LIBRI LETTI: OATES – RC: OB. 10 – UN LIBRO IL CUI CONTENUTO RIGUARDI LA MUSICA

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«Nel regno animale i deboli soccombono presto. Questa è la religione: l’unica»

Un Oates veramente matura, un romanzo pieno, ricco, alle volte anche eccessivo come la scrittrice alle volte sa fare. Quarant’anni di esistenza si dipanano in queste pagine.
Siamo a Chatauqua Falls, al confine canadese, nel 1959, siamo in compagnia di una famiglia ebrea che fugge dalla ferocia nazista, e saliti sopra una nave di fortuna verrà alla luce la protagonista del romanzo: Rebecca Shwhart, la figlia del becchino.
E qui impariamo a conoscere questa famiglia, questa bambina silenziosa, taciturna, questa bambina che ama la scuola e ama le parole, ama il lessico, tanto da vincere un premio della contea, ricevendo lo sprezzo dei genitori. Conosciamo la vita anche di questi fratelli, il primo semianalfabeta, quello di mezzo troppo scomodo, e nato nel momento sbagliato per aspirare a qualcosa di più che questa triste famiglia può dargli.
Conosciamo Jacob, un padre che colto dall’insoddisfazione personale, da una mancata soddisfazione lavorativa, – visto che ora fa il becchino – impazzisce, degenera, crede di fare il bello e il cattivo tempo dei suoi familiari, come fossero oggetti inanimati, come fossero pedine, fino al triste epilogo: gli spari.
Lei Rebecca, ormai traumatizzata, cercherà braccia amiche per colmare mancanze di affetto, braccia anche sbagliate, con sentimenti frettolosi, sentendosi sempre un oggetto in mano a degli uomini che decidono per lei, che cercano di comprarla, di comprare la sua storia.
Rebecca, cambierà anche identità, e avrà un figlio, Zack, l’unico vero motivo della sua esistenza, il prolungamento dei suoi sogni, sogni infranti per esser caduta in mani sbagliate, in mani nemiche. Lei, schiva, diffidente, a volte anche cinica, con quella sua risata che fa scappare gli uomini proverà a ricominciare, viaggiando da un luogo all’altro fino a mettere nuove radici, radici morbide, soffici, radici che le entrano dentro per necessità, quella necessità di vivere e di voler guardare avanti senza girarsi indietro dove c’è ancora il sangue che sporca il pavimento.
Rebecca ci ha provato, e neanche lei ancora sa se ci è riuscita o meno a vincere questa sua battaglia, la battaglia di un popolo, di una terra, di una razza, la battaglia degli stranieri, che solo tra le pagine prenderà vigore e rivelerà ad ogni lettore la sua verità.
Un piccolo appunto sugli avvenimenti solo italiani: il titolo originale era The Gravedigger’s Daughter, cioè, La Figlia del Becchino, e qui invece, chissà per quale motivo, forse per paura che non potesse vendere un titolo del genere e per far saltare dalla sedia qualche bigotto di turno è stato tradotto come La Figlia dello Straniero, peccato.

 

LIBRI LETTI: GROSSMAN – RC: OB. 32 – UN LIBRO SULL’OLOCAUSTO

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Non si finisce mai di leggere, sui campi di sterminio nazisti. Questo libro di Vasilij è il primo reportage, che fu pubblicato nel 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). Vasilij Grossman ci racconta per primo cosa avviene in maniera puntuale, precisa e diretta in un lager nazista.
Il campo di sterminio di Treblinka si trovava ad ottanta chilometri dalla capitale polacca, in un luogo dove i nazisti nel 1941 avevano deciso di costruire un lager, in un posto collegato con mezza Europa; il lager di Treblinka era diviso in due campi: il n. 1, dove lavoravano prigionieri di varie nazionalità, in special modo polacchi, e il n. 2, per gli ebrei”.
Grossman arriva a Treblinka nel 1944 subito dopo la liberazione del campo n. 1, e del campo nel n. 2 avvenuta nel 1943 per mano degli stessi nazisti che stavano cercando di insabbiare, di nascondere, di offuscare quanto perpetrato.
Questo libro ci restituisce le testimonianze dei sopravvissuti a queste barbarie, oltre a testimonianze di abitanti nel luogo, il tutto per non far tacere, per portare in alto la verità.
Treblinka, secondo le disposizioni di Himmler, doveva rimanere un lager sconosciuto, dove gli ebrei venivano portati attraverso treni con l’inganno, e successivamente spogliati e rasati e portati verso la morte, morte che avveniva in maniera differente da tutti gli altri lager, non in forni crematori per bruciare i corpi gasati delle vittime, ma attraverso delle griglie i corpi venivano inceneriti. Tutto questo perché, ci si era accorti che le fosse comuni non erano più efficaci, perché i corpi erano troppi rispetto alle disponibilità delle fosse, e perché lasciano tracce troppo evidenti.
«All’incenerimento dei cadaveri lavoravano ottocento detenuti, più di tutti gli addetti agli altiforni di qualunque complesso metallurgico. Quella fabbrica mostruosa funzionò giorno e notte per otto mesi senza interruzione, ma senza riuscire a smaltire le centinaia di migliaia di corpi umani sepolti».
Un’altra testimonianza dolorosa che non va ignorata.

«Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hiltlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori».

LIBRI LETTI: LIEBRECHT – RC: OB. 12 – UN TESTO TEATRALE

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Il libro: «La pièce è incentrata sull’amore tra Hannah Arendt e Martin Heidegger, l’azione si svolge in due luoghi diversi, con salti di tempo e di spazio.
Il primo luogo è l’interno della baita di Raphael Mendelsohn, un caro amico (fittizio) di Hannah ai tempi dell’università, innamorato di lei ma non ricambiato. Il secondo luogo è il soggiorno dell’appartamento di New York dell’ormai anziana professoressa Hannah Arendt.
La baita di Raphael è altresì il teatro della relazione proibita fra la diciottenne Hannah, studentessa di filosofia all’università di Friburgo, e il professor Heidegger, sposato e di parecchi anni più anziano di lei. Nel soggiorno dell’appartamento di New York la professoressa Arendt, reduce da un infarto, riceve invece nel 1975 la visita di Michael Ben Shaked, giovane israeliano che si spaccia per uno studente di filosofia dell’università di Gerusalemme ma che in realtà è il figlio di Raphael Mendelsohn, venuto a cercarla dopo la morte del padre per scoprire una parte a lui ignota della sua vita. Mediante i dialoghi tra i due e i flashback del passato (gli incontri tra la giovane Hannah e il professor Heidegger nella baita di Raphael) la pièce ripercorre le tappe della storia d’amore impossibile, irrazionale e drammatica tra i due protagonisti».

Riporto due estratti che mi hanno colpito particolarmente, entrambi fanno riferimento all’Atto primo.

ATTO I – SCENA TERZA:

HEIDEGGER: Quando il falegname usa il martello, il falegname non è il soggetto e il martello non è l’oggetto. Mentre il falegname lavora non pensa necessariamente al martello che sta usando. Potrebbe pensare al pranzo che lo aspetta, oppure (addolcisce la voce) alla bellissima donna che ama…

Pausa. Hannah è imbarazzata.

HEIDEGGER: Può lavorare per ore senza nemmeno prendere in considerazione il martello per un istante. È d’accordo?

HANNAH: Sì. Non è assolutamente una questione di soggetto e oggetto.

HEIDEGGER: Esatto! E questa percezione trascendente quando giunge a una conclusione…?

HANNAH: Presumo quando accade qualcosa che permette al falegname di acquisire consapevolezza del martello.

HEIDEGGER: Eccellente supposizione! Il filosofo, Fräulein Arendt, è perennemente alla ricerca della verità. Ma la verità è velata e allora noi cerchiamo di interpretarla mediante i nostri bisogni fondamentali: devo mangiare, devo dormire, ecc. Solo allora siamo in grado di definire le cose a parole. E qui comincia il problema perché le parole, di fatto, nascondono. È d’accordo con me, Fräulein Arendt?

ATTO I – SCENA NONA

MICHAEL: Scholem sostenne che lei non avesse “amore per il popolo ebraico”.

HANNAH: Cos’è l’amore per il popolo ebraico? Me lo dica lei! Io non ho mai amato un popolo né una comunità, in vita mia. Non il popolo tedesco, né quello francese e nemmeno quello americano. Non ho mai amato neppure la classe operaia. Io amo soltanto, tra virgolette, i miei amici e l’unico tipo di amore che conosco e in cui credo è quello per gli esseri umani. Inoltre, quando si mischiano sentimenti e politica, io divento sospettosa. È una cosa che ha sempre portato a spargimenti di sangue.

MICHAEL: Lei ha criticato gli ebrei sostenendo che fossero andati a morte come un gregge di pecore.

HANNAH: No, al contrario! Io ho criticato il pubblico ministero, il signor Hausner, che pose ripetutamente domande in questi termini ai testimoni. Perché? Per umiliarli ancora? In fondo tutte le vittime dell’Olocausto, non solo gli ebrei, andarono a morte senza ribellarsi. Potevano fare altrimenti?

[…]

MICHAEL: Col suo permesso, vorrei concludere…

HANNAH: No, non ancora, per favore. Non prima che io spieghi l’espressione “la banalità del male” che è stata erroneamente interpretata come un atteggiamento di indulgenza nei confronti di quei crimini, quasi fossero banali. Quei crimini furono di un’atrocità inaudita. Ciò che era banale era l’ubbidienza totale di chi li commise. E la triste verità è che la maggior parte delle azioni malvagie viene compiuta da uomini che non hanno mai scelto consapevolmente di essere buoni o cattivi. Molti gerarchi nazisti amavano la cultura, avevano una famiglia ed erano padri devoti. È la loro normalità a fare paura. È questa la banalità del male. E la paternità di questa espressione, per inciso, appartiene a Heinrich Blücher, il mio defunto marito.