LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE CONTENGA AL SUO INTERNO UN CHIARO RIFERIMENTO AD UN ALTRO LIBRO

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«Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.
Cosa? In che senso?
Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.
Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto.
Non dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? chiese lei.
Penso proprio di sì.
Non parlo di sesso.
Me lo stavo chiedendo.
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Sì. Credo di sì»

Ecco, questo stralcio rappresenta in maniera totalizzante l’opera ultima di Kent Haruf, autore ormai amatissimo dai lettori italiani, portato in Italia dall’arguta e visionaria casa editrice NN per la traduzione di Fabio Cremonesi.
Quest’ultimo libro a differenza della trilogia della pianura dell’omonimo autore non vive dello stesso senso programmatico, qui in ogni pagina Kent fa sentire l’urgenza, il dovere di terminare quest’ultima opera – tanto significativa anche per il suo rapporto con la moglie Cathy –, e si vede in più di qualche occasione qualche sbavatura, ma che la si lascia passare ampiamente.
Oltre qualche piccolissima defaillance, però, anche in Le nostre anime di notte ritorna l’intimismo tipico dell’autore stavolta vissuto con estrema delicatezza e anche paura nei confronti di un bambino, Jamie, nipote di Addie Moore, e di come lui può vedere questo rapporto ‘particolare’.
Ritorna il tema del pregiudizio, del rumore di fondo e delle critiche mosse dalla cittadina per un comportamento che esce fuori quello che la norma vorrebbe imporre.
Ritorna il senso del pudore, la riscoperta del corpo, e la voglia di rimettersi in gioco anche quando la vita sembra ormai ad un passo dalla fine.
Si fanno i conti anche con l’incomprensioni familiari e con il passato, quel passato che sembra vestirsi di costrizione avvenuta per Addie, e di libertà tardiva per Louis, ma che ora è ritornato a brillare; come quando compri quel vestito appositamente per l’occasione, per una ricorrenza, che ha senso solo e soltanto per quell’evento, e lo ricorderai sempre per questo motivo. Addie e Louis hanno abiti nuovi, stanno imparando di nuovo ad abitare sé stessi, con il piacere di scoprirsi pian piano, e disvelarsi attraverso conversazioni notturne.
Kent con questa opera ci dà il senso delle piccole cose, dell’insignificanza delle evidenze, come quei fiori vissuti agli occhi della gente come amore fulgido, e invece erano solo tentativi improbabili di riprendere in mano un amore ormai andato, decaduto.
Bisogna leggere questo libro per assaporare la bellezza delle attenzioni minime, per capire che niente di tutto quello che viviamo è destinato ad essere sempre, ma contro ogni pronostico può ritornare nella sua forma migliore. La forma dai noi desiderata, quella dell’amore e del sentirsi desiderati anche quando l’età ormai comincia a circoscrivere tutte le possibilità.

LIBRI LETTI: OFFILL

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Le cose che restano di Jenny Offill è il romanzo d’esordio, del ben lontano 1999, che l’autrice americana ha scritto, portato in Italia dopo il suo ultimo romanzo Sembrava una felicità da NN Editore, per la traduzione di Gioia Guerzoni.
Avete letto Sembrava una felicità? Ecco, dimenticatevelo. Con questo romanzo centra poco, anzi nulla. Son passati per 18 da questa prima pubblicazione, ed ovvio lo stile della scrittrice non è rimasto inalterato, seppur qualche elemento di fondo lo si ritrova.
La Offill ci parla sempre di famiglie, di rapporti familiari, e in questo libro vediamo come protagonista una bambina di 8 anni, Grace, che vive con due genitori all’opposto per modo di intendere e vivere la vita; se la mamma è un’inguaribile sognatrice, ama perdersi nei suoi racconti fantastici che nel corso della narrazione diventeranno sempre più strambi e complessi – cosa che inevitabilmente disorienterà il lettore – il padre è un uomo di scienza, quindi è più vicino al calcolo, e al rigore.
Nel corso di tutta la narrazione fuoriesce la vita di questa bambina divisa tra questi due mondi, due modi di intendere la vita, due educazioni diverse, seppur vissute sotto lo stesso tetto.
La Offil ci offre una riflessione profonda sull’educazione, sul concetto di sogno di cui si fa portavoce la madre e sul concetto di realtà di cui si fa portavoce il padre.
La vita di questa bambina rappresenta l’intercapedine, il centro di due entità, che però, non necessariamente debbono escludersi, anzi, forse negli occhi e nell’agire di Grace diventano un unico prodotto, che non è nient’altro il prodotto con cui noi essere umani cerchiamo di vivere ogni giorno: divisi tra la possibilità del sogno e la tangibilità della realtà.
Per chi non ama la creatività e la narrazione che esce fuori dagli schemi è un romanzo che non propriamente consiglierei.

LIBRI LETTI: BUCCIARELLI

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Elisabetta Buciarelli per NN Editore con la “Resistenza del maschio” ci presenta due universi: Maschile e Femminile.
C’è un marito, un uomo, che resiste, che si diniega, che non accetta una riproduzione forzata con una donna..sua moglie, che invece vuole un figlio a tutti costi, con ogni mezzo, fin da portagli dentro casa a giorni alterni oggetti tipici della pubertà, come: box, culle, giocatoli per bambini e tanto altro. L’amore c’è, ma la coppia è ormai su un piano inclinato per questo desiderio che non accetta simmetrie e sta minando l’equilibrio della coppia.
L’uomo descritto dall’autrice incarna perfettamente l’uomo che resiste, è un docente universitario, e insegna ai suoi studenti a misurare ogni singolo edificio, con le giuste proporzioni, le giuste unità di misura, come se stesse misurando con levità lo svolgersi della vita, il suo dispiegarsi, quasi volesse avere ogni strumento per dominare ogni situazione. Perchè: «c’è una geometria in ogni circostanza della vita. E ogni esistenza ha una sua forma geometrica». Una misura e una precisione per il calcolo che si evidenzia anche con il rapporto con sua moglie, e con le donne in generale: «È convinto che ci siano molti segreti nella misura degli oggetti. Lui misura per trovare qualcosa che sente ma non conosce ancora. Per cogliere le relazioni tra le cose e tra le persone. Per trovare il suo posto nello spazio».
Sul lato opposto della narrazione vivono tra le pagine le storie di tre donne, Marta, Silvia e Chiara che si trovano un intero pomeriggio nella sala di aspetto in attesa dell’arrivo del proprio dottore, e qui svelano e confidano tre modi diversi di vivere una storia d’amore.
Marta che è ormai prossima al divorzio, e amareggiata da un marito che non le ha consentito di vivere una gravidanza foriera di felicità. Silvia che in cerca di un appagamento passa da una storia all’altra senza mai trovare il suo centro, e Chiara reduce da una storia finita male con un marito non proprio modello e numerosi tradimenti che si sente viva in balìa di un uomo che si fa sentire ad intermittenza.
Quello dipinto dalla Bucciarelli è un uomo che scappa, scappa dai propri doveri, dai propri impegni, si nega e omette felicità, è uomo calibro, sente e vive ogni rapporto con misura. Niente di troppo, ma neanche di troppo esagerato. La donna è lì. Attende. Con le sue mani in grembo, impotente, ferma nel suo perimetro di abitazione, nel suo orto d’amore, misurato.
L’autrice farà confluire la storia di queste tre donne in un epilogo; l’autrice magistralmente ha saputo intrecciare le fila della storia, non facendo mai perdere tensione narrativa, ricordandoci che spesso le donne fanno fatica ad accettare i mutamenti, le evoluzioni, gli uomini che resistono, portando il tutto dalla parte sbagliata, dalla parte della fine. Come una giostra per bambini che è in equilibrio solo se le parti hanno un comune sentire anche nelle differenze, negli squilibri, nelle evoluzioni.

«Il minus habens 3.0 arriva al dunque con la tecnologia una deriva dell’involuzione della specie.
Marta: non è la peggiore, e cosa c’è di peggio chiede Chiara. La specie in mutazione dei maschi che resistono, quella che si sottrae, che non fa il suo dovere, non protegge, non mantiene, non fa i figli, non fa un beato cavolo di niente; invade il territorio e basta […]»

«Certi ingressi sono negati alle mani, appartengono solo al pensiero»

«Certe canzoni si incontrano come le persone, restano di nostra proprietà, altre le doniamo e da quel momento non sono più nostre»

«[…] proprio perché non siamo continuiamo ad essere […]»

LIBRI LETTI: OFFILL

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Descrizione: Sembrava una felicità è il ritratto di una donna, ma è soprattutto una riflessione sui misteri dell’intimità di coppia, della fiducia, della felicità e dell’amore. L’eroina creata da Jenny Offill, prima io narrante poi “Moglie”, si confronta con una serie di eventi felici e di catastrofi – le ambizioni personali in stallo, la scoperta dell’altro, la nascita di una bambina, il proprio ruolo di moglie, amante e madre, e infine il tradimento del marito.

«Il mio piano era non sposarmi mai. No, io volevo diventare un mostro d’arte. Le donne non diventano mai mostri d’arte, perché i veri mostri d’arte si preoccupano solo d’arte e mai di cose terrene. Nabokov non si chiudeva nemmeno l’ombrello, era Vera che gli leccava i francobolli».

Un libro particolarissimo che narra di un uomo e di una donna, che potrebbero configurarsi come una coppia qualunque. Potrei essere io l’uomo, la donna la mia fidanzata. Tanta semplicità all’apparenza ma nella profondità delle parole che ci offre l’autrice c’è ben altro, forse troppo. Sicuramente troppo. Un misto tra citazioni, pensieri personali, composizioni letterarie, estroversioni della parola (in tal senso mi ha ricordato un po’ il caro Queneau). Si incontra dai classici Ovidio, Esiodo, Ipparco, ai poeti Coleridge, Rilke, Dickinson, agli scrittori Kafka, Singer per arrivare a Weil, a Wittegenstein, ad Edison e Darwin oltre a proverbi cinesi e buddisti.
Non vi pare ci sia troppa carne sul fuoco? Ecco, esattamente. Seppur la concisione della scrittrice mi sia piaciuta, ho apprezzato meno la non linearità della storia che è portata qui e là dal vento dalla psiche di chi l’autrice fa intervenire, e ci si sente un po’ smarriti e alla fine dell’ultima pagina si resta insoddisfatti, come se la fine non fosse veramente la fine, ma solo un punto a caso tra un pensiero di troppo e una virgola sbagliata.

«Al nostro primo incontro avevo una brutta tosse. La tosse di un fumatore, anche se non avevo mai toccato una sigaretta. Ero andata da un dottore all’altro, ma nessuno era riuscito a guarirmi. Quei primi giorni facevo di tutto per non tossire e di notte stavo sveglia al tuo fianco cercando di trattenermi. Credevo di essermi presa la tubercolosi. Qui giace l’uomo il cui nome fu scritto nell’acqua, pensavo compiaciuta. Ma no, non era nemmeno quello. Poco dopo esserci sposati, la tosse passò. Allora cos’era, mi domando. Solitudine?»

«[…] una teoria sulla luce interiore. Alla nascita tutte le persone possiedono questa luce, la cui potenza con il tempo si attenua, lentamente (se si è fortunati) o di colpo (se non lo si è). I poeti, i mistici, gli esploratori sono persone carismatiche perché in qualche modo riescono a mantenere quella luce destinata ad affievolire. Ma la cosa incredibile, insopportabile forse, è che l’ordine naturale delle cose vuole che quella luce si esaurisca. A volte rimane un lampo nei ventenni, un barlume qua e là nei trentenni, ma poi, quasi sempre, gli occhi tornano al buio».

LIBRI LETTI: HARUF

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Sarà che io sono strano e particolare, e forse tendo al tragicismo nelle storie, però devo dire che “Benedizione” mi aveva coinvolto di più (ma non voglio dire che questo non mi sia piaciuto, eh).
Ci troviamo sempre nella cittadina di Holt nel Colorando, ma in questo libro se le ambientazioni restano le stesse i personaggi cambiano, come anche il corpo centrale del messaggio che l’autore vuole far fuoriuscire è opposto.
Haruf ci delizia come aveva fatto nel libro precedente di descrizioni di paesaggi, di vita rupestre, di comportamenti animali, oltre che a parlaci dei sentimenti degli uomini, dei legami affettivi minati, dell’adolescenza precoce che segna l’esistenza.
Le due storie principali potrebbero essere riassunte da la vita di Victoria Roubideaux che rimane incinta in età precoce e che viene cacciata per questo motivo dalla casa da una madre disturbata, insoddisfatta dalla vita, e da un marito assente, e la storia dei due fratellini Ike e Bobby, che devono combattere a mani nude con le difficoltà della vita, trovandosi a scazzottarsi con l’assenza di una madre troppo presa da sé, dai suoi problemi, dal suo egoismo.
Se le figure femminili in questo romanzo vengono affossate, son ritratti di donne che non ce la fanno (forse l’unica che ne esce positivamente è Maggie Jones), in Benedizione avevano dei tratti amorevoli, le vere figure che fuoriescono dalle pagine di questo romanzo sono i personaggi maschili: in primo luogo Guthrie che accudisce i suoi due figlioli nel miglior modo possibile, cercando di non fargli mancare nulla, ma soprattutto la bellezza che si rivela da questo romanzo è dato dai due fratelli Mcpheron, abituati a vivere nella solitudine, nel silenzio della campagna, nel rumore della natura e nel suono delle anime della fattoria, che decidono provvidenzialmente di prendersi cura della giovane Victoria, senza casa, senza metà, senza una ragione di vita (se non in quella piccola creatura che porta in grembo). Lo fanno in maniera ‘rude’, come è stato da sempre il loro modo e la loro abitudine, lo fanno in silenzio quasi per non oltraggiare quell’intimità femminile mai conosciuta, lo fanno comprando tutto ciò che serve a far crescere dignitosamente la creatura che arriverà.
Non si può non rimanere affascinati da un canto corale di questo personaggi che ci raccontano la vita, l’amore, l’imprevisto, elementi centrali di Canto della Pianura, ma d’altr’altra parte ripenso ancora a Dad Lewis e al suo disfarsi in maniera elegante, a Mary e Lorraine e al loro accudimento, e a Frank e al loro rapporto distante, senza cifre decimali, ma con cifre d’amore silenziose, alternate da incomprensioni e intensioni d’amorosi sensi che non ammettono linguaggio alcuno (ed è forse per quanto detto poc’anzi che l’ho preferito, ma siam comunque a livelli alti di scrittura).

«ll termine inglese Plainsong, che dà il titolo a questo romanzo, significa “canto piano” (forma di canto a cappella monodico – ossia privo di accompagnamento musicale ed eseguito all’unisono – diffuso nel Medioevo in ambito ecclesiastico; il Canto Gregoriano, per esempio, è un tipo di canto piano), oppure si può utilizzare per riferirsi a qualsiasi melodia o motivo musicale semplice e sobrio; nel contesto di questo romanzo, il termine evoca anche un terzo concetto, più un’immagine che un significato in senso stretto: “canto della pianura”».

LIBRI LETTI: HARUF

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Siamo a Holt, una città desolata del Colorado, la storia di cui il libro si fa portavoce è tanto lieve quanto desolata come quelle terre aride bruciate dal sole, è una storia di sopravvivenza e di morte, di una morte che cambia le geografie dei comportamenti di chi sta accanto all’uomo, ma cambia anche l’uomo stesso, ad un passo dalla fine, dal nulla.
Haruf sembra essere una spettatore esterno alla vicenda e dare unicità tanto ai momenti quotidiani, ai cambiamenti climatici, agli avvenimenti in fattoria, tanto ai momenti più rilevanti della storia, quasi a voler far scegliere il lettore su quale dei due soffermarsi, dare importanza.
Il libro racconta altre storie collegate, di altrettanta importanza: come la storia di un uomo che si è tolto la vita, e di una donna sull’orlo della disperazione che tenta di cambiare vita toccando il fondo, la storia di un adulterio, di un uomo che non si è tolto la vita, ma pensa di togliersela, di un’orfana, di un uomo di chiesa che non conforme alla tradizione è allontanato.
Il libro racconta del dolore e del senso di perdita, tanto in sé, facendo riaffiorare tutti i fantasmi del passato, provocando sentimenti di colpa, di rimpianto, di vergogna, quando, forse, è troppo tardi, e tanto negli altri, di chi quel dolore lo vive come condizione indotta. Vede quel dolore, lo vive, ne sente l’odore e il progredire, ne combatte ogni giorno le conseguenze, in maniera amorevole, con accadimento materno.
Un libro che si fa intenso pagina dopo pagina, che all’inizio appare un pochino lento nel suo dispiegarsi, ma che poi ti travolge con tutta la sua forza, la forza del sentimento umano e nella benevolenza e nella sua disperazione, che attraverso una Benedizione umana trova la sua conferma.

Il libro è pregevole anche perché è pubblicato da un piccolo editore, NN Editore che ha permesso di conoscere questo autore al pubblico italiano. Questo libro è il primo di una trilogia, di cui il secondo è “Crepuscolo”, e il terzo è “Canto della pianura” (anche se in Italia è stato pubblicato solo il primo e il terzo, mentre il secondo uscirà in primavera).

«[…] Quante volte sono entrato e uscito da quella porta. Non è così, Mary?
Secondo te quante volte, caro?
Sei giorni alla settimana, cinquantadue settimane all’anno per cinquantacinque anni, rispose lui. Quanto fa?
Fa una vita intera».