LIBRI LETTI: OATES

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«Mi invitò a cena: era la sera del 23 ottobre 1960, e io accettai. Cenammo insieme anche la sera dopo, e quella dopo ancora, e così via, finché mangiare insieme divenne una consuetudine. Un mese più tardi, il 23 novembre, dopo una cena improvvisata nella piccola stanza d’affitto di Ray, ci fidanzammo. Il 23 gennaio 1961 ci sposammo nella piccola chiesa cattolica di Madison. Siamo rimasti assieme – quasi sempre l’uno accanto all’altra – per quarantasette anni e venticinque giorni. La mattina dell’11 febbraio 2008, ho accompagnato mio marito al pronto soccorso del Medical Center di Princeton, e lì è iniziata la tragedia […]»

Di cosa parla questo memoir dal titolo Storia di una vedova?
Parla degli anni successivi alla morte di quello che è stato l’uomo della vita, Raymond Smith, di Joyce Carol Oates.
Ma il libro – che costa di ben 600 pp. – racchiude molto altro di più. Non parla solo della vedovanza della scrittrice, ma narra anche degli anni insieme a Smith, dei loro vari trasferimenti, dei rapporti accademici e istituzionali, dei rapporti anche solo amicali, oltre che con personalità di spicco del mondo della letteratura. Di quello che negli anni è stato per loro la letteratura, la filosofia, la scrittura, la parola scritta e la parola parlata, di quella che è stata la pietra miliare condivisa: la Ontario Review.
Il libro – in pieno stile dell’autrice – raccoglie e-mail, lettere, appunti, apparati documentari che nel corso degli anni hanno riempito quel vuoto incolmabile nell’animo di questa donna spezzata: «dalle vostre parti c’è per caso qualche “gruppo di sostegno per il lutto?” Potrei iniziare a frequentarlo…Non sono sicura di potercela fare da sola. Mi sembra di vivere dimezzata. Specialmente di notte. Di solito, mi trovo piuttosto bene quando sto con gli altri, ma crollo appena resto sola. Mi pare proprio di non riuscire a prendere coscienza del fatto che Ray non c’è più. Che non si trova semplicemente da qualche parte dove non posso vederlo. Mi sembra davvero impossibile…Mi serve un gruppo tipo Alcolisti Anonimi – suona così nabokoviano […]».
Il libro interroga più volte il sé della scrittrice, prima donna, prima moglie che non riesce a reagire a questa assenza arrivando più volte anche all’idea di soccombere al dolore, attraverso il suicidio, – e si leggono pagine bellissime quanto dolorose –: «Se mi toglierò la vita, non sarà un atto premeditato, bensì impulsivo. Un giorno, o più facilmente, una notte, il senso di solitudine sarà così schiacciante e infinito – e io mi sentirò stanca fino al midollo e avrò la consapevolezza che tale condizione non recederà, ma prevarrà o peggiorerà, indebolendomi ulteriormente – che forse riuscirò a trovare un’ultima stilla di forza, la determinazione a farla finita. Proprio come chi è fermo e trema sull’orlo di un trampolino – un trampolino molto alto, al di sotto del qualche sorge una superficie luccicante, increspata, “plasticosa”, di profondità indefinibile –, mi tufferò verso la scorta di pillole, la mia soluzione.
Ma come, e dove, lascerò queste annotazioni, queste parole incerte e confuse? Perché, di certo, voglio che siano ritrovate. Comunque, con il mio gesto, non intendo negare che la vita sia ricca, meravigliosa, varia, sempre sorprendente e preziosa – io, però, non riesco più a far parte di essa. Non voglio sostenere che il mondo non sia bello – perlomeno, in alcune manifestazioni. Per me, comunque, questo mondo è diventato remoto e inaccessibile.
Circondata da un guazzabuglio di detriti da burrasca, un’imbarcazione – un traghetto, una barca a vela, o una nave da crociera – sta staccandosi dal molo, e tu sulla riva resti immobile a guardarla, mentre si allontana in un alone di luce, musica, voci e risate. Che tu saluti o no quella partenza, è indifferente: nessuno lo nota, e il naviglio prende il largo». E ancora la scrittrice in maniera illuminante e superba riflette sul senso di essere vedova, sul senso della perdita: «Ora comincio a capire: questo memoir è un pellegrinaggio. Tutti i memoriali sono viaggi, investigazioni; alcuni si configurano come dei pellegrinaggi.
Parti dal punto “A” per arrivare al punto “Z”. Dovrai arrivare alla fine, in qualche modo. All’inizio, nel confuso incubo diurno/notturno successivo alla morte di Ray, lo spazio (familiare) in cui mi muovevo era diventato terrificante – non-familiare. Anche la casa in cui vivevo, la “nostra” casa, si era trasformata in un ambiente infido, pericoloso, persino orrido: talvolta lo è ancora e anch’essa mi appare “non-familiare”.
Il suo significato originario si è stemperato, è scomparso pian paino, proprio come un colore che viene sbiancato dal sole. L’umanità di un individuo deriva dal vivere un’esistenza che abbia un senso. Vivere un’esistenza priva di senso significa essere un essere subumano, un’entità che ha subito un danno irreversibile in un’area del cervello preposta al controllo del linguaggio, delle emozioni, della memoria. Nei primi giorni/settimane/mesi della sua nuova vita postuma, la vedova è costretta a vivere un’esistenza prima di senso, come in un’ontologica commedia degli orrori in cui sembra che gli altri stiano recitando sulla base di dettagliati copioni: sono attori che si muovono all’interno di un’elaborata trama insondabile, mentre lei – la vedova, quella che ha accusato una perdita irrevocabile, simile all’amputazione di un braccio, all’enucleazione di un occhio, o alla demenza senile – deve arrancare tra le scene, poiché ha smarrito ogni collegamento vitale con ciò che la circonda, con il significato della rappresentazione. Perché? […]».
Storia di una vedova – seppur impegnativo, come tutti i libri dell’autrice – ripreso più volte e letto a piccoli bocconi per il senso di afasia e di dolore traboccante tra le pagine rappresenta l’autentico Oatesiano, rappresenta la parte più vera e umana di Joyce – che i fan dell’autrice non possono lasciarsi sfuggire –, di:

«Lei [che] non si preoccupò mai di sapere
Cos’avesse a che fare l’amore con la morte;
Né si sforzò mai di capire
Perché per provare amore, dovesse versare [tanto] sangue».

LIBRI LETTI: PERA

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Descrizione: Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno – non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza. Eppure L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena». Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.

Il titolo poetico e metaforico Al giardino ancora non l’ho detto ha una sua genesi ed è stato scelto dall’autrice ispirandosi ad una poesia di Emily Dickinson, I haven’t told my garden yet, in cui la poetessa americana ribaltava la percezione della propria morte, guardandola con gli occhi di chi resta (il giardino, appunto, di cui nessuno si prenderà più cura). L’opera che Pia Pera ha deciso di donarci, di regalarci non è un romanzo, ma un memoir, un insieme dei suoi pensieri di fronte la decadenza del proprio corpo, di sé stessi. Può essere collocato in quel filone di libri che racchiudono in sé una mole di pensieri e riflessioni, uno zibaldone. Pia è colpita da una malattia neurodegenerativa, e mostra ai lettori tutta la sua intimità, le sue paure, ansie, preoccupazioni di fronte alla perdita della propria indipendenza, della propria autonomia, perché gli esseri umani come le piante anche appasiscono, ingrigiscono e perdono il loro fogliame vivace. Ma più di tutto quello che esorta l’autrice alla riflessione è il tormento, le delusioni o remore verso ciò che non si è colto e si poteva fare, e che nessuno – ormai – può più darci, e l’essere in quanto tale può perdonarsi, vivere di questi atti mancati? Pia ci racconta il suo fatto di bellezze e anche di momenti tristi, come tutti, come un’esistenza ordinaria, che potrebbe essere quella di chiunque, persino anche la nostra in un prossimo futuro: «Accettare il qui e ora, e questo significa: non sprecare energie nell’anelito vano di mutare ciò che è stato, sperarlo diverso. Abbracciando per quanto possibile con tenerezza quest’anima tremebonda che teme di avere sbagliato tutto. […] Forse, raggiunto il deserto della malattia, cui probabilmente porta quasi ogni strada, rinnegare il cammino percorso arriva spontaneo ma fallace. […] Perché mai tormentarsi giudicando retrospettivamente attraente ciò di cui non avevo avuto, allora, nessunissima voglia?»