LIBRI LETTI: GUERRIERI

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Il ladro di baci: Guerrieri ci introduce nella vita di Robert Doisneau, il fotografo dei baci. Baci di ogni tonalità. Baci rubati. Baci sperati. Baci subiti. Baci inscenati. Baci d’amore. Baci nati sotto il cielo di Parigi che fa da sfondo a tutto il racconto, la Parigi di Hugo, di Dumas, di Verlaine, di Rimbaud, di Steiner, di Joyce. E ricorda: «Amami, dice l’immagine con un soffio che ha il potere di sfamare. Amami, e qualcosa di non facile da capire ti sarà dato nella fame del secolo, nel domandare e ridomandare che cosa resti del giorno, quando tutto, anche il giorno, anche questo giorno, sta per chiudersi nell’irreversibile mai più».
Un marziano al mare: Siamo di fronte a Luigi Pirandello sulla spiaggia di Camaiore: «[…] l’uomo che vediamo chiuso dentro il rettangolo grigio non vuol rovesciare una logica, né intende disgregare il senso comune. Quest’uomo, in realtà, sta interpretando la propria morte. Si è ucciso pur restando vivo. Ha compiuto un suicidio platonico». La morte dell’anima. La morte che si accoda alla pazzia, la pazzia di essere dimenticato, la pazzia di cercare una gloria che a stenti gli riconoscerà la sua fama. Fama di penna sublime e di insaziabile Dongiovanni.
Il santo degli elettroshock: La pazzia. La mente geniale e complessa di Antonin Artaud, l’intimità di un proprio credo, ma allo stesso tempo sentirsene estraneo. La follia della psiche. I viaggi tra i manicomi. Tu «eri finito in un lager, signor Artaud. Non in quanto ebreo, ma come malato di mente».
E le tue confessioni, in particolare quella famosa lettera a Latrémolière: «L’elettroshock, signor Latrémolière, mi avvilisce, mi toglie la memoria, m’intorpidisce il pensiero e il cuore, fa di me un assente che si vede assente e che erra per settimane alla ricerca del suo essere, come un morto accanto a un vivo che non è più se stesso […] Ogni volta mi restituisce a quegli abominevoli sdoppiamenti di personalità di cui ho scritto nella corrispondenza con Rivière, ma che allora erano una conoscenza percettiva e non un tormento come sotto l’elettroshock. Provo molta amicizia per lei e lo sa, ma se non fa smettere immediatamente questi elettroshock non potrò custodirla nel mio cuore…».
Un malinconico Gesù: in questa istantanea l’autore ci propone il ritratto di James Joyce e il suo animo dannato, malinconico, a volte anche detestabile, che ha uno sguardo d’intesa con Sylvia Beach, la donna che andando contro tutti gli editori del mondo fu la prima che decise di pubblicare – in quanto proprietaria della Shakespare and Company – il romanzo più famoso di Joyce, l’Ulysses. La narrazione si mescola anche ai fervori del tempo, e alle amicizie/frequentazioni come Ezra Pound – suo mentore e mecenate – o Hemingway e Spender.
Ezra poundation: siamo in compagnia di Ezra Pound, quest’altra storia può essere direttamente collegata con la precedente in quanto si narra del fitto e solidale rapporto di mutuo soccorso che Pound decise di instaurare con J. Joyce, per più di dieci anni. Dieci anni di battaglie, di consigli, di gesta in segno di stima profonda per questo uomo, e per la sfortunata vicenda editoriale delle sue opere, arrivando a fargli assegnare il Royal Literary Fund, pari a 75 sterline. Ezra ribadisce ancora la stima profonda verso questo scrittore, arrivando a mettere in atto una vera e propria “guerra dei libri”, riserbandogli questi pensieri: «scrive quel tipo di prosa che vorrei scrivere io se fossi un prosatore». Precisando: «…scrive con una chiara durezza, accettando ogni cosa, definendo ogni cosa con nitidi contorni. Non è mai affettato. Scrive da europeo, non da provinciale». E ancora: «C’è la vita, là. Joyce guarda senza smarrimento».
Il diavolo a Hollywood: Chi è Louise Brooks? «Louise Brooks li invadeva, Louise Brooks sobillava il loro desiderio, Louise Brooks colmava il loro eros. Non era Lolita, poiché aveva passato i vent’anni, anche se da poco. Non possedeva la morbida perversione della bambina-donna, non incarnava l’impubere che sa accendere misteriosamente il sentimento maschio, ma spargeva intorno a sé la medesima folata di desiderio con cui, trent’anni dopo, la ninfetta di Nabokov avrebbe legato i sensi del povero Humbert Humbert». Louise Brooks e il cinema, Louise Brooks e la fuga dall’amore, Louise e i suoi trasferimenti fin ad arrivare ad Hollywood, la casa della sua condanna: «Quando, nel 1940, lasciai Hollywood per sempre, pensavo che fuggire da quel posto mi avrebbe automaticamente guarita da quel morbo pestilenziale a cui in genere si alludeva scherzosamente chiamandolo “sindrome di Hollywood” […] Nel 1943 mi trasferii a New York, dove mi resi conto che l’unica carriera ben retribuita che mi si offriva, in qualità di attrice fallita di trentasei anni, era quella della squillo. Cancellai il mio passato, rifiutai di vedere i pochi amici che mi legavano ancora al mondo del cinema, e cominciai ad affezionarmi a delle bottigliette piene di piccoli sonniferi gialli […] Nessuno sapeva capire perché io odiassi tanto quel terribile posto distruttivo che a tutti gli altri sembrava un paradiso meraviglioso. «Che ti succede, Louise? Tu hai tutto! Che cosa vuoi?» Per me tutto questo era come un sogno terribile che faccio – sono perduta tra i corridoi di un grande albergo e non riesco a trovare la mia stanza: la gente mi passa davanti come se non potesse vedermi né udirmi. Così dapprima fuggii da Hollywood e da allora sono sempre fuggita. E ora, a sessantanove anni, ho messo da parte la speranza di trovare me stessa. La mia vita è stata niente».
La profumiera di Venere: Guerrieri in questa istantanea ci racconta di Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, «Lina soffriva e cantava, cantava perché soffriva, cantava perché non si sentiva al suo posto».
Nella sua vita la Cavalieri ricevette 840 proposte di matrimonio, ebbe cinque mariti e un numero incalcolabile di amanti. Sette spasimanti si uccisero per lei. Idolo d’amore e soprattutto di desiderio, riceveva ogni mattina 1300 tra rose e orchidee. E Gabriele d’Annunzio, che a tutto resisteva tranne che al fascino femminile, nel settembre 1900 le donò una copia del Piacere con la dedica: «A Lina Cavalieri, alla massima testimonianza di Venere in terra, questo libro ove si esalta il Suo potere». E nel maggio 1902, inviandole un omaggio, scriveva: «A Lina Cavalieri – che ha saputo comporre con arte una insolita armonia tra la bellezza del suo corpo e la passione del suo canto – un poeta riconoscente».
Conobbe enorme e inaspettata fama inimicandosi anche molte colleghe dell’ambiente come la Bella Otero, che arrivò fino ad odiarla; il posto da diva nei teatri di tutto il mondo era il suo. Nessuno poteva competere. Arrivarono i cambiamenti, e con loro anche le prime stroncature – le prime architettate a tavolino da un amore rifiutato –, ma lei non si scoraggiò, anzi, questo forse fu il motivo che per tutta la vita le smosse dentro sempre un monito: raggiungere sempre i propri obiettivi. Ma Luisa era anche una donna imprevedibile, particolare, tantoché all’apice della sua carriera cambia rotta: «fuori ormai dalla mia attività preferita: il teatro, mi dedicai intieramente a questa nuova forma d’arte, che ritenni anche manifestazione pratica di altruismo. Fondai a Parigi, città sacra alla moda e alle infinite manifestazioni della femminilità, un Istituto di bellezza, presso i Campi Elisi. Ho sempre pensato che l’estetica sta alle possibilità di una donna, come la carrozzeria sta al successo di una marca automobilistica. […] Perché, dunque, non aiutare le mie compagne ad assicurarsi, nei limiti delle loro possibilità, la più possente arma di vittoria? Fu così che le macchine di massaggio e di ondulazione, le ciprie, le creme, i rossetti e le lozioni sostituirono, per circa dieci anni, le orchestre, le scene, le partiture, le parrucche e i costumi. I miei compagni di successo non si chiamarono più: musicisti, tenori, baritoni, bassi, ma: parrucchieri, massaggiatrici, manicure e pedicure. Il pubblico non applaudiva più il mio canto, ma le mie clienti uscivano radiose di felicità dai miei gabinetti di cura estetica».
Gregorio del Pilar: questa è la storia di Gregorio Fuentes Betancourt, il capitano di Hemingway, o meglio, come amava farsi chiamare lui: l’amico di Hemingway. La storia di un marinaio, di una vita votata al mare, all’avventura, allo scoprire gli abissi, non avendo paura di sfidarlo. E’ la storia di un giovane che si fa strada nella marineria, con le sue rughe, con la sua pazienza, con la sua abilità e arguzia. Questa è la storia de l’inizio del Vecchio e il Mare, di Pilar, e della conquista del mondo, un mondo che si è arenato quando l’ultima ruga del volto ha scoccato l’ultimo battito.
Le latrine papali: siamo in compagnia di Carlo Emilio Gadda, e tutto il racconto si caratterizza per l’indolenza dell’ingegnere – prima, poi impiegato della Rai democristiana, e successivamente scrittore –, nei confronti del lavoro, lavorare fintantoché gli bastava, né di più né di meno. Ci viene raccontato del suo lavoro al Vaticano: «Nel ’32 arrivai a Roma sempre per il mio lavoro d’ingegnere… A rigore, non dovrei neppur dire Roma… dovrei parlare dello Stato estero che si trova dentro Roma, il Vaticano, una superficie di zero virgola otto chilometri quadrati, un niente, ma un niente relativo, poiché niente al mondo mi è mai parso più pieno, più denso, più alacre, più industrioso di quel niente. Fui chiamato per costruire la centrale elettrica e termica dello Stato. In altre parole, fui chiamato per occuparmi della luce, dell’energia, dei termosifoni, delle latrine, dell’acqua e del gas. Se una latrina s’intoppava, ero io che dovevo correre, per evitare conseguenze spiacevoli. Sovrintendente dei cessi del papa… un Gadda poi…! Se penso che nel 1871 un altro Gadda era stato il primo prefetto di Roma capitale! Quando arrivai cercai subito il modo di ripartirmene. Non per la faccenda del cesso papale… che non mi procurava umiliazione, no, tutt’altro… ma per una malformazione della mia natura. Succedeva sempre così. Ogni lavoro che cominciavo lo consideravo a tempo… Ero deciso a lavorare quel tanto, o quel poco, che mi avrebbe consentito di metter da parte un discreto gruzzolo da investire nelle mie amate Edison, in modo da attendere tranquillo ai miei esperimenti letterari […]».
Stalag XII D: Cos’è la Stalag XII D? «Questo è un hangar dello Stalag XII D. In questo campo non lontano da Treviri, in Germania, il nazismo recludeva non soltanto i prigionieri di guerra, ma anche coloro che, nel delirio igienista del Führer e dei suoi gregari, erano considerati i bastardi del genere umano. Qui fu deportato nel 1940 Jean-Paul Sartre, e qui, proprio in questo camerone procurato da un caparbio prete cattolico, Sartre rappresentò da regista e interpretò da attore una delle opere più sconvolgenti e meno conosciute della sua produzione drammatica: una commedia religiosa».
Si racconta di Sartre e la sua crescita, del suo rapporto con il nonno (che gli farà da padre) e della figura della madre adorata, un’amica più che una mamma, fino al giorno dei ‘due ceffoni’. Si racconta di Sartre e del suo rapporto difficile con i compagni di scuola, delle sue domande esistenziali che smuovevano le sue sinapsi sin dalla tenera età, fino ad arrivare all’arruolamento per lui vissuto come una ‘rivelazione’, e al suo rapporto con Dio da sempre contrastato e negato per concludere con i primordi di quello che sarà poi l’Esistenzialismo.

Guerrieri con queste istantanee ha trovato la sua dimensione ottimale, riesce a dipingere in modo chiaro gli animi di diversi personaggi, senza stancare, anzi, si arriva alla fine di ogni racconto con la voglia di saperne di più, e questo è sicuramente un pregio. L’avevo già apprezzato in “La schiava di Picasso”, in cui si racconta la storia dell’artista poliedrico, sicuramente merita la lettura di altri suoi libri, spero presto di poter leggere “Curzio”, che è in lista lettura da immemore tempo.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE HAI DECISO DI LEGGERE SOLO PERCHÈ ATTIRATO DALLA COPERTINA

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Sinossi: Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest’abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou…
Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou… la madre.
Di lei, suo marito dice che dà del tu alle stelle, ma in realtà dà del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento.
Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo.
Per il resto del tempo si entusiasma e si estasia per ogni cosa, trovando incredibilmente divertente l’andare avanti del mondo. E non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo. Un romanzo che lei ama molto e nel quale s’immerge in ogni momento.
Di una sola cosa non vuole sentire parlare: delle tristezze e degli inganni della vita; perciò ripete come un mantra ai suoi: «Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene».

Non starò qui a raccontarvi l’evoluzione del libro, anche perché non è un libro che si presta facilmente ad una recensione.
Possiamo sin da subito dire che l’autore francese, Olivier Bourdeaut, ha esordito nel panorama letterario francese dando prova di originalità uscendo fuori dagli schemi classici della narrazione, e anche del tipo di storia che generalmente viene pubblicato.
Protagonista è un bambino, figlio di due genitori non proprio ordinari presi da un amore folle, e votati a scardinare ogni convenzione e normalità.
Il padre di questo bambino, grazie all’aiuto di un senatore si inventa una professione “l’apritore di garage”, e si diverte chiamare la moglie ogni giorno con un nome diverso, quasi a rinnovare quotidianamente l’amore provato per lei.
L’intensità che aumenta. L’amore che si disvela. Il nome dell’innamorata che muta. Nuovi sentieri d’amore ogni giorno.
Joséphine, Marylou, Renée, e ogni 15 Febbraio Georgette, si perché l’anniversario degli innamorati in casa Bojangles arriva con un giorno di ritardo.
Il pregio del libro di Bourdeaut è che oltre a raccontarci le sregolarità di questi due innamorati, e l’immenso amore che questa coppia si dichiara ogni giorno, a scapito – onestamente – anche della vita del bambino, che si trova a vivere due vite parallele: quella che c’è tra le mura di casa, e quella all’opposto fatta di regole proprie della scuola; riesce a raccontarci anche di come questa bolla di perfezione, questa felicità perenne possa andare in frantumi, possa essa minata, esser messa in pericolo, non essere più la stessa, e se la musica prima suonava ripetutamente in segno di un balletto ora diventa un adagio che poco a poco abbrunisce il tutto in segno della pazzia. La pazzia di chi non si sottrae a vivere la vita senza risparmiarsi mai, e ne viene tremendamente travolto.

LIBRI LETTI: DIOTALLEVI

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«In Valle d’Aosta, alla vigilia della Prima guerra mondiale, Fiamma vive appartata in un capanno tra i boschi e la comunità di Saint Rhémy, dove tutti la considerano una sorta di strega. Tutti, tranne il giovane Raphaël Rosset, che sente crescere per quella ragazza solitaria e dai capelli rossi un’irresistibile attrazione. Yann, suo fratello, tenta in tutti i modi di proteggerlo da quello che appare, ai suoi occhi, come un vero e proprio sortilegio e di salvaguardarlo dall’ira del padre. Partiti per una battuta di caccia guidata dal padre, in quei boschi che tutti ritengono abitati da streghe, i giovani fratelli scopriranno però di non essere così diversi…»

Le Grand Diable è il prequel del romanzo Dentro soffia il vento, vincitore del Premio Giovani Neri Pozza Editrice.
In questo piccolo racconto si fa un passo indietro nelle vicende narrate da Francesca, se ne spiega l’inizio, come tutto nasce, e come tutto è destinato a intrecciarsi. Si incontra Raphaël, Yann, Fiamma, un coniglio, la voglia di riconoscersi uomo, e non sentirne una scadenza. L’impeto di un padre padrone, le vette di Saint Rhémy; il tutto per creare un’atmosfera preparatoria per leggere il romanzo completo.
Consiglio per chi ancora deve leggere entrambi, di iniziare prima da questo prequel, e poi d’inoltrarsi nel bellissimo Dentro soffia il vento, di cui voglio riportarvi una leggenda popolare zingara che mi ha conquistato, inserita all’inizio del romanzo:

Quando gli zingari erano uccelli

«Agli inizi noi eravamo degli uccelli, avevamo le ali e ogni giorno volavamo alti sulle cime degli alberi e delle montagne per procurarci il cibo. Eravamo uccelli, e con l’arrivo dell’inverno ci dirigevamo verso paesi più caldi. Quando la stagione cominciava a cambiare, quando le foglie sugli alberi iniziavano a ingiallire e quando i vermi e gli altri esseri sulla terra cominciavano a ritirarsi nelle loro tane, lasciavamo un paese e ci dirigevamo verso un altro.
Una volta, dopo un lungo periodo in cui non avevamo toccato cibo, giungemmo su una regione ricca di frumento, come mai avevamo visto prima. Piombammo su quei campi, mangiammo talmente tanto e diventammo così pesanti da non poterci più alzare in volo. Così quella notte restammo in mezzo all’erba e al frumento.
La mattina dopo, invece di volare via, prestammo ascolto alla voce del nostro stomaco e riprendemmo a mangiare. Restammo in quel campo; diventammo giorno dopo giorno sempre più pesanti; non riuscivamo più a volare e, per spostarci da un luogo all’altro, eravamo costretti a saltellare. Poi le foglie cominciarono a ingiallire sugli alberi, i vermi e le altre creature della terra scivolarono nelle loro tane; il vento freddo dell’inverno prese a soffiare, ma noi non riuscivamo ad alzarci in volo.
L’erba si diradò e i gambi del frumento diventarono secchi. Anche noi, osservando tutti quegli esseri brulicanti, prendemmo a scuotere le granaglie dai gambi, ne facemmo dei mucchi e li spingemmo nei buchi della terra. Le piume delle nostre ali si coprirono di croste, si incollarono e cominciarono a diradarsi. Le ali assunsero la forma di braccia e di mani. E poiché non eravamo più in grado di volare, scavammo delle tane sulle spiagge dei fiumi e sui fianchi delle montagne
Noi siamo uccelli. Le nostre braccia sono due ali. Ogni volta che vediamo una montagna, ci prende il desiderio di raggiungere le sue vette; ma non siamo più in grado di volare, e dobbiamo camminare, se vogliamo raggiungerle. Ma un giorno, il popolo Kalo, il popolo degli zingari, riacquisterà le sue ali».

LIBRI LETTI: GUERRIERI

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«Olga è lo chic, Marie-Thérèse è la luce e tu, Dora tu…(la sottomessa n.d.r.)».

Guerrieri in Schiava di Picasso riesce a presentarci l’artista Picasso a tutto tondo, sia nel suo fervore artistico, ma soprattutto nella sua vita privata.
Un uomo che onestamente non mi aspettavo che avesse tale carattere: duro, algido, cinico con delle punte di dolcezza improvvise, un uomo che combatte con il suo stesso sé.
La bellezza del romanzo è l’atmosfera, l’atmosfera che è portavoce di tanta arte, e artisti, che ritrovano un movimento comune e un proprio agire nel Surrealismo, nell’esaltazione ed esasperazione delle passioni.
Si incontra Georges Bataille con le sue fisime manieristiche di sottomissione, si incontrerà Man Ray diretto oppositore artistico di Dora, Michel Leiris, Max Jacob, André Masson, Nusch (moglie di Éluard che nella sofferenza e nel dolore ricoprirà un posto importante nella vita di Dora) e tanti altri artisti, girovaghi senza anima alla ricerca della passione, dell’eccesso.
E in ultimo il perno centrale Pablo Picasso, che non si risparmierà in nulla, anzi, vivrà l’amore in ogni dove e con ogni donna, perché al richiamano delle passioni lui non sapeva di certo dir di no.
Se da una parte vediamo il decadimento e la fuga dell’amore di Dora verso Bataille, amore che rimarrà comunque vivo e contrastato per il resto della sua esistenza, essendo Bataille una figura ingombrante per il panorama artistico del tempo, dall’altra parte troviamo il senso di impotenza di Picasso verso la sua prima moglie Olga Chochlova, una ballerina dal movimento leggiadro e soave: «Che potevo fare?» proruppe Picasso. «Ti accorgi di vivere in una gabbia quando ci sei dentro. Io non volevo sentirmi in gabbia, volevo riprendere la mia strada, mi mancava la mia aria, volevo salvarmi dal mio mondo. A Olga passavo del denaro, tanto denaro, ma non le bastava mai. La accontentavo in tutto. Per lei avevo assunto una governante, un cuoco e un autista. Nello stesso mi accorgevo che la pittura mi procurava sofferenza come mai prima. In quel periodo creavo donne contorte con tanti denti pronti a divorare qualunque cosa, oppure disegnavo femmine monumentali, immense, dei totem sessuali. Ero troppo demoralizzato, pensavo di dedicarmi alla letteratura e al teatro, volevo abbandonare la pittura, ero stufo dell’asfissiante rispettabilità di Olga. Mi salvò Marie-Thérèse. Aveva soltanto diciassette anni quando la vidi ferma ad una bancarella davanti la galleria Lafayette mentre sceglieva un collettino di pizzo. Non potei trattenermi dal dirle chi ero, che trovavo la sua faccia interessante e che mi sarebbe piaciuto farle il ritratto. “Perché no?” mi risposte con un sorriso incosciente […]».
Dalla disperazione di due amori mancati, fuggiti, corrosi fino all’osso dalla ricerca di un estenuante e nuova passione, Pablo si avvicinò a Dora o meglio a: «[…] Henriette Theodora Marković. Da Theodora aveva estratto Dora e da Marković Maar. Pensava che “Dora Maar” fosse più carico di mistero, più melodioso, più facile da pronunciare e da ricordare […]».
Qui forse si celebra l’amore universale, quell’amore che Pablo non aveva provato per le precedenti mogli (da cui aveva avuto anche un bambino), un amore sconfinato, ma che allo stesso tempo non è mai assoluto, unico. Pablo non riesce a proiettare tutti i suoi sentimenti verso una sola donna, e anche quando si impegna per riuscirci il suo animo cinico prenderà il sopravvento, quasi a voler mostrare un esagerato lato edonistico mettendo a confronto spesso la sua seconda moglie con Dora: negli appuntamenti a sorpresa, nei regali spesso comuni, nelle lettere nascoste, o nei viaggi in incognito di cui Dora era totalmente all’oscuro.
Dora, una donna sofferenza, una donna schiava di sé stessa, ma soprattutto dell’amore, e della solitudine che dall’altra parte della stanza le mostrava la propria fisionomia, lei che si lega nella sofferenza e consapevole di non poter star sola a quest’uomo, a questo ennesimo uomo che fa il bello e il cattivo tempo mettendo in gioco ogni suo sentimento:

«La pazienza e il silenzio mi prendano per mano
le gelosie non tirino fuori i loro artigli superbi
l’assenza prepara i suoi aghi
per aspettarmi mentre il giorno langue
mi svegliano il sangue apre le ali.
Parlo.
Sono caduta in rovina straziandomi d’amore.

Lei che vivrà insieme a lui anche gioie, ma spesso dolori e lancinanti paure, paure verso lo straniero, l’invasore, verso l’occultamento dell’espressione umana, sentitamente vissuta nella produzione dell’opera Guernica.
Picasso si rivolse all’amico che l’accompagnò per tutta la vita Éluard, che rispetto alla situazione spagnola e all’impegno di dipingere un quadro sui sommovimenti che stavano avvenendo disse:
«[…] gli artisti dovevano ritrovare il fuoco, non potevano più lustrare le piume agli angeli».
E ancora a Éluard venne affidata una descrizione caldamente scritta dall’artista Picasso sull’opera civile Guernica che poi sarà ceduta per l’Esposizione Universale:
«Il conflitto spagnolo è la lotta della reazione contro il popolo, contro la libertà. Tutta la mia vita d’artista non è stata altro che una lotta continua contro la reazione e contro la morte dell’arte. Come si può pensare per un solo momento che io possa essere d’accordo con la reazione e con la morte?…Nel quadro al quale sto lavorando in questo momento che chiamerò Guernica e in tutte le mie opere recenti esprimo chiaramente il mio odio per la casta militare che ha sprofondato la Spagna in un oceano di sofferenza e di morte».

Picasso non si risparmiò, fece ardere il suo fuoco artistico e sentimentale, spesso sconfinando nell’esasperazione delle passioni, circondandosi di tanti amici, di tanti artisti, e di un angelo sottomesso all’amore, all’allontanamento della solitudine, un angelo ferito, un angelo desideroso di morte e di vita.

«Tutti vogliono l’amore, ogni specie d’amore. Non desiderano altro. Ma non si rendono conto che non è l’amore ciò che muove il mondo e noi stessi: è l’erotismo. Soltanto l’erotismo, cioè la nostra sfida alla morte, è in grado di sconfiggere la morte. Posso dirlo in un altro modo, se preferisce l’erotismo è il trionfo della vita fino alla morte».

LIBRI LETTI: DIOTALLEVI

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Dentro soffia il vento della giovane autrice Francesca Diotallevi è il vincitore della Sezione Giovane del Premio Neri Pozza.
Una trama perfetta, in cui ci sono tutti gli ingredienti per far incuriosire il lettore, trasportandolo in mondi altri, attraverso usanze, culture, realtà che solo attraverso i libri si riescono a vivere, a interiorizzare.

Il libro è narrato in prima persona, ed ogni capitolo è scandito dalla voce di un personaggio: Fiamma, che è la vera protagonista della storia, che è un po’ l’anima stessa del libro, potremmo dire ‘il diavolo e l’acqua santa’ della ridente cittadina di Saint Rhémy, Don Agape parroco da poco trasferitosi da Roma su quel monte isolato dalle temperature rigide, e Yann Rosset dall’animo furibondo e fratello di Raphaël giovane cadetto partito al fronte.

Il pregio della scrittrice è quello di farti sentire estremamente in empatia con la narrazione, come se fosse lo stesso lettore a compiere le fila della storia, a gioire e versare lacrime al posto degli stessi personaggi. Ci si ritrova assuefatti a sentire il profumo dei medicamenti, delle erbe, si prova senso di smarrimento insieme a Fiamma la fattucchiera del villaggio, l’appagatrice di ogni malanno, ma la sorgente – allo stesso tempo – di ogni male.
Ci si sente un po’ come Don Agape, un Don Abbondio del terzo millennio che scappa dalla sua individualità, da destini e percorsi non decisi: «prendere i voti era stata una diretta conseguenza della mia condizione di secondogenito. La mia era una famiglia importante, agiata. Con un fratello indirizzato a prendere in mano le redini dell’azienda fondata dal mio bisnonno e uno zio vescovo, che rivestiva un ruolo di spicco in Vaticano, il mio futuro era stato deciso ben prima che il Signore mi infondesse la vocazione. Non mi ero tirato indietro; ero sempre stato un’occasione mancata, il figlio mediocre, che non brillava negli studi e nella vita in generale. Un bambino scialbo che si era trasformato in adolescente timoroso e indeciso. Avevano deciso al mio posto, e io avevo seguito la strada che qualcun altro aveva tracciato davanti a me».
Ci si sente anche come Yann, quel fratello maldestro, all’ombra sempre di un fratello più forte, più generoso, più benevolo, con meno demoni interiori che non deve combattere una natura matrigna che l’ha segnato per sempre, ne ha disegnato i passi, le rette, gli intenti.
Ci si sente un po’ un abitante di Saint Rhémy, attraverso varie gradazioni di temperatura, fin per arrivare a scoprire l’amicizia e l’amore che nel romanzo diventano un’unica canzone, un unico spartito, sul filo sottile di lettere scritte col sangue, con l’inchiostro dei sentimenti, con il bene autentico. E si sta come d’inverno ad attendere una nuova stagione, una nuova evoluzione, un’intraprendenza e un coraggio che ‘smova’ gli animi dei personaggi e gli ricordi che anche se fuori è inverno dentro c’è un’invincibile estate, l’estate dei sentimenti.
Perché anche a noi lettori la montagna ha cambiato. O forse è stato l’inverno. Prima non avevano nessuna certezza. Ma neanche adesso – in verità – l’abbiamo, tranne una: «non siamo soli in questa vita. Siamo sempre parte di qualcosa ed è quel qualcosa che spesso ci salva, anche da noi stessi».

«Dio, bambina mia non è qui. Dio è la montagna che ci tiene al sicuro, pur esponendoci a tanti pericoli. E’ l’acqua e il cibo che ci permettono di vivere, il fuoco che ci riscalda. Dio è la pioggia che bagna i campi e il sole che scioglie la neve. Dio è nei dettagli, figlia mia».

«La verità, Fiamma, è che abbiamo perso qualunque umanità. La morte è diventata un’abitudine, non rappresenta più un’eccezione, ma appartiene ormai alla quotidianità».

«Se c’è una cosa che ho capito, da questa guerra che non lascia scampo, è il senso del tempo. Ne abbiamo a disposizione uno sputo e lo sprechiamo a vivere una vita che non vogliamo, mettendo a tacere i nostri desideri. Siamo così fragili, così insensati».

LIBRI LETTI: HERRERA

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Desrizione: Alla fine degli anni Novanta, New York è tappezzata di manifesti che raffigurano i quadri di Frida Kahlo. Un suo autoritratto viene venduto da Sotheby’s per oltre un milione e mezzo di dollari. A Hollywood si girano film sulla sua vita e i giornali di tutto il mondo la chiamano «la grande Frida» o «la regina di New York». Come se non bastasse, anche il mondo del glamour ne va pazzo: vengono stampate magliette, cartoline, poster con la sua immagine, abiti e gioielli che ne ricalcano lo stile.
Ma chi era veramente Frida Kahlo e perché si parla ancora così tanto di lei? Nata nel 1910 a Coyoacan, in Messico, Frida sembra un personaggio uscito dalla penna di Gabriel García Márquez: piccola, fiera, sopravvissuta alla poliomielite a sei anni e a un brutto incidente stradale a diciotto che la lascerà invalida, con tremendi dolori alla schiena che la perseguiteranno fino alla morte. Nella vita privata e nella produzione artistica, Frida è combattuta tra due anime: il candore, da un lato, e la ferocia, dall’altro; la poeticità della natura contro la morte del corpo. La vita di Frida è un viaggio che affonda nella pittura tradizionale dell’800, nei retablos messicani, in Bosch e Bruegel, ma che subisce prepotentemente il fascino degli uomini più potenti del suo secolo: come il muralista Diego Rivera (marito fedifrago che le rimarrà accanto fino alla fine) o Trockij (di cui diverrà l’amante) o Pablo Picasso (che un giorno, al cospetto del marito, disse: «né tu né io sappiamo dipingere una testa come Frida Kahlo»).
La biografia di Hayden Herrera – la massima esperta vivente di Frida – non è soltanto un’indagine poetica su una delle più grandi pittrici del Novecento. È soprattutto un libro di passione politica, d’amore, di sofferta ricerca artistica. Quella stessa sofferenza che porterà Frida a dipingere ossessivamente autoritratti spietati e nature morte sensuali, quasi volesse, mettendole sulla tela, strapparsi di dosso le proprie cicatrici e vivere finalmente una vita libera dal passato e felice.

Forse la più completa biografia che è stata mai scritta su Frida, e la sua storia d’amore con Diego Rivera. Unica e inimitabile.
Un libro da custodire gelosamente per la cura con cui è stato scritto, nei minimi dettagli, dal carteggio d’amore tra i due innamorati, alle lettera di Frida ai suoi medici, perché per chi conosce un minimo la vita di questa splendida artista sa che la parabola esistenziale della sua vita è stato il dolore. Dolore vissuto intensamente, senza risparmiarsi nulla, anzi. Intensità che vivrà in ogni battito con tutta se stessa anche l’amore per Diego: «Sebbene fosse innegabilmente brutto, attirava le donne con la stessa facilità con cui una calamita attira gli spilli. In realtà parte del suo fascino deriva proprio dal suo aspetto mostruoso – la sua bruttezza era un piedistallo perfetto per quel tipo di donna che ama giocare alla bella e la bestia – ma l’attrattiva più grande era la sua personalità. Era un principe ranocchio, un uomo straordinario, pieno di humour brillante, di vitalità, di seduttività. Sapeva essere tenero ed era profondamente sensuale. Ma quel che più conta, era famoso e la fama sembra essere un’esca irresistibile per certe donne. Si dice che le donne gli dessero la caccia più di quanto lui non desse la caccia a loro».
Diego neanche si risparmiò in ogni singola passione, prese tutto dalla vita forse anche troppo: «Ninita Chiquitita preciosa, sono molto triste qui senza di te, come te non riesco neanche a dormire e a malapena sollevo la testa dal lavoro. Non so nemmeno cosa fare se non posso vederti. Ero sicuro di non aver amato nessun’altra donna come amo la ciquita, ma solo adesso che mi ha lasciato so quanto la amo davvero, lei sa già che conta più della mia stessa vita, adesso lo so io, perché veramente senza di te la vita non vale più di due noccioline al massimo…».

Un tumulto di emozioni, una storia oltremodo contrastata, tra sbalzi d’umore, riprese, abissi e di nuovo felicità. Una storia vissuta senza risparmiarsi. Una storia che si unisce e si rafforza con l’arte, con la tecnica artistica, con la sperimentazione, ma anche con l’assistenza reciproca (anche se spesso altalenante!).
«Per Frida Kalho dipingere fu una parte della battaglia per la vita. In grande misura fu anche parte della sua autocreazione: nella sua arte, come nella vita, l’autorappresentazione teatrale era un mezzo per avere il controllo sul proprio mondo. Si inventò una persona che poteva muoversi e fare scherzi con l’immaginazione invece che con le gambe […]».
Non starò qui a tediarvi con le avventure numerosissime sia amorose da ambe le parti che artistiche; nelle pagine si vive l’infanzia nella casa blu di Calle Londres e l’infanzia a Cayoacán, si legge della Scuola nazionale preparatoria, del fatale incidente che segnò tutta la vita di Frida e della colonna spezzata. Si trepida per l’avvicinamento con Diego, e del loro rapporto fino al matrimonio, del viaggio a San Francisco e del ricovero doloroso all’Henry Ford Hospital a Detroit, dei sommovimenti politici (che permeeranno tutto il libro con ricadute forti anche nella storia amorosa tra i due), del viaggio a Parigi e ancora delle nuove nozze. Nel libro c’è davvero tanto, troppo da raccontare, e non voglio ridurre la bellezza del tutto, ma voglio concludere con una lettera d’amore che rappresenta per me tutto il senso d’amore e devozione che Frida provava per Diego (che era in realtà reciproco, anche se in Diego meno evidente):

«Mio Diego:
Specchio della notte.
I tuoi occhi, spade verdi dentro la mia carne. Onde tra le nostre mani. Tutto tu nello spazio pieno di suoni – nell’ombra e nella luce. Ti chiamerai AUXOCRṌMO – colui che attira il dolore. Io CROMṌFORO – colei che dà il colore. Tu sei tutte le combinazioni dei numeri. la vita. Il mio desiderio è capire la linea la forma l’ombra del movimento. Tu riempi e io ricevo. La tua parola percorre tutto lo spazio e raggiunge le mie cellule, che sono i miei astri, e va alle tue, che sono la mia luce.
Era sete di molti anni trattenuta nel nostro corpo. Parole incatenate che non potemmo dire se non nelle labbra del sogno. Tutto era circondato da un miracolo vegetale del paesaggio del tuo corpo. Sulla tua forma, al mio tratto risposero le papille dei fiori, il mormorio dei torrenti. Tutti i frutti erano nel succo delle tue labbra, il sangue della melagrana, il tramonto del mamey e dell’ananas verde. Ti strinsi contro il mio petto e il prodigio della tua forma penetrò in tutto il mio sangue attraverso la punta delle mie dita. Odore di essenza di quercia, della memoria della noce, del verde respiro del frassino. Orizzonti e paesaggi – che percorsi con il bacio. Un oblio di parole formerà la lingua esatta a comprendere gli sguardi dei nostri occhi chiusi.
Sei presente, intangibile sei tutto l’universo che formo nello spazio della mia stanza. La tua assenza prorompe tremante nel ticchettio dell’orologio; nel pulsare della luce; respiri attraverso lo specchio. Da te alle mie mani, percorro tutto il tuo corpo, e sto con te per un minuto e sto con me per un momento. E il mio sangue è il miracolo che scorre nelle vene della’aria del mio cuore al tuo».

Inoltre, di pregio sono anche le raffigurazioni interne presenti nel libro in carta lucida delle opere di Frida Kalho. Un testo per gli amanti dell’artista e di questa intramontabile storia d’amore!