LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO SU UN’ISOLA

Standard

 

«Perché continui a chiamarmi Kirstie? Kirstie è morta. Mamma, io sono Lydia, è stata Kirstie a morire»

Nel silenzio della sera sull’isola di Skye, Sarah accarezza i biondi capelli della sua bimba di sette anni, Kirstie, appena addormentata. Capelli identici, come ogni altra cosa, a quelli della sorellina gemella Lydia. Ma un anno prima Lydia è morta improvvisamente, lasciando un vuoto così grande da costringere Sarah e la sua famiglia a fuggire da tutto e da tutti. Lì in Scozia, tra scogliere impervie e cieli immensi, Sarah spera di ritrovare la serenità. Ma, quando una violenta tempesta sferza l’isola, Sarah e Kirstie rimangono isolate. Nel buio, la bambina sussurra: «Mamma, perché continui a chiamarmi Kirstie? Io sono Lydia. Kirstie è morta, non io». Sarah è devastata e il tarlo del dubbio comincia a torturarla. Cos’è successo davvero il giorno in cui una delle gemelle è morta? È possibile che una madre possa non riconoscere sua figlia?

Serve veramente cercare di sfuggire dai propri fantasmi rifugiandosi su un’isola deserta?Quando i fantasmi li abbiamo dentro nessun luogo ne geografie servono a rasserenare l’animo.

Un thriller psicologico che all’inizio fa faticare a decollare, nello sviluppo centrale si riprende bene, nel finale sembra voler strafare, si pensi alla modalità della tragedia e all’ingenuità su cui dovrebbe reggere tutta l’architettura testuale: una madre che in preda al dubbio/pazzia si chiede chi sia veramente la figlia rimasta in vita, Lydia o Kirstie? Ma una madre sa sempre riconoscere il/la figlio/a che ha di fronte, vuoi da un particolare, vuoi da un atteggiamento, vuoi da un vezzo infantile, vuoi da una piccola insenatura corporea che la identifichi. E invece no, l’autore vuol convincerci del contrario, ma io riserbo fortemente i miei dubbi. Senza svelare troppo del finale, un elemento su cui mi trovo d’accordo è che in queste tragedie dietro c’è sempre una situazione familiare precaria, debole, in affanno, come quel rapporto di odio di Angus nei confronti della moglie che solo il lettore che girerà l’ultima pagina saprà spiegarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI UNA VITA DI UN SANTO O DI UNA SANTA

Standard

È la storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande Storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all’ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. Chiara ha dodici anni appena quando vede “il matto” di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un’esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un’epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo… Letto per pura curiosità sulla vita della santa, mi ha piacevolmente colpito, anche per il modo in cui è nato il libro – che non si colloca in una vera e propria biografia o agiografia, meglio dire una ricostruzione storica che si serve del saggio – attraverso una scambio di e-mail scambiate tra Chiara Mandalà, una studentessa diciannovenne e la scrittrice, che invita la Maraini a scrivere a capire qualcosa in più della Santa Chiara del passato per scoprire un po’ di più della Chiara – che le scrive – di oggi. Il ritratto della Chiara che esce è il seguente: « […] una antesignana della difesa dei diritti della donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione, sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare una adesione formale alle regole misogine disposte dall’altro con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religione. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale».

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI FRAGILITÀ

Standard

«L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di quei cani è il mio»

Ecco, leggere questo stralcio dà già l’idea della dimensione evocativa di Helen Humphreys, scrittrice canadese, che si è dedicata per lungo tempo alla poesia, per poi approdare alla narrativa.
Perché cani selvaggi?
Un gruppo di cani domestici è diventato selvaggio, vive nel bosco, questi cani domestici sono stati abbandonati dai parenti dei proprietari per motivi diversi, e alcuni di questi proprietari la sera si ritrovano in prossimità del bosco a chiamare il proprio animale, ora selvaggio, una volta domestico. Come una ritualità, questa abitudine nel romanzo si ripresenterà più volte.
La domanda che attraverso il linguaggio poetico, struggente ed evocativo sembra riemergere da tutto la lettura è la seguente: che cosa veramente ci appartiene?
Il racconto è alternato da varie voci, quella di Alice che domina più della metà del libro, quella di Jamie, di Lily, di Malcolm, di Walter, di Spencer, e di Rachel.
Così come il branco selvaggio di animali queste persone portano con loro, iscritte sul proprio corpo tutte le delusioni, le cicatrici, le ferite, e quel richiamo che lanciano più e più volte verso la foresta, verso quegli animali che apparentemente gli appartenevano, è in realtà un richiamo verso sé stessi, verso quell’anima precaria, logora, spezzata, per arrivare a risvegliare un cuore che – ormai sedato da colpi di fucile – sembra non rispondere più alle cose, alle persone, al sentimento. Leggetelo!
«A che cosa serve un lupo? mi chiedono le persone quando me lo trovo di fronte e chiedo loro perché ne hanno ucciso uno. A che cosa serviamo noi?
La gente ha sempre avuto paura dei lupi. In passato si pensava che il lupo fosse il diavolo travestito. Sono sempre stati i cattivi delle favole e del folclore. Ma cos’è questa paura, in realtà? Non è forse la paura del selvaggio che è in noi? Non è forse tutta la struttura della società finalizzata a farci entrare in gabbie sempre più piccole? Più siamo imprigionati dal dovere e dall’amore, più il nostro lato selvaggio ne esce addomesticato e più pensiamo di sentirci sicuri. Ma, naturalmente, non è vero. Non ci sentiamo affatto sicuri».

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE RACCONTI UNA STORIA DI ODIO

Standard

Questo libro scava nel profondo. Quanto spesso dai media sentiamo l’arrivo di migranti da paesi in cui la vita non è più sostenibile? In questo momento storico tutti i giorni. Ecco, la Mazzucco ci apre le porte per conoscere meglio una di questi arrivi: la storia di Brigitte.
Una donna incontrata alla stazione Roma Termini, con cui Melania cerca di istaurare un rapporto di fiducia e comprensione per sapere di più della sua storia, perché è lì, come mai ha lasciato il suo paese per poi finire a fare la mendicante per strada.
Nel libro si leggono degli incontri con Brigitte e dell’evoluzione di questo dialogo a due, in cui nel libro interviene anche la stessa Mazzucco per inserire proprie riflessioni – cosa che non mi è affatto dispiaciuta –, si legge di questa donna proprietaria di due cliniche privata a Matadi, in Congo, madre di quattro bambini e che un giorno per aver deciso di non somministrare veleno a dei pazienti dopo un’azione antigovernativa viene imprigionata in piena notte inaspettatamente. Viene rinchiusa in un buco con altri prigionieri, in condizioni di cibo e igiene pessime.
In questo posto viene anche ripetutamente violentata, ma prima che l’egoismo e la brutalità di questi uomini la portino alla morte, un capitano a cui lei aveva aiutato a far nascere il bambino la libera in segreto. Brigitte poi grazie ad un amico riesce a procurarsi dei documenti falsi e un volo prima per Istanbul e poi per Roma, ed è da qui che comincerà la nuova vita di Brigitte: una vita inaspettata, senza soldi, senza speranze, senza più progetti, catapultata per necessità in una nuova realtà che non gli è propria. Brigitte è isolata, non capisce la lingua, non riesce a comunicare, e per di più non sa più niente sui propri figli. Riesce a salvarsi grazie all’aiuto del Centro Astalli dei gesuiti dove riceve ogni tipo di assistenza, sia medica che legale, oltre che cibo per vivere, e impara piano piano a fidarsi degli uomini bianchi, così strani e distanti all’apparenza.
Un libro che va letto per capire meglio quanto siamo spesso fortunati senza accorgercene, senza dare il giusto peso, perché non è umanamente possibile sentire di queste storie, e purtroppo tante e tante ancora sono nell’ombra, stanno accadendo ora mentre sto scrivendo, e noi siamo tristi o insoddisfatti –sempre più spesso – per cose insignificanti. Un libro scritto bene, che si legge tutto d’un fiato, perché al posto di Brigitte potrebbe esserci chiunque di noi. Una donna. Un uomo. Un bambino. Una bambina. Il mondo, ormai, non risparmia più nessuno, senza causa alcuna. Che questa storia e storie come queste aiutano a dare importanza alle giuste cose, persone – ovviamente – comprese.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO A NAPOLI

Standard

Nella prima metà degli anni Settanta, Stella, detta a scuola stelladamore, col nome attaccato al cognome, ha un palazzo intero per madre. A Napoli, tutti lo chiamano Palazzokimbo per via dell’enorme insegna pubblicitaria che campeggia sul tetto. Chili e chili di ringhiere, porte blindate, chiavistelli… un clangore di ferro risuona per i suoi otto piani, fino alla cima, una distesa asfaltata e ricoperta di antenne, da cui si scorge tutta la città, compresa la striscia di mare dove si erge la Saint-Gobain, la vetreria proprietaria degli appartamenti in cui vive il personale della fabbrica. Settanta famiglie di operai, come il papà di Stella, e impiegati ed elettricisti che hanno a che fare con silice, ossidi, nitrati e amianto, e rientrano a casa coi vestiti che sopra i baveri sembra vi sia uno spolvero di talco. All’ottavo piano abita la famiglia D’Amore. Ci sono i genitori, zia Marina, la sorella signorina di papà, i nonni paterni, Stella e sua sorella Angela. C’è pure un gatto, battezzato Otto, per un semplice calcolo d’aggiunta. Tanti D’Amore, e ciascuno con un passo e una voce, un modo di sbattere le porte, di strascicare i piedi, di richiudere sportelli, di calibrare il volume della televisione. Quattro piani sotto vive la signora Zazzà, che calza sempre le pantofole, indossa una quantità di stracci variopinti e cela un segreto che nessuno conosce. Quando non si aggira per Palazzokimbo, Stella trascorre il tempo incantato della sua infanzia con Consiglia, l’amica del cuore coi capelli rossi che le sfiammano lampi sulle spalle, le guance accese e la lingua velenosa. Nel ventre di Palazzokimbo penetrano, però, anche i fatti di fuori, gli eventi terribili della fine degli anni Settanta: la deindustrializzazione, il rapimento Moro, la strage di Bologna…

«Tutti si facevano i fatti di tutti, le proprie disgrazie non erano bastanti, ci voleva un supplemento di supplizio. Ci voleva il peggio agli altri per avere l’illusione di una specie di salvezza. Perché gli occhi guardavano solo il brutto, vedevano solo il male anche quando pareva non ci fosse, ed era così che il male succedeva. Delle cose belle, agli occhi, non importava nulla. Di fronte alla bellezza si stringevano, la pensavano un accidente transitorio di cui diffidare, un imbroglio».

Sì, in Palazzokimbo regnano le tradizioni, regna la scongiura, regna la credenza per il malocchio, si sente e si vive per piccoli riti e gesti quotidiani, ognuno con il proprio universo di senso, in una Napoli spettrale e brulicante, viva ma anche da cui starsene nella giusta distanza. Si entra e fa compagnia per tutta la lettura la famiglia D’amore, che vive in un palazzone e in una casa sovraffollata, con Stella – la protagonista –, la sorella Angela, i nonni paterni, la zia Marina, e Otto un gatto maldestro. Palazzokimbo per Stella è una moltitudine di storie, di facce, di persone, di scale, di realtà che si incrociano quasi per sbaglio. In Palazzokimbo convivono diverse esistenze, ma tutta accomunate dallo stesso spirito di vivere la vita, quello proprio di Napoli, quello che è implicitamente iscritto nel loro dna. In questo palazzone si convive come fosse una comunità: con frasi, credenze, gesti, abitudini, ognuna diversa. Scene familiari che si rincorrono in Palazzokimbo e piccoli gesti familiari come il nonno che insegna alla nipote a cucina la frittata alla mozzarella, o la zia Marina rinchiusa nella sua stanza dei sogni con i libri di Liala, o gli occhi di questa bambina – Stella – che immagina altri mondi, altre realtà al di fuori della proprio. Consigliato per chi ama Napoli e le storie familiari.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN ANIMALE NEL TITOLO

Standard

download
«Insomma, è la storia di Giovanni, questa.

Giovanni che va a prendere il gelato.
– Cono o coppetta?
– Cono!
– Ma se il cono non lo mangi.
– E allora? Neanche la coppetta la mangio!
Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l’altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche.
Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo».
E’ la storia di una famiglia, della famiglia che rincorre i dinosauri, di Giacomo che narra la sua crescita attraverso i suoi occhi avendo la lente d’ingrandimento su Giovanni, per tutti Giò, che è affetto dalla sindrome di Down.
Giacomo con delicatezza e ironia racconta l’entusiasmo e la gioia di sapere che in arrivo c’è finalmente un fratello, la paura mista ad incomprensione quando Giò nasce, la debolezza e l’insicurezza che traccia il periodo dell’adolescenza e il convivere con un fratello diverso, ma speciale, e la difficoltà a raccontare di questa parte di sé agli altri. Quasi come se gli togliesse qualcosa. Quasi come fosse un demerito. Quasi fosse una cosa di cui vergognarsi, aver paura.
Eggià, la debolezza di credersi sempre sotto scacco. Il mostrarsi in ogni situazione sempre e comunque sul pezzo. Il divieto dei sentimentalismi e la negazione dei momenti in cui la forza viene meno.
Giacomo, e il tempo che passa. Giacomo e la musica. Giacomo e la consapevolezza della diversità, diversità che diventa ricchezza: «Scrollai le spalle. Non lo sapevo se era buffo. A dire il vero mi faceva un po’ impressione. Ma in fondo, pensai, anche il mio migliore amico, Andrea – per essere esatti, quello che era appena tornato a essere il mio migliore amico dopo un periodo di esilio; era colpevole di aver convinto Lavinia, una nostra compagna, a dichiararsi fidanzata sua e non mia – ecco, lui, tanto per dirne una, non aveva i lobi: le orecchie gli sbucavano dalla testa tese e compatte. Siamo tutti fatti diversi, pensai, e il fatto di avere un dito in meno magari avrebbe permesso a Giovanni di calciare il pallone con maggiore precisione, come accade con le scarpe da calcio senza cuciture. Siamo fatti diversi e la diversità a volte può essere un gran vantaggio. Pensai a quegli angeli caduti sulla terra che devono nascondere le ali sotto i cappotti di lana. A Scott Summers, quello degli X-Men detto Ciclope, costretto a indossare sempre un paio di occhiali da sole. Giovanni avrebbe usato calze e scarpe come tutti, salvo poi togliersele nel bel mezzo di una partita, al momento giusto, per scattare al limite dell’area e colpire la palla in quel modo suo, speciale, lasciando il portiere attonito».
Giacomo che combatte con i comportamenti e le ritualità del fratello, Giacomo che oltre ogni cosa prova ad entrare nell’universo di Giò, universo fatto di piccoli gesti, di baci rubati, di risate e saltelli improvvisi, e di tanti e tanti pupazzi lanciati quasi a cancellare distanze, ponti, percorsi aerei.

«Questo perché la sua vita è come un’istantanea. Gio scatta una foto, ci entra dentro e la vive, la tocca, la sporca, magari la straccia, poi ne fa subito un’altra. Tutto si esaurisce nel presente. In quel momento la cosa più importante era il nuovo regalo, punto.
[…]
Gio invece continuava a rimanere nel suo universo parallelo.
Gio giocava con lo stegosauro. Da solo. In silenzio.
Di tanto in tanto ci voltavamo a osservarlo.
E andò così per tutto il giorno.
Dopo pranzo lo chiamammo per il dolce, ma niente: c’era lo stegosauro. E quando venne l’ora di andarsene, di salutarsi, sapendo che ci saremmo visti chissà tra quanto tempo, provai a scuoterlo, a dirgli che venisse a salutare i cugini e gli zii. Ma nulla. C’era lo stegosauro.
Quando ci ritrovammo soli gli andai vicino e gli chiesi: – Gio, perché non sei stato con noi?
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Sì, ma ora non li vedrai per un anno, se non di più.
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Ma il pupazzo lo vedi anche domani. Ci hai fatto fare una brutta figura.
Lui mi indicò lo stegosauro. Come fossi io a non capire.
E io, io gli avrei dato fuoco, a quel dannato stegosauro».
Questo è Giò, ma questo è anche Giacomo, due fratelli che si tendono la mano per annullare le differenze. Quelle che mai dovrebbero esistere.
Giacomo ha avuto il grande merito di raccontarci con spontaneità il percorso che un fratello ha quando vive e sente ogni giorno l’amore, un amore unico, ma esposto a tante fragilità.

Riporto qui il video – da dove è partito un po’ tutto – che Giacomo ha dedicato a Giovanni per la XXI Giornata Mondiale della Sindrome Down.
The Simple Interview: www.youtube.com/watch?v=0v8twxPsszY

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE HAI DECISO DI LEGGERE SOLO PERCHÈ ATTIRATO DALLA COPERTINA

Standard

aspettando-bojangles

Sinossi: Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest’abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou…
Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou… la madre.
Di lei, suo marito dice che dà del tu alle stelle, ma in realtà dà del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento.
Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo.
Per il resto del tempo si entusiasma e si estasia per ogni cosa, trovando incredibilmente divertente l’andare avanti del mondo. E non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo. Un romanzo che lei ama molto e nel quale s’immerge in ogni momento.
Di una sola cosa non vuole sentire parlare: delle tristezze e degli inganni della vita; perciò ripete come un mantra ai suoi: «Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene».

Non starò qui a raccontarvi l’evoluzione del libro, anche perché non è un libro che si presta facilmente ad una recensione.
Possiamo sin da subito dire che l’autore francese, Olivier Bourdeaut, ha esordito nel panorama letterario francese dando prova di originalità uscendo fuori dagli schemi classici della narrazione, e anche del tipo di storia che generalmente viene pubblicato.
Protagonista è un bambino, figlio di due genitori non proprio ordinari presi da un amore folle, e votati a scardinare ogni convenzione e normalità.
Il padre di questo bambino, grazie all’aiuto di un senatore si inventa una professione “l’apritore di garage”, e si diverte chiamare la moglie ogni giorno con un nome diverso, quasi a rinnovare quotidianamente l’amore provato per lei.
L’intensità che aumenta. L’amore che si disvela. Il nome dell’innamorata che muta. Nuovi sentieri d’amore ogni giorno.
Joséphine, Marylou, Renée, e ogni 15 Febbraio Georgette, si perché l’anniversario degli innamorati in casa Bojangles arriva con un giorno di ritardo.
Il pregio del libro di Bourdeaut è che oltre a raccontarci le sregolarità di questi due innamorati, e l’immenso amore che questa coppia si dichiara ogni giorno, a scapito – onestamente – anche della vita del bambino, che si trova a vivere due vite parallele: quella che c’è tra le mura di casa, e quella all’opposto fatta di regole proprie della scuola; riesce a raccontarci anche di come questa bolla di perfezione, questa felicità perenne possa andare in frantumi, possa essa minata, esser messa in pericolo, non essere più la stessa, e se la musica prima suonava ripetutamente in segno di un balletto ora diventa un adagio che poco a poco abbrunisce il tutto in segno della pazzia. La pazzia di chi non si sottrae a vivere la vita senza risparmiarsi mai, e ne viene tremendamente travolto.