LIBRI LETTI: YANAGIHARA

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“«Non abbiamo le famiglie che ci meritiamo» aveva detto Willem una volta che erano tutti belli stonati. Ovviamente, si riferiva a Jude.
«Sono d’accordo» avevo risposto JB. Ed era così. Nessuno di loro – che si trattasse di Willem, di Jude o di Malcolm – aveva la famiglia che meritava. Ma in segreto, si considerava l’eccezione. Lui ce l’aveva eccome, la famiglia che meritava. Erano tutte persone semplicemente magnifiche, e lo sapeva. Cosa ancor più importante, sapeva di meritarle.
«Ecco il mio ragazzo brillante» esclamava Yvette ogni volta che lo vedeva entrare in casa. Non gli era mai venuto in mente che potesse anche solo lontanamente essere in errore”.

 

Una vita come tante può essere definito il romanzo dell’anno. Per tanti, troppi motivi. Chi mi conosce me l’ha consigliato caldamente e sapeva già in partenza che mi sarebbe piaciuto, che mi sarei affezionato alla vita di questi 4 protagonisti.
È un romanzo dalle fattezze classiche, con un numero di pagine imponente e con un’architettura narrativa complessa, ma non per questo difficile da seguire, anzi.
Il libro ha il pregio di farti entrare in un vortice, di portarti allo straniamento dalla realtà, di instillare nel lettore la voglia pagina dopo pagina di sapere di più della vita di questi giovani.
La vita di questi ragazzi che si presenta come degli affreschi, delle fotografie, che se all’inizio ci vengono presentate da lontano con lo scorrere della narrazione – quasi si avesse un zoom – ci si avvicina, si osserva sempre più da vicino, sentendosi spesso parte della narrazione stessa. Ci si sente smarriti, ma anche felici in una New York senza tempo e senza colori politici, una New York che muta insieme all’evolvere della vita stessa di Willem, di Jude, di JB e Malcolm, prima squattrinati studenti universitari poi ambiziosi uomini alla ricerca di un proprio centro nel mondo. Un posto nel mondo che si gioca sul filo della precarietà. Precarietà di sentimenti, precarietà di aspettative, precarietà di affetti, con uno sguardo sempre volto al passato. Quello che non si dimentica. Quello che fa di te ciò che sei oggi. Quello che anche quando non vuoi ti ricorda chi eri e chi sei stato. L’autrice rappresenta bene il sostrato su cui poggia tutto il romanzo, l’amicizia: «Ora non puoi capire le mie parole, ma un giorno le capirai: l’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante».
Per non dilungarmi troppo la Yanagihara ci racconta molto bene del dolore, ma anche delle gioie, delle conquiste, dei riscatti che questo gruppo di amici, e in particolare uno, si trova a vivere, segno che dopo un grande buio, un’incessante inverno, per tutti può esserci nuova luce, un nuovo inizio, anche per il Post-Umano, che pur essendo post mostra nelle sue cicatrici un’umanità infinita.

 

«Quello che forse non sapete è che questo corso rispecchia – splendidamente e sinteticamente – la struttura stessa della nostra società, i meccanismi di cui una società come la nostra ha bisogno per funzionare. Perché esista una qualunque forma di società, serve prima di tutto un insieme di istituzioni: a questo provvede il diritto costituzionale. Serve un sistema punitivo, e per questo abbiamo il diritto penale. Dovete poi sapere che esiste un sistema che fa sì che tutti gli altri sistemi funzionino: si chiama procedura civile. Occorre un sistema che regoli le proprietà, ed è il diritto privato. Dovete che si è tenuti a un risarcimento in denaro, in caso di danni a terzi, ed è di questo che si occupa il diritto civile. E per finire, dovere sapere che le persone rispetteranno gli accordi che hanno preso e onoreranno le loro promesse, e qui entra in gioco il diritto commerciale.
Fece una pausa. Ora, non voglio sembrarvi riduttivo, ma scommetto che metà di voi si trova qui perché spera, un giorno, do poter spremere denaro alla gente – gente che deve avere un risarcimento, non c’è niente di cui vergognarsi! – e l’altra metà è qui perché è convinta di poter cambiare il mondo. Siete qui perché sognate di discutere una causa davanti alla Corte Suprema, perché credete che la vera sfida della legge si celi negli spazi vuoti tra le righe della Costituzione. Ma sono qui per dirvi…che non è così. La branca del diritto più autentica, più intellettualmente stimolante, più ricca, è quella commerciale, che è alla base dei contratti. Un contratto non è solo un pezzo di carta che vi promette un lavoro, o una casa, o un’eredità; nella sua forma più pura, più autentica, più estensiva, un contratto regola ogni sfera del diritto. Nel momento in cui scegliamo di vivere in una società, scegliamo di accettare un contratto e di rispettarne le regole – la stessa Costituzione, per quanto malleabile, è un contratto, e quando si tratta di stabilire fino a che punto sia malleabile la legge si intreccia con la politica. Ed è in base alle regole, esplicite o meno, di quel che contratto che promettiamo di non uccidere, di pagare le tasse e di non rubare. In questo caso, però, il contratto è una nostra creazione, ma anche un vincolo: come cittadini di questo paese, ci siamo assunti fin dalla nascita l’obbligo di rispettarne e seguirne le regole, e lo facciamo ogni giorno […].

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN ANIMALE NEL TITOLO

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«Insomma, è la storia di Giovanni, questa.

Giovanni che va a prendere il gelato.
– Cono o coppetta?
– Cono!
– Ma se il cono non lo mangi.
– E allora? Neanche la coppetta la mangio!
Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l’altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche.
Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo».
E’ la storia di una famiglia, della famiglia che rincorre i dinosauri, di Giacomo che narra la sua crescita attraverso i suoi occhi avendo la lente d’ingrandimento su Giovanni, per tutti Giò, che è affetto dalla sindrome di Down.
Giacomo con delicatezza e ironia racconta l’entusiasmo e la gioia di sapere che in arrivo c’è finalmente un fratello, la paura mista ad incomprensione quando Giò nasce, la debolezza e l’insicurezza che traccia il periodo dell’adolescenza e il convivere con un fratello diverso, ma speciale, e la difficoltà a raccontare di questa parte di sé agli altri. Quasi come se gli togliesse qualcosa. Quasi come fosse un demerito. Quasi fosse una cosa di cui vergognarsi, aver paura.
Eggià, la debolezza di credersi sempre sotto scacco. Il mostrarsi in ogni situazione sempre e comunque sul pezzo. Il divieto dei sentimentalismi e la negazione dei momenti in cui la forza viene meno.
Giacomo, e il tempo che passa. Giacomo e la musica. Giacomo e la consapevolezza della diversità, diversità che diventa ricchezza: «Scrollai le spalle. Non lo sapevo se era buffo. A dire il vero mi faceva un po’ impressione. Ma in fondo, pensai, anche il mio migliore amico, Andrea – per essere esatti, quello che era appena tornato a essere il mio migliore amico dopo un periodo di esilio; era colpevole di aver convinto Lavinia, una nostra compagna, a dichiararsi fidanzata sua e non mia – ecco, lui, tanto per dirne una, non aveva i lobi: le orecchie gli sbucavano dalla testa tese e compatte. Siamo tutti fatti diversi, pensai, e il fatto di avere un dito in meno magari avrebbe permesso a Giovanni di calciare il pallone con maggiore precisione, come accade con le scarpe da calcio senza cuciture. Siamo fatti diversi e la diversità a volte può essere un gran vantaggio. Pensai a quegli angeli caduti sulla terra che devono nascondere le ali sotto i cappotti di lana. A Scott Summers, quello degli X-Men detto Ciclope, costretto a indossare sempre un paio di occhiali da sole. Giovanni avrebbe usato calze e scarpe come tutti, salvo poi togliersele nel bel mezzo di una partita, al momento giusto, per scattare al limite dell’area e colpire la palla in quel modo suo, speciale, lasciando il portiere attonito».
Giacomo che combatte con i comportamenti e le ritualità del fratello, Giacomo che oltre ogni cosa prova ad entrare nell’universo di Giò, universo fatto di piccoli gesti, di baci rubati, di risate e saltelli improvvisi, e di tanti e tanti pupazzi lanciati quasi a cancellare distanze, ponti, percorsi aerei.

«Questo perché la sua vita è come un’istantanea. Gio scatta una foto, ci entra dentro e la vive, la tocca, la sporca, magari la straccia, poi ne fa subito un’altra. Tutto si esaurisce nel presente. In quel momento la cosa più importante era il nuovo regalo, punto.
[…]
Gio invece continuava a rimanere nel suo universo parallelo.
Gio giocava con lo stegosauro. Da solo. In silenzio.
Di tanto in tanto ci voltavamo a osservarlo.
E andò così per tutto il giorno.
Dopo pranzo lo chiamammo per il dolce, ma niente: c’era lo stegosauro. E quando venne l’ora di andarsene, di salutarsi, sapendo che ci saremmo visti chissà tra quanto tempo, provai a scuoterlo, a dirgli che venisse a salutare i cugini e gli zii. Ma nulla. C’era lo stegosauro.
Quando ci ritrovammo soli gli andai vicino e gli chiesi: – Gio, perché non sei stato con noi?
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Sì, ma ora non li vedrai per un anno, se non di più.
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Ma il pupazzo lo vedi anche domani. Ci hai fatto fare una brutta figura.
Lui mi indicò lo stegosauro. Come fossi io a non capire.
E io, io gli avrei dato fuoco, a quel dannato stegosauro».
Questo è Giò, ma questo è anche Giacomo, due fratelli che si tendono la mano per annullare le differenze. Quelle che mai dovrebbero esistere.
Giacomo ha avuto il grande merito di raccontarci con spontaneità il percorso che un fratello ha quando vive e sente ogni giorno l’amore, un amore unico, ma esposto a tante fragilità.

Riporto qui il video – da dove è partito un po’ tutto – che Giacomo ha dedicato a Giovanni per la XXI Giornata Mondiale della Sindrome Down.
The Simple Interview: www.youtube.com/watch?v=0v8twxPsszY

LIBRI LETTI: SILONE

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E’ la storia di Luca, ergastolano innocente, e di Andrea Cipriani che, trascurando i doveri della sua carriera politica, cerca di capire le ragioni della condanna che ha straziato la vita di un uomo.
Non conosco molto bene l’autore del libro, Ignazio Silone, ma questa storia mi ha entusiasmato per l’argomento che non è affatto banale: la giustizia mancata, o forse non voluta?
Giustizia mischiata ad altri inganni, ad altri scheletri nell’armadio, poteva Luca Sabatini dichiarare la propria innocenza non difendo un suo amore o forse è stato giusto in nome dell’amore restare in silenzio e difenderlo?
Verità e menzogna si mischiano nella narrazione, in quella Cisterna de Marsi di fine anni ’50 dove il pregiudizio e l’onorabilità dettano ogni azione quotidiana, e dove la gente ormai è abituata a sentire, vivere, e soprattutto guardare ciò che negli anni – precisamente 40 – è cambiato.
Il libro è costruito con un linguaggio semplice e chiaro, è ricco di dialoghi, in cui Silone trasmette i modi di vivere e di pensare dei personaggi. Interessante l’amicizia contrapposta di questi due uomini, mossi l’uno per l’altro per motivi diversi.
Può essere un romanzo di formazione, strenuamente indicato per gli adolescenti in età scolastica, in cui la morale, ma soprattutto la giustizia – spesso ingiusta –divengono i personaggi principali che sottendono ogni azione umana.

«Non credere mica che un istante di felicità sia poco. La felicità esiste solo sotto forma di attimi».

LIBRI LETTI: MUSIL – RC: OB. 22 – UN LIBRO DA CUI È STATO TRATTO UN FILM

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I turbamenti dell’allievo Törless segna l’esordio letterario dell’autore austriaco, fu pubblicato per la prima volta nel 1906, e può essere considerato un romanzo di formazione. Il libro narra della vita di alcuni giovani in un collegio esclusivo, focalizzando l’attenzione su come questi giovani vivano le relazioni sociali, ricercando i valori morali.

Il libro comincia con la presente intro, che già lascia presagire spessore: «Noi togliamo stranamente valore alle cose non appena le pronunciamo. Crediamo d’esser scesi sul fondo degli abissi, e quando ne riemergiamo la goccia d’acqua che stilla dalla punta sbiancata delle nostre dita non somiglia più al mare da cui viene. C’illudiamo d’aver scoperto una massa di meravigliosi tesori, e quando torniamo alla luce non abbiamo portato con noi che pietre false e pezzetti di vetro. Eppure, nell’oscurità, il tesoro conserva immutato il suo luccichio» (Citazione di Maeterlinck)

Törless era un ragazzo che: «si sentiva in certo modo lacerato tra due mondi: uno solidamente borghese, in cui alla fin fine tutto procedeva nel modo ordinato e razionale a cui era abituato sin da casa sua, e l’altro fantastico, pieno di tenebre, di mistero, di sangue e d’imprevisti colpi di scena. E l’uno sembrava escludere l’altro».
La parola centrale di tutto il libro potrebbe essere identificata con «turbamento», il turbamento di questo allievo che è allievo dei suoi stessi comportamenti, dei suoi stessi pensieri, della sua stessa vita. Il libro procede per gradi, mostrando l’elevamento del giovane verso la crescita sentimentale ed emotiva, che si ravvisa dall’iniziale distacco dei genitori (e in particolare della figura della madre ingombrante), all’esperienza con il Principe H., suo compagno di collegio, con quale condivide una fervida passione per la matematica, al dissestamento dei rapporti d’amicizia che gli provocano sentimenti contrastanti: l’ammirazione per quell’ardore mostrato e il distacco da certi stessi modi di sentire la vita, fino alla definita fuga, che segna la presa di coscienza, la piena consapevolezza del proprio essere.
Törless è un uomo che si interroga, e che interroga la vita, attraverso diversi strumenti, sia accademici che puramente esperienziali come il rapporto con Basini, che segna l’apotesi di pagine bellissime di analisi quotidiana oltre che interiore (alla ricerca dell’anima, anima primigenia da cui sfocia ogni azione).

Törless gioca con i numeri, con la filosofia, con le dinamiche che nei rapporti sociali si istillano e lo fa prima con ingenuità, poi con coscienza.
Musil in questo suo primo romanzo che ci regala innumerevoli sensazioni, a volte positive, a volte negative. L’aver deciso di leggere questo libro, prima di trovare il coraggio di leggere forse l’opera – o uno delle più importanti del Novecento –, come “L’uomo senza qualità” mi dà la conferma e la voglia di voler approfondire questo autore, che ci regala anche pagine indimenticabili su elementi del creato come il silenzio e la morte, che di seguito riporto:

Sul silenzio: «Senti, Beineberg,» disse Törless senza voltarsi, «durante il crepuscolo devono esserci, sempre, dei momenti molto particolari. Tutte le volte che l’osservo mi torna in mente lo stesso ricordo. Ero ancora molto piccolo e una volta, a quest’ora, stavo giocando nel bosco. La domestica s’era allontanata; io non lo sapevo e mi pareva di sentirmela ancora vicina. A un tratto qualcosa mi ha costretto ad alzare gli occhi. Avevo capito di essere solo. Di colpo si era fatto un silenzio! E quando mi sono guardato attorno m’è parso che gli alberi, zitti zitti, facessero circolo e mi fissassero. Ho pianto. Mi sono sentito così abbandonato dai grandi, in balia degli esseri inanimati… Che cos’è? La riprovo spesso, questa sensazione di un silenzio improvviso che è come un linguaggio che le nostre orecchie non afferrano».

Sulla morte: «La morte è solo una conseguenza del nostro modo di vivere. Noi viviamo passando da un pensiero all’altro, da una sensazione all’altra. Perché i nostri pensieri e le nostre sensazioni non scorrono placidamente come un fiume ma ci “saltano in mente”, cascano dentro di noi come sassi. Se ti osservi bene, sentirai che l’anima non è qualcosa che cambia i suoi colori in passaggi graduali, ma che i pensieri saltan fuori come cifre da un buco nero. Adesso hai un pensiero o una sensazione e tutt’a un tratto te ne ritrovi un altro che pare balzato fuori dal nulla. Se ci fai caso, puoi persino cogliere tra due pensieri l’attimo in cui tutto è nero. Quell’attimo, una volta afferrato, per noi è senz’altro la morte. Perché la nostra vita non è altro che un posare pietre miliari e un balzare dall’una all’altra superando ogni giorno mille secondi di morte. Noi, per così dire, viviamo solo quando siamo sui punti d’appoggio. Per questo abbiamo anche una così ridicola paura di morire irrevocabilmente, perché si tratta di qualcosa che semplicemente manca di pietre miliari, del baratro senza fondo in cui precipitiamo. Per questo modo di vivere, è davvero la negazione totale».

P.s. il libro fu portato al cinema nel 1966 dal regista Volker Schlöndorf, e la parte di Törless fu interpretata da Mathieu Carrière.

LIBRI: DE LUCA

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51cpwZeodtL._SY344_BO1,204,203,200_A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano. Una storia di formazione tra la crescita e un passato. La storia della scoperta, dello scoprirsi, degli istanti di meraviglia, dell’indagine della parola, ma anche di nostalgia, come i pesci non chiudono gli occhi anche noi fintantoché siamo in vita, osserviamo, osserviamo sempre, diverso è però il grado di attenzione e profondità in ogni situazione della vita, anche quella che ci appare più banale, forse inutile.

Il libro presentato da Erri: https://www.youtube.com/watch?v=mF5G_2u2SUY#t=254

LIBRI: LINDHAL

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9788807921261_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLina ha quattordici anni e vive in una famiglia felice. Apparentemente. La mamma è talora sin troppo presente nel governo domestico, il padre è affettuoso, un uomo meraviglioso, ma chissà come mai, di tanto in tanto soffre di un oscuro malessere. Anche Lina, apparentemente senza problemi, ha un incubo ricorrente… Per Lina è arrivato il momento di andare oltre l’apparenza delle cose: lo fa grazie all’amicizia per Kattri, l’amore per Leo e la passione per lo scrivere. Nel tema dato in un concorso letterario scolastico Lina racconta l’affetto fortissimo che prova per il padre ma anche ciò che di lui viene da tutti rimosso: la dipendenza dall’alcol. Lina vince il concorso e con il suo coraggio contribuisce a dissipare in parte l’ipocrisia del mondo degli adulti. Un bel libro che fa riflettere, narrato dalla voce di Lina che ci racconta tutti i suoi malesseri, le sue incomprensioni, il suo essere all’apparenza diversa, il suo rivelarsi al mondo vomitando grazie ad un concorso scolastiche, con le sue parole, quelle tanto amate, tanto potenti, tanti consolatorie in cui lei spesso si rifugiava per non credere ad una realtà che non le piaceva. Il concorso è la sua rampa di lancio, il suo togliersi di dosso tutti i problemi, il suo uscire dal guscio. Scritto in maniera semplice, lascia qualcosa su cui riflettere: a volte i disagi adolescenziali sono solo il riflesso di una situazione familiare forse non troppo rosea e semplice. Di solito – sbagliando – a tutti i costi si cerca di nascondere il problema aumentando e non arginando conflitti sia familiari che interni alla persona che subisce la situazione.

LIBRI: LIVINGSTON

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image_book (2)Il gabbiano Jonathan Livingston è un celebre romanzo breve di Richard Bach. Best seller in molti paesi del mondo negli anni settanta, diventato per molti un vero e proprio cult, Jonathan Livingston è essenzialmente una fiaba a contenuto morale e spirituale. La metafora principale del libro, ovvero il percorso di autoperfezionamento del gabbiano che impara a volare/vivere attraverso l’abnegazione, il sacrificio e la gioia di farlo è stata letta da diverse generazioni secondo diverse prospettive ideologiche, dal cattolicesimo al pensiero positivo, l’anarchismo cristiano e la New Age. Bach dichiarò che la storia era ispirata a un pilota acrobatico di nome John H. “Johnny” Livingston (Cedar Falls, Iowa, 30 novembre 1897 – 30 giugno 1974), particolarmente attivo nel periodo fra gli anni venti e trenta. Sorvolando la trama – nota più o meno a tutti -, trovo questo testo, uno di quei libri da consigliare, da leggere nell’infanzia per una propria formazione, per imparare a crescere, per l’arte della vita. Consigliato, desideroso – dopo aver colmato questa lacuna – di vedere anche il film, sperando attraverso le immagini – dopo le parole – di trovare il mio volo, – calcolando le giuste pressioni -,: il volo della vita.

LIBRI: PATRONI GRIFFI

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image_book (1)“Lilandt. Il nome faceva bianche le sue notti, bianche del candore del giglio, nome simile per assonanza, bianche del colore dell’assenza, dell’incapacità a connettere”.

 tedesco, rimasto solo, dopo la morte dei genitori, ad abitare una grande villa ormai in sfacelo, ed Eugenio, un bellissimo napoletano di quindici anni. E’ scritto nel destino che i due debbano cercarsi nella città devastata e trovarsi nelle pieghe del loro essere. Nelle pagine del libro la storia della passione giovanile si intreccia con la descrizione di una società in lotta per la vita. . Griffi ci parla anche della simmetria dei rapporti, di quanto nel rapporto, quello vero, si cerca quella limpidezza, quella trasparenza, quella parità, che impone e sottopone che anche nella libidine dei sensi ci sia lo stesso costruirsi:»

«Non è un’idea, è un desiderio. E non è neppure un desiderio, è un esigenza.»

«Di che?», insistette Lilandt, sulle spine.

«Voglio regalarti per intera la mia verginità, anche quella che non avrei mai immaginato di mettere come posta in gioco.»

«Perché ti poni questi problemi?»

«Perché sono problemi. Una volta che l’ho accettato, voglio tutto di quest’amore. Io lo sto studiando, quest’amore, e cerco di comprenderlo bene. Noi dobbiamo essere e restare due uomini che si amano. Io non voglio che uno assuma una posizione mentale, per intenderci, femminile, per dare all’altro il prestigio, chiamiamolo così, di fare il maschietto, io amo l’uomo che sei e voglio che noi diventiamo due uomini che si amino, ambedue, nel duplice modo che è dato agli uomini di potersi amare, il che è un privilegio, ci hai pensato? Io non mantengo la testa sotto l’ala, io non voglio che tu ti accontenti, per starmene comodo. Se è bello amarti, io ti devo amare in tutti i modi possibili che mi sono concessi. Non ti pare? […]»

Il libro in sostanza ci parla di un’adolescenza confusa, spaccata dall’amore, ma che dallo stesso amore troverà il suo senso. Periodi lunghi, lessico ricercato, erotismo esagerato, e tanti altri elementi compongono questo splendido romanzo, che definirei di formazione, e che purtroppo è ancora oggi troppo poco conosciuto. “Rifletteva, Eugenio, su questo destino comune. Essere stati tutti e due, forgiati da un amore diverso da quello che si aspettavano, e pensava che questo fosse accaduto perché non avevano avuta la possibilità di essere per loro – che forse, chissà…Tutti e due erano stati amati da un altro e continuavano ad amare un altro che non c’era più. Erano ugualmente infelici. Se il destino non aveva voluto che essi s’incontrassero, un medesimo destino li accomunava […]”.  Un amore infelice (per gli altri), ma vero, intenso, che provoca invidia, un amore sottoposto alla guerra che li dividerà; la verità è che impossibile dissolvere questi amori, minarne le loro intenzioni, il loro dispiegarsi, questo tipo d’amori sono il per sempre della vita: “[…] lo avrebbe rincontrato, ne era certo. Non importa quando. Come gli sarebbe piaciuto vederlo invecchiare sotto i suoi occhi, avrebbe continuato ad amarlo lo stesso, anche da vecchi, vecchi tutti e due. E gli sarebbe piaciuto vederlo morire tra le sue braccia, per accompagnare con baci la sua morte, una morte tutta per sé, privata, per seppellirselo nella terra di uno dei suoi giardini, dove aveva sepolta tanta parte della sua vita, e metterci sopra un sasso con scritto di suo pugno “alla bellezza”.

“I libri fanno parte della biblioteca del nonno, sintomatica, per rintracciare il ritratto, se fosse in grado di farlo, di quest’uomo che non conosce, morto prima che egli nascesse, una particolare raccolta che incontra in pieno il suo favore e surriscalda il suo gusto per la lettura. Deluso dai romanzi avventurosi che non trovano risonanza in lui, dalle pagine del Libro d’Oro, Amaranto, Bianco delle Fate, nei cui regni senza confini la fantasia ha vagato addormentata simile alla Bella, passi a questi il cui odore fisico del vero lo sconvolge e gli conferma la supposizione, che non ha altre prove se non l’esperienza personale, di quanto sia crudele la vita vera. Resurrezione è il primo ad essere divorato, a cui segue Nanà, per il quale romanzo l’interesse è acuito dalle illustrazioni che lo accompagnano , in specie un disegno in cui la protagonista, nuda, osserva compiaciuta le sue armoniche linee nello specchio d’un armadio. Si susseguono con crescente ammirazione, La bestia umana, Papà Goriot, Delitto e Castigo. Legge, preso da un’ansia febbrile  che rallenta soltanto per la paura che la piccola biblioteca si esaurisca. I fatti e i fatti contenuti in questi libri gli permettono di fare una nuova scoperta: che le emozioni più grandi le comunicano le storie degli uomini, o per lo meno che a lui gliene suscitano queste storie che sanno di verità, non gli appaiono per niente inventate, che potrebbero essere domani la sua storia; e che la vita reale, fuori, può essere affascinante ma che bisogna fuggirla perché fa paura […]”.

 

LIBRI: KAREEN DE MARTIN PINTER

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image_bookSiamo alla fine degli anni ’70 inizi anni ’80, a Bolzano. «Nel periodo scolastico le quattro amiche-nemiche – Elena, Lorena, Susanna e Marta – per una settimana a testa diventano la nemica del gruppo, su cui viene riversato tutto l’odio di cui sono capaci, tutto l’odio accumulato. Hanno dieci anni e vivono a qualche centinaio di metri l’una dall’altra. Alla nemica della settimana infliggono punizioni, fanno dispetti, la picchiano anche. Visto che sono in classe insieme, il segnale arriva puntuale il lunedì mattina, in aula, con una smorfia compatta sul volto delle altre tre compagne. Un segnale di guerra lanciato arricciando il naso, come in presenza di un cattivo odore, e spingendo le labbra all’infuori, come per dare un bacio, mentre gli occhi si assottigliano e le sopracciglia si avvicinano. Se potessero gridare, uscirebbe un suono cavernoso, lungo e ritmato, di quelli che partono dal fondo della pancia. E la quarta capisce, tocca a lei. I nomi scorrono veloci in ordine alfabetico a partire dalla prima a cui tocca: Elena, Lorena, Marta, Susanna; Marta, Susanna, Elena, Lorena: una alla settimana, il giro è completo alla fine del mese, che settimana è? Prima, seconda, terza…oggi è la sua ora, la sua settimana da nemica, da braccata. E’ l’amicizia che si rivolta addosso come una maglia tolta in fretta. Cinque giorni di solitudine, di corse fino a casa per non farsi fare male; cinque giorni di complicità negata, di sguardi affilati, minacce, cinque giorni d’insulti, di paure. Talvolta la nemica della settimana prova ad alzare gli occhi sull’amica più dolce, Susanna Tuttapanna, come la chiamano in cortile, nella speranza di un segnale di amicizia, al di sopra della ruota amiche-nemiche, un messaggio universale, che dica: lo so che ci vogliamo bene, non ti preoccupare è solo un gioco. Ma subito le altre nemiche sentono odore di debolezza, intercettano lo sguardo, concentrano la propria furia contro la nemica, ripetendo la smorfia, martellante, come a dire no,  non ci siamo dimenticate, non ci sfuggirai, non ci provare nemmeno, non hai scampo, non t’illudere. E intorno alla nemica si disegna un vuoto glaciale, asfissiante. Il gioco vale solo nei giorni di scuola. Durante le vacanze, sabato e domenica, la guerra si interrompe». Oltre alla guerra tenuta da queste bambine, nell’aria si respirano altre tensioni, delle guerre ancor più profondamente radicate e ormai dilagate nel territorio, la guerra tra Tedeschi e Italiani, o come amano definire in paese (Bolzano) la guerra dei K (che deriva dalla prima lettera del termine dispregiativo con cui venivano chiamati i tedeschi) o “Krucchi” contro i V (che deriva dalla prima lettera dell’insulto rivolto agli italiani dai tedeschi) o “Valsce”. Nell’aria altro è motivo di discordia, e disarmonia, come la guerra con la vicina Jugoslavia e le guerre che ogni giorno avvengono nelle rispettive famiglie di queste ragazze. Questo gioco andrà avanti per svariato tempo, avendo  anche epiloghi negativi; in ogni capitolo vengono raccontati e rappresentati agli occhi del lettore le singole angherie che loro stesse perpetrano, raccontando anche parallelamente il disfacimento dei vari nuclei familiari, che in un modo o nell’altro presentano della mancanze, delle assenze, degli spazi vuoti. Quegli stessi spazi vuoti che queste ragazzine non tanto innocentemente cercano di riempire. Il tutto si evolve in un arco temporale che le porterà a prendere la licenza elementare; Marta però è una ragazzina diversa dalle altre, per tutto questo tempo è stata al gioco, soffrendo, penandosi, riflettendo, cercando di non giocare mai la mossa sbagliata né per se né per le altre, e un giorno prende coraggio: decide di dire basta, tutto ciò deve finire. Questo anche grazie, o forse, e soprattutto alla musica sua vera compagna di giochi, che come uno spartito musicale detta le sue leggi, mai troppo grevi, ma mai neanche troppo melodiche. Si impegnerà con tutta sé stessa per darsi alla musica, per inabissarsi e infondere attraverso note di colore l’armonia dei suoni, che poi dovrebbero essere quelli dei gesti, delle azioni, delle convivenze armoniche. Per uno slancio di rivalsa, tutto questo riuscirà a divenire realtà, Marta lascerà la città e riuscirà ad iscriversi al Conservatorio in Austria, riuscendo così con le sue note, con i suoi fiati, con i suoi respiri, con le sue melodie a spegnere e diradare quegli incendi che troppo spesso erano divenuti condanna, condanna di un’infanzia di mancanze, mancanze di presenze che trasmettono affetto.

 

Riporto infine una poesia che mi ha particolarmente affascinato, riportata su un dépliant in cui c’è  la storia del campo di Dachau, viaggio che Marta fece insieme alla sua mamma.

 

“Prima vennero i comunisti

e io non alzai la voce

perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici

e io non alzai la voce

perché non ero un socialdemocratico.

Poi vennero per i sindacalisti

e io non alzai la voce

perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei

e io non alzai la voce

perché non ero un ebreo.

Poi vennero per me

e allora non era rimasto nessuno

ad alzare la voce per me”.