LIBRI LETTI: OATES

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«Perché anche da vicino, ad un metro da lui, io mi sentivo distante»

Descrizione: Gillian Brauer, studentessa di talento del Catamount College nel pieno degli anni Settanta, si impegna a fondo nel suo corso di poesia con il professor Andre Harrow, carismatico e anticonformista. Gillian si è innamorata di Andre, della sua sensibilità estetica, del suo stile di vita bohémien, del suo cottage isolato. Ma anche dell’atteggiamento ribelle della moglie di Harrow, Dorcas, maestosa e intrigante scultrice capace di scandalizzare. Oates firma questa fiaba dark in cui la vita luminosa di un campus universitario sfocia in un incubo torbido e morboso.

E’ il secondo libro che leggo della scrittrice, e non mi ha deluso, ti tiene incollato alle pagine. Il lettore è coinvolto nel proseguire nella lettura per scoprire insieme a queste studentesse dove sia veramente il fascino di questo professore di poesia (che vagamente mi ha fatto pensare al compianto Robin nel memorabile L’attimo fuggente), e di sua moglie, Dorcas, anche lei ammaliatrice come non pochi, desta l’attenzione di tutti gli uomini del college e della cittadina.
Nel romanzo si miscelano attimi di poesia e introspezione di queste studentesse che raccontano dei loro desideri, delle loro paure, di speranze, e anche dei propri demoni, e puri momenti di tensione narrativa, con numerosi incendi, oltre che rimandi all’astensione alimentare di alcune educande.
Nel libro oltre ad una prima lettura superficiale, se si scava più a fondo, si può leggere un riferimento sicuramente ai movimenti femministi, monito e battaglia di proclami suffragisti rimasti alla storia, e che mai dovremmo smettere di dimenticare.
Sempre più curioso di leggere altro dell’autrice, che anche nelle storie apparentemente semplici e prive di chissà quali mirabolanti situazioni riesce a coinvolgere il lettore con semplicità, con purezza, la stessa che manca a Andre e Dorcas che vivono ormai nella menzogna, nel piacere corporeo e intellettuale smodato.

LIBRI: HIKMET

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image_bookLettera dell’autore a Joyce Lussu

Cara Joyce,

Mi domandi perché scrivo delle poesie? Sarebbe più giusto porre la domanda in altro modo.  Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.

Cerco di ricordare. Avevo tredici anni. Abitavamo Istanbul.  Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie.  Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiamava ottomano,  ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane;  anche le regole grammaticali erano arabe e persiane.  Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose.  Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta. Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l’ottomano lo sapeva meno ancora di me. Mio nonno, Nazim Pascià, era poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana. Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari. Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l’incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L’incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: “L’incendio”. Il ritmo della mia poesia imitava quello della metrica chiusa arabo-persiana che si chiama “aruz”: mi era restato nelle orecchie sentendo recitare mio nonno. L’”aruz” comporta delle cesure obbligate, che però non sono né sillabiche né toniche; non sapevo allora che vi fossero altri ritmi, o che esistessero i versi liberi. Anche il mio linguaggio era un’imitazione dell’ottomano.

Ecco i primi versi:

“Brucia brucia con terribile fracasso quel nemico dell’umanità

che stringe fra le sue braccia

le case le madri e gli orfani…”

 E’ tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica. E riscrivendo queste righe, mi accorgo tutt’a un tratto che ero influenzato, più che dalla poesia di mio nonno, da quella di Tefik Fikret. Perché? Non lo so. Forse perché mio padre, che di letteratura non capiva nulla, leggeva qualche volta Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, forse anche un po’ socialista utopista: il nostro primo poeta che scrisse versi contro la guerra e contro la religione. Ma scriveva anche lui in ottomano, per quanto un po’ modernizzato. La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C’era la prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra. E’ strano. Ricordo benissimo di aver scritto quella poesia, ma non mi viene in mente un solo verso. Ricordo anche che non era scritta in ottomano, bensì in un turco purificato in parte dalle parole arabe e persiane ma ancora molto impacciato; e che scrivevo sotto l’influsso del poeta Mehmet Emin, il primo che abbia scritto in turco e con metriche nazionali turche, sillabiche. Mehmet Emin era considerato il poeta del nazionalismo turco. A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell’epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. Penso che fosse innamorato di mia madre: a casa leggevamo le sue poesie e all’accademia navale era il mio professore di storia. La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. Perché? Ora che ci penso, credo che sentissi il bisogno di approfondire le questioni di forma, e per questo avevo scelto un tema neutro, astratto. Feci vedere la poesia a Yaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: “Se puoi fare una poesia su quella sudicia bestiola, puoi diventare un grande poeta”. Adesso capisco che si trattava di tutto un modo di concepire la poesia. C’era una differenza così grande tra la realtà e quello che avevo scritto:

“Aveva gli occhi verdi come le onde del mare

con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve…”

Pubblicai la prima poesia a 17 anni. Era stata corretta largamente da Yaya Kemal. Suonava così:

“Ho sentito un lamento sotto i cipressi

mi son chiesto, c’è qualcuno che piange qui?

o è il vento che si ricorda di un amore passato

in questo luogo solitario?

Un tempo pensavo che i morti ridessero

quando le nere cortine cadon sugli occhi

ma ora mi chiedo se i morti che amaron la vita

piangono ancora sotto i cipressi.”

 Nel linguaggio e nella metrica era, almeno formalmente, una poesia che esprimeva le nuove tendenze. Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l’onore, l’eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l’Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia. A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l’esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell’Unione Sovietica. Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un’ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un’immensa gioia di vivere, di creare.

Ho scoperto tutta un’altra umanità.

E cominciai a scrivere in un altro modo.

E da allora, non posso non scrivere delle poesie.

 

Nazim Hikmet

Stoccolma, 20 Dicembre 1961