LIBRI LETTI: ERNAUX

Standard

arton144212

Con la Ernaux si entra nell’intimità, si entra nella sua storia, nella sua famiglia, nei grovigli della sua anima, in quei pensieri disturbanti che l’hanno afflitta – e forse l’affliggono ancora ora –.
L’altra figlia è un breve racconto, che è rappresentato da una lettera virtuale che l’autrice pensa di inviare a sua sorella morta nel 1938 di difterite, prima che lei nascesse.
Ed è da questo avvenimento che tutta la narrazione prende forma: si legge di una Annie dimessa, con i suoi sensi di colpa, quella figlia sbagliata, l’altra figlia che è nata dal dolore solo perché una malattia l’ha portata via.
Lei sua sorella Ginette, morta all’età di sei anni, dopo numerosi tentativi di trarla in salvo da una malattia di cui poco dopo si scoprirà la cura, è l’ombra di Annie, che ha scoperto questa sventura per caso, nel negozio della madre, una drogheria, che confessa ad un cliente l’accaduto.
Ed è da questo avvenimento che Annie farà finta di niente, non dirà ai genitori che sa questa storia, che conosce il suo passato, che conosce la sua storia scritta dall’arrivo di una morte; quei suoi genitori tanto devoti alla vergine di Lourdes, a cui si deve anche la guarigione dall’infezione da chiodo arrugginito, e quindi da una forma di tetano, di Annie: la sopravvissuta.
In ottanta pagine l’autrice rende ancora più intima la sua storia ai suoi lettori, col suo solito stile moderato, non eccessivo, ma neanche dismesso, come solo l’autrice sa fare, perché basta guardarla in foto e vien da pensare che non può essere altro che così.

LIBRI LETTI: ERNAUX

Standard

thumbs.php

Sinossi: La storia di un uomo – prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna – raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né miserabilismi, dalla figlia scrittrice.
La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune.
Una scrittura tesissima, priva di cedimenti, di una raffinata semplicità capace di rendere ogni singola parola affilata come un coltello.

Libro dell’autrice che ho apprezzato di più, abbiamo sempre una voce narrante, che nient’altro è che la scrittrice, che ci racconta della sua vita, della sua storia, del suo percorso.
Ci racconta del suo crescere e del formarsi con quella precarietà che gli è tipica, del raggiungimento all’insegnamento in una scuola di Lione, dopo l’esame di abilitazione, e la successiva morte del padre, descritta negli attimi e nella sua cronologia in maniera soave, leggera, quasi come se la Ernaux volesse prendere le stesse distanze dal lutto personale e disvelarsi al lettore: «da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di “appassionante” o “commovente”. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io. Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare notizie essenziali».
Racconta attraverso digressioni la vita della sua famiglia, l’operato del padre con i suoi elementi negativi, quella sua analfabetizzazione e i suoi conseguenti comportamenti burberi, l’incontro con la madre in fabbrica, dei mutamenti sociali e delle visioni miopi, della non accettazione di una padre di una carriera accademica o dello scrivere libri…, per un uomo che ha passato la vita in fabbrica tutto ciò non può avere senso, non può essere giusto e accettabile. Attraverso questo ripercorrere se stessa la scrittrice rinsalda le proprie radici, e ci presenta una famiglia comune, come tante altre, e “Il posto” viene ad essere una dedica a quel padre scomparso, ma più in generale alla sua famiglia, simbolo e risultato di ciò che è adesso e attraverso cui ha potuto creare sé stessa.

«Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale […]».

LIBRI LETTI: ERNAUX

Standard

6145460_403664

Sinossi: Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l’Algeria, la maternità, de Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l’avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l’avvento di internet, l’undici settembre, la riscoperta del desiderio. Scandita dalla descrizione di fotografie e pranzi dei giorni di festa, questa «autobiografia impersonale» immerge anche la nostra esistenza nel flusso di un’inedita pratica della memoria che, spronata da una lingua tersa e affilatissima, riesce nel prodigio di «salvare» la storia di generazioni coniugando vita e morte nella luce abbagliante della bellezza del mondo.

Autobiografia atipica, che trova il suo senso in un semplice obiettivo: rileggere la propria vita, i propri mutamenti, le proprie evoluzioni all’interno di circostanze storiche e sociali che l’hanno condizionata, hanno prodotto ciò che è Annie oggi.

Si racconta un arco temporale di cinquant’anni, attraverso una narrazione partecipata con l’uso del noi, che permette all’autrice una stessa distanza da se stessa, e di coinvolgere il lettore, a volte direi faticosamente, in quanto risulta abbastanza ripetitiva nei ripercorrere il vissuto di come eravamo nel trascorrere quegli anni; però tra pagine noiose, si leggono anche bei concetti.

Non so, onestamente se consigliarlo, anche perché anche il finale mi è sembrato non troppo adeguato, come se l’autrice cercasse di trovare delle conclusioni (possibili? Non credo!).

Non mi è dispiaciuto, ma credevo e speravo in una lettura più avvincente. Per chi ama gli avvenimenti squisitamente francesi potrebbe interessare e – ovvio – se ha curiosità anche di conoscere di più la scrittrice.

«Non sa che cosa stia cercando in quegli inventari, forse, a furia di accumulare ricordi di oggetti, vuole ridiventare ciò che era stata. Vorrebbe unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi. L’esistenza di un singolo individuo, dunque, ma allo stesso tempo fusa nel movimento di una generazione. All’atto di cominciare incappa sempre negli stessi problemi: in che modo rappresentare sia il fluire del tempo storico, il cambiamento delle cose, delle idee, dei costumi, sia l’intimità di quella donna, come far coincidere l’affresco di quarantacinque anni e la ricerca di un io fuori dalla Storia, quello dei momenti sospesi su cui scriveva poesie a vent’anni».

«Le donne costituivano più che mai un gruppo sorvegliato, i cui comportamenti, gusti e desideri erano oggetto di una discussione costante, di un’attenzione al contempo inquieta e trionfale. Si riteneva che avessero «ottenuto tutto», che «fossero dappertutto» e che «a scuola avessero maggior successo dei ragazzi». Come al solito i segni della loro emancipazione erano ricercati nel loro corpo, nella loro audacia sentimentale e sessuale. […] Il femminismo era una vecchia ideologia vendicativa e senza ironia, non se ne sentiva più il bisogno e le ragazze ne parlavano con condiscendenza, senza dubitare un istante della propria forza e di un’uguaglianza considerata acquisita.»