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deriva“Cara, carissima Silvia
Così non ti vedrò. Me ne dispiace tanto. Sono ormai due mesi che sono tornato alla mia vita da insetto. Dovrò, poco a poco, rassegnarmi, diventare un tarlo, scomparire e appiattirmi tra i mobili, i libri (li ho quasi riletti tutti) e nutrirmi di silenzio. Non ne trae giovamento il mio sistema nervoso: ho scoppi d’indignazione feroce. Poi di rassegnazione svagata. E fanno male, male tutte e due. Da questo osservatorio lucido e disperato, ma soprattutto chiaro, la macchina Italia mi appare per quello che è: uno sfascio di retorica, di pressappochismo di viltà, di corruzione, di tracotanza perversa…
Mia cara Silvia, alle volte penso che tu abbia scelto, con entusiasmo infinito, un mestiere che non esiste più. Come chi abbia deciso di usare il cuore in un tempo che eccellerà nei trapianti, ma che mette pietre al posto di pietre. So che non vorrei scriverti queste mie considerazioni, so che la mia voce, il mio pensiero è ormai da accantonare o da rimuovere, come un fastidioso (per alcuni, ma solo per alcuni che possono: e dunque il potere) incidente di percorso, una imbarazzante eccezione, quasi come la giraffa nell’ordinato mondo della zoologia. E invece è la norma: questo Paese è occupato, militarmente occupato, da farabutti, che sanno e che tacciono. Sino a che questa Italia non sarà liberata da questi partiti, da questo sistema infame, non ci sarà speranza di rinascita, di cambiamento. Ti voglio molto bene, sono felice che Gaia sia in ripresa e penso sempre a te. Ti auguro di non urtare mai con la verità vera di questa terra e di questa Italia: sii felice con le apparenze…
Perdonami se ti sembro troppo amaro: ma un Paese che non vede la propria vergogna è un Paese peggio che cieco. E’ un Paese che, accecandosi, vive felice. E io non riuscirò mai a tollerarlo. La mia vita se ne va così. Bruciata da questi Pulcinella vestiti da irreprensibili.
Non c’è farsa più tragica
Ti abbraccio e ti ricordo
Papà”.

Da [Cara Silvia, lettere per non dimenticare di Enzo Tortora]

LIBRI: TORTORA

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20140505_012107~2Il 17 giugno 2003 saranno vent’anni esatti dall’arresto di Enzo Tortora. Presentatore tivù con 28 milioni di spettatori al tempo di “Portobello”, improvvisamente trasformato in mostro, detenuto, camorrista, poi eletto deputato europeo, Tortora è diventato, suo malgrado, il simbolo dell’ingiustizia all’italiana. Su questa vicenda è stato scritto molto, sia in termini giuridici che giornalistici. Eppure chi ricorda la storia del presentatore dato in pasto ai media in manette, processato sui giornali prima che nelle aule dei tribunali? Il volume raccoglie le lettere che Tortora scrisse alla figlia Silvia prima dal carcere di Regina Coeli, poi da quello di Bergamo e dalla sua casa di Milano, dove scontò gli arresti domiciliari. Un libro intenso, che mostra attraverso le lettere che Enzo Tortora scambia costantemente con la famiglia, e in modo particolare con la figlia Silvia (la sua amata), come anche attraversando un momento difficile, di isteria giudiziaria, il calore, la perseveranza, le lotte che i tuoi cari combattono per te, sono l’antidoto, e il focolare migliore che ci possano essere.

 Riporto due lettere che mi hanno colpito, sia per la profondità che per la loro attualità.

La prima datata 25 Febbraio 1986, Milano, al tempo in cui Enzo era di nuovo agli arresti domiciliari nella sua casa milanese.

“Cara, carissima Silvia Così non ti vedrò. Me ne dispiace tanto. Sono ormai due mesi che sono tornato alla mia vita da insetto. Dovrò, poco a poco, rassegnarmi, diventare un tarlo, scomparire e appiattirmi tra i mobili, i libri (li ho quasi riletti tutti) e nutrirmi di silenzio. Non ne trae giovamento il mio sistema nervoso: ho scoppi d’indignazione feroce. Poi di rassegnazione svagata. E fanno male, male tutte e due. Da questo osservatorio lucido e disperato, ma soprattutto chiaro, la macchina Italia mi appare per quello che è: uno sfascio di retorica, di pressappochismo di viltà, di corruzione, di tracotanza perversa… Mia cara Silvia, alle volte penso che tu abbia scelto, con entusiasmo infinito, un mestiere che non esiste più. Come chi abbia deciso di usare il cuore in un tempo che eccellerà nei trapianti, ma che mette pietre al posto di pietre. So che non vorrei scriverti queste mie considerazioni, so che la mia voce, il mio pensiero è ormai da accantonare o da rimuovere, come un fastidioso (per alcuni, ma solo per alcuni che possono: e dunque il potere) incidente di percorso, una imbarazzante eccezione, quasi come la giraffa nell’ordinato mondo della zoologia. E invece è la norma: questo Paese è occupato, militarmente occupato, da farabutti, che sanno e che tacciono. Sino a che questa Italia non sarà liberata da questi partiti, da questo sistema infame, non ci sarà speranza di rinascita, di cambiamento. Ti voglio molto bene, sono felice che Gaia sia in ripresa e penso sempre a te. Ti auguro di non urtare mai con la verità vera di questa terra e di questa Italia: sii felice con le apparenze…Perdonami se ti sembro troppo amaro: ma un Paese che non vede la propria vergogna  è un Paese peggio che cieco. E’ un Paese che, accecandosi, vive felice. E io non riuscirò mai a tollerarlo. La mia vita se ne va così. Bruciata da questi Pulcinella vestiti da irreprensibili.

Non c’è farsa più tragica

Ti abbraccio e ti ricordo

Papà”.

L’altra lettera che ho deciso di riportare è datata 8 Giugno 1986, Milano, quanto nel napoletano era in corso il processo d’appello.

 “Silvia carissima Leggevo sul giornale stamattina, che, nelle grandi città, non sono arrivate le rondini. Ne atterra qualcuna, stordita e malata e muore. Questa mi conferma nella mia terribile diagnosi: hanno ormai pugnalato l’Orologio, la gran Macchina della Natura. E questo ha fatto l’uomo…L’altro giorno era da me Leonardo Sciascia, e si parlava dello scempio supremo, e anche lui concludeva che, forse, l’uomo ha già dato, nella storia della specie, il meglio di sé. Ora siamo alle scorie, ai sottoprodotti dell’uomo. Alla parodia dell’uomo. Credo che la sigla d.C non significherà più dopo Cristo, ma «dopo Cernobyl», cioè una svolta profonda, atroce, epocale. Come si possa insistere in certe scelte, è per me un mistero. E come si sia potuta avviare la scelta nucleare senza valutarne gli effetti (che per di più non possono essere valutati) è cosa talmente folle, sul piano anche logico, epistemologico, da mettere i brividi. Quel che Popper diceva della ricerca: «Siamo come un uomo di colore che cerca, in una camera buia, un cappello nero che forse non c’è». E’ giusto. Ma ora che il cappello, nero, l’ha trovato, mi sembra demoniaco che voglia metterlo in testa al mondo. Mah […]”.

 

Il libro prosegue con il diario che Enzo scrisse per sette mesi, fino a quando non gli concessero i domiciliari. Poi con alcune lettere che lui scambiò quando era ormai a domiciliari, successivamente viene riporta un’intervista fatta dalla figlia Silvia, al padre, sui motivi che lo spinsero a candidarsi con il Partito Radicale al Parlamento europeo al quale viene eletto con 500 mila voti. Infine viene inserita la lettera spirituale che Enzo scrisse alla sua figlia prediletta. In ultimo chiude il libro una cronistoria degli eventi che segnarono il «caso Tortora». Un libro che commuove, e che rispolvera gli  attimi vissuti da Enzo e dalla sua famiglia; un uomo colto che ha dovuto pagare per una sbaglio tutto italiano, che ad oggi resta ancora un mistero (chi furono i veri mandanti?).