LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IN CUI IL GIARDINO SIA IL PROTAGONISTA, UN CENTRO IMPORTANTE DELLA STORIA

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«Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla. Nel 1929 Micòl era poco più che una bambina, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici; io un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso, che un piccolo inconveniente scolastico bastava a gettare nella disperazione più infantile. Entrambi ci fissavamo. Al di sopra della sua testa il cielo era azzurro e compatto, un caldo cielo estetico senza la minima nube. Niente avrebbe potuto mutarlo, sembrava, e niente infatti l’ha mutato, almeno nella memoria».

Il romanzo inizia presso la necropoli etrusca di Cerveteri, vicino Roma, dove il protagonista – il cui non verrà mai menzionato esplicitamente – si trova in gita insieme ad un gruppo di amici, e osservando le tombe etrusche per associazione pensa al cimitero ebraico di Ferrara, e più in particolare alla tomba monumentale dei Finzi-Contini, memoria del tragico destino che ha travolto questa famiglia.
I Finzi-Comtini sono una famiglia molto ricca appartenente all’alta borghesia, che vive nella comunità ebraica di Ferrara, possiede un imponente villa con un grosso giardino e un campo da tennis. La famiglia è composta dal professore Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Maicòl, Guido (morto in età infantile) e la nonna Regina.
Negli anni giovanili l’io narrante – il protagonista – con fatica riuscirà ad avere contatti con i giovani della famiglia Contini, su cui i genitori riversano un atteggiamento iperprotettivo e di isolamento sociale, fin quando una sera il protagonista dopo una forte delusione scolastica scappa da casa e vagabonda in giro per la città arrivando vicino le mura della casa dei Contini dove – finalmente – avrà un incontro più ravvicinato con Micòl, che però sfuma in fretta per l’intervento di Perotti – il maggiordomo – che richiama la giovane in casa.
Da quel giorno i sentimenti del protagonista nei confronti di questa fanciulla mutano: non è più un amica, ma il giovane si accorge di provare qualcosa in più. Qualcosa di bello e poco avvezzo alle descrizioni.
La narrazione prosegue fino ad arrivare – con un salto temporale – all’emanazione delle leggi razziali, e delle discriminazioni degli ebrei che inevitabilmente avranno ripercussioni sia sulla vita dei giovani che sui loro rapporti sociali.
La paura del rifiuto del protagonista – che lo accompagnerà per molto tempo – si aggiunge alla decisione di Micòl di trasferirsi a Venezia per completare i propri studi, nonostante ciò quasi per un istinto di conservazione il giovane continua a frequentare la casa Contini, e in occasione della Pesach, la Pasqua ebraica, il giovane smosso dai propri sentimenti lascia la sua casa per raggiungere le mura della villa Finzi-Contini spinto anche dal ritorno a casa della giovane, che bacerà, venendo però – verrebbe da dire, inaspettatamente – rifiutato.
Il romanzo si conclude con gli interrogativi di questo giovane, ormai deluso sia dalla giovane, che nei confronti dell’amore, ma con fare ingenuo non si rassegna, anzi, quasi con pietismo continua a frequentare la casa Contini (forse sperando di poter cambiare le cose?) fino a quando Micòl mette le cose in chiaro, che il protagonista non accetta dandosi un’altra spiegazione all’apparenza più dolorosa, ma che forse razionalmente può far morire il sentimento. Quel sentimento che ogni giorno ha smosso il protagonista nella visita di casa Contini in nome della possibilità, in nome dell’amore che poteva essere, in nome di una stronza che poteva stemperare le cose con tempo, e non, ormai, a sentimento ben che inoltrato.
Sulle scie finali delle pagine il ricordo amaro della Seconda Guerra Mondiale e il triste e immutabile destino che ha segnato la famiglia Finzi-Contini, morti per mano dei lager nazisti.

«Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l’eternità non doveva più sembrare un’illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliari; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell’angolo di mondo indifeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d’erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare».