LIBRI LETTI: WARREN

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La corsa di Billy, libro di culto americano per le lotte dei diritti civili degli anni’70, nonché opera prima dell’autrice Patricia Nell Warren, è un libro che non si dimentica. Ti scava dentro. Nelle sue 331 pp. mette insieme quella che è stata una generazione, quello che è stato lo sport (e che in parte lo è fortemente anche ora!), quelli che sono i sentimenti, insieme a politica, lotte sociali, conquiste di civiltà.
La storia racconta di Harlan Brown, allenatore sportivo allontanato per sospetta omosessualità dalla Penn State University. Questa infelice svolta nella sua vita gli fa perdere tutto – la famiglia (padre di due figli, e di una moglie il cui amore è vicendevolmente non corrisposto), gli amici, il lavoro – e per reagire a ciò Harlan decide di condurre una vita lontano dai piaceri, conformista, e ogni suo agire diviene contenimento, fuga, assenza di sé, o meglio negazione di quello che in realtà – più o meno consapevolmente – sa di essere. Cosa deve fare Harlan per non avere problemi? Deve semplicemente (..si fa per dire!), non innamorarsi più di un uomo.
La quiete viene minata dall’arrivo a Prescott, dove è stato ingaggiato come insegnante, di tre giovani atleti cacciati dalla squadra sportiva dell’Università dell’Oregon perché gay. I tre atleti sono Vince Matti, Jacques la Font e Billy Sive, e sin dalle prime battute iniziali si capisce che l’arrivo di queste tre nuove promesse dell’atletica sono l’ultima speranza, sia per Harlan per arrivare a risultati soddisfacenti come allenatore sia per i tre ragazzi, che come tre uccelli caduti dal nido chiedono protezione, una casa, delle regole e dei consigli per migliorare le proprie prestazioni. Harlan combattuto con se stesso accetterà con più di qualche riserba – in fondo al cuore – di seguire i giovani.
Il pregio dell’autrice non è tanto quello di aver confezionato una storia, dalla trama seppur interessante, ma è stata quella di raccontarci dettagliatamente cos’è il mondo della corsa: «[…] I corridori sono gli atleti che vantano la migliore forma fisica e mostrano meno pudicizia in assoluto. Hanno una vera e propria passione per il corpo e passano il tempo a ragionare su come il corpo risponde all’allenamento, o su come non risponde. Come vecchie signore, parlano ossessivamente dei malanni e delle malattie e di come vanno di corpo e della carenza di minerali. La fisiologia intriga più loro che i sessuologi. Si vantano persino di essere gli amanti migliori, perché hanno i muscoli dei glutei più forti di tutti. Il loro bisogno fisiologico di correre è tale che, nell’impossibilità di farlo, si arrampicano sui muri come dei tossici. Gli stessi ormoni sono strettamente connessi con l’energia che zampilla da loro: gli ormoni maschili con la potenza, quelli femminili con la resistenza. Un corpo maschile è bello da guardare solo se è in forma, se ha una muscolatura armoniosa. Ne consegue, come la notte dal giorno, che nell’ambiente sportivo l’omosessualità è frequente come in qualsiasi altro ambiente della società americana, anzi, forse di più. Eppure si continua a fingere che lo sport sia il solenne santuario del maschio etero americano […]».
Come i conflitti interiori logorino l’anima di chi sentendosi ingiustamente sbagliato si mette continuamente in discussione: «Non passò molto tempo prima che anch’io conoscessi quel senso di smarrimento e di rabbia soffocante che provano i gay. Eravamo animali da preda. Ammassati nel buio sottosuolo, come cristiani nelle catacombe, proteggevamo la piccola fiamma della nostra fede sessuale. Quale probo imperatore avrebbe emesso l’editto che ci consentiva di uscire alla luce del giorno? Che male facevamo? Gli assassini e i ladri fanno del male alle persone, noi non facevamo del male a nessuno, salvo forse, confusi e pieni di sensi di colpa irrisolti com’eravamo, a noi stessi».
Di raccontarci del rapporto con la fede, con ciò che è il sacro, con chi malignamente cerca con l’obiettivo di creare distanze di confondere – facendo revisionismo – a proprio piacimento: «Ogni domenica frequentavo la piccola chiesa del Discepolo Diletto sulla Quattordicesima Strada, dove pregavo disperatamente. Non chiedevo il miracolo di tornare eterosessuale, ma di comprendermi e accettarmi completamente. L’omosessualità mi ero reso conto allora, non era solo una questione di sesso: era uno stato mentale. La società mi aveva bollato come un malato, ma io ero convinto di essere arrivato all’omosessualità per un’inclinazione naturale. Nelle mie preghiere chiedevo qualcuno da amare, e una maniera meno venale di procurarmi da vivere. Il Vangelo di San Giovanni mi sul Suo petto. Non potevo pensare che Gesù avesse meno compassione per i gay che per i ladri, verso i quali si mostrava così gentile».
La Warren fa anche telecronaca, ci fa vivere le lotte dei giovani gay americani – che attraverso la storia di questi atletici e soprattutto di Billy prende coraggio, decide di uscire allo scoperto, fa sentire la propria voce, non solo fuori dallo sport, ma anche internamente tra avversari su una stessa pista –, racconta dei mutamenti politici e sociali, della conquista dei diritti, offrendo anche una propria analisi sociologica: «Il 7 febbraio 1975 accadde un fatto molto importante per noi. La Corte Suprema, con una maggioranza di sette a due, pronunciò l’ormai celebre sentenza sulla sodomia: vennero abrogate tutte le leggi che regolavano l’attività sessuale tra persone adulte consenzienti, sia etero sia gay, affermando che rappresentavano un tentativo incostituzionale di regolare questioni di ordine privato. Tale sentenza servì inoltre a puntualizzare che gli omosessuali rientravano nella legge contro la discriminazione, promulgata nel 1964.
[…]
A differenza di quanto avvenne per l’aborto nel 1973, la stampa non sviscerò l’argomento della sodomia con largo anticipo rispetto alla sentenza. Quando la Corte giunse finalmente a deliberare sull’aborto, la maggioranza degli americani disponeva ormai di informazioni piuttosto dettagliate sui pro e i contro. La questione della sodomia, invece, era una delle centoventisei cause a ruolo iscritte quell’anno nel registro della Corte, e per l’americano medio arrivò come un fulmine a ciel sereno».
La corsa di Billy è un libro completo. È un crescendo che pagina dopo pagina aumenta di intensità, la storia evolve di pari passo con il progredire della carriera atletica di Billy fino alle Olimpiadi di Montréal del ’76, per lasciare poi spazio in maniera avvolgente al sentimento del dolore, del pentimento, dell’accecante vendetta sopita per anni, in silenzio. Per nome non certo di Dio. Mi piace concludere questo libro, che tutti dovrebbero leggere per la liricità mista a disperazione raccontata, con una poesia di Alfred Edward Housman:

Il giorno che hai vinto la gara per la tua città
ti abbiamo applaudito sulla piazza del mercato.
Uomini e ragazzi si fermavano ad acclamarti
quando ti abbiamo portato a casa sulle nostre spalle.

Ragazzo scaltro, sei fuggito per tempo dai campi
dove la gloria non si ferma,
Presto tuttavia nasce l’alloro
e avvizzisce più in fretta della rosa.

Ora tu non andrai a raggiungere la schiera di ragazzi
il cui tempo degli onori è svanito,
corridori che la loro fama ha superato
e il nome muore prima dell’uomo.

Intorno al capo subito cinto dall’alloro
si raccoglieranno a guardare i morti senza vigore
e fra le tue ciocche di capelli troveranno intatta
una ghirlanda, piccola come di fanciulla.

Grazie Billy. Grazie Harlan. Grazie Vince. Grazie Jacques. Grazie Betsy per il tuo atto di generosità. Grazie Patricia per averci regalato questa storia. Indimenticabile.

LIBRI LETTI: EBERSHOFF

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Descrizione: «Siamo a Copenaghen, inizi Novecento: entrambi stanno dipingendo nel loro atelier, lui realizza paesaggi velati dalla nebbia del Nord; lei ritrae su enormi tele i ricchi committenti della borghesia cittadina. Proprio per completare uno di questi lavori, il ritratto di una nota cantante d’opera, Greta domanda al marito di posare in abiti femminili.

Da principio Einar è riluttante, ma presto viene completamente sedotto dal morbido contatto della stoffa sulla sua pelle. Via via che si abbandona a questa esperienza, il giovane entra in un universo sconosciuto, provando un piacere che né lui né Greta avrebbero mai potuto sospettare. Quel giorno Einar ha un’autentica rivelazione: scopre infatti che la sua anima è divisa in due e forse lo è stata sempre: da una parte l’artista malinconico e innamorato di sua moglie, dall’altra Lili, una donna mossa da un prepotente bisogno di vivere…»

La prima parte del libro non mi ha coinvolto per niente, scritta male, sembra che non sia stata scritta neanche dallo stesso scrittore, rispetto alle parti successive più avvincenti. Si può essere ingannati dalla narrazione e pensare che Greta accetti questa mutazione, questo cambiamento non per amore, ma per interessi (vedasi i ritratti), ma invece, se si entra in empatia con il romanzo e con la storia si capisce che Greta ha bisogno di Einar, ma anche di Lili, ha bisogno della persona che ha scelto di aver al suo fianco, al di là di ogni cambiamento. Non mi è piaciuto il fatto che l’autore abbia cambiato le provenienze, non so in realtà per quale ragione, e forse il testo è uno dei pochi casi in cui l’opera cinematografica supera ciò da cui è tratto.

Siamo sul piano emozionale nel film, e sul piano dell’approfondimento nel libro, che però spesso in alcuni dettagli lascia quasi l’amaro in bocca per la scelta di romanzare troppo il tutto, e non far capire ciò che veramente è realtà e ciò che è frutto della fantasia.

Consigliato, per chi ha amato il film, e voglia approfondire, ma soprattutto a chi è interessato alla tematica cardine del testo: il fenomeno transgender.

LIBRI LETTI: TONDELLI

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“Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice.

E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua.”

In questo parole si legge tutta l’intimità di Tondelli uomo, prima che scrittore. L’autore che si mette a nudo senza filtri che si denuda al lettore, gli dà la sua verità, non si vergogna, non chiede, non pretende, ti dice solo come stanno le cose. Poi ognuno ne trarrà ciò che più ritiene importante, a Tondelli di questo poco importa.

Poi Thomas muore, e niente è più come prima, anche se Leo, l’aveva sempre saputo, sin dall’inizio era cosciente che niente è per sempre: “Sapeva, fin dall’inizio, che mai lui avrebbe potuto essere “tutto”. Per questo chiamava il loro amore “camere separate”. Lui viveva il contatto con Thomas come sapendo, intimamente, che prima o poi si sarebbero lasciati.”

La vita di Leo è segnata dalla debordante ricerca e negazione della felicità, perché la felicità non è mai un tutto e un sempre, ma è un apice, un attimo di estasi che ritorna nella sua flosciante mediocrità, ha la sua fine, è un uroboro, un circolo, come dentro così fuori, la felicità inizia, è una partenza, ma ha anche un arrivo, un traguardo – spesso amaro – a cui spesso cerchiamo di negare l’evidenza.

Leo trova la sua salvezza, il suo appiglio, il suo esistere nella scrittura, che segna una rotta nell’attimo vissuto del rapporto con Thomas, e nella assenza e solitudine di un sentimento sfiorito troppo presto.

“[…] stavano dirottando su quelle lettere, il loro desiderio di essere amanti. Lo deviavano dalla sfera sessuale a quella del linguaggio. Non se ne rendevano ancora conto, ma con l’invio di quelle lettere continuavano a fare, quotidianamente, l’amore; a produrre un frutto concreto, seppur fatto di parole e di carta, ma forse per questo assai più duraturo, e stabile, della loro unione.”

La storia di Leo e Thomas, che poi è la storia di Pier Vittorio Tondelli (Leo nel libro), è una storia intensa, viva (anche nel litigio), spesso volutamente distante – come in una camera sperata –, ma indimenticabile, come solo la verità e l’intensità di certi sentimenti sanno trasmettere, non conta di certo la natura dell’amore, perché lasciatemelo dire che si parli di un amore omosessuale in questo libro centro poco o nulla, ciò che conta è il sentimento: il bisogno dell’altro con la triste consapevolezza che siamo tutti in prestito all’altro, al mondo, alle onde osmotiche di baci convulsi che fanno tremare e commuovere la psiche del lettore.

 

 

LIBRI: PATRONI GRIFFI

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image_book (1)“Lilandt. Il nome faceva bianche le sue notti, bianche del candore del giglio, nome simile per assonanza, bianche del colore dell’assenza, dell’incapacità a connettere”.

 tedesco, rimasto solo, dopo la morte dei genitori, ad abitare una grande villa ormai in sfacelo, ed Eugenio, un bellissimo napoletano di quindici anni. E’ scritto nel destino che i due debbano cercarsi nella città devastata e trovarsi nelle pieghe del loro essere. Nelle pagine del libro la storia della passione giovanile si intreccia con la descrizione di una società in lotta per la vita. . Griffi ci parla anche della simmetria dei rapporti, di quanto nel rapporto, quello vero, si cerca quella limpidezza, quella trasparenza, quella parità, che impone e sottopone che anche nella libidine dei sensi ci sia lo stesso costruirsi:»

«Non è un’idea, è un desiderio. E non è neppure un desiderio, è un esigenza.»

«Di che?», insistette Lilandt, sulle spine.

«Voglio regalarti per intera la mia verginità, anche quella che non avrei mai immaginato di mettere come posta in gioco.»

«Perché ti poni questi problemi?»

«Perché sono problemi. Una volta che l’ho accettato, voglio tutto di quest’amore. Io lo sto studiando, quest’amore, e cerco di comprenderlo bene. Noi dobbiamo essere e restare due uomini che si amano. Io non voglio che uno assuma una posizione mentale, per intenderci, femminile, per dare all’altro il prestigio, chiamiamolo così, di fare il maschietto, io amo l’uomo che sei e voglio che noi diventiamo due uomini che si amino, ambedue, nel duplice modo che è dato agli uomini di potersi amare, il che è un privilegio, ci hai pensato? Io non mantengo la testa sotto l’ala, io non voglio che tu ti accontenti, per starmene comodo. Se è bello amarti, io ti devo amare in tutti i modi possibili che mi sono concessi. Non ti pare? […]»

Il libro in sostanza ci parla di un’adolescenza confusa, spaccata dall’amore, ma che dallo stesso amore troverà il suo senso. Periodi lunghi, lessico ricercato, erotismo esagerato, e tanti altri elementi compongono questo splendido romanzo, che definirei di formazione, e che purtroppo è ancora oggi troppo poco conosciuto. “Rifletteva, Eugenio, su questo destino comune. Essere stati tutti e due, forgiati da un amore diverso da quello che si aspettavano, e pensava che questo fosse accaduto perché non avevano avuta la possibilità di essere per loro – che forse, chissà…Tutti e due erano stati amati da un altro e continuavano ad amare un altro che non c’era più. Erano ugualmente infelici. Se il destino non aveva voluto che essi s’incontrassero, un medesimo destino li accomunava […]”.  Un amore infelice (per gli altri), ma vero, intenso, che provoca invidia, un amore sottoposto alla guerra che li dividerà; la verità è che impossibile dissolvere questi amori, minarne le loro intenzioni, il loro dispiegarsi, questo tipo d’amori sono il per sempre della vita: “[…] lo avrebbe rincontrato, ne era certo. Non importa quando. Come gli sarebbe piaciuto vederlo invecchiare sotto i suoi occhi, avrebbe continuato ad amarlo lo stesso, anche da vecchi, vecchi tutti e due. E gli sarebbe piaciuto vederlo morire tra le sue braccia, per accompagnare con baci la sua morte, una morte tutta per sé, privata, per seppellirselo nella terra di uno dei suoi giardini, dove aveva sepolta tanta parte della sua vita, e metterci sopra un sasso con scritto di suo pugno “alla bellezza”.

“I libri fanno parte della biblioteca del nonno, sintomatica, per rintracciare il ritratto, se fosse in grado di farlo, di quest’uomo che non conosce, morto prima che egli nascesse, una particolare raccolta che incontra in pieno il suo favore e surriscalda il suo gusto per la lettura. Deluso dai romanzi avventurosi che non trovano risonanza in lui, dalle pagine del Libro d’Oro, Amaranto, Bianco delle Fate, nei cui regni senza confini la fantasia ha vagato addormentata simile alla Bella, passi a questi il cui odore fisico del vero lo sconvolge e gli conferma la supposizione, che non ha altre prove se non l’esperienza personale, di quanto sia crudele la vita vera. Resurrezione è il primo ad essere divorato, a cui segue Nanà, per il quale romanzo l’interesse è acuito dalle illustrazioni che lo accompagnano , in specie un disegno in cui la protagonista, nuda, osserva compiaciuta le sue armoniche linee nello specchio d’un armadio. Si susseguono con crescente ammirazione, La bestia umana, Papà Goriot, Delitto e Castigo. Legge, preso da un’ansia febbrile  che rallenta soltanto per la paura che la piccola biblioteca si esaurisca. I fatti e i fatti contenuti in questi libri gli permettono di fare una nuova scoperta: che le emozioni più grandi le comunicano le storie degli uomini, o per lo meno che a lui gliene suscitano queste storie che sanno di verità, non gli appaiono per niente inventate, che potrebbero essere domani la sua storia; e che la vita reale, fuori, può essere affascinante ma che bisogna fuggirla perché fa paura […]”.

 

LIBRI: GIACOBINO

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image_bookMargherita Giacobino è una scrittrice, giornalista, traduttrice e regista cinematografica italiana. Vive a Torino, e si occupa prevalentemente di gender studies, di letteratura e di cultura lesbica.  Ha curato la traduzione di Cime tempestose nel 1995 e di Madame Bovary per Frassinelli nel 1996, de La donna che rubava i mariti e L’altra Grace di Margaret Atwood per Baldini & Castoldi, tra il 1997 e il 1998. Non è mai troppo presto per imparare a difendersi. A cinque anni mi misero gli occhiali. Si ruppero quasi subito, mentre mi azzuffavo con un bambino che mi aveva presa in giro per quella grossa montatura scura che mi sballonzolava sul naso mentre correvo. Ho dimenticato il nome di quel bambino, però ho ancora sulla mano la cicatrice che mi procurai rotolando sugli occhiali mentre ci prendevamo a calci e pugni. Gli occhiali costano, mi disse Elisabetta versando alcol sulla ferita. Il prossimo paio vedi di fartelo durare, io non sono mica una banca. Qualche giorno dopo la madre del bambino venne al ristorante a lamentarsi che avevo rotto un ombrello in testa a suo figlio. Le avrà fatto qualcosa anche lui, disse Elisabetta. Non sarà mica un innocentino. L’altra madre se ne andò sdegnata. Che piattola, commentò lei. Temevo che mi rimproverasse perché gli ombrelli costano, ma non disse niente. L’ombrello comunque era di quell’altro, non nostro. È in seguito a episodi come questo che ho cominciato a sospettare che il mondo non fosse stato fatto per me […]”. Triste, delicato, un libro che vale la pena di essere letto. Una lettura consigliata!