LIBRI LETTI: LANDOLFI

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Le labrene è una raccolta di sette racconti di Tommaso Landolfi pubblicato nel 1974 da Rizzoli. I primi sei racconti erano stati scritti nel 1971, mentre l’ultimo è del 1969.
Il libro è stato nominato finalista al Premio Campiello nel 1974.
Ma cosa sono le labrene?
La labrena è una specie di geco di cui il narratore ha paura, terrore. E sarà a partire da questo elemento che il racconto che dà il nome alla raccolta si sviluppa, mostrando in stile landolfiano la sua voglia di stare sopra le righe, di invertire l’ordinarietà, di crearsi un doppio, un alter ego su cui poter giocare di se stesso, su stesso, quasi come una partita di scacchi pilotata, iniziata in un pomeriggio poco interessante solo per allenarsi.
Landolfi si allena con questa raccolta, che non risulta essere entusiasmante, se non per pochi elementi, e per il racconto eponimo, dove l’assurdo, la misoginia, la coppia, il patetismo, e il sesso sembrano dipingere chiaroscuri spesso troppo enigmatici, ed ad un lettore non avezzo al suo stile – quasi sicuramente – privi di logica e senso.

LIBRI LETTI: LANDOLFI

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Le due zittelle è un racconto di Tommaso Landolfi, la cui stesura fu completata nel marzo del 1943. Venne pubblicato in sei puntate sulla rivista Il Mondo – rivista fiorentina che usciva il 1º e il 3º sabato del mese – nel 1945 e poi, in un volume unico da Bompiani nel 1946.
Due zitelle si ritrovano, a causa della loro scimmia, Tombo, al centro di un episodio spiacevole: pare che la notte questo animale si rechi nel convento di monache lì vicino, e mimando il rito religioso, si cibi e beva ciò che è sacro. Il dilemma è come punire la scimmia, una volta smascherata, e su questo intervengono due uomini di chiesa di grado, età e opinioni molto diverse fra loro: Monsignor Tostini e Padre Alessio.

E’ il primo libro che leggo di questo autore a me territorialmente caro, conosco Pico, è poco distante dalla casa dei miei genitori, ci sono stato più volte, e ho avuto modo di visitare anche il parco letterario a lui dedicato, ho visto la sua casa estiva – seppur da fuori, visto che da quando so i suoi cari sono restii a rendere tale abitazione un fenomeno di turismo –, e mi ha piacevolmente colpito nel suo linguaggio così particolare, estroso, sopra le righe, con i suoi «zittella», «scimia» o «mustacchiose», e sul tema non screvro da critiche ecclesiastiche, e cioè, la follia della religione, del dogma, della fede sopra ogni cosa, come fosse balsamo per menti sopite, addormentate, la ragione che diventa serva di se stessa, e la forza e l’originalità dei personaggi, le zitelle, Tombo – l’unico personaggio (tra l’altro animale) vivo tra i morti – i dialoghi serrati dei due padri della Chiesa. Leggerò sicuramente altro, perché questo è solo un assaggio, un antipasto, ma voglio capirci più a fondo.

“L’uomo pecca soltanto perché non può non peccare; ma poi non pecca. Né può essergli il male più gradito o necessario del bene, anzi non può essergli neppure necessario; perché è, come il bene, lui stesso. Ed è lui stesso perché è Dio stesso. Non c’è male e non c’è bene. Il male e il bene, anch’essi, sono, ché Dio è soltanto. E sono come una cosa sola, non l’uno contro l’altro. Anch’essi sono il corpo vivente di Dio…”