LIBRI LETTI: GIURICKOVIC DATO

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Candidato al Premio Strega 2017, la Figlia Femmina rappresenta l’esordio della catanese Anna Giurickovic Dato. Il libro racconta della vita di Maria, prima bambina e poi adolescente del rapporto con i suoi genitori, Silvia e Giorgio.
Il punto di vista narrativo è quello di Silvia che ci racconta la storia dal di dentro, quasi come una spettatrice della macabra e oscura vicenda.
I luoghi della narrazione sono due: Rabat, in Marocco e poi Roma.
Le cose che mi sono piaciute del romanzo? La scelta di racconta una storia dalla trama scomoda, il presentare di corredo le tradizioni islamiche che si incastrano con la vicenda, gli elementi artistici e floreali che danno colore e tono alla vicenda.
La cose che non mi sono piaciute del romanzo? Come è stata sviluppata l’idea, sembra quasi che questa bambinetta – la figlia femmina che dà il titolo al libro – sia in accordo con i pensieri perversi e incestuosi del padre. Lo stile che non ti fa sussultare, che non racconta e non scava per niente nel dolore, nella sofferenza, negli spasmi di questa bambina. La Giurickovic costruisce una cornice, ma non indugia, non osa, sembra solo raccontare, troppo tranquillamente quella che è una vicenda infelice. L’amore perverso di un padre verso sua figlia. La madre sorda e accecata come una folle spettatrice. Paragonato alla forza conturbante di Lolita, questo libro ne è solo la falsa copia, per non dire brutta. Meglio direi tiepida. Come una minestra riscaldata, che si mangia perché è stata cucinata ma non ha niente a che vedere con quella del giorno prima.
Un esordio per me troppo contenuto, quasi abbottonato. Vedremo, magari nelle sue prossime pubblicazioni trova coraggio, che scegliendo temi del genere, devi per forza avere. Se non te li prendi il risultato è questo: La figlia femmina, Fazi, operazione bella e buona di marketing.

 

«[…] E lo sai, Maria, perché il tamburo è lo strumento più antico del mondo? Lei lo guardò incerta. Perché il ritmo nasce prima della musica. Tam tam tam, è molto più di una semplice musica. Non è un passatempo, un divertimento, un’arte. Il ritmo è una necessità.
Una necessità?
Ogni essere umano cerca un ritmo in ogni cosa, la routine è un ritmo, la tradizione è un ritmo. L’impellenza di ogni uomo, anche di quello più antico…l’uomo di Neanderthal!
..di dare una regolarità alle cose, per avere così una sicurezza. La ripetizione, la ciclicità, tam tam.
D’altronde il tam tam è uno dei primi suoni che sente un bambino sin da quando è embrione, interviene, Adele, con la solita aria di chi partecipa ai discorsi solo per metà.
Il cuore materno, indovinai.
Tam tam, ripeté Maria divertita».

 

LIBRI LETTI: VOLPE

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«Le nostre azioni non sono solo nostre, riguardano sempre anche il resto del mondo, così come la nostra vita finisce per non essere mai esclusivamente nostra, ma un po’ anche di chi viene toccato dai nostri gesti».

La traiettoria dell’amore, ultimo romanzo di Claudio Volpe, in lizza per il Premio Strega – ma non rientrato tra i 12 finalisti di quest’anno – ci racconta proprio dell’amore, nelle sue molteplici sfaccettature. Quell’amore che porta con sé l’incomprensione, la delusione, la colpa, il rimorso, ma che richiede anche un’indagine di sé e una presa di coscienza.
Protagonisti del romanzo sono Sara e Giuseppe, che hanno un rapporto difficile, particolare, strano, non si vedono da troppo tempo, Giuseppe ha deciso che l’omosessualità della sorella che è fidanzata con Andrea non può essere accettata, quindi meglio tenerla lontana. Tenere a distanza una sorella perché ama una donna? Perché vive l’amore? Perché esprime i propri sentimenti e non si nega? Sì, e questa è una storia comune, una realtà vicina a tante piccole – e meno piccole – famiglie italiane. Dove per un amore sbagliato si cancellano d’un tratto gli affetti.
Nel romanzo attraverso un espediente narrativo – che richiama un gioco che i due fratelli facevano da bambini – si arriva alla tragedia, allo sbaglio, – non vorrei esagerare dicendo – alla rivincita condotta dal fato, perché quel Giuseppe che aveva allontanato sua sorella sarà costretto a mani basse a chiedere aiuto alla sorella. Giuseppe che ritorna sui proprio passi. Giuseppe che non parla. Giuseppe che si tiene dentro tutto e poi esplode. Un tachimetro difettoso, e l’acceleratore ha decretato la sua condanna.
Il romanzo di Volpe è cupo, ansiogeno, ti cattura e ti fa inoltrare senza filtri in questa vicenda in cui la traiettoria dell’amore spariglia le sue direzioni. Direzioni che chiamano riflessione, chiamano colpa, chiamano momenti bui, chiamano aiuto e fuga, senza soluzioni di luce, come un tunnel che percorri su un auto senza freni e senza mai vedere la luce e tutto ad un tratto senti un rumore assordante, l’auto si spegne, scendi dall’auto e li ha inizio quella parte di vita che mai avresti desiderato, non solo per te, ma anche per tutti quelli che ti stanno intorno. Perché uno sbaglio, una colpa, è un sistema complesso che interessa oltre te, tante altre anime, piccole particelle, atomi d’amore soggetti alla rottura, dimenticando spesso l’atto del resistere.

«Non chiederti perché la gente diventa pazza, chiediti perché non lo diventa. Davanti a tutto quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi cos’è che ti fa restare in piedi».