LIBRI LETTI: DI PIETRANTONIO

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«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza
[…]
– Ma la tua mamma qual è? – mi ha domandato scoraggiata.
– Ne ho due. Una è tua madre».

Donatella di Pietrantonio conferma la sua bravura, anzi, secondo me con questo romanzo evolve anche nella scrittura e nella storia che regala al lettore. Siamo di fronte alla storia di un bambina, l’Arminauta, la ritornata, una ragazzina appena tredicenne che da un giorno all’altro dalla sua famiglia viene portata da dei parenti senza un motivo, una spiegazione. Lei crede che la mamma sta male e ha voluto allontanarla per non farle vivere di riflesso il dolore, ma è veramente questa la motivazione? L’Arminauta sarà catapultata dentro un nuovo nucleo familiare, diverso per interessi e possibilità, non più la piscina, le amiche, la scuola di danza o le chiacchiere in giardino, ma una casa angusta, dei genitori adottivi particolari, una stanza da letto condivisa col fiato dei fratellastri di più età e Adriana sua vera prima compagna/sorella con cui condividere il letto. Le esperienze. La scoperta di sé e dell’altro sesso.
Donatella di Pietrantonio con un registro linguistico regionale, tipico abruzzese – come ci aveva abituato nei precedenti romanzi – ci racconta della famiglia, ma ancor di più della maternità, del senso del materno che decade: «Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure». Per poi riprendere, ridare linfa, rimettere ogni tassello scomposto al proprio posto, anche riassettando quell’equilibrio che la ritornata pareva essersi creato, e invece tutto daccapo di nuovo, un po’ a reinventare un po’ di sé, a lasciare quella vischiosa pelle in un letto che forse le è sempre appartenuto ma di cui aveva dimenticato l’odore, il sapore, il fiato, l’identità.
«Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in modi diversi. A volte, se tenevo il bambino in braccio, gli pizzicavo le gambe per farlo piangere. Allora lei si girava nella nostra direzione e le parlavo».

LIBRI LETTI: DI PIETRANTONIO

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madre

Tu sei Esperina Viola, mia madre. Come una viola sei nata il venticinque marzo millenovecentoquarantadue e io sono tua figlia che narra di un racconto nel racconto.
Sono io che ti narro tutti i nostri momenti passati assieme, momenti preziosi, momenti magici, momenti che stanno sfumando via, si cancellano dalla tua memoria difettosa. La tua mente vacilla, ma io sono qui, o almeno provo ad esserci.
Non c’è una scuola per essere genitori dei propri genitori. L’avrei seguita volentieri. Mi sento impreparata, ma non c’è altro da fare. Devo farlo.
Si narra dell’Abruzzo, e delle giornate tra i campi e il bestiame, si ripercorre in maniere poetica il passato, l’esistenza che fu cercando di sconfiggere la perdita della memoria. Memoria è vita, e sono qui in questi ultimi attimi a farti ripercorrere ciò che stato, rendendo eterno anche ciò che sarà: l’assenza.

«Mia madre è un fiume.
Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent’anni tagliò i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici.
Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d’estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti.
È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della supplenza, sono il suo scriba.
Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. Quanto cresce Giovanni, chi non si muove non mangia, che freddo stamattina. Al telefono chiede di continuo dove mi trovo. Sapermi al lavoro la rassicura. È stata la cifra della sua vita.
È un fiume in secca, la neve dei pioppi lo sorvola. L’ombra dei sassi cade sul letto bianco, crepato. Qua e là una pozza d’acqua ancora, ferma e densa, lambita dagli insetti.
Fa odore di morte.
[…]
Mia madre era un albero. Ho avuto la sua ombra.
Mia madre era una piccola farfalla dal corpo tozzo, l’esperia, con le ali corte e il volo a scatti. Sognavo di poter toccare la sua povera bellezza. È stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine.
[…]
Mia madre era strumento della musica, una viola il suo corpo, quando cantava a labbra chiuse vibrando le corde.
Sono stanca di lei. Di portarne i segni nella vita. Non mi sono liberata. Lascio che mi occupi, ancora. Che m’infesti. Reagisco e perdo tempo. Continuo a girare in tondo senza trovare la via di uscita dalla sua orbita verso altri mondi. Vado invecchiando, in questa immaturità.
Si muove dentro camere oscure. Ogni tanto mi vede, oltre. Riprende in mano il metro, me lo accosta. Come al solito, non gli corrispondo. Prova un attacco. Questi capelli che non pettino mai. L’andatura da cane bastonato, raddrizza quelle spalle. Me lo dice da sempre. La guardo come il cane al bastone, rinuncio ad azzannare. Tengo i denti stretti».