LIBRI LETTI: GIURICKOVIC DATO

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Candidato al Premio Strega 2017, la Figlia Femmina rappresenta l’esordio della catanese Anna Giurickovic Dato. Il libro racconta della vita di Maria, prima bambina e poi adolescente del rapporto con i suoi genitori, Silvia e Giorgio.
Il punto di vista narrativo è quello di Silvia che ci racconta la storia dal di dentro, quasi come una spettatrice della macabra e oscura vicenda.
I luoghi della narrazione sono due: Rabat, in Marocco e poi Roma.
Le cose che mi sono piaciute del romanzo? La scelta di racconta una storia dalla trama scomoda, il presentare di corredo le tradizioni islamiche che si incastrano con la vicenda, gli elementi artistici e floreali che danno colore e tono alla vicenda.
La cose che non mi sono piaciute del romanzo? Come è stata sviluppata l’idea, sembra quasi che questa bambinetta – la figlia femmina che dà il titolo al libro – sia in accordo con i pensieri perversi e incestuosi del padre. Lo stile che non ti fa sussultare, che non racconta e non scava per niente nel dolore, nella sofferenza, negli spasmi di questa bambina. La Giurickovic costruisce una cornice, ma non indugia, non osa, sembra solo raccontare, troppo tranquillamente quella che è una vicenda infelice. L’amore perverso di un padre verso sua figlia. La madre sorda e accecata come una folle spettatrice. Paragonato alla forza conturbante di Lolita, questo libro ne è solo la falsa copia, per non dire brutta. Meglio direi tiepida. Come una minestra riscaldata, che si mangia perché è stata cucinata ma non ha niente a che vedere con quella del giorno prima.
Un esordio per me troppo contenuto, quasi abbottonato. Vedremo, magari nelle sue prossime pubblicazioni trova coraggio, che scegliendo temi del genere, devi per forza avere. Se non te li prendi il risultato è questo: La figlia femmina, Fazi, operazione bella e buona di marketing.

 

«[…] E lo sai, Maria, perché il tamburo è lo strumento più antico del mondo? Lei lo guardò incerta. Perché il ritmo nasce prima della musica. Tam tam tam, è molto più di una semplice musica. Non è un passatempo, un divertimento, un’arte. Il ritmo è una necessità.
Una necessità?
Ogni essere umano cerca un ritmo in ogni cosa, la routine è un ritmo, la tradizione è un ritmo. L’impellenza di ogni uomo, anche di quello più antico…l’uomo di Neanderthal!
..di dare una regolarità alle cose, per avere così una sicurezza. La ripetizione, la ciclicità, tam tam.
D’altronde il tam tam è uno dei primi suoni che sente un bambino sin da quando è embrione, interviene, Adele, con la solita aria di chi partecipa ai discorsi solo per metà.
Il cuore materno, indovinai.
Tam tam, ripeté Maria divertita».

 

LIBRI LETTI: AFFINATI

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«Hai visto, Robbè, er prete de li poveri se n’è annato».

Un libro per chi volesse conoscere e approfondire la figura di Don Milani imperdibile, con una narrazione in seconda persona, che riesce a farci vivere attraverso i luoghi e l’esperienze del ‘prete degli ultimi’ (come spesso è stato definito) tutti i suoi insegnamenti. Nella loro semplicità, che non è banalità.
L’autore del libro, Eraldo Affinati, spesso con uno stile un po’ sulle righe e cervellotico, ci porta nella Firenze dove nacque da una famiglia colta ebraica e dove fece il seminario e insegnò ai suoi alunni (suo stesso motivo d’esistenza) e a tal proposito si leggono pagine bellissime, come questa: “[…] Maestro si nasce o si diventa? Direi tutt’e due. All’università, quando studiavo lettere, non pensavo che avrei fatto l’insegnante, ma la prima volta che entrai in un’aula scolastica, avrò avuto vent’anni, non ero ancora laureato, si trattava di una supplenza, capii d’istinto, guardando i ragazzi, che quello sarebbe stato il mio mestiere. Sentivo uno spazio magnetico fra me e loro: lo stesso che percepisco ancora adesso, più di trent’anni dopo. Era qualcosa di profondo, legato alla mia solitudine di adolescente, che riconoscevo, di volta in volta, nell’insofferenza, nella rabbia, nella malinconia degli studenti. Come se rivedessi me stesso in loro. C’erano ferite da risanare. Persone da rimettere in piedi. Lacrime da asciugare. Se fossi riuscito a fare questo, pensai, avrei affermato un principio di umanità sul quale altri avrebbero potuto costruire.
Ma cosa succede quando un maestro resta da solo? Questo mi chiedo guardando Sharif. È stato il ginnasta dell’adolescenza. Il timoniere degli scalmanati. L’artista dei tempi morti. Il giudice senza codici. Per decenni, giorno dopo giorno ha lasciato che nella sua coscienza impavida s’incidesse il colpo a vuoto del quindicenne, la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia da capo, trattenendo dentro di sé il clamore emotivo del successo e l’amarezza velenosa della sconfitta, come se fossero carte false di un gioco molto più grande che lui non poteva dominare ma a cui, ne fosse consapevole oppure no, partecipava con tutta la forza disponibile.
Cosa farà quest’uomo dei dolori, profeta senza tempo, nocchiero confinato sul molo, quando fra dieci minuti ce ne andremo? Me lo immagino dirigersi con lentezza alla lavagna a scrivere una lettera, un numero, a fare un disegno, a illustrare uno schema, sostenuto dal Dio svelto dell’infanzia e dell’adolescenza che non ha mai dimenticato, unico pegno di una scommessa spesso perduta in partenza. Eccolo mentre si alza e ci accompagna alla macchina, titubante e fragile, ma deciso nell’alzare il braccio dell’addio.
Il sorriso di Omar e Faris, quando rientriamo nell’abitacolo, sembra aver assorbito il commiato del vecchio. È ciò che l’insegnante lascia nei suoi scolari. Dallo specchietto retrovisore, imboccando la via del ritorno, raccolgo anch’io il saluto di Sharif: una pietra preziosa nell’estremo bagliore del tramonto. Solo in quel momento mi rendo conto che lui, prima ancora di conoscermi, mi aveva consegnato il testimone della giovinezza che i due ragazzi rappresentano”.
E ancora si legge l’amore per i suoi alunni: “[…] per lui un ragazzo era come una vite che va innestata e potata e curata e sostenuta perché possa dare il prodotto migliore”.
Milano luogo dell’effervescenza culturale, di una trovata ispirazione artistica presto abbandonata, Montespertoli e la famosa Gigliola memorabile villa padronale, Castiglioncello metà per le sue vacanze estive, per arrivare a San Donato di Calenzano dove fondò la sua prima scuola popolare e Barbiana simbolo delle sue rivolte, dei suoi sommovimenti, del suo credo. Ma il viaggio non finisce di certo qui: si parla di Africa, di Berlino, di Ellis Island, quando gli immigrati erano gli italiani e non gli altri che dal di fuori approdavano sulle nostre coste.
Il pregio del libro è sicuramente la fedeltà delle testimonianze, la vicinanza attraverso chi ha condiviso con lui il suo operato e ce ne racconta, credo che non c’è niente di può bello di vederne restituita una testimonianza senza filtri, autentica.
Un prete snobbato dalla Chiesa e sempre preso di mira per le sue idee poco convenzionali, che ritrova un suo riscatto nel discorso di Papa Francesco del 19 maggio 2014, che lo riconoscerà come modello da seguire, rivolto al mondo della scuola. Un mondo che ci racconta una vita, un’essenza, una spiritualità che preso o tardi come dice Milani anche inconsapevolmente ci verrà a trovare tutti, senza distinzioni di qualunque tipo.

“Il Dio-denaro ha vinto. I motori imperano nella testa dei ragazzi. La pornografia è entrata nella loro esperienza quotidiana. La deflagrazione del desiderio è compiuta. La politica è corrotta. La scuola è sfasciata. Gli scolari non sono più capaci di stare attenti. La donna viene massacrata. I poveri perdono. Il consumo trionfa. La moda ci guida. Il turista ha preso il posto del viaggiatore. Chi va su Google non legge più se non in modo estemporaneo e frammentario. La durata della dimensione estetica è compromessa. Il cinema è stato soppiantato dall’home-video, così come le biblioteche dall’e-book. Le lingue nazionali sono in crisi. La ricreazione ha avuto la meglio sullo studio. Il campionato di calcio è diventato un rollerball televisivo. Il doping contamina lo sport. La droga è consumata da molte persone. I giornali li comprano in pochi. La Chiesa è stata compromessa dalla pedofilia. I giovani bestemmiano, bevono e si ubriacano. I borghesi comandano. Gli operai vogliono diventare come loro. Le utopie si sono trasformate in flagelli. Le campagne si spopolano perché i contadini se ne vanno lasciando il posto agli immigrati, che raccolgono i frutti della terra per pochi euro, puliscono le stalle e danno da mangiare al bestiame. La Costituzione sembra lettera morta. Cristo è uno slogan di Papa Francesco. La scrittura assomiglia alla pubblicità. La letteratura è fantasy, giallo e discorso. Il numero ha vinto sulla qualità. I canoni sembrano stravolti. Gli stili sono scomparsi. Le gerarchie irriconoscibili. I sindacati non più all’altezza. La coscienza civile è una favola a cui soltanto pochi vecchietti paiono ancora disposti a credere. Perfino il celebre motto “I care” è inutilizzabile dopo essere stato svenduto al Partito democratico”.

“Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. […] È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene”.

“Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere”.

“Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto esser sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani”.

LIBRI LETTI: GENOVESI

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«Ci sono onde che arrivano e travolgono per sempre la superficie calma della vita. Succede a Luna, bimba albina dagli occhi così chiari che per vedere ha bisogno dell’immaginazione, eppure ogni giorno sfida il sole della Versilia cercando le mille cose straordinarie che il mare porta a riva per lei. Succede a suo fratello Luca, che solca le onde con il surf rubando il cuore alle ragazze del paese. Succede a Serena, la loro mamma stupenda ma vestita come un soldato, che li ha cresciuti da sola perché la vita le ha insegnato che non è fatta per l’amore. E quando questo tsunami del destino li manda alla deriva, intorno a loro si raccolgono altri naufraghi, strambi e spersi e insieme pieni di vita: ecco Sandro, che ha quarant’anni ma vive ancora con i suoi, e insieme a Marino e Rambo vive di espedienti improvvisandosi supplente al liceo, cercando tesori in spiaggia col metal detector, raccogliendo funghi e pinoli da vendere ai ristoranti del centro. E poi c’è Zot, bimbo misterioso arrivato da Chernobyl con la sua fisarmonica stonata, che parla come un anziano e passa il tempo con Ferro, astioso bagnino in pensione sempre di guardia per respingere l’attacco dei miliardari russi che vogliono comprarsi la Versilia. Luna, Luca, Serena, Sandro, Ferro e Zot, da un lato il mare a perdita d’occhio, dall’altro il profilo aguzzo e boscoso delle Alpi Apuane. Quando il dolore arriva a schiacciarli lì in mezzo, sarà la vita stessa a scuoterli con i suoi prodigi, sarà proprio il mare che misteriosamente comincerà a parlare. E questa armata sbilenca si troverà buttata all’avventura, a stringersi e resistere in un on the road tra leggende antiche, fantasmi del passato, amori impossibili e fantasie a occhi aperti, diventando così una stranissima, splendida famiglia».
Una sorpresa per me questo autore, e questo libro in cui c’è tutto. Tante storie raccontate nella loro diversità, dal tragico al comico, al surreale con stili diversi di narrazione che rendono scorrevolissima la lettura, più che consigliato.
Potrebbe essere benissimo l’esempio di come anche in letteratura non servano sempre espedienti artificiosi per attrarre il lettore, ma che a volte anche la semplicità se raccontata nel modo giusto, attrae.

LIBRI LETTI: MARASCO

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Il genio dell’abbandono racconta la vita del più grande scultore italiano fra Otto e Novecento: Vincenzo Gemito. E lo fa mantenendosi in prodigioso equilibrio tra fedeltà al dato storico e radicale reinvenzione dello stesso. È il romanzo di un’avventura eversiva e donchisciottesca, libro di vertiginosa solitudine e di teatrale coralità sullo sfondo di una Napoli vissuta come «un paese imprecisato che stava diventando la sua frontiera di malato», a contatto coi protagonisti della cultura del tempo, da Salvatore Di Giacomo a Raffaele Viviani e agli altri.
Wanda Marasco prende le mosse dalla fuga dell’artista dalla clinica psichiatrica in cui è ricoverato, e da lì ricostruisce la storia agitata di un «enne-enne», un figlio di nessuno abbandonato sulla ruota dell’Annunziata, il grande brefotrofio del meridione. Il marchio del reietto – beffardamente impresso nel suo stesso nome che è il risultato di un errore di trascrizione – lo accompagnerà per sempre, quasi come un segno di divinazione. Il suo apprendistato lo farà nei vicoli, al fianco di un altro futuro grande artista, il pittore Antonio Mancini, suo inseparabile amico che diventerà anche coscienza di Gemito, suo complice totale e infine suo nemico o, meglio: quell’intimo nemico di se stessi che si preferisce trasferire nell’altro. Vedremo così «Vicienzo» entrare nelle botteghe in cerca di maestri, avido di imparare. Lo seguiremo a Parigi, tra stenti da bohème e sogni di celebrità, e lo ritroveremo a Napoli, artista ambito da mercanti e da re, e pur sempre incalzato da quel «genio dell’abbandono», che, potente metafora dell’orfanità dell’arte, lo spinge a grandi imprese e lo precipita nel baratro dei fallimenti. Vivremo il suo folle amore per la modella Mathilde Duffaud, che ne segna la vita come un sistema dell’erotismo e del dolore, un impasto di eccessi e delusioni che sfociano in una follia tutta «napoletana»: intelligenza alla berlina, incandescenza e passioni spesso arrese a un destino malato di cui il «vuoto» di Napoli voracemente si nutre.
[…] In Italia, tenevano ancora a Caribaldi in esilio, ce stevano Barbablu, o’ re Savoia, Giuseppe Mazzini, ’o guverno ’e destra, ma Napoli faceva storia a parte, era n’atu paese, con regole di usurpazione e miserie. «E ch’aggi’ ’a penzà? Io penzo sulamente all’arte perché altro non m’è dato e non so fare […], così potrebbe essere riassunta la vita di Vicienzo, uomo d’arte e di miseria che racconta la sua parabola esistenziale con un linguaggio che si intervalla tra il napoletano e l’italiano sorvegliato, attraverso viaggi, muse, amici d’arte e botteghe, questo libro vi farà conoscere una storia interessante che mi ha ricordato per certi versi un altro libro finalista allo Strega dell’anno scorso: “Ovunque, proteggici” di Elisa Ruotolo.

LIBRI LETTI: CASSOLA

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La ragazza di Bube è un romanzo scritto da Carlo Cassola tra il 1958 e il 1959 in cui vengono tra l’altro illustrati, attraverso la storia di ragazzi innamorati, i problemi politici e sociali del dopoguerra.
Venne insignito del Premio Strega nel 1960, anno in cui era stato pubblicato dalla casa editrice Einaudi; tre anni più tardi ne fu realizzato anche un adattamento cinematografico per la regia di Luigi Comencini e come interpreti principali attori della caratura di Claudia Cardinale e George Chakiris.
Mara è una giovane di Monteguidi, piccolo paese della Val d’Elsa, che all’indomani della Liberazione conosce il partigiano Bube, eroe della Resistenza, e se ne innamora. Questi, tornato alla vita civile imbottito di precetti di violenza e vendetta, ha commesso un delitto e, dopo un periodo alla macchia, viene catturato e condannato a quattordici anni di carcere. Mara, maturata proprio grazie alla forza del sentimento per Bube e divenuta ormai donna, decide di aspettare l’amato con animo fedele e ostinato.
“La ragazza di Bube” segna una profonda cesura nella narrativa italiana del dopoguerra: benché ispirato a una vicenda realmente accaduta, il romanzo si arricchisce di elementi psicologici e lirici superando le istanze neorealiste, tanto per il linguaggio quanto per il rifiuto dei dogmatismi ideologici. “Il romanzo” sostiene infatti Cassola “viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini.”
Un libro che racconta dell’amore e della politica e di come questi due mondi possono incontrarsi, ma racconta anche della crescita dei sentimenti, dell’iniziale infantilità nell’affrontarli, per poi restarne inevitabilmente coinvolti. Bube, questa ragazzetta è la protagonista di tutto il romanzo, forse nella prima parte troppo vanitosa e poco sensibile, successivamente diventerà e mostrerà tutta la sua forza, una forza che raramente ho letto con tanto ardore nelle pagine della letteratura del ‘900.

LIBRI: PAVESE

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la-bella-estateLa bella estate è un’opera dello scrittore Cesare Pavese pubblicata per la prima volta nel 1949 a Torino dalla casa editrice Einaudi nella collana “I supercoralli” che raggruppava tre romanzi brevi scritti in tempi diversi dell’autore: La bella estate che risale al 1940, Il diavolo sulle colline del 1948, e Tra donne sole del 1949, un anno prima della morte per suicidio dell’autore. Proprio per il trittico “La bella estate” Pavese ricevette nel giugno del 1950 il Premio Strega.

Il primo romanzo breve, che dà il titolo all’opera, fu scritto da Pavese tra il 2 marzo e il 6 maggio del 1940 ed era inizialmente intitolato “La tenda”. Rimase inedito fino alla pubblicazione nel 1949.

«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline…»

Ginia è una giovanissima operaia in un atelier che proviene dalla campagna e vive con il fratello Severino che fa l’operaio del gas. Di carattere gioioso e fiducioso diventa amica di una ragazza più grande di lei, Amelia, che lavora come modella per alcuni pittori e che la convince a frequentare l’ambiente artistico della città. Amelia, che è attratta fisicamente da Ginia e nello stesso tempo è invidiosa della sua semplicità e gioia di vivere, la invita nello studio di un pittore, Guido, di cui si innamora e a cui infine si concede. Ginia è felice perché pensa che Guido la ami e di aver così coronato il suo sogno. Amelia intanto, che continua a fare proposte ambigue alla ragazza, le confida di essere ammalata di sifilide che non ha contratto da Rodriguez, lo strano tipo che frequenta lo studio di Guido, ma da una donna. Assai presto Ginia si accorge che Guido la trascura e preferisce stare in compagnia degli amici e di Rodriguez e ne soffre. Un giorno, dopo aver visto Amelia posare per Guido, gli dice che vuole posare per lui nuda non sapendo che l’amico Rodriguez guardava la ragazza da dietro una tenda che divideva il letto dallo studio. Quando egli all’improvviso apre la tenda, Ginia, tutta spaventata e piena di vergogna, fugge dalla casa dopo aver ascoltato le parole dette da Guido ad Amelia e all’amico: “Lasciala stare, è una scema”.

«Quando fu sola nella neve le parve di essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare… Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più. Perché adesso era sola e non avrebbe parlato mai più a nessuno ma lavorato tutto il giorno».

Ginia alla fine accetterà la compagnia e le premure di Amelia, mettendo una pietra sopra i suoi sogni di una bella estate.

«E mentre Ginia cercava di sorridere, continuò: “Sono contenta perché questa primavera sarò guarita. Quel tuo medico dice che mi ha preso in tempo. Senti, Ginia, al cinema non c’è niente di bello” “Andiamo dove vuoi” disse Ginia “conducimi tu”».

Nella presentazione di Pavese dei tre racconti di “La bella estate” egli scrive:

«Si tratta di un clima morale, un incontro di temi, una temperie ricorrente in ciascuno dei vari intrecci e ambienti è quello della tentazione, dell’ascendente che i giovani sono tutti condannati a subire. Un altro è la ricerca affannata del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di toccare il limite. Un altro, l’abbattersi della naturale sanzione sul più colpevole e inerme, sul più ‘giovane’». Pavese definì “La bella estate” «la storia di una verginità che si difende».

LIBRI: CILENTO

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image_book (2)Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest’obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente – in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l’incontrollabile ed eversiva energia delle donne. L’affresco della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, riassume la sua forma rutilante, fastosa e miserabile, fosca ed eccessiva. Davvero intenso, a volte eccessivo – credo sia proprio lo stile della scrittrice però -, una bella storia, una bell’anima e donna dipinta dalla Cilento a dispetto e con rispetto delle tante ‘Lisario’ passate che nel mondo hanno combattuto l’invadenza e oppressione di uomini gretti, vili, ritrovando il proprio infinito intimo piacere nel fare a meno degli uomini attraverso un auto-soddisfacimento sessuale – e per fortuna (per Lisario) non conta solo quello –.

 

LIBRI: VASSALLI, GAMBERALE

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image_bookLa chimera è un romanzo storico di Sebastiano Vassalli del 1990. Nello stesso anno il romanzo ha vinto il Premio Strega ed è stato finalista al Premio Campiello. Non mi dilungherò sulla trama che seppur complessa, non è il caso di ricostruire. La protagonista di questa storia è Antonia, a metà tra la Lucia manzoniana e la Giovanna D’arco di storica memoria, un’eterna bambina che nel corso della sua vita ha deciso di andare contro ai dettami del tempo – purtroppo ahinoi – pagandone poi le conseguenze. Da bambina a donna, da donna perbene a donna demonio, il tutto viene ricostruito e si svolge con una puntigliosità storica apprezzabile (anche se alle volte risulta pesante), e con un intreccio con i fatti e i misfatti della Chiesa (oggi ancora tanto in voga) davvero ripugnanti. L’ennesima storia di una donna, del suo amato, di una società che la vorrebbe in sposa, di una vita già decisa, e della ribellione costante di questa donna, che con il sangue e con il corpo pagherà lo scotto di idee malsane (sia chiaro per il tempo in cui vive).

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La vita di Nina e Bernardo è ispirata da grandi ideali di sinistra, quella di Giulio e Simonetta da principi concreti di destra. Due coppie, insomma, con aspirazioni diverse ed esistenze fra loro apparentemente inconciliabili: ma uno scherzo del destino le fa incontrare e rivela loro una sotterranea possibilità di contatto… Complice la Grande Storia, quella delle vicende politiche e sociali di un’Italia in piena fase di transizione, dalla caduta del Muro di Berlino al giorno esatto dell’ultima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, l’autrice racconta, con ironia e disincanto, la storia di un’attrazione che ha come suo insolito presupposto il disprezzo reciproco. Una passione che non dovrebbe esplodere eppure esplode, una passione scomoda, ambigua: sinistra. Senza presupposti romantici, ma romantica suo malgrado: di fatto capace di travolgere differenze ideologiche e culturali e di insinuarsi nelle certezze di personaggi che, per la prima volta, si trovano così di fronte a un dubbio. A fulminante dimostrazione di come, oggi più che mai, tutto quello che più rifiutiamo – su un piano personale che si fa immediatamente politico – in qualche modo ci riguarda. La Gamberale ci racconta e ci presenta due coppie dalla vita contrapposta, parlandoci in sostanza della decadenza della sinistra italiana – troppo ansiosa e quasi bloccata dallo strapotere della destra – che perde anche sentimentalmente, a dispetto di una destra che eiacula (scusate la tinta di colore) anche sotto le coperte. Così nella vita, – nella politica -, così nei sentimenti – per fortuna è solo un libro, e non ha la pretesa di rappresentare tutti –.

 

LIBRI: RUOTOLO

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image_book (1)In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant’anni, Lorenzo Girosa riceve una lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco più che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell’epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di casa senza figli, e della sua famiglia, fatta di uomini inconcludenti e donne compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America, del padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, della madre Francesca che scappa di casa per andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato. Con una prosa classica e una lingua di carne, “Ovunque, proteggici” denuncia la forza di un destino che è scelta e di un sangue che si riconosce solo nelle ferite.

 Così recita la trama di questo libro edito da Nottetempo, e che si è classificato tra i 12 finalisti del Premio Strega 2014.

Lorenzo è ormai un ragazzo solo, abbandonato a se stesso, e da troppo tempo ormai riceve continuamente lettere con su scritto una strana minaccia, racchiusa in una singola parola: “Assassino”. L’autrice ci presenta la storia di una famiglia raccontata da Lorenzo (unico ancora in vita), attraverso dei flashback. Il padre è il primo personaggio che viene descritto da Lorenzo, un uomo ridicolo, in ogni singolo atteggiamento, un uomo tutt’altro che responsabile, tantoché Lorenzo preferisce credersi adottato, piuttosto che figlio di tale energumeno. Il secondo personaggio presentatoci da Lorenzo è la madre, la donna Francesca, raffinata e bellissima, con il pallino del cinema, e di quella fama che ti prende e annienta i neuroni, che le farà abbandonare la famiglia per tentare il riscatto (individuale) in una pubblicità del sapone LUX. L’autrice ci fa conoscere e espande la lente d’ingrandimento sulla famiglia Girosa solo quando Lorenzo rimane orfano, e ci parla di una famiglia numerosissima che ogni domenica aveva l’abitudine di riunirsi tutti assieme, ma che poi con il tempo si è sgretolata, si è distaccata, ha perso la sua solidità, ha incontrato l’aridità, facendo rimane solo nella grande villa di famiglia, Lorenzo, con se stesso e i suoi pensieri. Il segreto di questa famiglia è racchiuso in una sola parola, in una singola parola, forse legata a quei viaggi di fortuna che al tempo erano l’unica speranza, è che invece della fortuna portano solo sventura. L’espressione “Ovunque proteggici” come ha detto l’autrice in un’intervista è:

 “Un augurio scaramantico per i protagonisti, una stirpe senza misericordia e senza protezione”.

 Perché anche le sventure devono venire alla luce, ormai siamo abituati solo alle storie belle e senza drammi, Elisa c’è ne dà la prova attraverso l’ultimo discendente della famiglia, con gli occhi e le gesta di Lorenzo.

LIBRI: PECORARO

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image_bookCosì inizia il libro di Francesco Pecoraro “La vita in tempo di pace”:

 “Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe. La vedeva in ogni iniziativa di trasformazione della realtà, in ogni edificio (che può crollare), in un aereo in volo (che può precipitare), in un’automobile in corsa (che può sbandare), in una presa di corrente (che può andare in corto), in una pentola sui fornelli (rischio di incendio), in un bicchiere d’acqua (che può rovesciasi), in un uovo fresco (che può rompersi): tutto ciò che stai in piedi può cadere, tutto ciò che funziona può smettere di farlo. Anzi, prima o poi avrebbe smesso di farlo, questo era sicuro. Ma come si sarebbe potuto evitare, quella catastrofe? Era un evento molto lontano nel tempo, non avrebbe dovuto importagliene. Invece gliene importava. Quelle genti non si era mai saputo bene chi fossero, né da dove fossero venute, né con precisione quando, né perché. Si sapeva solo che erano una secrezione etnica dell’Asia Centrale. Qualcuno aveva addirittura sostenuto che fossero nient’altro che greci che avevano cambiato religione e costumanze. Di sicuro si sapeva che di un paio di secoli dopo la loro prima comparsa sulle sponde del Mediterraneo avevano preso Costantinopoli. E questo per lui era inaccettabile. Del resto, a partire dal 29 Maggio del 1453, in ogni generazione umana sono esistite persone che non riuscirono a farsi una ragione della caduta di Bisanzio. L’ingegner Ivo Brandani era tra queste […]”. Il titolo potrebbe sembrare un ossimoro, perché in realtà tutto il libro è incentrato sulla guerra, sul potere che nasce dagli uomini e che ne annienta le loro stesse qualità: “Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti. […] La lotta è maligna e crudele, nel doversi fare spazio, nel lottare per ottenere una parte anche piccola delle risorse disponibili, o anche il potere, per quelli a cui interessa… Una guerra senza eroi, combattuta a botte di cocaina, di alcol, di antidepressivi, di ansiolitici”. Lo scrittore nel libro ripercorre trasponendo la sua figura in quella di Ivo Brandani tutto il suo percorso evolutivo: l’infanzia nella Città di Dio, le estati al mare, gli amori dell’adolescenza, i movimenti del Sessantotto, il Settantasette, il carrierismo vile da ingegnere rampante (e qui ritorna in modo marcato il tema del potere), l’ombra di un Padre disfattista, l’ombra di una Madre riparatrice, l’abisso dei mari greci. Il vero snodo del romanzo è racchiuso nella decadenza fisica e morale di un Occidente ormai alla deriva: “una città normale crede in qualcosa, in un futuro, nella possibilità di migliorarsi, Città di Dio invece non credeva a niente”. La morte di un Italia, che ormai non ha neanche più la voglia di alzarsi; molti critici lo hanno accostato a Cèline, Gadda, Fenoglio, devo dire che mi trovo parzialmente d’accordo, io ci ho visto molto di più un collegamento a Siti (vincitore dello Strega 2013 con “Resistere non serve a niente”). La città di Dio di cui ci narra Pecoraro è la Roma senza tempo, ormai racchiusa e sommersa in una fanghiglia inestricabile: di rabbia, di rimorsi, di passato alterato, dal consumismo, di una terra che si arrende, pone la resa alla guerra, come il corpo di Ivo che da quel fiume è travolto, è dominato, con la mente e il corpo di chi non ha più possibilità di tornare indietro. Perché quel passato è ormai conseguenza di un presente decadente. Bello il libro, non si potrebbe dire il contrario. Corposo, vivo, che fa riflettere, non un romanzuccio scritto con quella fretta che tanti scrittori hanno; si potrebbe dire che il libro è la ricomposizione di più storie messe insieme, che da sole hanno già gambe ben salde. Unico neo per me è l’uso dei frequenti termini angolofoni, che mi hanno disturbato, e non poco la lettura. Secondo me uno dei favoriti allo Strega di quest’anno, si colloca in modo perfetto con la temperie che respiriamo quotidianamente. Tenendo fede ai miei gusti personali preferisco però altri tipi di romanzi.