LIBRI LETTI: OATES

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Misfatti, racconti di trasgressione è una raccolta di 21 racconti apparsi in diversi riviste e antologie. Si conferma la potenza narrativa, la poliedricità, l’eleganza e l’abilità infinita di Joyce Carol Oates che in ogni racconto non eccede, resta sempre misurata, mai una parola che eccede o che si sente mancare. L’equilibrio che si fa parola. La famiglia che diventa il regno consacrato e sconsacrato dall’autrice con le sue disfunzioni, quelle vendette covate in sordina, le follie di uomini fallocentrici e di donne ingombranti. L’esasperazione dei sessi. Tanto maschili quanto femminili. Il gioco a incastro e la dannazione dell’American way of life mancato, sfuggito.
Misfatti rappresenta il tratto che può insidiarsi dentro di noi. Persone comuni. Vite ordinarie in preda a una follia incontrollata. Misfatti che si compiono per vendetta, per sopravvivere, per salvarsi, per riprendersi da un tradimento, da una gelosia, per estendere la fantasia malata e circoscriverla nella realtà, provando a dominarla per poi esserne dominati.
I mali, o meglio i misfatti raccontati dall’autrice sono situazioni e contesti quotidiani, in cui chiunque potrebbe immedesimarsi, potrebbe rivedere davanti ai suoi occhi scene che hanno il sapore passato, in cui ogni protagonista cerca il riscatto, la sopravvivenza a ciò che come una spada di Damocle sembra pesargli troppo e così si finisce per eccedere, si annullano barriere, si ritorna ai primordi, all’origine senza valori etici, morali, sociali, sessuali, e si compiono i Misfatti, si trasgredisce con naturalezza, attraverso il morbo del male, spesso nascosto, perlopiù dominato da noi uomini, soggiogati dalla possibilità di una crudeltà spesso ricambiata.
La copertina raffigurante una macchina fotografica è davvero azzeccata e ben identificativa di questa raccolta di racconti che come fotografie, scatti, flash ci racconta di realtà sociale con valori impoveriti di uomo – in quanto essere vivente – disumanizzato, di disgregazioni sentimentali esasperate diventate ossessione. Una prigione.

 

LIBRI LETTI: HADDON

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«Spunta l’alba e per un breve momento il pontile in rovina è bellissimo, ma l’epicentro di una cittadina si sta già spostando a est, lungo la passeggiata in direzione del delfinario e della piscina d’acqua salata. Il pontile sta già diventando qualcosa da lasciarsi alle spalle. La gente va a ritirare le foto delle vacanze. Qualcuna contiene le ultime immagini di familiari che adesso sono morti. Sorridono, si riparano gli occhi, mangiano patatine e tengono in braccio enormi orsacchiotti di pezza. Hanno solo pochi minuti di vita ancora. In una, veramente pazzesca, un adolescente sta già cadendo, la bocca spalancata come se stesse cantando. Si celebrano i funerali e comincia la battaglia legale. La vernice si scrosta, il metallo arrugginisce. I gabbiani si radunano sulle giostre e sui belvedere. Le lampadine si spaccano, i colori sbiadiscono. I cormorani nidificano sull’impalco marcio. Quando il vento si alza le cabine della ruota paronimica oscillano e cigolano. La galleria degli orrori diventa un covo di pipistrelli grandi e piccoli; il groviglio di travi sott’acqua una dimora per le anguille di mare e i polpi. Tre anni dopo un uomo che cammina lungo la spiaggia col cane troverà un teschio sbiancato dal mare gettato a riva di una tempesta invernale. Verrà seppellito con regolare rito funebre in un angolo del cimitero della St Bartholomew’s Church sotto una lapide su cui ci sono incise queste parole: ‘anche il regno dei cieli è simile a una rete gettata dal mare, che raccoglie ogni sorta di cose’.

 

Già da questo stralcio evocativo si può capire la dimensione onirica, ma anche lirica e intensa che Haddon ci regala. Il libro è composto da 9 racconti molto diversi tra di loro: ci si imbatte in un ospite inaspettato nel giorno di Natale, un vecchio pontile che crolla sotto gli occhi sorpresi dei villeggianti, di una storia sul peso della propria corporeità e di come questa diventa un macigno, una zavorra (forse il più bel racconto, quanto doloroso, della raccolta), di una foresta tropicale che nasconde e oscura il passaggio di uomini non ancora coscienti del proprio mondo interiore, due ragazzini alle prese con una semiautomatica e per gioco e quasi per caso vedono segnare per sempre il loro destino. I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura è una raccolta che merita la lettura, in quanto l’autore dà prova di versatilità, e dopo l’indimenticabile Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte in maniera diversa e opposta ci racconta di altre paure, di animi umani in conflitto, di sentimenti voluti e a volte non rispettati, di un mondo interiore, e di una terra che a volte ci è amica ma tante altre è lì pronta per farci pagare il conto per azioni sconsiderate commesse.

 

“Non riesce a credere che qualcuno sia in grado di sopportare questo genere di dolore. Pensa ai pastori insonni nella neve azzurra, stretti nelle loro pelli, in attesa dei lupi, armati solo di una fionda. Pensa ai soldati che tornano da ogni campagna estiva senza gambe e senza braccia, i monconi come cera fusa. Pensa alle donne che partoriscono in tuguri di pietra con tetti che perdono e pavimenti di fango. Pensa a quel che occorre sopportare per vivere vite del genere, e comincia a capire che la richezza l’ha privata dell’unica dote che le serve adesso”.

LIBRI LETTI: OATES

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Figli randagi è il titolo di un raccolta di racconti edita da E/O della ormai autorevole Joyce Carol Oates. La raccolta di racconti è composta da sei storie scritte fra il 1965 e il 1972, quando l’autrice, comincia ad ottenere i primi riconoscimenti importanti, si pensi al National Book Award che le viene conferito nel 1970.
I racconti che compongono la raccolta sono:
– Dove stai andando, dove sei stata?
– Desideri appagati
– Figli randagi
– Una ragazza sull’orlo dell’oceano
– Nella regione di ghiaccio
– Sabato di follia

Protagonista assoluta della raccolta è l’adolescenza, un periodo della vita tanto caro all’autrice e più volte descritto nei suoi racconti e romanzi.
I protagonisti sempre ben caratterizzati, sono giovani e giovanissimi, che si avvicinano al mondo degli adulti con incertezza, e sembrano non capirlo, o non riescono ad adeguarvisi.
Dall’altro lato anche gli adulti raccontati non riescono a trovare un proprio centro, una propria stabilità, sono in perenne conferma della propria identità, ma dalla loro hanno l’età che spesso è sinonimo di maturità ma che alle volte è solo apparenza.
Nelle storie un senso di inadeguatezza e solitudine accompagna ad ogni passo questi giovani, a rinforzo di ciò come se non bastasse la Oates – come ormai ci ha abituato – racconta della violenza, che sia essa fisica o psicologica, che fa parte della natura umana così come può essere l’amore e il desiderio.
Un libro che per gli amanti della scrittrice sicuramente non va perso, anzi, racconta in maniera interessante ciò che sul nostro corpo è già scritto: tracce di violenza, solitudine, durezza di vita quotidiana, amore e bisogno d’amore.

Piccola curiosità: Dove stai andando, dove sei stata?, il racconto che apre la raccolta, ha trovato felicemente anche una trasposizione cinematografica nel 1985 con il film Smooth Talk interpretato da Laura Dem e Treat Williams per la regia di Joyce Chopra.

LIBRI LETTI: SIGNORELLI

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Siamo di fronte alla storia di Afrodite e la sua incontrovertibile bellezza e di Efesto e della sua poca avvenenza, di un colpo di scena, e di un amore cercato, ma non per questo desiderato.
Siamo di fronte ad Ercole e le sue stramberie, con i suoi pensieri e le metamorfosi, con i suoi pesci rossi e mari di incomprensione, se non con un misero farmaco altisonante: Risperidone.
Siamo di fronte alla storia di un’amicizia, ma anche di un aiuto psicologico che si rivelerà fatale tra Francesca e l’irresistibile Narciso: «posso aiutare quel ragazzo bello come un angelo e infelice di vivere. Proprio io che non riesco neanche ad aiutare me stessa. Solo io lo posso aiutare in questo momento».
Siamo di fronte alla storia di Elena e Menelao di un caffè atteso, di una baruffa, e dell’inaspettato condito da elementi surreali e grotteschi con cui si dovrà fare i conti.
Siamo di fronte alla storia di Cristina, Mario e Daniela di schermaglie personali e di accidentali eventi lavorativi, del piano di simmetria tra privato e pubblico, tra quel che si vorrebbe per gli altri e quello che forse non si vuol vedere/scoprire di sé.
Siamo di fronte alla storia di Mida, di sua moglie, dei figli e dell’arrivo sempre più intenso dei migranti; di come la famiglia si relaziona e di come la struttura sociale stia evolvendo.
Siamo di fronte alla storia di Penelope e Ulisse, di un ritorno immaginato, sperato; di una distanza, del tempo ritrovato, atteso, dilatato, ma anche della menzogna, ma poi: «finirà che tornerai. Ti aspetto per l’ultimo viaggio e saremo come struzzi che si contano le rughe del collo e ridono. Perché si ride quando si è finito di piangere».
Siamo di fronte alla storia di Megera, Sergio ed Ada, di un intreccio familiare 3.0 tinto di qualche elemento surreale – come piace all’autrice – che evolverà nell’esigenza di una propria intimità.
Siamo di fronte alla storia di Anna e dei suoi tulipani, o meglio della ricerca minuziosa dei tulipani perfetti, non gialli o con sfumature di colore diverse, ma rossi, di tonalità non troppo viva, ma anche della sua incertezza, della mani che tremano di un rimorso per un gesto mancato.
Siamo di fronte a Persefone e alla mamma – in pieno stile british – e di quell’arte millenaria che è la degustazione del tè, ma siamo anche di fronte all’incomprensione, all’Inferno e il Paradiso che può generare la distanza.
Siamo di fronte all’amore di Arianna e Teseo, del romantico Teseo che delicatamente si lascia cullare dai ricordi per poi venir svegliato dalla realtà, da ciò che l’amore ti getta indosso anche quando non ti aspetti. Non ci si può far niente, l’amore è anche questo, negazione di un attimo che si vorrebbe rimanesse eterno, e invece poi ti trovi confuso, non riconosci la via d’uscita, perdi l’orientamento, tutto sembra una finestra sulla perdizione.
Siamo di fronte alla storia di una casa di riposo, Villa Serena, di Gino, di Gemma, e di Luciana amorevole assistente degli anziani che si diverte a punzecchiare e rivitalizzare i sogni strambi e stonati di anime che aspettano il passaggio dal qui e ora all’altrove.
Il ciclo delle storie si chiude con il vaso di Pandora, da dove tutto nacque e da dove tutti i mali – e eufemisticamente – anche le storie son venute fuori. Storie che richiamo tutti un riferimento al mondo della mitologia, con contaminazione moderne e hi-tech che l’autrice ha saputo ben gestire, oltre allo stile spesso canzonatorio che non stanca e distende tutta la narrazione.
Se volete entrare e conoscere il vaso di Pandora macchiato di tinte mitologiche ma anche fortemente moderne il libro di Stefania Signorelli può a fare al caso vostro, perché se Afrodite bacia tutti, di certo tutti non sono all’altezza di poter baciare Afrodite.

Note sull’autrice: Stefania Signorelli, classe 1973, è una maestra.Dopo aver conseguito i titoli in “Operatore dei servizi bibliotecari”, “Scienze dell’educazione”, e “Scienze della Formazione primaria” è uscita dal tunnel della saggistica e ne è lieta.

LIBRI LETTI: CAMERON

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«Io non l’ascolto: sono tutte sciocchezze. Sto elaborando un nuovo problema: trovare il valore di n tale che n più qualsiasi altra cosa nella vita ti faccia sentire felice. A che cosa equivarrebbe n? Trova n».

Dal risvolto di copertina: In un passaggio apparentemente marginale del racconto che dà il titolo a questa raccolta, la protagonista offre al suo professore di matematica, passato a trovarla, un bicchier d’acqua. Poi, mentre lo guarda, la ragazza è colpita dall’assoluta naturalezza di quel gesto, che l’uomo compie «come se in vita sua non avesse fatto altro che venire da me in cucina a bere acqua». È un tocco inconfondibile, che condensa in una riga tutta l’atmosfera di cui abbiamo bisogno. Ma è anche di più: è la conferma che qualsiasi vicenda ci narri – si tratti di un ragazzo che in casa decide di non dire più una parola, mentre intrattiene una fitta corrispondenza con i carcerati; di un adolescente che, alla morte del suo cane, si convince che nelle formule dell’algebra si annida il segreto della felicità; o di una coppia di ragazzi gay in visita presso una nonna eccentrica e molto amata –, Cameron sembra appunto non aver mai fatto altro che scrivere storie per noi. E come nei suoi ammiratissimi romanzi, ci offre qui, con la sua voce fresca e generosa, storie di giovinezza, inquietudine e nostalgia, di amori e famiglie e vita quotidiana che non dimenticheremo facilmente.

In 7 racconti Cameron dà il meglio di sé, certo per me non tocca le vette del bellissimo e intensissimo Un giorno questo dolore ti sarà utile, ma siamo sullo stesso registro: la fotografia dei sentimenti.
Peter riesce a parlarci di cose ordinarie, semplici, comuni, come una sedia, una finestra, una paesaggio, un bicchiere d’acqua, un letto, un fermaglio, un edificio, e come la neve scende soffice sopra le teste dei personaggi dei racconti così Cameron in maniere lieve e con candore riesce a farci sentiti i battiti, gli attimi, le ansie e le paure di ogni vita umana, anche quella apparentemente inanimata.
Alti livelli per lettori che riescono ad andare oltre la velocità della nostra società postmoderna.

LIBRI LETTI: OATES

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Tu non mi conosci è una raccolta di racconti apparsi in svariate riviste e antologie, come: «Harper’s», «Michigan Quarterly Rewiew», «Witness», «Playboy», «Yale Rewiew», «Boulevard», «Salmagundi», «Ellery Queen Mistery Magazine», e in «Georgia Rewiew», «The Observer» e «Fiction».
Una raccolta di 19 racconti alcuni dei quali hanno ricevuto anche importanti riconoscimenti come Pushcart Prize o l’O. Henry Awards. Seppur il tema è abbastanza lo stesso per tutta la raccolta la Oates sa coinvolgere, sa mostrare le debolezze umane magistralmente, sa intrecciare e raccontare storie di uomini, donne, bambini in maniera impeccabile, peccato però che qualche volta qualche racconto è troncato, senza una fine vera e propria.
Non starò qui a dirvi la trama di ogni racconto, che per alcuni ho immaginato – in realtà la costruzione – dei veri e propri romanzi a sé, ma indicherò il sentimento/elemento predominante di ognuno di essi. Il libro è consta di quattro parti.

La parte prima è composta dai seguenti racconti:

Riccioli Rossi: Confessione
Nascondersi: Speranza/Remissione
Non sono tuo figlio, tu non mi conosci: Memoria
Me&Wolfie, 1979: Violenza
La ragazza con l’occhio nero: Sottomissione

La parte seconda è composta dai seguenti racconti:

Cumberland Breakdown: Risentimento
Tappezzerie: Violenza psicologica
Il lago di Wolf’s Head: Osservanza
Felicità: Segretezza
Fuoco: Rivelazione
L’insegnante: Condanna

La parte terza è composta dai seguenti racconti:

Il teschio: una storia d’amore: Debolezza
Le morti: un’elegia: Distanze e Ambiguità
Jorie (&Jamie): una testimonianza: Disperazione
La signora Halifax e Rickie Swann: una ballata: Amore impossibile

La parte quarta è composta dai seguenti racconti:

Tre ragazze: Ammirazione
I mutanti: Ossessione

LIBRI LETTI: JOYCE – RC: OB. 15 – UN LIBRO DI RACCONTI

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Gente di Dublino è una raccolta di racconti dello scrittore James Joyce, fu pubblicato sotto pseudonimo e non ebbe una gestazione editoriale molto semplice, fu molte volte rifiutato dagli editori del tempo.
Protagonista è Dublino e la sua gente, nei gesti comuni, nelle cose quotidiane, nella semplicità dell’errore e del fallimento.
I due temi cardine del libro sono il fallimento e la fuga, la prima è data dalle condizioni politiche e religiose, la seconda è sua conseguenza, tuttavia vana, perché mai destinata a compiersi.
Il libro sembra descrivere le fasi della vita attraverso l’infanzia (es. con racconti come Le sorelle o Arabia), l’adolescenza (es. con racconti come Eveline, I due galanti), la maturità (es. con racconti come Una piccola nube, Un caso pietoso) e, infine, la vita pubblica (es. con racconti come Una madre, La grazia).

I racconti che ho apprezzato di più sono stati:

– Eveline, per questa ragazza e per il suo innamorato Frank, per un amore desiderato ma mai vissuto.
– Una piccola nube, per Chandler e Gallaher, in nome di un’amicizia, in nome delle passioni, in nome della paura di sentirsi inutile.
– Ave Maria, per la durezza, e per la debolezza umana, per lo sbaglio e il miraggio di un appagamento impossibile se non in sé, e non nelle cose.
– Un increscioso incidente, forse il secondo più bello della raccolta, per l’analisi e la consapevolezza che si fa sventura, di aver lasciato, di aver abbandonato, e di essere, ormai, soli. Soli di fronte alla paura. Paura di amare.
– La morte, da cui ne hanno tratto anche un film diretto da John Huston, per la forza dell’amore che vive nel cuore, per l’autenticità dei gesti, e degli attimi, per Gretta e Michael, per quello che sarebbe stato, e quello che ancora è.

Altri racconti li ho trovati meno validi, ma di sicuro non è una lettura complicata, o forse mi ero fatto un’idea del libro come difficile e complesso, e invece, no. Certo, in alcune parti e lento e Joyce ci propina lunge descrizioni all’apparenza insignificanti, ma che traggono dalla loro insignificanza l’elemento vitale della riscossione umana, per poi ricadere nel torpore.
Felice di aver colmato questa lacuna.

«Il mio corpo era però come un’arpa e le parole e i gesti di lei eran le dita che accarezzavano le corde».

«Né all’uno né all’altra erano capitate avventure del genere prima di allora e nessuno dei due ci vedeva nulla di male. Poco a poco cominciò ad intrecciare i propri pensieri a quelli di lei; le inviò dei libri, le suggerì alcune idee, divise con lei la propria vita intellettuale. Ella era pronta ad ascoltare tutto.
In cambio di quelle sue teorie, ella talvolta gli confidava qualche avvenimento della sua vita. Con cura quasi materna, lo spingeva ad aprirsi con lei senza riserve; ne divenne ben presto il confessore.
[…]
Ella gli domandava perché non metteva per iscritto i suoi pensieri. A che sarebbe valso, le chiedeva a sua volta, con sdegno apprensivo: per mettersi forse a competere con certi parolai incapaci di pensare per la durata di un minuto?
[…]
Andava spesso a trovarla nella sua villetta fuori Dublino, e spesso trascorrevano soli le serate. Man mano che i loro pensieri s’avvicendavano, gli argomenti della conversazione si facevano meno remoti. La compagnia della donna era per lui come la terra calda per una pianta esotica. Molte volte Mrs Sinico lasciava che le tenebre s’addensassero attorno a loro, astenendosi dall’accendere il lume. La stanza buia e raccolta, l’isolamento, la musica che continuava a vibrare nelle loro orecchie divenivano tramite d’unione. Un’unione che l’esaltava, smussava gli aspetti più duri del suo carattere, conferiva emotività alla sua vita intellettuale. Talvolta si sorprendeva ad ascoltare la propria voce.
[…]
Furono concordi nell’interrompere la loro relazione: qualsiasi legame, egli disse, è un legame di dolore».

«”Ma” continuò Gabriel dando alla voce una inflessione più dolce, “sempre, in riunioni come questa, i tristi ricordi affiorano alla nostra mente: memorie del passato, della giovinezza, dei cambiamenti, dei visi scomparsi di cui sentiamo stasera la mancanza. Il nostro cammino sulla terra è cosparso di molti tristi ricordi, e se dovessimo indugiarvi sempre, non troveremmo il coraggio di continuare bravamente la nostra opera tra i vivi. Abbiamo tutti dei doveri e degli affetti terreni, che reclamano, e a ragione, i nostri più strenui sforzi».

«E lenta la sua anima s’abbandonò mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi, su tutti i morti».

LIBRI LETTI: KRISTOF

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Personaggi senza identità, senza nessuna adesione al mondo in cui vivono, con una percezione distorta e allucinata che li induce a compiere gesti aberranti. Delitti poco esemplari, come quello del ragazzo che uccide i professori più amati per salvarli dalla crudeltà dei compagni, o quello della moglie che uccide il marito per farlo smettere di russare. I gesti estremi vengono compiuti senza alcuna estetizzazione, solo con estraneità, con la consapevolezza, o forse l’intuizione che le menzogne non possono essere perdonate, che le soluzioni arrivano e arriveranno sempre tardi. Vite alla deriva che cercano ostinatamente di tornare a casa, di rivedere in faccia il proprio passato.
Tra tutti i libri della Kristof che ho letto fin ora è quello che ho apprezzato di meno, perché non ha un filo logico, non c’è causalità, ogni azione si dispiega nel suo impeto, senza tante spiegazioni lasciate alla razionalità, ma forse, è proprio questo il punto chiave di questa raccolta di racconti, che però non ha colpito particolarmente il mio interesse.
Quello che ho apprezzato di più, pur non ritenendolo un capolavoro, è il racconto omonimo che dà il titolo al libro.

La vendetta

«Si è voltato a destra, a sinistra, non vede nulla. Ha paura. Forse ha perfino pianto, non ne è sicuro perché la pioggia lo colpiva in viso.
Sopra di lui, il cielo grigio; sotto, la cosa più vicina era il fango.
Dice:
– Perché te ne sei andata? Le tue mani di vetro sono trasparenti come l’acqua limpida dei ruscelli montani. Nei tuoi occhi leggo il silenzio, sul tuo viso il disgusto.
L’indomani dice:
– Il tuo viso è nero, piacere dal riso acuto, eppure vorrei raggiungere la montagna bianca, quella che cercano i viaggiatori sporgendosi dai finestrini di treni senza binari, senza speranza. Viaggiatori senza meta, che, giunto il momento, si appendono ai campanelli d’allarme. Si dondolano così, in compagnia di mio padre e, tra le ruote, i nostri figli mai nati piangono e gridano, e un milione di stelle indicano il cammino.
Il terzo giorno dice:
– Gli sconfitti hanno incassato i colpi senza restituirli. Ma sono diventati cattivi. A sera hanno attraversato il fiume, per aspettare l’ora dei conti dietro gli sbarramenti.
Perfino gli innocenti furono abbattuti.
L’ultimo giorno dice:
– Non domandarmi, – i capelli al vento, – non domandarmi chi ha cominciato, non domandarmi chi ha finito. Tutto quello che so, è che c’è stato un primo colpo.
– Ti vendicherò.
Si è steso accanto a quello che era stato un corpo di donna, ha carezzato i capelli bagnati, o forse era soltanto erba.
Allora cento uomini uscirono allo scoperto sul campo dilaniato dal fuoco e dissero:
– Quando finiremo di piangere e di vendicare i nostri morti? Quando finiremo di uccidere e di piangere? Noi siamo i superstiti, i vili, incapaci di combattere, incapaci di uccidere. Vogliamo dimenticare, vogliamo vivere.
L’uomo nel fango si è mosso, ha alzato l’arma e li ha abbattuti fino all’ultimo».

LIBRI LETTI: FALETTI

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In un lago vive un essere misterioso, che ci descrive la sua esistenza, vissuta nella solitudine di una caverna subacquea. Il protagonista spia gli esseri umani ma se ne tiene lontano, invidia i colori sgargianti del mondo esterno ma si rifugia nelle profondità buie del lago. Percepisce le sensazioni degli esseri umani che irradiano i loro sentimenti ma capisce che mostrarsi a loro metterebbe in pericolo la sua vita.
Un giorno tutto questo cambia con l’arrivo al lago di una ragazza dai capelli rossi. Il misterioso abitante del lago sente che la ragazza è diversa dagli altri umani e ne rimane incantato fino al punto di rischiare la propria incolumità al fine di osservare il più possibile la visitatrice, fino a quando un evento improvviso lo metterà nelle condizioni di rischiare il tutto per tutto per salvare la sua amica…
Un favola pubblicata da Faletti per la collana “Corti di carta” uscita con il Corriere della Sera, che non è sicuro all’altezza dei suoi romanzi, ma che si lascia leggere, intriga, seppur quando l’interesse sta salendo la storia finisce..giri l’ultima pagina, asciughi l’ultima goccia e forse vorresti anche tu una mela dolce da gustare.

LIBRI LETTI: KRISTOF

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Un breve libro dell’autrice, composto da due testi diversi, il primo è un racconto, il secondo una pièce teatrale.

DOVE SEI MATHIAS?: «-Mathias, dove sei? Lasciandoti ho perso tutto. Ho provato a stare senza di te. Ho giocato, rubato, ucciso, amato. Ma tutto ciò non aveva alcun senso. Senza di te il gioco era senza interesse, la rivoluzione senza smalto, l’amore senza sapore».

LINE, IL TEMPO:
«[…]
MARC: – Io non sono tutti. Tu mi amavi.
LINE: – Dieci anni fa.
MARC: – Già, il tempo…
LINE: – Il tempo, sì. Non conosco il tuo passato, Marc. I tuoi dieci anni passati lontano da me. E tu non conosci il mio.
MARC: – Tu non hai ancora un passato, Line. Sei così giovane.
LINE: – Sono giovane, sì, ma ho un passato: te. Per dieci anni sono venuta in questo parco ogni giorno. Tu non c’eri più. Il parco era qui, pieno di bambini, di mamme, di ragazze, di vecchi. Pieno di gente eppure vuoto. Senza di te, per me era un deserto».

Entrambi i testi hanno un elemento in comune – molto caro all’autrice –: l’infanzia. Il tempo che passa, che dissolve l’esistenze, che ti sfugge di mano, che non si può riacciuffare o recuperare. In modo tragico e surreale, l’autrice scrive questi due testi credendo – e pensando – che l’unica causa che vale la lotta non è altro che quella dei bambini. Bambini cresciuti. Adulti bambini. Bambini che si credono adulti.
Seppur non all’altezza di altri testi dell’autrice, devo dire che non mi sono affatto dispiaciuti. Meritano perlomeno la sufficienza – forse anche qualcosa in più –, in considerazione del fatto che oggi della scrittura se ne è fatta una convenienza e non una necessità, cosa verso cui la scrittrice è sempre sfuggita. Scrivere per Agota è necessità, spesso – paradossalmente – troppo dolorosa.