. Gilead è il nulla, ma diviene il tutto attraverso l’opera di John Ames, pastore congregazionista, di 76 anni, che in questo libro in maniera evocativa quanto profonda lascia un testamento spirituale al figlio di appena 7 anni, con il dolore di un padre che osserva ed è consapevole che per colpa del divario generazionale non potrà vedere crescere la sua creatura.
John ci parla della sua vita, la analizza, e come un entomologo ne disegna e ne rappresenta tutti i suoi tratti. Ci parla del nonno abolizionista e del padre pacifista, parla del suo primo matrimonio e dei profondi dolori provocati dallo stesso, della conoscenza di sua mamma Lila, e dell’esperienza di una genitorialità indiretta con il figlio del suo migliore amico. Il tutto con uno stile lento, quasi cronometrato dal suono dei risvegli e dei riposi, tracciando una linea che in progressione disegna il messaggio evangelico, dalla «[…] benedizione, che ritengo la componente primaria del battesimo, una concretezza. Non esalta la sacralità, bensì la riconosce, e questo fatto racchiude una forza. L’ho sentita trapassarmi, per così dire. È la sensazione di conoscere veramente una creatura, sì, insomma, sentire veramente e al medesimo tempo la sua vita misteriosa e la tua vita misteriosa», all’intercessione attraverso le Sacre Scritture di ciò che rappresenta la paternità, la nascita: «quello che voglio dire è che l’immensa carità e provvidenza del Signore hanno dato alla maggior parte di noi qualcuno da onorare: al figlio il genitore, al genitore il figlio. Ho un grande rispetto per l’integrità del tuo carattere e per la bontà del tuo cuore, e tua madre non potrebbe amarti di più né essere più fiera di te. Ha assistito a quasi ogni momento della tua vita, e ti ama come ti ama Dio, fino al midollo delle tue ossa. Quindi, questo è onorare il figlio. Come vedi, amare l’essere di qualcuno è un atto estremamente divino. La tua esistenza è per noi un diletto. Spero che non dovrai mai agognare un figlio come ho fatto io, ma ah, che meraviglia è stata quando finalmente sei arrivato, e che dono del cielo è stato potermi pascere di te ormai da quasi sette anni».
Quando può essere delicata e profondamente bella l’espressione “potermi pascere di te ormai da quasi sette anni?”. Sublime.
Ma John Ames, e la Robinson che muove le redini del reverendo, fa ancor di più, prova a spiegarci cosa è la fede e quale è la distanza materiale e spirituale da tenere: «Per quanto concerne la fede, ho sempre pensato che le perorazioni abbiano la stessa irrilevanza delle critiche cui dovrebbero rispondere. Secondo me, il tentativo di difendere la fede può in realtà turbarla, perché i ragionamenti sulle questioni fondamentali hanno sempre un che di inadeguato. Prendiamo parte in toto all’Essere. Nessun respiro, nessun pensiero, nessun bitorzolo o basettone, è immerso nell’Essere in misura minore di quanto potrebbe. Eppure nessuno è in grado di dire che cosa sia l’Essere. Se definissi quello che un pensiero e un basettone hanno in comune, e un tifone e un rialzo nel mercato azionario, a prescindere dall’«esistenza», che riafferma semplicemente che occupano un posto nel nostro elenco di cose conosciute e nominabili (e che porterebbe all’intuizione: l’essere equivale all’esistenza!), avresti compiuto un’impresa meravigliosa, ma comunque troppo infinitamente parziale per avere un qualunque significato.
Ho perso il filo. Volevo dire che puoi affermare l’esistenza di qualcosa – l’Essere – senza avere la più pallida idea di cosa sia. Ma Dio corrisponde a un livello decisamente anteriore; se Dio è l’Artefice dell’Esistenza, cosa può significare dire che Dio esiste? È un problema di vocabolario. Avrebbe dovuto appartenere a una condizione precedente all’esistenza che la scarsità della nostra comprensione può soltanto chiamare esistenza. Questo chiaramente genera confusione. Ci sarebbe bisogno di un altro termine per definire uno stato o un attributo di cui non abbiamo alcuna esperienza, con cui l’esistenza così come la conosciamo può avere soltanto una lontanissima somiglianza o affinità. Perciò, creare prove in base a qualsiasi genere di esperienza è come costruire una scala che arrivi alla luna. Sembra possibile, fino a quando non ti fermi a considerare la natura del problema. Quindi, il mio consiglio è: non cercare prove. Non starci a perdere tempo. Non sono mai all’altezza della questione, e sono sempre un po’ impertinenti, secondo me, perché pretendono per Dio un posto entro la nostra portata concettuale. E, probabilmente, ti sembreranno sbagliate anche se potranno servirti a convincere qualcun altro. Alla lunga, è causa di grande sconcerto. «Così risplendano le vostre opere davanti agli uomini» ecc. È stato Coleridge a dire che il Cristianesimo è una vita, e non una dottrina, il senso era quello. Non ti sto dicendo di non dubitare o domandare mai. Il Signore ti ha dato un cervello perché ne facessi buon uso. Ti sto dicendo che devi essere sicuro che i dubbi e le domande siano tuoi, e non, per così dire, la foggia di baffi e il bastone da passeggio che vanno di moda in un determinato momento».

In questo romanzo pieno di bellezza, John Ames, non fa altro che predicare, che deriva dal verbo latino praedicaere che significa annunziare, profetare. Per dare un senso alle difficoltà. Per dare un senso a sé, per disegnare, o meglio dare traccia, a quelle coordinate da seguire al termine della sua vita terrena.

 

«Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace. Quasi mai».

 

LIBRI LETTI: COELHO

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Manuale del guerriero della luce è un libro di Paulo Coelho del 1997. Il volume, ad eccezione del prologo e dell’epilogo, è una raccolta di testi pubblicati nella rubrica Maktub del quotidiano A Folha de Sao Paulo e su vari giornali brasiliani e stranieri, dal 1993 al 1996.
Il libro si apre con un prologo, dove una misteriosa donna invita un bambino a scoprire un antico tempio che sorge su di un’isola. Una leggenda dice che le campane del tempio, ormai sprofondato negli abissi del mare, continuino a suonare. Il suono si manifesta dopo che il bambino si abitua ai vari suoni dell’ambiente circostante e quando egli, diventato adulto, torna sulla spiaggia della sua infanzia, incontra nuovamente la donna che gli consegna un quaderno azzurro e lo invita a prendere nota. Il libro procede come un manuale guida per il “guerriero della luce”, ovvero un’entità latente presente in tutti gli uomini, che si risveglia in noi quando vogliamo perseguire un sogno e comprendere il miracolo della vita. Il manuale descrive le varie sfide a cui i guerrieri sono sottoposti e le soluzioni ai problemi utilizzando numerosi paradossi.
Sicuramente non il più bello e intenso di Coelho, e neanche il più ‘illuminante’, qualche pagina ti lascia riflettere più delle altre, ma nel complesso non ho ritrovato quella profondità che in giro è decantata rispetto a questo libro..