LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DEI RAPPORTI DI COPPIA

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«Racconterò i giorni e le notti, la breve morte che invade il corpo, i sogni capaci di suscitare in me la felicità sconosciuta durante il giorno, quando le palpebre sono aperte e gli occhi m’impediscono di vedere. Nessuno può intromettersi nel mio buio: in assenza della luce domino le fragranze, le seguo in silenzio, e non trascorre mai troppo tempo prima che il sonno si impadronisca del corpo e risvegli l’anima, non più schiava, ormai libera [….] Vivo sola, ormai, senza affetto: riempio i buchi del giorno con la lana di vetro, soffice e pungente».

Questo libro è molto particolare, nonché abbastanza difficile da commentare. Siamo di fronte all’esistenza di Anne-Rose D., della sua autobiografia, di un monologo interiore che lei intrattiene con i lettori, parlando di amore, di poesia, più in generale dell’arte.
Un monologo che si iscrive tra il passato e il presente, che ricorda l’amore per Claude, morto suicida all’età di 16 anni il cui ricordo le provocherà dei forti dolori ma anche dei momenti di conforto.
Attraverso questo monologo il lettore conoscerà Anne-Rose in maniera profonda, anche attraverso i suoi silenzi, le sue domande interiori. Domande interiori e monologo che incurioscono il lettore e lo arricchiscono in tutto il viaggio che si percorre assieme, alla Anne-Rose che si reinventa e ad un Claude fisicamente scomparso ma spiritualmente eternamente presente.

LIBRI LETTI: OVIDIO

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Amores è un’opera di Publio Ovidio Nasone originariamente composta da cinque libri, in seguito ridotti a tre. Furono composti tra il 23 a.C. e il 14 a.C. quando, pertanto, il poeta aveva circa vent’anni.

Struttura: Gli Amores sono una raccolta di elegie che hanno al centro il tema dell’amore, ma anche poesie d’occasione ed epicedi, nel solco della tradizione che è stata segnata da altri autori che lo hanno preceduto. La novità negli Amores di Ovidio rispetto alle raccolte elegiache di Tibullo o Properzio è la mancanza di una figura femminile attorno alla quale si raccolgano le esperienze d’amore. Manca una figura femminile che dia unità all’opera e che rappresenti un punto di riferimento per la vita dell’autore. C’è sì una Corinna però è una figura che appare saltuariamente e che ha dei contorni molto sfuocati.
Negli Amores non c’è il pathos, quell’intensità di sentimenti che troviamo espressa in Catullo o in Orazio. Qui l’amore è un lusus, un gioco, ed è visto con estremo distacco ed ironia, mentre viene meno il motivo del servitium amoris nei confronti della donna, quella professione di totale dedizione nei confronti dell’amata anzi c’è una professione di schiavitù nei confronti dell’amore anche se in tono scherzoso.

Tu, Grecino mi ricordo, proprio tu negavi
che si possano amare a un tempo due donne.
A causa tua sono ingannato e catturato inerme,
ecco, vergognosamente amo a un tempo due donne.
Entrambe attraenti, entrambe attente all’eleganza;
L’una è più graziosa dell’altra, l’altra più graziosa di
quella;
e più mi piace questa, e più quella.
Fluttuano come leggera barca spinta dai venti
discordi, ed entrambi gli amori mi tengono diviso.
Perché, Ericina, raddoppi senza fine i miei dolori?
Non bastava per darmi ansia una sola fanciulla?
Perché aggiungi fogli agli alberi, astri al cielo
che ne è pieno, e masse d’acqua nel mare profondo?
Meglio tuttavia ciò, che giacere privo d’amore.
Ai nemici tocchi una vita austera,
ai nemici tocchi dormire in un vedovo letto
e distendervi liberamente in lungo e largo le membra;
a me il crudele amore interrompa gli inerti sonni,
e non sia io l’unico peso del mio letto.
Mi consumi la mia fanciulla senza che nessuno lo
impedisca,
se una sola ne è capace; altrimenti due.
Resisterò; anche se gracili, i miei arti non sono deboli;
il mio corpo scarseggia di peso, non di nerbo.
E la voluttà darà ai miei lombi alimento di forze:
nessuna
fanciulla è stata delusa dall’opera mia.
Spesso ho consumato le ore della notte nel piacere, al
mattino
servivo ancora e avevo un corpo energico.
Felice colui cui sfiancano le reciproche battaglie
d’amore!
Gli dei facciano di esse la causa della mia morte!
Il soldato corazzi il petto contro le armi nemiche,
e col sangue si procuri una eterna gloria; insegua
ricchezze l’avaro w naufrago beva con labbra spergiure
le acque che ha stancato solcandole senza posa;
a me, quando morrò, tocchi di perdere le forze
nei movimenti d’amore, e spiri al mezzo dell’opera,
e qualcuno piangendo al mio funerale dica:
«Questa morte è stata coerente alla tua vita».

LIBRI LETTI: TAGORE – RC: OB. 24 – UNA RACCOLTA DI POESIE

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Composte tra il 1907 e il 1910, questi centotré canti (tratte in gran parte dalla raccolta originale “Ghitàngioli”, che valse, tra l’altro, a Tagore il Premio Nobel nel 1913) formano una vera e propria “raccolta di preghiere”. Pervase da un misticismo di rara intensità e da una religiosità che sembra trascendere induismo e cristianesimo, rappresentano una toccante celebrazione del dono della vita, della sua ricchezza e del suo mistero.

Le Poesie o meglio i Canti che più mi hanno colpito sono stati:

Canto n° XI

Smetti di intonare inni e canti,
di recitare a vuoto le orazioni!
Chi preghi nel buio di questo
Tempo solitario, a porte chiuse?
Apri gli occhi, per guardare il resto:
che Dio non è davanti a te.

Lui sta dove il contadino ara
La dura terra, dove lo stradino
Spacca pietre. E’ là, vicino a loro,
nel sole e nella pioggia, con le
sue vesti impolverate. Levati il manto
e come lui scendi nel mezzo della polvere.

Libertà? Dove credi di trovarne?
Il nostro Dio si è preso con gioia
su di sé le catene del creato;
si è legato a noi per sempre.

[…]

Canto n° LIX

Sì, lo so, queste cose sono niente
senza il tuo amore – questa luce dorata
che balla sui rami, queste nuvole oziose
che veleggiano in cielo, questa brezza
fuggente e passeggera che lascia una traccia
di freschezza sulla mia fronte.

La luce del mattino mi ha allagato
gli occhi – è questo il tuo messaggio
al mio cuore. Chinato il viso, hai
fissato i tuoi occhi sopra i miei,
e il mio cuore ti ha toccato i piedi.

Canto n° XCV

Non mi resi conto del momento
in cui varcai la prima volta
la soglia di questa vita.

Quale fu la potenza che mi aprì
al grande mistero, così come
sboccia il fiore nella selva
nel cuore della notte?
Quanto guardai la luce del mattino,
mi colpì la sensazione di non essere
straniero a questo mondo
e che l’imperscrutabile senza nome
e forma mi aveva preso in braccio
sotto le spoglie di mia madre.

Così, morendo, lo stesso ignoto
mi sembrerà noto da sempre.
E poiché amo questa vita
so che amerò altrettanto la morte.

[…]

LIBRI LETTI: REGINA PRADETTO TONON

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Oggi voglio parlarvi di un libro dedicato, che è la prima raccolta omogenea di vari componimenti poetici della cara Regina Pradetto Tonon.
Incominciano con il presentarla attraverso alcuni suoi versi: «Amaro è il pensiero/d’un angelo/che nel sole/s’è visto bruciare le ali./Amare le labbra/di un amore che nel buio/ha saputo/morire solo».
Già da questi primi versi si denota lo spessore generazionale, la maturità, e la descrizione di un amore che in corsa è sfuggito, ha perso il suo ossigeno vitale.
«Aree sconnesse./Cortei di poveri amanti/dispersi fra foglie cadute./Polvere di luci in notti eterne/dove la fame riaffiora/fra ostentati sospiri d’amore./[…] Non chiedi dov’è, che fa,/se l’han visto./Sai che non sempre/rilascia il mittente./Sai che non sempre/mormora/i sogni che fa».
E ancora di nuovo torna il tremolante sentimento, quasi intimorito, che si è privato della vitalità amorosa, che non sa più chi è e nemmeno quando.
«[…] Il cielo si rischiara/e arrivi tu./[…] Rinnego il sonno ancora una volta/aspettando/[…]. Nasce il sole dietro i vetri./Nasce il giorno nel cuore/dalle labbra che bacio./Ora».
I versi di Regina tra un amore amorfo e un amore sperato, decantano anche l’attesa, quell’attesa che aumenta il desiderio, che all’arrivo diviene certezza, riscolora, trova una sua regolarità, tra le cianfrusaglie della vita.
«Canzoni davanti al fuoco del camino/fra caldarroste e grigliate./Amori, amicizie confuse/in fraterne ambizioni e speranze/che insieme auspicavamo./Al Mulinetto della Croda/abbiamo lasciato i nostri vent’anni/in un caffè alpino, un coro a più voci/e tanta, tanta voglia di esistere».
I versi si rimescolano al passato, ai ricordi, alle speranze che erano, e alla realtà che è. Tutto ciò che abbiamo lasciato, e poteva essere, lì in quell’angolo di mondo, con una tremenda voglia di vivere e forse di viversi.
«Ho smesso di credere/[…]. Persuasioni radicate/dal tempo/che annientano/dubbi sofferti./Pensieri oscurati/nei forse./L’indefinito primeggia/perché/il nostro domani/viene dopo l’infinito».
Senza più certezza alcuna sembra che la poetessa Tonon si spoglia da ogni suo orpello, sovrastruttura, abito di circostanza per presentarsi al lettore senza maschere, senza protezioni, ponendoci attraverso il verso breve e coinciso – caratteristico del suo poetare, nonché, intriso di una semplicità soave –, una domanda, un’esortazione: il nostro domani, che si ascrive tra tutto ciò che può essere fatto – limite della possibilità – e tutto ciò che l’umano, in quanto essere pensante può fare, procreare, progettare, costruire – illimitatezza delle possibilità, e quindi infinito –.
La vita oscilla tra questi due parametri, che nella complessità delle cose ho cercato di spiegare, forse vanamente.
Perché se è vero che il verso della poetessa richiama spesso alla semplicità, dietro ogni parola, concetto, c’è un mondo: quel mondo navigato, da cui il lettore può trarne esperienza, vita vissuta, amarezza, ma anche voglia di non arrendersi. E in tutto ciò provare a crescere, crescere dell’esperienza altrui, del messaggio imbevuto nelle parole; ed è questo che tutti i libri devono aspirare a fare, e Regina nel suo piccolo toccando le sue esperienze di vita ha cercato di regalarci. Grazie.

LIBRI LETTI: DELLA POSTA

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Quest’oggi vi voglio parlare di un libro che in sé esprime la piena maturità del poeta Fernando della Posta, prima di iniziare a parlavi di lui, voglio presentarlo con alcuni dei suoi versi di una poesia che da il titolo a questo libro: «Gli aloni del vapore d’inverno/che anima le bocche degli amanti […]e ogni fiato si rimescola nel bacio/della vita che si agita nel mondo/difesa o tocco e di rimando/che sia di morso o lingua a lingua».
Già da questi primi versi si può notare quanta è la passione del poeta, e quando sia lucido il suo indagare, che passa dall’esterno per arrivare ad interrogarsi esso stesso, interiormente, come in questi versi: «L’io poeta che mi porto sulla schiena/come una granata già brillata,/graffia come un’unghia sulla guancia […]».
Un’io poetico struggente, che sembra attraverso gli occhi delle parole voler trovare una direzione, la sua direzione, senza però trovare l’esatto percorso. E ancora con lo stesso phatos racconta: «Ogni giorno scamparla la mano di Dio/a redimere tutte le colpe/con un unico taglio netto/guardando la vita che schianta e se ne va […]».
Il poeta si interroga sui moti della condizione umana, su i suoi processi, sugli impercettibili meccanismi che la regolano, e resta a galla, perché indagare a volte significa costruire anche sensi, dare un senso: «Quei tiranti che ci tengono attaccati/alla vita mentre dormiamo/e quei sostegni che ci impediscono di cadere/mantengono l’equilibrio/delle palpebre che nel sonno non si sciolgono/nel sogno immobile […]».
E ancora pensieri, su pensieri, questa volta volti all’incedere della poesia, che in sé porta una duplice veste: sazia, e non sembra mai abbastanza, si dilunga e par sembrar non aver detto nulla, anzi aver aggiunto nulla di nuovo. Par, ma non è così.
«A volte la poesia/pare non mi basti./L’idea si fa più ampia,/si fa discorso, divaga/aggiunge aneddoti,/dilaga […]».
E poi ritratti fatti con l’inchiostro, con la lingua tremante di un poeta all’artista, che in questo caso si chiama Frida: «Avevi le ciglia del nero dello scandalo/e d’un tratto scioglievi dal seno il cuore,/le vene degli arti fino al ventre e il mare./Il banano dalle lunghe palme,/il macaco dalle guance rosse e il riso forte,/come gli occhi fissi, sempre fissi/neri e sempre fissi, sull’anima del toro […]».
Ma nella poetica di Della Posta c’è molto e tanto altro, che non posso raccontarvi per intero, c’è amore e struggimento, c’è origine e territorio inesplorato, c’è libertà, e fedeltà alle tradizioni, c’è inquietudine, c’è politica, e ancora cultura, elementi storici, richiami alla letteratura, e tanto altro sicuro avrò dimenticato o forse mantengo per me.
Per concludere, l’elemento fondante dei versi di questo mio conterraneo è l’indagine – come ripetuto più volte nel corso di questo scritto –, ed è proprio da qui che in un modo o nell’altro per ogni percorso d’arte inizia il proprio cammino, un cammino di crescita, di riflessione, un cammino che se percepito con i giusti filtri aiuta a trovare tante risposte, ma anche a farsi tante altre domande. Perché nel dubbio è racchiusa la vera bellezza, come nella Poesia che si veste di provvisorietà. Mi piace concludere con dei versi che aprono questo libro: forse l’Eden/è solo un’invenzione degli umani:/alcuni partono altri restano lontani/ma, ad entrambi i tipi/molti soffi di paura, l’animo scolora./Per ogni preda che cade/c’è un gabbiano che vola. Ecco, impariamo a volare, ognuno attraverso la propria forma d’Arte: che sia Poesia, Pittura, o Danza, – solo per dirne alcune –, impariamo a pretendere da noi, ciò che abbiamo dentro.

INTERVISTE PER OUBLIETTE MAGAZINE

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Ultima mia Intervista rilasciata a Michela Zanarella al mio libro “La guerra degli amori distanti” edito da ego di David and Matthaus .

Ecco il link per poterla leggere: http://oubliettemagazine.com/2014/12/24/intervista-di-michela-zanarella-a-gino-centofante-autore-del-libro-la-guerra-degli-amori-distanti/

LIBRI: D’ANNUNZIO

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978880613830GRAAlcyone è il titolo di una raccolta di liriche di Gabriele D’Annunzio pubblicata nel 1903, composta tra il 1899 e il 1903 ed è considerato il terzo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. Alcyone comprende 88 liriche, ordinate secondo un criterio strutturale che non ricalca l’ordine cronologico della composizione. Tra la prima (La tregua) e l’ultima (Il commiato) si delinea l’ideale percorso narrativo di un’estate di poesia (nel senso di una raccolta composta d’estate e che ha per tema l’estate, sia dal punto di vista della stagione fisica che della maturità poetica dell’autore). Nello schema qui proposto risulta evidenziata la simmetria ritmica con cui il poeta ha suddiviso la raccolta. Dopo il proemio de La tregua – che ha la funzione di istituire un collegamento fra Alcyone e i precedenti libri delle Laudi, dedicati all’impegno eroico (Maia) e civile (Elettra) – Il fanciullo apre una serie di sette ballate cui fanno seguito cinque sezioni, ciascuna aperta da una lirica con titolo latino cui segue un ditirambo, vero cardine della struttura poetica. Ai ditirambi sono destinati i cambiamenti di stagione e di approccio al mito, vero tema cardine dell’intero poema dannunziano. Quelle che ho apprezzato di più – e forse anche le più conosciute e studiate sono – :

La sera fiesolana

 

Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscìo che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie

silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta

su l’alta scala che s’annera

contro il fusto che s’inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo

ove il nostro sogno giace

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,

o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su ’l grano che non è biondo ancora

e non è verde,

e su ’l fieno che già patì la falce

e trascolora,

e su gli olivi, su i fratelli olivi

che fan di santità pallidi i clivi

e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce

il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami

d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti

eterne a l’ombra de gli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti

s’incùrvino come labbra che un divieto

chiuda, e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire

e nel silenzio lor sempre novelle

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l’anima le possa amare

d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,

o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare

le prime stelle!

 

La pioggia nel pineto

 

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

 

Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitío che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

nè il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancóra, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arborea vita viventi;

e il tuo volto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

 

Ascolta, ascolta. L’accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

 

Piove su le tue ciglia nere

sìche par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pesca

intatta,

tra le pàlpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alvèoli

con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.