LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO A NAPOLI

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Nella prima metà degli anni Settanta, Stella, detta a scuola stelladamore, col nome attaccato al cognome, ha un palazzo intero per madre. A Napoli, tutti lo chiamano Palazzokimbo per via dell’enorme insegna pubblicitaria che campeggia sul tetto. Chili e chili di ringhiere, porte blindate, chiavistelli… un clangore di ferro risuona per i suoi otto piani, fino alla cima, una distesa asfaltata e ricoperta di antenne, da cui si scorge tutta la città, compresa la striscia di mare dove si erge la Saint-Gobain, la vetreria proprietaria degli appartamenti in cui vive il personale della fabbrica. Settanta famiglie di operai, come il papà di Stella, e impiegati ed elettricisti che hanno a che fare con silice, ossidi, nitrati e amianto, e rientrano a casa coi vestiti che sopra i baveri sembra vi sia uno spolvero di talco. All’ottavo piano abita la famiglia D’Amore. Ci sono i genitori, zia Marina, la sorella signorina di papà, i nonni paterni, Stella e sua sorella Angela. C’è pure un gatto, battezzato Otto, per un semplice calcolo d’aggiunta. Tanti D’Amore, e ciascuno con un passo e una voce, un modo di sbattere le porte, di strascicare i piedi, di richiudere sportelli, di calibrare il volume della televisione. Quattro piani sotto vive la signora Zazzà, che calza sempre le pantofole, indossa una quantità di stracci variopinti e cela un segreto che nessuno conosce. Quando non si aggira per Palazzokimbo, Stella trascorre il tempo incantato della sua infanzia con Consiglia, l’amica del cuore coi capelli rossi che le sfiammano lampi sulle spalle, le guance accese e la lingua velenosa. Nel ventre di Palazzokimbo penetrano, però, anche i fatti di fuori, gli eventi terribili della fine degli anni Settanta: la deindustrializzazione, il rapimento Moro, la strage di Bologna…

«Tutti si facevano i fatti di tutti, le proprie disgrazie non erano bastanti, ci voleva un supplemento di supplizio. Ci voleva il peggio agli altri per avere l’illusione di una specie di salvezza. Perché gli occhi guardavano solo il brutto, vedevano solo il male anche quando pareva non ci fosse, ed era così che il male succedeva. Delle cose belle, agli occhi, non importava nulla. Di fronte alla bellezza si stringevano, la pensavano un accidente transitorio di cui diffidare, un imbroglio».

Sì, in Palazzokimbo regnano le tradizioni, regna la scongiura, regna la credenza per il malocchio, si sente e si vive per piccoli riti e gesti quotidiani, ognuno con il proprio universo di senso, in una Napoli spettrale e brulicante, viva ma anche da cui starsene nella giusta distanza. Si entra e fa compagnia per tutta la lettura la famiglia D’amore, che vive in un palazzone e in una casa sovraffollata, con Stella – la protagonista –, la sorella Angela, i nonni paterni, la zia Marina, e Otto un gatto maldestro. Palazzokimbo per Stella è una moltitudine di storie, di facce, di persone, di scale, di realtà che si incrociano quasi per sbaglio. In Palazzokimbo convivono diverse esistenze, ma tutta accomunate dallo stesso spirito di vivere la vita, quello proprio di Napoli, quello che è implicitamente iscritto nel loro dna. In questo palazzone si convive come fosse una comunità: con frasi, credenze, gesti, abitudini, ognuna diversa. Scene familiari che si rincorrono in Palazzokimbo e piccoli gesti familiari come il nonno che insegna alla nipote a cucina la frittata alla mozzarella, o la zia Marina rinchiusa nella sua stanza dei sogni con i libri di Liala, o gli occhi di questa bambina – Stella – che immagina altri mondi, altre realtà al di fuori della proprio. Consigliato per chi ama Napoli e le storie familiari.

LIBRI LETTI: MARCHESINI – RC: OB. 30 – UN LIBRO “FEMMINILE” DOVE L’AUTORE O L’AUTRICE RACCONTI UNA STORIA DI DONNE

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Descrizione: È mercoledì quando la signorina Else, tremula spilungona dall’aria vagamente trasandata, sale carica di apprensione al quinto piano di un vecchio palazzo. All’interno 10 una coppia di psicoterapeuti accoglie nello studio i racconti delle vite degli altri, delle esistenze sensibili, oscure, inefficaci e corrosive nascoste sotto la crosta delle apparenze, figlie di una felicità perduta, mai cercata o di un’aspirazione assoluta. Un danno antico ha spezzato la vita felice della signorina Else; il suo tempo si è fermato a quel tempo memorabile, il pensiero ha assunto il passo del rimpianto. Bisognosa di simpatia, è incapace di farsi aiutare. Inaspettatamente attiva diviene durante una rocambolesca e clandestina avventura in un luogo dello studio sorprendente, da dove, al buio, si troverà a spiare l’esplosione ciarliera e appassionata di Zelda, una paziente dall’aspetto eccentrico, ridicolo, la cui grazia equina rivelerà un animo vibratile e realista. È una donna emotiva, carnale, densa e tanto vera! Dal dottore non va per sua volontà, depressa per procura del marito, si scopre divertente e così luminosa. La luce del buio del mistero illuminerà l’angolo scuro ed angusto dove Else si è ritirata a vivere. Le due donne diventeranno amiche in un tempo nuovo in cui l’esistenza estrema di Maria, la bellissima ragazza che abita all’interno 9, calerà la sua esaltante tragedia.

Ritorna la Marchesini col suo stile ridondante, ampolloso, claustrofobico. Niente è proprio la sua cifra stilistica, non voglio credere che sia un esternazione della padronanza della lingua, anche perchè non le servirebbe, la ricordiamo tutti a teatro nelle sue splendide interpretazioni. Bisogna ricordare che però l’esagerazione spesso è controproducente.
In questo libro ci troviamo in compagnia di tre donne, che ogni mercoledì sulle scale di un condominio incontrano i propri sguardi. Sguardi pesanti. Sguardi assenti. Sguardi sofferenti. Il male dell’anima, che è quello di vivere come non si vorrebbe. Loro, donne del dolore, Else, Zelda, e Maria provano a riemergere dalla propria inquietudine, insoddisfazione, incertezza, attraverso l’aiuto di uno psicoterapeuta. Ma non sempre le parole riescono a guarire tutto, quando forse ormai è troppo tardi.

LIBRI LETTI: ORWELL – RC: OB. 9 – UN CLASSICO

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Descrizione: Pubblicato negli Stati Uniti nel 1934 è il primo romanzo scritto da Orwell, ed è basato sull’esperienza diretta dell’autore, che fu membro della polizia imperiale della colonia indocinese negli anni Venti. Il romanzo narra la vicenda di James Flory, mercante di legname, che pur non condividendo l’atteggiamento razzista dei suoi compatrioti, colonialisti inglesi in Birmania, non ha la forza morale per opporvisi apertamente. Al tema politico si affianca quello sentimentale, trattato con eguale finezza dal giovane scrittore. Ma la vera anima del libro è la profonda indignazione umana di Orwell che durante il periodo trascorso in Birmania maturò una coscienza ben precisa dell’ingiustizia su cui si basavano i rapporti sociali, che andrà poi sempre più approfondendosi.

Siamo in Birmania, e più precisamente a Kauktada, dove risiedono sette inglesi che lavorano per il governo britannico e non ha la minima voglia di conoscere la cultura d’arrivo, di integrarsi con loro, anzi, badano bene a starsene in disparte, alla larga.
Questi uomini sono gli anglo-inglesi in bilico, tra il ritornare nella terra d’origine, dove però sarebbero vittime di derisione, e il restare lì con la voglia di predominazione, di conquista, di scontata superiorità. Questi sono degli uomini ibridi, che non hanno identità, e che cercano una patria da esibire.
Nel romanzo eccezione rappresenta Flory, un uomo diverso dai suoi compagni, un uomo di cultura, che è affascinato dalla storia della Birmania. Flory dirige un’industria di legnami, e si distingue dai suoi connazionali e viene a contatto con varie estrazioni del ceto sociale Birmano, incontrando chi pur di ricevere una minima attenzione da un anglo-inglese e conquistare il potere venderebbe se stesso arrivando a fare carte false come il giudice U Po Kyin e chi come il dottor Veraswami prova autentica ammirazione per la cultura inglese, per le diversità.
Il romanzo si sussegue con diversi avvenimenti, con atti e volontà di questi uomini che non hanno alcun timore di voler mostrare la loro superiorità, il loro odio e disprezzo verso questi altri uomini, con un’unica eccezione, il rapporto tra Flory e Veraswami, che decantano le lodi di una patria d’adozione e negano la propria patria d’origine.
Orwell in questo primo romanzo – come nei suoi successivi – precorrerà e affronterà temi difficili del tempo, come l’uguaglianza, il colonialismo, la globalizzazione, la politica, i sentimenti umani, e l’importanza dei riti e l’arte, tantoché gli editori del tempo erano assai timorosi di pubblicare il libro per paura di essere citati in giudizio per diffamazione, infatti il libro non fu commercializzato in India e Birmania.
Lo scrittore ci racconta attraverso una presa diretta gli strani rapporti tra due culture, con eloquenti caratterizzazioni dei personaggi, e degli ambienti sociali, oltre che di dinamiche socio-politiche. Da leggere, e che non si dica più che George non abbia scritto nulla di pubblicabile prima de “La fattoria degli animali”.

LIBRI LETTI: GALLEGO – RC: OB. 36 – UN ROMANZO DI UN AUTORE RUSSO

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«[…] La pallottola colpisce dove capita, la pallottola è stupida»

“Soltanto le inservienti, le njanecki, non dicevano bugie. Che parola russa straordinaria: njanecki. E’ una parola carezzevole. Ti torna subito in mente Puskin, «beviamoci su, njanja….» Donne di campagna come tante. Che non dicevano bugie. Qualche volta ci portavano persino i cioccolatini. Certi giorni erano cattive, altri buone, ma franche e sincere lo erano sempre. Spesso da quel che dicevano si capiva ciò che contava davvero, mentre era impossibile strappare una risposta chiara agli insegnanti. Loro, invece, ci davano un cioccolatino e dicevano: «Povera creatura che sei, non è meglio che muori, così smetti di tormentare te stesso e noi?» Oppure, quando portavano via un morto: «Oh, grazie a Dio questo ha smesso di soffrire, poverino»”.

Di chi parlano queste inservienti, queste njanecki? Parlano di uomini e di donne che vengono visti e sentiti dalla società come un peso, un peso da sopportare, da accudire, da cui non ci si aspetta molto se non un altro errore dettato dalla loro ‘storpiaggine’.
Questi sono gli uomini che sono spediti come dei pacchi in speciali orfanotrofi, rinchiusi lì, quasi a nasconderne l’esistenza, perché loro in fondo a che servono? Sono nati a metà, senza una gamba, senza un braccio, senza dita, o privi di qualsiasi facoltà intellettuale. Posso avere un posto nella società? Forse. O forse è solo utopia, in quei paesi, che non danno alcuna possibilità.

Questa è la storia di Rubén Gallego cerebroleso fin dalla nascita, nato in un ospedale dell’ex Unione Sovietica dalla figlia di Ignacio Gallego, segretario del Partito Comunista di Spagna in esilio, e da uno studente venezuelano.

Il libro si compone di scritti di Rubén sotto forma di diario attraverso un computer con un solo dito (la determinazione che è maestra di vita), e segna l’autobiografia dell’autore oltre che a scandire attimo per attimo ogni esperienza o meglio disavventura che Rubén affronterà.
La vita di questo triste fanciullo è segnata da orfanotrofi e cliniche psichiatriche, tra il tragicomico e il surreale, fino ad arrivare alla fuga, alla libertà (tanto cercata), per ritrovare quella madre molesta, quella madre matrigna, che l’aveva lasciato andare per volere del padre che lo riteneva nient’altro che un disonore, una fagotto inutile di cui occuparsi.
Questo libro è molto di più di un racconto di vita, è la storia di tanti uomini e tante donne che nel silenzio hanno vissuto e vivono una triste condizione immodificabile, per farti sentire piccoli, insignificanti, egoisti ogni santa volta che ci lamentiamo della nostra condizione o del nostro stato economico.

«Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire, oppure vivere diversamente. Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono. Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com’era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo. Lo chiedevo alle persone, ma loro non mi rispondevano. Cercavo risposte nei libri, ma anche loro erano sfuggenti. I libri raccontavano in dettaglio, in ogni dettaglio, come vivere se hai tutto. I personaggi dei libri soffrivano, e io ero allibito. Io, vivo e reale, non capivo quegli eroi libreschi, non ammettevo le loro sofferenze cartacee. Erano fasulli, come gli insegnanti a scuola. Gli insegnanti ci consigliavano di leggere, e io leggevo».

“Mai. Una parola tremenda. La più tremenda di tutte le parole usate dagli uomini. Mai. La si può paragonare solo alla parola «morte.» La morte è un grande «mai.» Un «mai» eterno, che spazza via ogni speranza e ogni possibilità. Non ci sono più «forse», né «chissà?» Mai. Io non salirò mai sull’Everest. Niente allenamenti, niente controlli medici, trasferimenti, alberghi. Non dovrò prendermela con il brutto tempo, i sentieri sdrucciolevoli e le sporgenze a strapiombo. Non ci saranno tappe intermedie né montagne grandi e piccole, non ci sarà nulla. Forse, con un po’ di fortuna, con un bel po’ di fortuna un giorno vedrò il Tibet. E con un gran bel po’ di fortuna mi porteranno in elicottero fino al primo campo base, fino al primo e ultimo «non si può.» Vedrò le montagne, gli scalatori folli che sfidano se stessi e la natura. Al rientro, se avranno avuto fortuna, loro, e non avranno subìto perdite, mi racconteranno felici e un po’ imbarazzati che cosa c’era là, oltre il confine del mio «mai.» Saranno gentili con me, lo so, perché sono pazzo quanto loro. Sarà bellissimo. Solo che io non raggiungerò mai una cima. Come non scenderò mai in batiscafo nella Fossa delle Marianne. Non vedrò quant’è bello laggiù, in fondo al mare. Mi resteranno solo le riprese, prova documentale della tenacia e del coraggio di qualcuno. Non mi porteranno nemmeno nello spazio. Non che abbia tutta questa voglia di vomitare per le vertigini, galleggiando dentro una scatoletta di metallo. Tutt’altro, ma è un peccato. C’è qualcuno che vola, lassù, sopra la mia testa, ma io non posso. Non potrò mai attraversare il Canale della Manica a nuoto o l’Oceano Atlantico in zattera. I cammelli del Sahara e i pinguini dell’Antartico dovranno fare a meno di me. Non potrò uscire in mare su di un peschereccio, e non vedrò una balena che nuota, placida, e consapevole di essere più unica che rara. Il pesce mi arriverà direttamente a casa, perfetto, sbuzzato e pronto all’uso. Scatolame, sempre scatolame. Tocco il joystick della mia carrozzella elettrica e mi avvicino al tavolo. Afferro con i denti una cannuccia di plastica e la infilo nel bicchiere. E vada per lo scatolame. Bevo lentamente del vino rosso: sole in scatola dalla lontana Argentina. Premo il pulsante per accendere il televisore, poi quello dell’audio. Su uno dei canali trasmettono in diretta una festa di giovani. Le sagome sullo schermo sembrano felici, cantano e ballano. La telecamera stringe in primo piano. Sono sicuro che anche questo ragazzo con i tatuaggi e l’orecchino, stia cercando di sfuggire al suo «mai.» Ma non per questo mi sento meglio”.

LIBRI LETTI: HEMINGWAY – RC: Ob. 14 – Un libro che parli di amicizia

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Fiesta (Il sole sorgerà ancora) è il primo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemingway che venne pubblicato a New York nel 1926.
Un libro doloroso, potente, vero, dannato, che parla di amicizia e di amore, oltre che del viaggio, e del rapporto con l’uomo con la terra.
Fiesta racconta del viaggio di un gruppo di amici espatriati americani e britannici che intraprendono un percorso di vita da Parigi fino a Pamplona per assistere alla famosa fiesta di San Fermìn, una ricorrenza annuale che in sé fa rivivere canti, balli, riti religiosi, ma soprattutto porta con sé la famosa corrida che, ormai da innumerevoli anni, attrae tantissimi turisti che tra divertimento e curiosità si dibattono per assistere a questo tragico-comico avvenimento.
L’armonia iniziale però che anima l’inizio del viaggio di questi sei amici con il passar del tempo viene meno e tra gli amici vengono fuori sentimenti negativi: gelosia, invidie, vizi e scaramucce che animate da alcool e superamento dei piaceri amplificano le liti.
La causa di tutti questi litigi, disarmonie e fraintendimenti sono date da Lady Brett Ashley, una donna divorziata, promiscua, alcolizzata e ninfomane nonché bellissima che attira su di sé gli interessi di tutti gli uomini.
Liti che prendono vita tra Mike Campbell, futuro sposo della donna, Jake Barnes, che è il protagonista del romanzo e che segna l’amore platonico di Brett e Robert Cohn, ricchissimo ebreo che non perde ogni occasione e motivo per importunare la donna.
La donna a chi darà il suo amore?
Ma non contenta la donna piena del suo ego, e del suo infinito senso di insazietà si innamora di un altro uomo, o meglio del giovanissimo matador Romero, con cui scapperà due volte, la prima con lui alla fine della fiesta e la seconda da lui quando gli viene offerta una proposta di matrimonio.

In finale non voglio svelarlo, ma si pone agli occhi del lettore a metà tra il dolce e l’amaro, tra ciò che poteva essere e non è stato. Tra ciò che l’amore ti porta a fare, non chiedendo nulla indietro, tra il rifiuto palese dei sentimenti e la spietata soddisfazione di esserci sempre, anche quando numerose porte, bottiglie, litigi fanno smarrire chi sei, e credi che forse solo con l’altro puoi diventare.

Le descrizioni sono mirabili, dettagliate, e non annoiano (mi ha ricordato vagamente Tabucchi in “Sostiene Pereira”).

Il romanzo segna l’emblema della “generazione perduta” o “lost generation”, definizione coniata dalla scrittrice statunitense Gertrude Stein per indicare i giovani scrittori statunitensi emigrati in Francia fra il 1920 e il 1930, accomunati dalla delusione e dal disincanto.
Si tratta di uomini che, privati di ogni fede nei valori morali, conducono un’esistenza cinica, attenti soltanto a soddisfare le proprie istanze emotive, sullo sfondo stavolta, dello spettacolo cruento della corrida.

Un piacevole scoperta, un Hemingway che al primo suo romanzo che leggo si fa piacevolmente apprezzare.

«Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era».

«Andare in un altro paese non cambia niente. Io ho provato. Non si può sfuggire se stessi solo spostandosi da un posto all’altro. Non c’è rimedio a questo».

«Tu sei un gran bravo tipo e io sono più affezionato a te che a chiunque altro sulla terra. A New York non potrei dirtelo. Significherebbe che sono una checca. È per questo che è scoppiata la Guerra Civile. Abraham Lincoln era checca. Era innamorato del generale Grant. E anche Jefferson Davis. Lincoln liberò gli schiavi per scommessa. Il caso Dred Scott fu montato dalla Lega antialcolica. Col sesso si spiega tutto. La Colonel’s Lady e Judy O’Grady sono lesbiche mascherate».

LIBRI LETTI: SATRAPI – RC: OB. 28 – UN GRAPHIC NOVEL

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Trama: Persepolis narra dell’infanzia della piccola Marjane, ed è ambientato in Iran. L’autrice cresce in una famiglia dagli ideali progressisti; sin da piccola divora molti libri, appassionandosi tra l’altro alla storia di Che Guevara, proprio mentre il trono dell’ultimo scià della dinastia Pahlavi vacilla. Marjane (imparentata alla lontana con l’ultimo scià della dinastia Qajar, spodestata dai Pahlavi) cresce ispirata dai racconti dei prigionieri politici, come suo nonno e suo zio, e dalla madre, che cerca di educarla secondo gli ideali di un moderato femminismo, almeno finché la politica repressiva della Rivoluzione non renderà rischiose anche le pacifiche proteste di piazza.
Marjane inizialmente frequenta una scuola mista bilingue, dove impara anche il francese; con l’avvento del regime teocratico le scuole straniere vengono chiuse e le classi miste abolite, in favore della separazione fra i sessi. Poco dopo, verrà anche reintrodotto l’obbligo per le donne di indossare in pubblico il chador, o in alternativa un ampio fazzoletto scuro che copra i capelli (hijab). Marjane e le compagne di classe mostrano una certa insofferenza verso questo nuovo obbligo.
Nel frattempo, le pressioni ed il controllo sulla vita privata da parte del nuovo regime aumentano: la madre di Marjane inizia a portarla con sé in piazza, per protestare assieme ad altre donne contro le restrizioni che il governo islamico cerca di imporre loro. Scopriranno però che i Pasdaran non sono meno feroci del vecchio esercito dello scià, quando si tratta di reprimere le manifestazioni avverse al regime. I genitori di Marjane decidono così di partire assieme alla figlia, lasciando per qualche tempo l’Iran e concedendosi una lunga vacanza in Italia e in Spagna. Proprio mentre si trovano in Europa scoppia la guerra tra Iraq ed Iran. Tornata in patria, Marjane vive con molto patriottismo l’evolversi del conflitto (paragonerà in un tema l’aggressione di Saddam Hussein all’invasione araba subita dalla Persia secoli prima), pur non condividendo la propaganda con cui il regime degli ayatollah cerca di inculcare, nelle menti di bambini e ragazzi, gli ideali di sacrificio e martirio in nome della Patria.
Il regime esce rafforzato dalla guerra, almeno nell’immagine della popolazione, grazie anche alla propaganda di cui sopra, di cui la scuola continua ad essere un importante veicolo. Marjane si scontra più volte con le sue insegnanti, zelanti figlie della Rivoluzione, attente a proibire alle loro allieve di truccarsi o indossare gioielli. Marjane ha sempre la risposta pronta e questo, benché li renda anche orgogliosi, preoccupa i suoi genitori, i quali spingono la figlia a trasferirsi in Europa, in Austria, lontana dal regime.
Un fumetto storico/autobiografico che in quattro volumi racconta l’infanzia e l’adolescenza dell’autrice iraniana. Si racconta della storia della sua famiglia da bambina a Teheran, i tempi dello Scià e poi dell’inflessibile regime integralista di Khomeini e degli ayatollah. Si legge dei pasdaran, gli oppositori eliminati, le lotte contro le donne disobbedienti, le guerre in Iran di Saddam Hussein. Un documento di storia recente, di cui spesso sappiamo ben poco, delicatamente raffigurata, assolutamente da non perdere per gli amanti del genere, o per chi come me si avvicinano da poco ad un nuovo genere: i graphic novel!

 

LIBRI LETTI: DE LUCA – RC: OB. 3 – UN LIBRO CON MENO DI 80 PAGINE

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Un libro estremamente diverso dai soliti a cui ci ha abituato Erri de Luca in cui non manca la poesia e mirabili descrizioni: «Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne. Gli zoccoli del camoscio appigliano l’aria. Il callo a cuscinetto fa da silenziatore quando vuole, se no l’unghia divisa in due è nacchera di flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in tasca a un baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una legge».
Un libro che pone a confronto l’uomo e la natura, un camoscio e un cacciatore. Il loro inseguimento, i loro comportamenti, le loro abitudini.
Un racconto lieve come una farfalla, che si posa sul destino di entrambi per restare nel ricordo alle future dispute di predominazione.

LIBRI LETTI: OZPETEK – RC: OB. 31- UN LIBRO TRATTO DA UNA STORIA VERA

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Descrizione: Un’auto lascia Roma di primo mattino. Alla guida, c’è un affermato regista. Sul sedile accanto, l’uomo che da molti anni ama di un amore sconfinato. Dove stanno andando? Mentre la città si allontana e la strada comincia a inerpicarsi dentro e fuori dai boschi, il regista decide di narrare al compagno silenzioso il suo mondo “prima di lui”: “La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà solo nostra”. Inizia così un viaggio avanti e indietro nel tempo: i primi anni in Italia, dove era giunto dalla Turchia non ancora diciottenne con il sogno di studiare e fare cinema, le persone che hanno lasciato il segno, gli amici, gli amori, le speranze, le delusioni, i successi. Storie che conducono ad altre storie, popolate da figure indimenticabili e bizzarre: una trans egocentrica sul viale del tramonto, un principe cleptomane, un centralinista con il rimpianto della recitazione, una cassiera tradita dalle congiunzioni astrali, una bellissima ragazza dallo spirito inquieto. E poi, raffinati intellettuali, inguaribili romantiche, noti cinefili, amanti respinti e madri niente affatto banali. Sullo sfondo, il palazzo di via Ostiense dove tutto accade, crocevia di solitudini diverse, ma anche di intense amicizie e travolgenti passioni. Il palazzo che nel tempo si è trasformato, conservando però intatti i suoi più intimi segreti.

Un libro imperdibile per chi ama il regista cinematografico, famosi per i suoi immemorabili film, da “Le fate ignoranti” alla “Finestra di fronte”, a “Saturno contro” a “Mine vaganti”.
In questo libro Ozpetek si mette completamente a nudo al lettore, attraverso un viaggio in macchina con lo scopo di raggiungere una vecchia casa di campagna, con un racconto in prima persona Ferzan si svela soprattutto al suo compagno, Valerio/Simone: la sua vita (che dà il titolo omonimo al testo).
Tra i capitoli si respirano gli stessi elementi caratteristici delle sue pellicole, elementi che richiamiamo ormai il binomio che si lega solo e soltanto a lui: Istanbul (di cui già ci aveva deliziato con la sua prima pubblicazione “Rosso Istanbul”) e Roma.
Al lettore verrebbe da chiedersi perché Ozpetek deve raccontarsi al suo compagno attraverso un viaggio in macchina, l’espediente è che Valerio/Simone, il suo compagno soffre di Alzhmeir, quindi smette di ricordare.
Ma l’amore che lega il regista al suo compagno impone un azzeramento, un livellamento di prospettive, di possibilità, di agganci emozionali, e così che leggono pagine commoventi, strazianti:

«Ti tenevo tra le braccia con tutta la forza e tenerezza di cui sono capace, e tu ti eri abbandonato a me completamente. I nostri corpi si sono parlati e si sono detti tutto ciò che c’era da dire. Perché l’amore non ha bisogno di nient’altro per vivere, nient’altro che una di reciproca, assoluta fiducia. È stato in quel momento che ha iniziato a prendere forma questa mia folle idea di abbandonare ogni cosa e andarcene via […]. E ora sto raccontando tutto questo a te, ma anche a me stesso, perché poi anch’io voglio dimenticare. Quando arriveremo nella dimora di pietra che ci sarà di rifugio, mi butterò il passato alle spalle. E allora saremo uguali. Senza memoria, solo un presente da assaporare istante per istante, isolati dal mondo lontani nel tempo e nello spazio da tutto ciò che abbiamo condiviso finora. Da quella che è stata la nostra vita. Perché così ho deciso. Cancellare il passato, abbandonarsi al nulla e riscoprire l’universo in ogni piccolo gesto».

E, forse, solo in questo modo che si raggiunge la vera felicità, in un esasperato livello di comprensione che fa giocoforza ad ogni possibilità di attrazione: ormai soli a sé stessi, lontani da tutti, hanno modo di riniziare, senza pensare alle geografie del passato, ma esplorando continenti d’amore che molti di noi possono solo sognare.

LIBRI LETTI: AMMANITI – RC: OB. 21 – UN ROMANZO DISTOPICO

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Quest’ultimo libro di Niccolò Ammaniti, si discosta completamente dal genere dei libri caro all’autore, seppur tocchi temi quali l’adolescenza e la crescita che hanno caratterizzato altre opere dell’autore.
Qui lo scenario è completamente diverso, siamo in un mondo post-apocalittico, nel 2020 circa, nella nostra cara Sicilia depredata da saccheggi, distruzioni, popolata da dei morti, da branchi di cani randagi non proprio amichevoli, e da dei bambini (elemento caro all’autore).
Quello che sconvolge ancor di più la quotidianità, è un virus, che dal Belgio ha infettato prima Francia e Germania, e poi è approdato in Italia. Un virus denominato “La Rossa”, che si manifesta con macchie di colore rosso su tutto il corpo, croste ovunque, sulle labbra, sul naso, alternato da febbre e tosse, che portano poi alla morte. Il virus inizialmente sembra colpire solo gli adulti, ma invece no, si rivolge anche ai bambini che hanno raggiunto la pubertà.
Chi sopravvive, quindi, sono solo i ragazzini, che nel romanzo sono prefigurati da Anna e Astor, due fratelli che cercano di sfuggire alla morte invadente.
Anna di tredici anni, cerca di sopravvivere leggendo le indicazioni che la madre le ha lasciato alla morte in un quaderno e tutto sempre andare più o meno bene, fin quando il fratellino Astor non viene rapito e così inizia il vero viaggio di questa bambina.
Un viaggio crudo e difficile che va da Castellammare a Palermo, da Palermo a Cefalù, per arrivare poi a Messina superando numerosi ostacoli, e incontrando altre persone disperate allo sbando.
Anna, dovrà farsi carico di tutti i problemi, far fuoriuscire tutte le forze e resistere, per poter riuscire a ritrovare suo fratello, e provare a riportare tutto alla normalità, semmai fosse possibile.

La bellezza del libro – che segue il genere distopico, che ho imparato ormai ad apprezzare, viste le numerose pubblicazioni negli ultimi anni – sta nelle descrizioni che l’autore ci propone e delle ambientazioni e dei personaggi che risultano oltremodo positivi.
Basti pensare ad Anna, archetipo della forza, che non si scoraggia mai, fa della sua saggezza un punto di forza, e che dalle situazioni negative sa trarne sempre un briciolo di positività.

Un libro diverso, che da Ammaniti non ci si aspetterebbe, ma che riserba delle belle sorprese, e segna anche una qualità che non molti scrittori contemporanei hanno, quella di rinnovarsi, non cadendo nel banale o facendo flop. E di certo non è cosa semplice.