LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IL CUI TITOLO SIA FORMATO DA NOVE LETTERE

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Cosa parla Scomparsa di Joyce Carol Oates?
Parla innanzitutto di famiglia, un tema centrale e ricorrente nella sua produzione letteraria. Protagonista sventurata è Cressida Mayfield, di appena 19 anni, che una sera di luglio del 2005 è uscita di casa senza più far ritorno.
Perché questo?
Cressidra è scomparsa nel nulla, nella cittadina di Carthage e non è affatto semplice trovare le sue tracce, tutto sembra studiato a tavolino, premeditato, nessun passo falso commesso, nessun indizio che può aiutare la polizia a far chiarezza.
La famiglia Mayfield è ben nota nella cittadina, ed è composta dal padre Zeno, noto avvocato e anche ex sindaco dal carattere estremamente orgoglioso, la madre Arlette donna operosa e dedita al volontariato e dalla sorella Juliet, la bella della famiglia, la sorella senza difetti, che insegna alle elementari.
Ma Cressidra è stata rapita o si è allontanata volontariamente? Sembra da due testimonianze che sia stata vista in compagnia di Brett Kincaid, ex caporale dell’esercito rientrato da poco dall’Iraq nonché ex fidanzato, prossimo alla nozze con Juliet.
La vicenda è narrata da diversi punti di vista: i genitori in preda al panico e ad un dolore profondo che credono siano stati traditi proprio da quella persona che – ormai – credevano di famiglia; Cressidra che racconta le sue sofferenze e i suoi patemi interiori, amplificati da una forte solitudine e di Juliet – che alla fine del romanzo – mostra anche lei le sue fragilità essendo vittima del giudizio popolare.
Nel romanzo si affrontano svariate tematiche – in pieno stile Oatesiano – dalla famiglia, ai rapporti familiari, dalla violenza, al pregiudizio, dalle carceri al braccio della morte – a cui è dedicato una intera parte del romanzo – dalla guerra alla tema della fede, e ancora ci sarebbe da disquisire.
Ma cosa ha voluto raccontare l’Oates nel suo ennesimo – quanto difficile, quanto lento, quanto spesso prolisso e troppo dettagliato – romanzo? Una cosa che può sembrare banale: un evento traumatico quando avviene non colpisce solo la/le persona/e interessata/e ma si ripercuote inevitabilmente su tutto il sistema familiare e amicale producendo effetti evidenti – e inconsapevoli –. Si può reagire o sopravvivere ad una scomparsa di una sorella? Si può riuscire a rialzare la testa dopo una tragedia? Ecco leggetevi l’Oates che sicuramente qualche spunto di riflessione riesce a darvelo, a patto però che abbiate pazienza di entrarci in sintonia perché la sua genialità sia nella struttura che nelle argomentazioni che nelle evoluzioni narrative spesso è in contrasto con quel che oggi è un tutto e subito moderno, richiesto dal lettore tipo.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI FANTASMI

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«Non possiamo sapere se agiamo o siamo agiti; se siamo pedine del gioco, o siamo noi stessi il gioco.»

Il maledetto tocca un genere con cui la Oates non ci aveva abituato – almeno in Italia –, quello del gotico. Il libro fa parte di una vera e propria saga – di cui ogni volume è autoconclusivo –, definita Gothic Saga, di cui Il Maledetto (The Accursed) è il quinto volume preceduto da Bellefleur (1980), A Bloodsmoor Romance (1982), Mysteries of Winterthurn (1984) e My Heart Laid Bare (1998), in Italia, ahinoi, ovviamente non pubblicati.
La Oates in questo libro veste i panni di uno storico – M.W. van Dyck – che nel 1984 racconta gli avvenimenti di un lontano 1904-1905.
Tutto si svolge a Princeton – centro nevralgico in cui vive e lavora l’autrice, e che quindi conosce molto bene – dove è in giro la Maledizione di Crosswicks che colpisce tutta la comunità, e che porta le persone ad avere comportamenti davvero strani e inaccettabili per il tempo: ragazze che fuggono con sconosciuti, visioni strambe e invocazioni di fantasmi, omicidi senza spiegazione alcuna. La comunità è in crisi, è in disordine. Il caos ha preso il sopravvento.
Ma chi sono i personaggi di questo affresco gotico proposto dalla Oates?
Personaggi che si muovono tra la finzione e la realtà, come: Wodroow Wilson, il presidente Cleveland, Teddy Roosvelt, Mark Twain e Jack London, Wilhelmina e Upton, Annabel, Micia, per citarne – forse – solo i più significativi.
Nel libro oltre allo svolgersi della storia spicca agl’occhi del lettore la capacità documentale di cui l’autrice si serve, mai esigua, sempre fortemente stratificata, con dialoghi serrati, stralci di diari segreti, ritagli di cronaca, il tutto alternato con diversi punti di vista e piani di lettura che il libro offre al lettore, creando anche un po’ di difficoltà.
Ma cos’è il Maledetto se non la rappresentazione di quello che ognuno di noi può essere/diventare? Un essere spregevole, maligno, un satana sceso in terra, o un diavolo vestito in borghese che detta le sue regole. Regole spietate. Regole ingiuste. Regole violente. Regole antirazziali. Regole che generano disordine e Male, quel male che nessuno ferma, quel male che ha mandato al linciaggio un giovane nero e sua sorella incinta – solo per dirne una – e nessuno si smuove, tutta affabulati dallo spettacolo del macabro, della morte in diretta, della colpa – sociale – che viene redenta.
Come dice la Oates: «la maledizione che perseguita i personaggi ha un’eco profonda: l’indifferenza della classe dominante, composta dai protestanti bianchi, nei confronti del dolore che i neri pativano.», e mi sembra che questa maledizione con cifre stilistiche e toni diversi sia anche uno dei tanti mali della modernità di cui la Oates ci ha raccontato, a volte esagerando nella narrazione, delle altre perdendosi dei pezzi per strada – vedasi la mancanza di caratterizzazione di alcuni personaggi rispetto ad altri –, ma regalandoci quasi 700 pagine di pathos, di memoria, di passato che è anche modernità, seppur – questo libro – non si colloca tra i miei preferiti dell’autrice, squisitamente per una questione di genere letterario.

LIBRI LETTI: RC2017: UN LIBRO COMPRATO DURANTE UN VIAGGIO

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Che cos’è Hotel Borg? E’ la sintesi di cinque esistenze, cinque destini, cinque corpi votati alla musica, e che della musica fanno ogni proprio agire.
E’ la storia di Oscar, un ragazzo molto particolare, che fugge dalla Svezia in cerca di un proprio posto nel mondo, va a Londra e comincia a lavorare in un hotel di lusso e a fare il buongiornista, ma che alla fine da questo lavoro viene schiacciato. Sempre uguale ogni giorno. Il tedio lo divora, e lui ogni giorno pratica un atto di resistenza fino allo slancio.
E’ la storia di Alexander Norberg, famoso e prestigioso direttore d’orchestra che ha un rapporto strano con il suo successo, con la sua visibilità, ma anche su ciò che può essere il ricordo di lui nel futuro, ha paura dell’oblio e della dimenticanza, tantoché arriverà a rifiutare la nomina a direttore stabile dell’Orchestra Filarmonica di Berlino e ad organizzare un ultimo concerto d’addio nella vecchia cattedrale della gelida Reykjavik, con 52 spettatori scelti per estrazione sull’elenco telefonico.
E’ la storia di Hakon Petursson, l’uomo più desiderato di tutto l’Islanda, l’uomo che ha ricevuto in dono tutte le fortune, l’uomo che con irriverenza è stato estratto per ricevere un biglietto dell’ultimo concerto di Norberg, proprio lui che di musica ne capisce zero. Che spreco!
Gli ultimi due personaggi che compongono il microcosmo creato di Nicola Lecca sono Rebecca Lunardi, cantante lirica con un carattere arrogante e che ha una vera ossessione per la sua voce e Marcel Vanut che vive in una prigione costruita dai propri genitori, che in maniera forzata l’hanno educato e cresciuto per farlo diventare la voce bianca più famosa di tutto il mondo. Marcel Vanut non conosce il mondo, non conosce altro che la musica. Solo le note sono i suoi compagni di giochi, i suoi amici fedeli.
Questi personaggi così diversi tra di loro, rappresentano come in un’orchestra la sinfonia, quella sinfonia scelta da Alexander Norberg, lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, l’opera inarrivabile: «Tutti i compositori, una volta o l’altra, si sono trovati davanti allo Stabat Mater, a questo testo scritto in epoca medioevale da Jacopone da Todi per raccontare il dolore della Vergine davanti la morte del proprio figlio. Tutti l’hanno musicato e anche i compositori contemporanei a cimentarsi con le sue parole estreme di dolore. Eppure Bach non ne ha mai scritto uno. Lui è stato arrogante in proposito: ha deciso che la Stabat Mater di Pergolesi era sbagliato e l’ha corretto. L’ha riscritto da cima a fondo: e l’ha rovinato.
Lui, che è sempre stato il più grande di tutti: davanti allo Stabat Mater ha fallito. Perché lo Stabat Mater non è un’opera in cui si può dimostrare la propria bravura. Al contrario, lo Stabat Mater è un’opera che necessità di umiltà e di segreto».
E tutti come in un concerto si dovranno muovere in armonia, come dei veri e propri ingranaggi, perché non è possibile spegnere i propri sogni, non è possibile far fallire lo Stabat Mater.
«Vede, Maestro: è troppo facile rimpiangere i desideri che non si avverano, quando si è fatto poco per realizzarli. Io non sono così: credo che la vita sia come un rompicapo e che la soluzione si possa sempre trovare. Credo che il destino non sia già scritto, ma che siamo noi, con la nostra forza d’animo, a influenzarlo.
Certo, è comodo abbandonarsi alla vita senza un percorso da seguire: naufraghi dell’esistenza, in attesa, soltanto, che il sole sorga – al mattino – e che poi tramonti. Giorno dopo giorno, allo stesso modo. Quanta gente – maestro – si lascia vivere dalla vita? Me lo dica.
Quante persone subiscono ogni giorno gli affronti del destino senza ribellarsi?»

Se volete deliziarvi all’ascolto dello Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, ecco per voi un link: https://www.youtube.com/watch?v=xHQVtYzjLao

LIBRI LETTI: WÜRTH

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«[…] che cos’è l’amore? L’amore è accettare la carrozzina che l’altro ha dentro».

Descrizione: Gioia è una ragazza come tante, trent’anni e molti progetti nel cuore: ancora non sa che la vita le riserva una missione straordinaria, e che il suo destino è racchiuso nel suo stesso nome. Gioia ha appena perso il lavoro da infermiera in ospedale, il fidanzato l’ha lasciata, è preoccupata per suo padre malato. I giorni passano, l’ansia cresce, nulla si muove: non c’è lavoro, gli orizzonti sembrano chiusi. Finché una mattina Gioia risponde a un annuncio nel quale si richiede “un’infermiera con spiccata sensibilità” a Bellinzona. È così che conosce Rosaria, una donna malata di sclerosi multipla, che cerca per il suo amatissimo marito, anch’egli gravemente invalido, un’assistente sessuale… Comincia per Gioia – dopo l’iniziale turbamento – la scoperta di un mondo, quello dei disabili, dei loro bisogni, dell’apartheid in cui spesso la società li confina. La scoperta di un universo vibrante di speranza e di coraggio. Molte persone portatrici di handicap sono private della possibilità di sperimentare il piacere fisico o semplicemente un contatto corporeo diverso da quello medicalizzato. Sono private dell’esperienza dell’empatia e dell’emozione di una carezza, con esiti psicologici spesso devastanti. In Svizzera e in diversi Paesi del Nord Europa la figura degli “assistenti sessuali” – dotati di una formazione medica e psicologica – è prevista dalla legge. Non in Italia, dove un moralismo diffuso finisce per lasciare sulle spalle delle famiglie la gestione di queste esperienze…

Un libro che affronta un argomento taboo, almeno per molti, e perdipiù in Italia, la culla dell’ipocrisia. Si parla di assistenza sessuale ai diversamente abili.
Lo fa con uno stile un po’ troppo sul filone chick lit, rendendo ariosa la narrazione, ma al tempo stesso togliendogli quella tensione – che a parer mio serviva – di cui certe situazioni necessitavano.
Il titolo non poteva essere più azzeccato, e racchiude in sé anche un po’ di poesia.
Si leggono pagine su cui riflettere:
«Scusa Michela, ma qual è la differenza con la prostituzione?» chiedo, un po’ bacchettona. Michela scoppia a ridere: «Be’, diciamo che sì, tutt’e due lavorano sulla sessualità. Però, mentre la prostituta si focalizza sul sesso, l’assistente sessuale mette al centro dell’attenzione la persona nel suo insieme, e ha come obiettivo il benessere di chi è affetto da disabilità fisica o psichica, e non è in grado di provvedere da solo alle proprie esigenze corporali. Persone che non hanno la possibilità di interagire col mondo esterno. Persone che vengono discriminate e ghettizzate. Ripudiate. Permettere di scegliere a chi non ha la possibilità di farlo, cara Gioia, è anche una questione di civiltà. E infatti l’assistente sessuale è una figura riconosciuta da anni in molti Paesi europei più civili del nostro. Attenzione però: non è un lavoro per tutti, ma per chi, come noi, è in possesso di un’adeguata formazione medica… operatori che non guardano certo l’orologio mentre hanno un incontro».
E ancora:
«Vedi, Gioia, il corpo di un uomo è come un pianoforte. Ha dei tasti e, a seconda di quale premi, provochi una reazione, produci una nota. Suonare un corpo sano è bello, elegante. Spesso facile. Ma vuoi mettere la soddisfazione e la felicità che può darti far vibrare di musica un corpo rotto? Ecco perché ho deciso di diventare assistente sessuale. Volevo dar luce a qualcosa di bello suonando uno strumento che molti considerano brutto, sterile. Non è così, Gioia. Non è così. E’ come quando arriva un terremoto violento. E’ terribile, sembra che abbia raso al suolo tutto. Ma tu cerchi, cerchi, e alla fine trovi qualcosa. Può essere anche solo un filo d’erba o una fotografia. E’ poco, pochissimo. Ma lì c’è la vita. E da lì devi ricominciare. Non si può fare finta di niente, non si può annientare con l’indifferenza anche quello che la natura ha risparmiato. C’è un senso per tutto, bisogna trovarlo».
E si legge anche dell’ipocrisia e della non comprensione, quando i problemi li hanno gli altri:
[…] Poi, un bel giorno, in quella vita disperata è entrata una ragazza, che di mestiere faceva l’accarezzatrice. Sì, così ha detto, accarezzatrice. Non avevo idea di che cosa significasse, ma mi è sembrata una definizione molto poetica. Diana mi ha spiegato che cosa fa un’accarezzatrice, e ho pensato fosse una cosa molto bella. Molto utile. Mi sono subito mostrato liberale, aperto, favorevole. Ero commosso dalle parole di Diana, che mi raccontava di quanto conforto avesse portato quella ragazza all’esistenza sua, e di suo figlio. Ho persino commentato che dovrebbe essere un lavoro legalizzato, e pagato dallo Stato per quelle famiglie che non possono permetterselo. Sì, ho detto proprio così. Poi, qualche minuto dopo, ironia della sorte, scopro che quell’accarezzatrice è mia figlia. Proprio lei, la mia bambina! E mi è crollato il mondo addosso. Di colpo tutto quell’entusiasmo si è trasformato in indignazione. E sai perché? Perché io sono bravissimo a parlare quando le cose riguardano gli altri. Ma se toccano me, allora divento bigotto, ipocrita ed egoista».

Giorgia Wurth con l’accarezzatrice ci presenta la storia di tanti corpi rotti che riprendono a vibrare come un pianoforte, e noi attraverso la lettura ne risentiamo i suoni, gli odori, i sentimenti, le paure, le debolezze, perché noi esseri umani sotto questo cielo abbiamo tutti qualcosa di rotto, alle volte visivamente evidente, delle altre nascoste nei meandri dell’anima, ma ognuno a suo modo con il tempo deve imparare ad aggiustare sé stesso.

LIBRI LETTI: AFFINATI

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«Hai visto, Robbè, er prete de li poveri se n’è annato».

Un libro per chi volesse conoscere e approfondire la figura di Don Milani imperdibile, con una narrazione in seconda persona, che riesce a farci vivere attraverso i luoghi e l’esperienze del ‘prete degli ultimi’ (come spesso è stato definito) tutti i suoi insegnamenti. Nella loro semplicità, che non è banalità.
L’autore del libro, Eraldo Affinati, spesso con uno stile un po’ sulle righe e cervellotico, ci porta nella Firenze dove nacque da una famiglia colta ebraica e dove fece il seminario e insegnò ai suoi alunni (suo stesso motivo d’esistenza) e a tal proposito si leggono pagine bellissime, come questa: “[…] Maestro si nasce o si diventa? Direi tutt’e due. All’università, quando studiavo lettere, non pensavo che avrei fatto l’insegnante, ma la prima volta che entrai in un’aula scolastica, avrò avuto vent’anni, non ero ancora laureato, si trattava di una supplenza, capii d’istinto, guardando i ragazzi, che quello sarebbe stato il mio mestiere. Sentivo uno spazio magnetico fra me e loro: lo stesso che percepisco ancora adesso, più di trent’anni dopo. Era qualcosa di profondo, legato alla mia solitudine di adolescente, che riconoscevo, di volta in volta, nell’insofferenza, nella rabbia, nella malinconia degli studenti. Come se rivedessi me stesso in loro. C’erano ferite da risanare. Persone da rimettere in piedi. Lacrime da asciugare. Se fossi riuscito a fare questo, pensai, avrei affermato un principio di umanità sul quale altri avrebbero potuto costruire.
Ma cosa succede quando un maestro resta da solo? Questo mi chiedo guardando Sharif. È stato il ginnasta dell’adolescenza. Il timoniere degli scalmanati. L’artista dei tempi morti. Il giudice senza codici. Per decenni, giorno dopo giorno ha lasciato che nella sua coscienza impavida s’incidesse il colpo a vuoto del quindicenne, la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia da capo, trattenendo dentro di sé il clamore emotivo del successo e l’amarezza velenosa della sconfitta, come se fossero carte false di un gioco molto più grande che lui non poteva dominare ma a cui, ne fosse consapevole oppure no, partecipava con tutta la forza disponibile.
Cosa farà quest’uomo dei dolori, profeta senza tempo, nocchiero confinato sul molo, quando fra dieci minuti ce ne andremo? Me lo immagino dirigersi con lentezza alla lavagna a scrivere una lettera, un numero, a fare un disegno, a illustrare uno schema, sostenuto dal Dio svelto dell’infanzia e dell’adolescenza che non ha mai dimenticato, unico pegno di una scommessa spesso perduta in partenza. Eccolo mentre si alza e ci accompagna alla macchina, titubante e fragile, ma deciso nell’alzare il braccio dell’addio.
Il sorriso di Omar e Faris, quando rientriamo nell’abitacolo, sembra aver assorbito il commiato del vecchio. È ciò che l’insegnante lascia nei suoi scolari. Dallo specchietto retrovisore, imboccando la via del ritorno, raccolgo anch’io il saluto di Sharif: una pietra preziosa nell’estremo bagliore del tramonto. Solo in quel momento mi rendo conto che lui, prima ancora di conoscermi, mi aveva consegnato il testimone della giovinezza che i due ragazzi rappresentano”.
E ancora si legge l’amore per i suoi alunni: “[…] per lui un ragazzo era come una vite che va innestata e potata e curata e sostenuta perché possa dare il prodotto migliore”.
Milano luogo dell’effervescenza culturale, di una trovata ispirazione artistica presto abbandonata, Montespertoli e la famosa Gigliola memorabile villa padronale, Castiglioncello metà per le sue vacanze estive, per arrivare a San Donato di Calenzano dove fondò la sua prima scuola popolare e Barbiana simbolo delle sue rivolte, dei suoi sommovimenti, del suo credo. Ma il viaggio non finisce di certo qui: si parla di Africa, di Berlino, di Ellis Island, quando gli immigrati erano gli italiani e non gli altri che dal di fuori approdavano sulle nostre coste.
Il pregio del libro è sicuramente la fedeltà delle testimonianze, la vicinanza attraverso chi ha condiviso con lui il suo operato e ce ne racconta, credo che non c’è niente di può bello di vederne restituita una testimonianza senza filtri, autentica.
Un prete snobbato dalla Chiesa e sempre preso di mira per le sue idee poco convenzionali, che ritrova un suo riscatto nel discorso di Papa Francesco del 19 maggio 2014, che lo riconoscerà come modello da seguire, rivolto al mondo della scuola. Un mondo che ci racconta una vita, un’essenza, una spiritualità che preso o tardi come dice Milani anche inconsapevolmente ci verrà a trovare tutti, senza distinzioni di qualunque tipo.

“Il Dio-denaro ha vinto. I motori imperano nella testa dei ragazzi. La pornografia è entrata nella loro esperienza quotidiana. La deflagrazione del desiderio è compiuta. La politica è corrotta. La scuola è sfasciata. Gli scolari non sono più capaci di stare attenti. La donna viene massacrata. I poveri perdono. Il consumo trionfa. La moda ci guida. Il turista ha preso il posto del viaggiatore. Chi va su Google non legge più se non in modo estemporaneo e frammentario. La durata della dimensione estetica è compromessa. Il cinema è stato soppiantato dall’home-video, così come le biblioteche dall’e-book. Le lingue nazionali sono in crisi. La ricreazione ha avuto la meglio sullo studio. Il campionato di calcio è diventato un rollerball televisivo. Il doping contamina lo sport. La droga è consumata da molte persone. I giornali li comprano in pochi. La Chiesa è stata compromessa dalla pedofilia. I giovani bestemmiano, bevono e si ubriacano. I borghesi comandano. Gli operai vogliono diventare come loro. Le utopie si sono trasformate in flagelli. Le campagne si spopolano perché i contadini se ne vanno lasciando il posto agli immigrati, che raccolgono i frutti della terra per pochi euro, puliscono le stalle e danno da mangiare al bestiame. La Costituzione sembra lettera morta. Cristo è uno slogan di Papa Francesco. La scrittura assomiglia alla pubblicità. La letteratura è fantasy, giallo e discorso. Il numero ha vinto sulla qualità. I canoni sembrano stravolti. Gli stili sono scomparsi. Le gerarchie irriconoscibili. I sindacati non più all’altezza. La coscienza civile è una favola a cui soltanto pochi vecchietti paiono ancora disposti a credere. Perfino il celebre motto “I care” è inutilizzabile dopo essere stato svenduto al Partito democratico”.

“Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. […] È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene”.

“Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere”.

“Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto esser sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani”.