LIBRI: CILENTO

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image_book (2)Lisario Morales è muta a causa di un maldestro intervento chirurgico, ma legge di nascosto Cervantes e scrive lettere alla Madonna. È poco più di una bambina quando le propongono per la prima volta il matrimonio: per sottrarsi a quest’obbligo cade addormentata. Quando non può opporsi alla violenza degli adulti, infatti, Lisario dorme. E addormentata da mesi, come la protagonista della più classica delle fiabe, la riceve in cura Avicente Iguelmano, medico fallito giunto a Napoli per rifarsi una reputazione. Tra mille incertezze, pudori, paure, la terapia, al tempo stesso la più prevedibile come la più illecita, sarà coronata dal successo, e però spalancherà davanti alla mente del dottore, fragile, superstiziosa, supponente – in una parola, seicentesca -, un vero e proprio abisso di fantasmi e di terrori, tutti con una radice comune: il mistero abissale, conturbante, indescrivibile del piacere femminile, l’incontrollabile ed eversiva energia delle donne. L’affresco della Napoli barocca, fra Masaniello e la peste, riassume la sua forma rutilante, fastosa e miserabile, fosca ed eccessiva. Davvero intenso, a volte eccessivo – credo sia proprio lo stile della scrittrice però -, una bella storia, una bell’anima e donna dipinta dalla Cilento a dispetto e con rispetto delle tante ‘Lisario’ passate che nel mondo hanno combattuto l’invadenza e oppressione di uomini gretti, vili, ritrovando il proprio infinito intimo piacere nel fare a meno degli uomini attraverso un auto-soddisfacimento sessuale – e per fortuna (per Lisario) non conta solo quello –.

 

LIBRI: RUOTOLO

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image_book (1)In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant’anni, Lorenzo Girosa riceve una lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco più che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell’epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di casa senza figli, e della sua famiglia, fatta di uomini inconcludenti e donne compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America, del padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, della madre Francesca che scappa di casa per andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato. Con una prosa classica e una lingua di carne, “Ovunque, proteggici” denuncia la forza di un destino che è scelta e di un sangue che si riconosce solo nelle ferite.

 Così recita la trama di questo libro edito da Nottetempo, e che si è classificato tra i 12 finalisti del Premio Strega 2014.

Lorenzo è ormai un ragazzo solo, abbandonato a se stesso, e da troppo tempo ormai riceve continuamente lettere con su scritto una strana minaccia, racchiusa in una singola parola: “Assassino”. L’autrice ci presenta la storia di una famiglia raccontata da Lorenzo (unico ancora in vita), attraverso dei flashback. Il padre è il primo personaggio che viene descritto da Lorenzo, un uomo ridicolo, in ogni singolo atteggiamento, un uomo tutt’altro che responsabile, tantoché Lorenzo preferisce credersi adottato, piuttosto che figlio di tale energumeno. Il secondo personaggio presentatoci da Lorenzo è la madre, la donna Francesca, raffinata e bellissima, con il pallino del cinema, e di quella fama che ti prende e annienta i neuroni, che le farà abbandonare la famiglia per tentare il riscatto (individuale) in una pubblicità del sapone LUX. L’autrice ci fa conoscere e espande la lente d’ingrandimento sulla famiglia Girosa solo quando Lorenzo rimane orfano, e ci parla di una famiglia numerosissima che ogni domenica aveva l’abitudine di riunirsi tutti assieme, ma che poi con il tempo si è sgretolata, si è distaccata, ha perso la sua solidità, ha incontrato l’aridità, facendo rimane solo nella grande villa di famiglia, Lorenzo, con se stesso e i suoi pensieri. Il segreto di questa famiglia è racchiuso in una sola parola, in una singola parola, forse legata a quei viaggi di fortuna che al tempo erano l’unica speranza, è che invece della fortuna portano solo sventura. L’espressione “Ovunque proteggici” come ha detto l’autrice in un’intervista è:

 “Un augurio scaramantico per i protagonisti, una stirpe senza misericordia e senza protezione”.

 Perché anche le sventure devono venire alla luce, ormai siamo abituati solo alle storie belle e senza drammi, Elisa c’è ne dà la prova attraverso l’ultimo discendente della famiglia, con gli occhi e le gesta di Lorenzo.

LIBRI: MAGINI

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image_book (1)“Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.

 

Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica. Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto. Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri. Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti. Un libro che è apprezzabile, ma che però rimane lì, racconta i fatti come una telecamera distaccata, senza però entrarci dentro, dare un punto di vista; l’autore sembra aver scritto una storia proprio per gli occidentali, che di storia proprio non è che eccellono. Molti sono i refusi, e le distorture di alcuni lemmi, che forse per semplificazione vengono convertiti, ma che però così facendo perdono il senso della loro autenticità. Insomma un libro che consiglio, ma che di certo non eccelle rinchiudendosi dietro quel timore, – che non fa allungare la vista, l’udito, braccia – che ne blocca tutte le potenzialità, arrivando a non dare esso stesso il giusto pathos e sentimento a quelle vittime gioco di una guerra già decisa, e in cui ci si ritrova dentro diventando pedine di una politica bassa.

LIBRI: PICCOLO

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image_book (2)I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent’anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver… Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all’indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni. Francesco Piccolo ha scritto un libro che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. “Un’epoca quella in cui si vive – non si respinge, si può soltanto accoglierla”.

 

Un romanzo di non facile collocazione, a metà tra l’elemento autobiografico dello scrittore e il ritratto o meglio il dipinto accurato di una realtà: Il Partito Comunista Italiano. Francesco sceglie di essere comunista in un momento ben preciso della sua vita, il 22 giugno 1974, quando ai mondiali di calcio la comunista Germania dell’Est segna il goal del riscatto alla occidentale e democratica Germania dell’Ovest. In quel momento Francesco, che ha 10 anni, dentro di sé e senza farsi notare, esulta. In quel momento decide di “fare il tifo” per i più poveri, gli emarginati, le minoranze. Francesco ci parla della storia degli ultimi quarant’anni, quella prima di Berlinguer, e poi di Berlusconi. Perennemente in bilico, tra l’essere troppo comunista e l’invischiarsi a quella borghesia che troppo gli era lontano. Divorato dal desiderio di essere come tutti – come da titolo -, come tutti quelli che hanno compianto il feretro di Berlinguer in Piazza San Giovanni, ma anche come quei tanti che si tirarono indietro nel momento della rivoluzione restando indifferenti, che la felicità può ricercarsi in una propria appartenenza politica senza però dover far per forza puntualmente discriminazioni.

LIBRI: PECORARO

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image_bookCosì inizia il libro di Francesco Pecoraro “La vita in tempo di pace”:

 “Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe. La vedeva in ogni iniziativa di trasformazione della realtà, in ogni edificio (che può crollare), in un aereo in volo (che può precipitare), in un’automobile in corsa (che può sbandare), in una presa di corrente (che può andare in corto), in una pentola sui fornelli (rischio di incendio), in un bicchiere d’acqua (che può rovesciasi), in un uovo fresco (che può rompersi): tutto ciò che stai in piedi può cadere, tutto ciò che funziona può smettere di farlo. Anzi, prima o poi avrebbe smesso di farlo, questo era sicuro. Ma come si sarebbe potuto evitare, quella catastrofe? Era un evento molto lontano nel tempo, non avrebbe dovuto importagliene. Invece gliene importava. Quelle genti non si era mai saputo bene chi fossero, né da dove fossero venute, né con precisione quando, né perché. Si sapeva solo che erano una secrezione etnica dell’Asia Centrale. Qualcuno aveva addirittura sostenuto che fossero nient’altro che greci che avevano cambiato religione e costumanze. Di sicuro si sapeva che di un paio di secoli dopo la loro prima comparsa sulle sponde del Mediterraneo avevano preso Costantinopoli. E questo per lui era inaccettabile. Del resto, a partire dal 29 Maggio del 1453, in ogni generazione umana sono esistite persone che non riuscirono a farsi una ragione della caduta di Bisanzio. L’ingegner Ivo Brandani era tra queste […]”. Il titolo potrebbe sembrare un ossimoro, perché in realtà tutto il libro è incentrato sulla guerra, sul potere che nasce dagli uomini e che ne annienta le loro stesse qualità: “Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti. […] La lotta è maligna e crudele, nel doversi fare spazio, nel lottare per ottenere una parte anche piccola delle risorse disponibili, o anche il potere, per quelli a cui interessa… Una guerra senza eroi, combattuta a botte di cocaina, di alcol, di antidepressivi, di ansiolitici”. Lo scrittore nel libro ripercorre trasponendo la sua figura in quella di Ivo Brandani tutto il suo percorso evolutivo: l’infanzia nella Città di Dio, le estati al mare, gli amori dell’adolescenza, i movimenti del Sessantotto, il Settantasette, il carrierismo vile da ingegnere rampante (e qui ritorna in modo marcato il tema del potere), l’ombra di un Padre disfattista, l’ombra di una Madre riparatrice, l’abisso dei mari greci. Il vero snodo del romanzo è racchiuso nella decadenza fisica e morale di un Occidente ormai alla deriva: “una città normale crede in qualcosa, in un futuro, nella possibilità di migliorarsi, Città di Dio invece non credeva a niente”. La morte di un Italia, che ormai non ha neanche più la voglia di alzarsi; molti critici lo hanno accostato a Cèline, Gadda, Fenoglio, devo dire che mi trovo parzialmente d’accordo, io ci ho visto molto di più un collegamento a Siti (vincitore dello Strega 2013 con “Resistere non serve a niente”). La città di Dio di cui ci narra Pecoraro è la Roma senza tempo, ormai racchiusa e sommersa in una fanghiglia inestricabile: di rabbia, di rimorsi, di passato alterato, dal consumismo, di una terra che si arrende, pone la resa alla guerra, come il corpo di Ivo che da quel fiume è travolto, è dominato, con la mente e il corpo di chi non ha più possibilità di tornare indietro. Perché quel passato è ormai conseguenza di un presente decadente. Bello il libro, non si potrebbe dire il contrario. Corposo, vivo, che fa riflettere, non un romanzuccio scritto con quella fretta che tanti scrittori hanno; si potrebbe dire che il libro è la ricomposizione di più storie messe insieme, che da sole hanno già gambe ben salde. Unico neo per me è l’uso dei frequenti termini angolofoni, che mi hanno disturbato, e non poco la lettura. Secondo me uno dei favoriti allo Strega di quest’anno, si colloca in modo perfetto con la temperie che respiriamo quotidianamente. Tenendo fede ai miei gusti personali preferisco però altri tipi di romanzi.