LIBRI LETTI: VOLPE

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«Le nostre azioni non sono solo nostre, riguardano sempre anche il resto del mondo, così come la nostra vita finisce per non essere mai esclusivamente nostra, ma un po’ anche di chi viene toccato dai nostri gesti».

La traiettoria dell’amore, ultimo romanzo di Claudio Volpe, in lizza per il Premio Strega – ma non rientrato tra i 12 finalisti di quest’anno – ci racconta proprio dell’amore, nelle sue molteplici sfaccettature. Quell’amore che porta con sé l’incomprensione, la delusione, la colpa, il rimorso, ma che richiede anche un’indagine di sé e una presa di coscienza.
Protagonisti del romanzo sono Sara e Giuseppe, che hanno un rapporto difficile, particolare, strano, non si vedono da troppo tempo, Giuseppe ha deciso che l’omosessualità della sorella che è fidanzata con Andrea non può essere accettata, quindi meglio tenerla lontana. Tenere a distanza una sorella perché ama una donna? Perché vive l’amore? Perché esprime i propri sentimenti e non si nega? Sì, e questa è una storia comune, una realtà vicina a tante piccole – e meno piccole – famiglie italiane. Dove per un amore sbagliato si cancellano d’un tratto gli affetti.
Nel romanzo attraverso un espediente narrativo – che richiama un gioco che i due fratelli facevano da bambini – si arriva alla tragedia, allo sbaglio, – non vorrei esagerare dicendo – alla rivincita condotta dal fato, perché quel Giuseppe che aveva allontanato sua sorella sarà costretto a mani basse a chiedere aiuto alla sorella. Giuseppe che ritorna sui proprio passi. Giuseppe che non parla. Giuseppe che si tiene dentro tutto e poi esplode. Un tachimetro difettoso, e l’acceleratore ha decretato la sua condanna.
Il romanzo di Volpe è cupo, ansiogeno, ti cattura e ti fa inoltrare senza filtri in questa vicenda in cui la traiettoria dell’amore spariglia le sue direzioni. Direzioni che chiamano riflessione, chiamano colpa, chiamano momenti bui, chiamano aiuto e fuga, senza soluzioni di luce, come un tunnel che percorri su un auto senza freni e senza mai vedere la luce e tutto ad un tratto senti un rumore assordante, l’auto si spegne, scendi dall’auto e li ha inizio quella parte di vita che mai avresti desiderato, non solo per te, ma anche per tutti quelli che ti stanno intorno. Perché uno sbaglio, una colpa, è un sistema complesso che interessa oltre te, tante altre anime, piccole particelle, atomi d’amore soggetti alla rottura, dimenticando spesso l’atto del resistere.

«Non chiederti perché la gente diventa pazza, chiediti perché non lo diventa. Davanti a tutto quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi cos’è che ti fa restare in piedi».

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«Sono io quella bambina.
Sono io quella ragazza.
Sono io questa donna.
[…]
Una massa di carne e metallo.
Un fiore appena sbocciato.
Un mezzo pesante in movimento.
Una sirena».

Questa è la storia di Barbara. E’ la storia di una donna piena di forza. E’ la storia di un mare contrario. Di un incidente e di una frattura. Frattura del corpo, ma anche dell’anima a cui l’autrice ha saputo reagire a pieni polmoni.
Nel libro si ripercorrono i 10 mesi successivi all’incidente, in cui la sirena con un mezzo pesante in movimento si denuda, si mostra al lettore senza filtri con le sue fragilità, le sue incertezze, ma anche la sua forza e determinazione.
Si legge del rapporto con il proprio corpo, uno scoprirsi che giorno per giorno diventa più intenso, del rapporto con gli ospedali, con i medici, con gli indispensabili e preziosi genitori.
Barbara conduce il lettore alla sofferenza, creando un pathos profondo, si soffre con lei, ma si gioisce con lei quando si leggono dei suoi progressi, di quella sua testardaggine, e tutto ciò non fa che bene.
«Una cosa che impari in questi giorni è che ci si può abituare a tutto, persino all’idea di non camminare più, ma non ci si può abituare al dolore fisico. Non esiste convivenza con il dolore. Esiste uno stato d’occupazione e tu non sei il conquistatore. Il dolore fisico fiacca le energie, ti riduce a una cosa tremante in attesa che altro dolore arrivi. Diventa il padrone del tuo cervello e non c’è nient’altro al di fuori di lui. È un amante vorace e possessivo, che non vuole dividerti con nessuno. E non da tregua. Mai».
Si arriva all’ultima pagina e si vorrebbe leggere ancora e ancora, di quello che è oggi, e non solo di quello che è stato, perché ogni lettore entrando in sintonia con Barbara non vuol – di certo – rompere questo filo rosso, ma attraverso le sue parole continuare questo legame che non tutti i libri riescono a creare. Grazie Barbara. Grazie Sirena in movimento.

«Ho impiegato molti anni per capire e sentire che il fascino, la sensualità non hanno niente a che fare con il muoversi su due gambe. La sensualità è una visione del mondo, che si ha dentro e che si trova riflessa negli occhi degli altri».