LIBRI LETTI: MARCHESINI – RC: OB. 30 – UN LIBRO “FEMMINILE” DOVE L’AUTORE O L’AUTRICE RACCONTI UNA STORIA DI DONNE

Standard

MarchesiniMERCOLEDI300dpiridotta

Descrizione: È mercoledì quando la signorina Else, tremula spilungona dall’aria vagamente trasandata, sale carica di apprensione al quinto piano di un vecchio palazzo. All’interno 10 una coppia di psicoterapeuti accoglie nello studio i racconti delle vite degli altri, delle esistenze sensibili, oscure, inefficaci e corrosive nascoste sotto la crosta delle apparenze, figlie di una felicità perduta, mai cercata o di un’aspirazione assoluta. Un danno antico ha spezzato la vita felice della signorina Else; il suo tempo si è fermato a quel tempo memorabile, il pensiero ha assunto il passo del rimpianto. Bisognosa di simpatia, è incapace di farsi aiutare. Inaspettatamente attiva diviene durante una rocambolesca e clandestina avventura in un luogo dello studio sorprendente, da dove, al buio, si troverà a spiare l’esplosione ciarliera e appassionata di Zelda, una paziente dall’aspetto eccentrico, ridicolo, la cui grazia equina rivelerà un animo vibratile e realista. È una donna emotiva, carnale, densa e tanto vera! Dal dottore non va per sua volontà, depressa per procura del marito, si scopre divertente e così luminosa. La luce del buio del mistero illuminerà l’angolo scuro ed angusto dove Else si è ritirata a vivere. Le due donne diventeranno amiche in un tempo nuovo in cui l’esistenza estrema di Maria, la bellissima ragazza che abita all’interno 9, calerà la sua esaltante tragedia.

Ritorna la Marchesini col suo stile ridondante, ampolloso, claustrofobico. Niente è proprio la sua cifra stilistica, non voglio credere che sia un esternazione della padronanza della lingua, anche perchè non le servirebbe, la ricordiamo tutti a teatro nelle sue splendide interpretazioni. Bisogna ricordare che però l’esagerazione spesso è controproducente.
In questo libro ci troviamo in compagnia di tre donne, che ogni mercoledì sulle scale di un condominio incontrano i propri sguardi. Sguardi pesanti. Sguardi assenti. Sguardi sofferenti. Il male dell’anima, che è quello di vivere come non si vorrebbe. Loro, donne del dolore, Else, Zelda, e Maria provano a riemergere dalla propria inquietudine, insoddisfazione, incertezza, attraverso l’aiuto di uno psicoterapeuta. Ma non sempre le parole riescono a guarire tutto, quando forse ormai è troppo tardi.

LIBRI LETTI: OATES – RC: OB. 10 – UN LIBRO IL CUI CONTENUTO RIGUARDI LA MUSICA

Standard

2791529

«Nel regno animale i deboli soccombono presto. Questa è la religione: l’unica»

Un Oates veramente matura, un romanzo pieno, ricco, alle volte anche eccessivo come la scrittrice alle volte sa fare. Quarant’anni di esistenza si dipanano in queste pagine.
Siamo a Chatauqua Falls, al confine canadese, nel 1959, siamo in compagnia di una famiglia ebrea che fugge dalla ferocia nazista, e saliti sopra una nave di fortuna verrà alla luce la protagonista del romanzo: Rebecca Shwhart, la figlia del becchino.
E qui impariamo a conoscere questa famiglia, questa bambina silenziosa, taciturna, questa bambina che ama la scuola e ama le parole, ama il lessico, tanto da vincere un premio della contea, ricevendo lo sprezzo dei genitori. Conosciamo la vita anche di questi fratelli, il primo semianalfabeta, quello di mezzo troppo scomodo, e nato nel momento sbagliato per aspirare a qualcosa di più che questa triste famiglia può dargli.
Conosciamo Jacob, un padre che colto dall’insoddisfazione personale, da una mancata soddisfazione lavorativa, – visto che ora fa il becchino – impazzisce, degenera, crede di fare il bello e il cattivo tempo dei suoi familiari, come fossero oggetti inanimati, come fossero pedine, fino al triste epilogo: gli spari.
Lei Rebecca, ormai traumatizzata, cercherà braccia amiche per colmare mancanze di affetto, braccia anche sbagliate, con sentimenti frettolosi, sentendosi sempre un oggetto in mano a degli uomini che decidono per lei, che cercano di comprarla, di comprare la sua storia.
Rebecca, cambierà anche identità, e avrà un figlio, Zack, l’unico vero motivo della sua esistenza, il prolungamento dei suoi sogni, sogni infranti per esser caduta in mani sbagliate, in mani nemiche. Lei, schiva, diffidente, a volte anche cinica, con quella sua risata che fa scappare gli uomini proverà a ricominciare, viaggiando da un luogo all’altro fino a mettere nuove radici, radici morbide, soffici, radici che le entrano dentro per necessità, quella necessità di vivere e di voler guardare avanti senza girarsi indietro dove c’è ancora il sangue che sporca il pavimento.
Rebecca ci ha provato, e neanche lei ancora sa se ci è riuscita o meno a vincere questa sua battaglia, la battaglia di un popolo, di una terra, di una razza, la battaglia degli stranieri, che solo tra le pagine prenderà vigore e rivelerà ad ogni lettore la sua verità.
Un piccolo appunto sugli avvenimenti solo italiani: il titolo originale era The Gravedigger’s Daughter, cioè, La Figlia del Becchino, e qui invece, chissà per quale motivo, forse per paura che non potesse vendere un titolo del genere e per far saltare dalla sedia qualche bigotto di turno è stato tradotto come La Figlia dello Straniero, peccato.

 

LIBRI LETTI: MURAKAMI – RC: OB. 1 – UN LIBRO SCRITTO NELL’ANNO IN CUI SEI NATO

Standard

712ijduvxl-_sl1500_

«Pretend you are happy when you are blue it isn’t very hard to do».

Descrizione: Fino ad allora Hajime aveva vissuto in un universo abitato solo da lui: figlio unico quando, nel Giappone degli anni Cinquanta, era rarissimo non avere fratelli o sorelle, aveva fatto della propria eccezionalità una fortezza in cui nascondersi, un modo per zittire quella sensazione costante di non essere mai lí dove si vorrebbe veramente. Invece un giorno scopre che la solitudine è solo un’abitudine, non un destino: lo capisce quando, a dodici anni, stringe la mano di Shimamoto, una compagna di classe sola quanto lui, forse di piú: a distinguerla non c’è solo la condizione di figlia unica, ma anche il suo incedere zoppicante, come se in quel passo faticoso e incerto ci fosse tutta la sua difficoltà a essere una creatura di questo mondo.
Quando capisci che non sei destinato alla solitudine, che il tuo posto nel mondo è solo là dove è lei, capisci anche un’altra cosa: che sei innamorato. Ma Hajime se ne rende conto troppo tardi – è uno di quegli insegnamenti che si imparano solo con l’esperienza – quando ormai la vita l’ha separato da lei. Come il dolore di un arto fantasma, come una leggera zoppía esistenziale, Hajime diventerà uomo e accumulerà amori, esperienze, dolori, errori, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell’altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto, quella in un altrove indefinito, a sud del confine, a ovest del sole. Una vita che forse, venticinque anni dopo, quando lei riappare dal nulla, diventerà realtà.

Davvero bello, ogni elemento ha senso, dal significato dei nomi all’espressione loquace del titolo che ha rimandi musicali (elemento caro a Murakami), per non parlare poi dei due protagonisti Hajime e Shinamoto unici e indimenticabili. Si legge della distanza, degli affetti mancati, della vita che si evolve, avanza, e del rimorso che da dietro l’angolo torna a trovarti, ti fa sentire incompleto. E se avessi fatto un’altra scelta la mia vita come sarebbe stata? Ecco, Murakami indaga l’evoluzione del sistema vita, che ha un suo inizio, un suo fine e un suo centro, ed è proprio in quel centro che avvengono tutti i cambiamenti, tutto ciò che ci rende felici, tutto ciò che rende completi dove dentro di noi – seppur coperti di affetti e amori, e un lavoro niente male – regna l’inverno più profondo. Ma non è mai troppo tardi per recuperare, per tornare sui propri passi e completare insieme un percorso che ha il suo inizio tra i banchi di scuola, per arrivare proprio lì, ad Ovest del sole, dove si nasconde la vera felicità o l’aridità delle emozioni. Quella felicità intima, sempre diversa, mai uguale alle altre, quel deserto mai sempre lo stesso, e mai facilmente percorribile.

“Vista dall’esterno, la mia vita sembrava perfetta e talvolta anche ai miei occhi appariva così: avevo un lavoro che svolgevo con entusiasmo e guadagnavo abbastanza bene. Ero proprietario di un appartamento di quattro stanze, di un villino, di una BMW e di una jeep. La mia era una famiglia felice, amavo mia moglie e le mie due figlie. Cosa potevo desiderare di più dalla vita? Quando arrivò l’autunno avevo preso una decisione. Ero arrivato alla conclusione che non potevo più continuare a vivere così.”

LIBRI LETTI: VESPA – RC: OB. 29 – UN LIBRO DELL’AUTORE PIÙ ODIATO

Standard

600x600bb_85

Descrizione: Giulio Cesare e Silvio Berlusconi, Elena di Troia e Patrizia D’Addario, Cleopatra e Carla Bruni, Marilyn Monroe e Noemi Letizia, Vittorio Emanuele II e Gianfranco Fini, Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, Madame Pompadour e Ania Pieroni, Anna Bolena e Monica Lewinsky, Eleanor Roosevelt e Michelle Obama, Richelieu e Gianpaolo Tarantini, Cavour e Massimo D’Alema… Sono centinaia i protagonisti di questo sorprendente libro di Bruno Vespa, che va a scavare in duemila anni (anzi, in tremilacinquecento) di esistenze umane per raccontare un unico tema, che come una melodia ricorrente ha accompagnato tutte le epoche: il ruolo delle donne – e, quindi, il peso dell’eros e del sesso, ma anche la loro presenza rassicurante e protettrice – accanto agli uomini che hanno fatto la storia. L’attualità italiana è, come sempre, dirompente. Per le vicende che hanno coinvolto le frequentazioni femminili del presidente del Consiglio e dettato una parte rilevante dell’agenda politica del 2009. Per le questioni familiari di Berlusconi, che hanno portato a una richiesta di divorzio da parte della moglie Veronica. E per la discussione che si è aperta sulle molte, troppe violazioni della privacy di uomini pubblici, siano essi il presidente del Consiglio o quello della regione Lazio, Piero Marrazzo, protagonista dell’ultimo scandalo a sfondo sessuale. Ma il libro spazia nei secoli passati e in ogni paese del mondo, e ci mostra che quasi tutti i potenti hanno avuto un enorme interesse per le donne, e che le donne hanno saputo approfittarne in modo talvolta intelligente, spesso spregiudicato (Cleopatra rappresenta, in questo senso, un modello forse insuperabile). Così, pagina dopo pagina, si aprono al lettore scenari inediti: papi rinascimentali che accrescono il loro potere sistemando figli e nipoti, le favorite dei re di Francia più colte e brillanti (oltre che più belle) delle stesse regine, Napoleone vittima delle sue amanti e della sua incredibile ingenuità, Garibaldi scrittore di appassionate lettere d’amore, Cavour che rinuncia al matrimonio per il potere… Ma anche la bulimia sessuale di John F. Kennedy e di Bill Clinton, gli amanti segreti di lady Diana e la sua guerra con Camilla (tradita a sua volta da Carlo), la furia erotica di François Mitterrand e di Carla Bruni, l’andirivieni sentimentale di Cécilia e Nicolas Sarkozy. E poi, la castità di De Gasperi e Berlinguer, le tante amanti di Gronchi e Craxi, le seconde unioni di Fini, Casini, Bossi, D’Alema, le compagne discrete di Veltroni, Bersani e Franceschini, la vivace vita amorosa di Berlusconi. E tanto altro ancora. In un grande affresco che rivela l’insospettabile influenza avuta dalle “donne di cuori” nella storia umana.

Apprezzabile l’impegno (tra l’altro molto ambizioso), orrorifica la riuscita, si colloca a metà tra il gossip e il ripasso di storia (a volte anche con qualche revisionismo di troppo). Continuo a odiarlo, e disprezzarlo sia come giornalista (se tale può essere definito) che come scrittore (eh, no, non esageriamo, scherzo!).

LIBRI LETTI: ECO – RC: 26 – UN LIBRO DI ARGOMENTO STORICO/AVVENTUROSO

Standard

514NyJ62O3L._SX365_BO1,204,203,200_

Il cimitero di Praga è il sesto romanzo di Umberto Eco, pubblicato in Italia da Bompiani il 29 ottobre 2010.
Protagonista del romanzo è il capitano Simone (Simonino) Simonini, un falsario estremamente cinico che vive nel XIX secolo. Il romanzo è ambientato tra Parigi, Torino e Palermo e rielabora la storia del Risorgimento con dati e personaggi realmente esistiti, tranne il protagonista, unico elemento di fantasia del romanzo.

Descrizione: Lungo il XIX secolo, tra Torino, Palermo e Parigi, troviamo una satanista isterica, un abate che muore due volte, alcuni cadaveri in una fogna parigina, un garibaldino che si chiamava Ippolito Nievo, il falso bordereau di Dreyfus per l’ambasciata tedesca, la crescita di quella falsificazione nota come “I protocolli dei Savi Anziani di Sion”, che ispirerà a Hitler i campi di sterminio, gesuiti che tramano contro i massoni, massoni, carbonari e mazziniani che strangolano i preti con le loro stesse budella, un Garibaldi artritico dalle gambe storte, i piani dei servizi segreti piemontesi, francesi, prussiani e russi, le stragi nella Parigi della Comune, orrendi ritrovi per criminali che tra i fumi dell’assenzio pianificano esplosioni e rivolte di piazza, falsi notai, testamenti mendaci, confraternite diaboliche e messe nere. Ottimo materiale per un romanzo d’appendice di stile ottocentesco, tra l’altro illustrato come i feuilletons di quel tempo. Un particolare: eccetto il protagonista, tutti i personaggi di questo romanzo sono realmente esistiti e hanno fatto quello che hanno fatto. E anche il protagonista fa cose che sono state veramente fatte, tranne che ne fa molte, che probabilmente hanno avuto autori diversi. Accade però che, tra servizi segreti, agenti doppi, ufficiali felloni ed ecclesiastici peccatori, l’unico personaggio inventato di questa storia sia il più vero di tutti.

Complesso è quello che mi viene in mente di primo acchito, ed è forse meglio che lo lasciavo riposare sul comodino. Nel libro, illustrato come i feuilletons tipici dell’800, ci sono tanti personaggi e storie collegati: da Giuseppe Garibaldi a Ippolito Nievo, da un ufficiale di nome Dreyfus, a gesuiti contro massoni, a preti corrotti e dalla dubbia identità, a moti rivoluzionari e confraternite segrete, ma tanto tanto altro Eco mette dentro in questo libro.
Ho faticato veramente ad arrivare alla fine, e per me non il migliore dell’autore che forse ha voluto eccedere in verbosità e strutturazione dei personaggi. Consigliato, forse, solo per i veri appassionati dei romanzi storici. Sconsigliato per chi voglia conoscere Eco, sicuramente questo testo non è il migliore da cui partire.

Darei però da solo cinque stelle a questo stralcio del libro che condivido pienamente: «I preti…Come li ho conosciuti? A casa del nonno, mi pare, ho il ricordo oscuro di sguardi fuggenti, dentature guaste, aliti pesanti, mani sudate che tentavano di accarezzarmi la nuca. Che schifo. Oziosi, appartengono alle classi pericolose, come i ladri e i vagabondi. Uno si fa prete o frate solo per vivere nell’ozio, e l’ozio è garantito dal loro numero. Se i preti fossero, diciamo, uno su mille anime, avrebbero talmente da fare che non potrebbero starsene in panciolle mangiando capponi. E tra i preti più indegni il governo sceglie i più stupidi, e li nomina vescovi.
Cominci ad averli intorno quando ti battezzano, li ritrovi a scuola, se i tuoi genitori sono stati così bigotti da affidarti a loro, poi c’è la prima comunione, e il catechismo, e la cresima; c’è il prete il giorno del tuo matrimonio a dirti cosa devi fare in camera, e il giorno dopo in confessione a chiederti quante volte lo hai fatto per potersi eccitare dietro alla grata. Ti parlano con orrore del sesso ma tutti i giorni li vedi uscire da un letto incestuoso e senza neppure essersi lavati le mani, e vanno a mangiare e bere il loro signore, per poi cacarlo e pisciarlo.
Ripetono che il loro regno non è di questo mondo, e mettono le mani su tutto quello che possono arraffare. La civiltà non raggiungerà la perfezione finché l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduto sull’ultimo prete, e la terra sarà libera da quella genia.
I comunisti hanno diffuso l’idea che la religione sia l’oppio dei popoli. E’ vero, perché serve a tenere a freno le tentazioni dei sudditi, e se non ci fosse la religione ci sarebbe il doppio di gente sulle barricate, mentre nei giorni della Comune non erano abbastanza, e si è potuto farli fuori senza troppo attendere. Ma, dopo che ho udito quel medico austriaco parlare dei vantaggi della droga colombiana, direi che la religione è la cocaina dei popoli, perché la religione ha spinto e spinge alle guerre, ai massacri degli infedeli, e questo vale per i cristiani, musulmani, e altri idolatri, e se per i negri dell’Africa si limitavano a massacrarsi tra di loro, i missionari li hanno convertiti e li hanno fatti diventare truppa coloniale, adattissima a morire in prima linea, e a stuprare le donne bianche quando entrano in una città. Gli uomini non fanno mai il male così completamente ed entusiasticamente come quando lo fanno per convinzione religiosa».

LIBRI LETTI: MONTALCINI – RC: OB. 18 – UN’AUTOBIOGRAFIA/BIOGRAFIA

Standard

cover

Quale modo migliore c’è per conoscere in maniera dettagliata la vita di una grande donna, oltre che eccelsa studiosa quale Rita-Levi Montalcini? Leggere sicuramente una sua autobiografia, forse, è il migliore dei modi.

Sin dalle prima pagine si legge di questa bambina timida, indecisa, spaventata quasi dalla vita, ma soprattutto da un padre austero (di cui ha sempre detestato i baffi, forse per il loro pizzicore), con cui avrà sempre un’affettività distante, e del rapporto con la madre e con i fratelli, che nella loro diversità prenderanno strade differenti, Paola, e Gino si dedicheranno al mondo delle arti, Nina si dedicherà alla vita matrimoniale, e lei Rita seppur avesse propensioni per gli studi letterari si dedica agli studi scientifici. Rita assieme ai suoi affetti è una libera pensatrice (grazie all’appoggio del padre), tantoché può decidere in autonomia della sua vita, e dei suoi studi e della sua religiosità divisa tra la fede cattolica (osservante della madre), e la fede ebraica, ma sempre più laica del padre.

Rita decide di intraprendere Medicina presso l’Istituto anatomico della facoltà di medicina a Torino, dopo aver visto sotto gli occhi morire la propria governante Giovanna Bruatto per un cancro allo stomaco, alla sola età di quarantacinque anni. Si dedica alla vita universitaria, tanto strana quanto difficile per le donne del tempo, e qui conosce un uomo tanto geniale quanto mai fallace, quale Renato Dulbecco, che vinse il premio della medicina nel 1975; tra le pagine  si legge del suo tirocinio e del tema di ricerca che Levi gli assegnò. Il tema assegnato da Levi fu il seguente: ‘in base a quali processi si formano le circonvoluzioni del cervello dei feti umani’ rispetto a sua cugina Eugenia a cui le fu assegnata la ricerca su le ‘tonofibrille nello zoccolo del feto di vitello’, ricerca molto più semplice e di facile compimento (forse, anche perché il professor Levi assegnandoli una ricerca più semplice volesse cercar di togliersi quel magone sulla coscienza per la morte – se non provocata –, ma quantomeno alimentata del prof. Tullio Terni noto sciupafemmine invaghito di Eugenia).

Si legge dei primi invaghimenti, e corteggiamenti da parte di S. e poi di Guido (che risulterà più incline ai suoi interessi), e del vero primo amore per Germano, e dell’intensificarsi del rapporto di amicizia e stima con Dulbecco (che deve molto ai consigli della Montalcini e di studio e di opportunità lavorative che lei riuscì ad aprigli). Si legge del suo trasferimento in Belgio per continuare le sue ricerche e del suo ritorno in Italia, dello sconforto per la situazione italiana, e della tenacia (alimentata anche ai consigli di alcuni amici) di continuare i suoi studi tantoché con l’appoggio della famiglia e dei suoi fratelli Paola (che lei chiamerà sempre Pà) e Gino, farà della sua cameretta il proprio laboratorio personale cui contribuì successivamente anche il suo maestro, Levi. La Montalcini riesce poi a trovare la sua strada nelle ricerche grazie ad un articolo letto su un treno sulla teoria proposta da Hamburger che lei riesce a smentire, asserendo che «la morte [delle cellule nervose e delle fibre emergenti n.d.r.]  era   causata   dunque   dalla   mancanza   di   un   fattore   trofico,   e   non,   come   aveva   ipotizzato Hamburger, di natura induttiva, della categoria definita degli organizzatori». Nelle pagine si sente lo sconforto di lei nei confronti dei suoi studi, della sua ostinazione, della sua indifferenza, verso ciò che dietro le mura del suo laboratorio stava accadendo, si sente il disprezzo di Hitler e l’ascesa falsamente miracolosa di Badoglio. Si assiste al matrimonio di Gino con Mariuccia molto più giovane di lui, dell’arruolamento come Crocerossina in guerra, e dell’arrivo di Emanuele (figlio di Gino e Mariuccia), del viaggio con Dulbecco verso gli Stati Uniti seppur con approfondimenti di studi differenti, la Montalcini era lì per ripetere l’esperimento direttamente con il professor Hamburger in persona. Successivamente si legge di disquisizioni più scientifiche come del vitalismo, della teoria neuronale a contatto e a rete (che scatenò idee contrapposte nel tempo (tra Cajal, His, M. Lenhossek  e  W.   Waldeyer, che tra gli italiani trovò approvazione in Levi e Lugaro – portavoci della teoria neuronale a contatto – in contrapposto a Camillo Golgi – portavoce della teoria neuronale a rete –.La controversia tra i sostenitori delle due teorie, è nota come “the battle between the soup and the spark”). Successivamente si legge di Paula Broca, Karl Lashley, Paul Weiss, Roger Sperry, e George Bishop, e poi ancora di Luria, Watson, Sonneborn, Muller. Si legge del rincontro con il suo professore Levi e della sua prima idea vincente (da lei definita come un tartufo, espressione che usa in una lettera mandata alla sorella e alla mamma) sulla validità sulla natura umorale del fattore rilasciato da due tumori (nei topolini e nei polli).

La Montalcini poi per continuare e validare le sue ricerche si trasferisce a Rio de Janeiro, grazie all’aiuto di Herta Meyer, e qui riceve una delusione, perché si accorge che le sue ricerche sui topi sono più complicate di quelle che si aspettava e non danno i risultati da lei aspettati, ma passato questo primo momento di sconforto, riprende con vigore e arriva alla conclusione che l’effetto tumore esiste (seppur nei topi la faccenda si complichi). Successivamente al rientro negli States, la Montalcini viene affiancata negli studi da Stanley Cohen sulla natura chimica del fattore di crescita rilasciato dai tumori. Continuando strenuamente la sua ricerca riesce però a riavvicinarsi a sua sorella Paola con cui condivide una felice analogia nelle relazioni, Paola con Felice Casorati e lei con Giuseppe Levi, rapporti entrambi dettati da profonda ammirazione e affetto. Questa felicità viene disarmonizzata dalla morte della mamma, inaspettata, dopo solo un semplice malore. E li si ritrovano di nuovo tutti assieme, lei, Paola, Gino e Nina, vite diverse sotto lo stesso dolore. E subito dopo per Rita arriva un altro dolore profondo, la morte della sua guida, del suo professore, del suo maestro, Giuseppe Levi, per un carcinoma allo stomaco, all’età di 92 anni.

Scossa da questi dolori la sua vita poi sarà divisa tra St. Louis e Roma, in entrambi i centri si  indagavano gli stessi problemi concernenti lo studio della struttura del Ngf  e del suo meccanismo e spettro d’azione, e qui gli fu di grande aiuto un vecchio amico Pietro Angeletti, che si divise con lei il lavoro quando lei era negli Stati Uniti gestendo il centro di Roma. In questo viaggio alla ricerca e alla validazione del Ngf si aggiunsero poi Vincenzo Bocchini, Pietro Calissano e Luigi Aloe e giovani ricercatori alle prime armi con la speranza attraverso il tirocinio di far fortuna.

Infine il libro si conclude con una riflessione sull’evoluzione dell’uomo, di Lucy, bipede arrivato fino ai nostri giorni, e si discorre sul senso dell’azione dell’uomo, se le emozioni e la temperie culturale siano causa concatenanti  –  nel bene e nel male – dell’azione dello stesso: «i figli dell’uomo   differiscono   da   quelli   di   altri   mammiferi   nella   lentezza   del   loro   sviluppo   somatico   e intellettuale, che li rende dipendenti dai genitori o da chi ne fa le veci, per il lungo periodo che decorre dalla nascita alla pubertà. La lentezza della maturazione delle facoltà cerebrali favorisce lo sviluppo di quello stupendo e complesso congegno che è il cervello dell’Homo sapiens, ma la protratta dipendenza dagli  adulti  lascia  un marchio  indelebile  sulle  strutture  nervose che  presiedono  al  comportamento dell’individuo,   quando,   uscito   dalla   minorità,   entrerà   a   far   parte   della   società   umana.   Il   periodo dell’imprinting che nell’anatroccolo e nei mammiferi si attua nei primi giorni o nelle prime settimane post-natali, nell’uomo non soltanto si protrae sino alla pubertà, ma si estende per tutta la durata della vita, “dalla culla alla bara”. I sistemi etico-sociali ai quali l’individuo è stato esposto nell’età giovanile, sia quelli delle tribù isolate dal resto della civiltà che quelli più elaborati ed evoluti delle civiltà occidentali e orientali contemporanee, determineranno la condotta del giovane e dell’adulto».

 

Un’autobiografia che seppur complessa in alcune parti ci restituisce l’immagine di una donna unica, forte, dalla tenacia mai sopita, di una donna dagli affetti precari, che amava i treni, i viaggi, la libertà di pensiero, votata alla scienza e per la scienza.

Grazie Rita per aver smosso e promosso l’attività di ricerca, anche quando ogni seme di sapere ti si rifiutava davanti gli occhi, ma che tu con ostinazione poi hai fatto fiorire.

 

Postilla: Ngf (nerve growth factor) o fattore di crescita nervoso, è una proteina segnale coinvolta nello sviluppo del sistema nervoso nei vertebrati. È studiata ancora oggi per trovare la cura ad alcune delle più gravi malattie che colpiscono il sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e la malattia di Alzheimer, e ha dato numerose informazioni anche per spiegare la crescita dei tumori. L’Ngf è infine, anche la prima ‘molecola degli innamorati’. Pare che la presenza di questa proteina è più alta all’inizio dell’innamoramento e molto più presente che in coppie consolidate o nei single.

Per questo Rita Levi Montalcini insieme a Stanley Cohen ricevette nel 1986 il premio Nobel per la medicina. Nella motivazione  del Premio si legge: «La scoperta dell’NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo».

Visivamente la Molecola proteica NGF:

Immagine 2

LIBRI LETTI: SETH – RC: OB. 2 – UN LIBRO CON PIÙ DI MILLE PAGINE

Standard

9788850237043_il_ragazzo_giusto

E’ da un po’ che non pubblico nuove letture, ma c’è un motivo, una mia amica mi ha prestato un bel tomone, che non era in realtà in progetto di lettura, è “Il ragazzo giusto” di Vikram Seth (autore indiano), che conta ben 1600 pp. (Si dice che sia il libro in assoluto più completo per conoscere L’India, sarà che io ne sono affascinato moltissimo e quindi non mi spaventano le pagine).
Una lettura che affascina tanto, seppur in alcuni parte è lenta (come in alcuni dialoghi per l’approvazione di una legge, e le relative dissertazioni degli avvocati, o le questioni politiche che sono centrali in pagine e pagine).
Il libro narra la storia di 4 famiglie legate da stretti rapporti di amicizia, di parentela acquisita, che vivono nell’immaginario stato del Purva Pradesh (nel nord dell’india) nel 1951, vale a dire subito dopo la sanguinosa separazione tra India e Pakistan.
I Mehra, i Khan (di religione musulmana), i Kapoor e i Chatterji rappresentano 4 tipi diversi dello spirito del subcontinente e si trovano a scontrarsi e ad unirsi sullo sfondo di avvenimenti storici e politici che hanno segnato l’India.
La storia di queste quattro famiglie segna l’evoluzione di nuovi percorsi politici e sociali, di diverse frammentazioni religiose (indù, musulmani, sikh, tutte in conflitto tra loro), caste (abolite per legge, ma ugualmente sentite nell’intimo dal popolo).
Punto di partenza della narrazione è dato dal rifiuto della giovane Lata Mehra nell’accettare un matrimonio combinato in quanto innamorata di un giovane compagno di università Kabir Durrani che però la sua famiglia, di solide tradizioni indù, non accetterà mai in quanto mussulmano. Ed è da qui che si sviluppano tutte le vicende successive, è da questo rifiuto che la storia si dirama in altre microstorie, seppur la storia di Lata segna il filo conduttore principale. Il libro è corredato da un albero genealogico delle famiglie con i vari personaggi, e di un glossario finale con tutti i termini indiani decisamente molto ricco.
Proseguendo con la lettura, bisogna dire che seppur racconti di un India del 1951-1952, la narrazione è tanto attuale!
Nel finale si ha un po’ l’amaro in bocca, perché Lata, sembra sottomettersi alla tradizione, – dopo tutto il suo ribellarsi – alla sua cultura, e sposare l’uomo che gli arrechi meno problemi, sembra che faccia la scelta più conveniente e facile, e non difficile, dolorosa, in nome dell’amore.

Consigliato per chi ha una spiccata ammirazione per le terre indiane, per i suoi profumi, odori, per la sua storia, ed evoluzione, per il suo progresso lampo in campi come quello informatico e ingegneristico, per i suoi difetti, ma anche le sue manie. Per chi non ama tutto ciò non leggetelo, anche perché dentro ci sono pagine e pagine che potevano benissimo essere tagliate, ma la sintesi sicuro non è dono dell’autore.

LIBRI LETTI: KIRCHHOFF – RC: OB. 17 – UN THRILLER

Standard

image_book

Descrizione: “Perché amare fa più male che uccidere?” Willem Hold, il killer sentimentale protagonista di queste pagine, ha buone ragioni per porsi una simile domanda. Ha appena scoperto che è facile fare cazzate quando si ha la ‘fortuna’ di incontrare la donna dei propri sogni. Lui l’ha incontrata e l’ha fatta veramente grossa: ha ucciso il più grande critico letterario tedesco anziché il ricco industriale per cui era stato pagato…

I personaggi (in ordine di apparizione):

Willem Hold, si sente appena un ventenne, ma purtroppo non lo è; assente dalla Germania per dieci anni per fondate ragioni, vi torna per uccidere un uomo.
Lou Schultz, poco sotto i trent’anni, bella e maledetta; con la sua bellezza, si guadagna da vivere; in circostanze tutte da chiarire, è entrata in possesso d’un Picasso; siede accanto a Hold sul volo per Francoforte, in prima classe.
Homobono Narciso, ex maggiore con una sola mano, una volta uomo dei reparti speciali contro i ribelli, poi mediatore di servizi d’ogni genere; nella sua unica mano c’è più sporcizia che in due.
Dr. Cornelius Zidona, rappresentante d’affari di talento e avvocato dalla parlantina facile, è in grado di disquisire su qualunque cosa, dalle macchine scavatrici per l’edilizia alla propria virilità.
Ollenbeck, scrittore esordiente di successo: un libro solo, e già è il nuovo idolo della letteratura tedesca.
Louis Freytag, grande critico letterario, uomo senza età, è ucciso per errore, ma anche dopo la sua morte sembra vivere l’ombra della sua autorevole influenza.
Carl Feuerbach e Helene Stirus, entrambi ex poliziotti, poi detective privati con il loro primo incarico: rintracciare il Picasso sparito; coabitano forzatamente e si danno del lei per precauzione.
Johann Manfred ‘Big Manni’ Busche, imprenditore sulla cinquantina; sin da piccolo sognava enormi scavatrici, poi ha accumulato miliardi facendo affari col leasing; è la vittima designata.
Vanilla Campus-Busche, fra i trenta e i cinquanta, annunciatrice della televisione fino al giorno d’un mitico scivolone che le ha dato la celebrità, poi vip di professione e moglie di Busche; ha appena pubblicato il suo primo libro, “Bodymotion”, un manuale del sesso.
E inoltre vari personaggi dei media e del mondo dello spettacolo (veri o inventati) e, ‘last but not least’, un certo Signor Franz, proprietario d’una vecchia barca malandata sul Lago di Garda, alla fine arca dei sopravvissuti…

Un libro particolare, un thriller che inizia con un omicidio ma non si conclude con un arresto, tanti i personaggi che fanno da sfondo alla storia, a quella Francoforte in cui si tiene la Fiera del Libro e in cui tanti loschi individui, alquanto mediocri, cercano di sfidare la fortuna. Numerose le ingerenze dell’autore nel libro, seppur non prendano il sopravventoper fare una critica a taluna o tal’altra cosa; nel complesso un thriller godevole, che definirei senz’altro romantico, un thriller romanzo che non scade nel banale e nel mieloso, e tanto basta per dargli una chance di lettura. Se ancora non siete convinti, e poi non vi piacerà, di certo non potete prendervela con l’autore: il titolo vi aveva avvertito! (ah, ah, ah).

LIBRI LETTI: GINZBURG – RC: OB. 11 – UN LIBRO DEL MESE (CLUB DI LETTURA)

Standard

ginzburg

Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel genere: fatto di espressioni, parole, modi di dire cari a personaggi che Natalia ci presenta nel testo.
Natalia ci descrive con una buona caratterizzazione i personaggi che si sono avvicinati alla sua vita, come familiari, amici, parenti, personaggi della cultura del tempo.
Numerosi i riferimenti all’opera magistrale di Proust “La Recherche” (che ancora mi aspetta al varco), su cui la scrittrice pochi anni prima dell’uscita di questo romanzo stava lavorando alla traduzione italiana. L’influsso è inevitabile. Come quel descrivere le vicende familiari goccia per goccia (reminescenze proustiane di quanto avevo iniziato la lettura).
La bellezza di questo libro sta, almeno per me, soprattutto nel linguaggio, e nella sua rivitalizzazione, un parlato come detentore di un entroterra, di memoria, di storie racchiuse dietro un lemma, di esperienze che all’inizio appaiono vaghe, ma che poi la scrittrice decripta.

Natalia descrive molto bene le gesta del padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che nel testo viene descritto come il classico ‘padre padrone’ del nucleo familiare, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua famiglia. Autoritario, scorbutico, pignolo, tanto che impone alla famiglia docce fredde, o gite in montagne sfinenti, a dispetto della madre di Natalia, dolce, che nient’altro avrebbe desiderato che una villetta con giardino.

Ci troviamo negli anni ’30 a Torino, una città intellettuale che le farà incontrare Cesare Pavese, gli Olivetti, l’editore Einaudi, Eugenio Montale e tanti altri. Nel libro si parla anche di Mussolini e di leggi razziali, ma anche dell’incarcerazione del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone da cui prenderà il cognome.

Oltre la bellezza e la radicalità con cui Natalia fa espressione nel libro dei termini cari alla sua terra di vita, quello che sorprende – forse di più – è la levità con cui descrive tutti gli avvenimenti, quasi ne avesse ormai distacco completo, quasi che non avessero coinvolto lei, e lei stesse facendo solo una telecronaca, ma invece no, Natalia va al di là di questo distacco, decide di non cambiare neanche i nomi, facendo restare nella narrazione quelli originali.

Nel libro indimenticabili sono queste bellissime espressioni:

«Negrigure» (atto o un gesto inappropriato), le «Babe» (le amiche), «Malegrazie» (sgarbi, gesti da villani), gli «Sbrodeghezzi» o «Potacci» (comportamenti ineducati a tavola o i quadri moderni), «Sempio» (stupido) o «Pipite» (pellicine).

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.
Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà ‒ Egregio signor Lippman ‒ e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”».