LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IN CUI LA MUSICA DIVENTA ROMANZO

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«Tre colori, tre favole piene di poesia e di emozioni. La prima storia, “Neve”, è bianca e riposante, come la neve e l’Asia che la ispirano. Yuko è un giovane poeta giapponese. Nei suoi haiku sa cantare solo lo splendore e la bianchezza della neve. Soseki è un anziano pittore divenuto cieco che vive nel ricordo di un amore perduto. Neve è una ragazza bellissima. Il suo corpo giace per sempre tra i ghiacci. A legare i loro destini, un filo, disperatamente teso tra le cime di due montagne, come simbolo di un esercizio funambolico impossibile da eseguire. “Il violino nero” è la seconda storia, nera come le note del pentagramma, inquietante come l’atmosfera di una Venezia silenziosa ma percorsa da echi della coscienza e dei desideri. Un giovane genio coltiva l’ambizione di “mutare in musica la propria vita”. Una donna misteriosa esprime in un canto dalle divine sonorità la profonda innocenza della sua anima. Un anziano liutaio ha creato uno splendido violino, nero come gli occhi e la chioma di quella donna. “L’apicoltore”, la terza storia, ha il colore dell’oro come il sogno folle di un giovane che dal Sud della Francia parte per l’Africa. Aurélien cerca in ogni cosa l’oro della vita, ossia la bellezza, la magia, il colore caldo del sole, ed è incantato dalle api, “che possono morire d’amore per un fiore”. Dopo infinite avventure farà ritorno a casa per scoprire dentro di sé il seme di un puro amore per l’unica donna che lo ha da sempre aspettato, piena di fiducia e speranza».
Non conoscevo prima di leggere questa trilogia Maxence Fermine, autore francese, che con levità ed estrema poesia confeziona queste tre storie deliziose. Che si leggono tutte di un fiato. Non si riesce a smettere perché ogni capitolo – di circa una pagina – chiama l’altro, e diventa una corsa per sapere il destino di Yuko, del giovane che insegue la partitura perfetta, e dell’utopico quando scanzonato Aurélien. Ci si trova leggere pagine bellissime come: «[…] Sì, una donna. Perché l’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere. Soseki, invece, alla fine cadde per via dell’amore per una donna. Ma l’arte lo salvò dalla disperazione e dalla morte […]». O ancora stralci sul senso della scrittura: «[…] In verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo della poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quando la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola». Per concludere un’esternazione efficace sulla guerra: «Era dunque quella, la guerra? Quella carneficina incessante, quei feriti e quei morti intorno a lui con in bocca un gusto di sangue e di fango? Quei soldati laceri, lerci e maleodoranti, privi tanto di pane quanto di anima? Quello strepito assordante che gli percuoteva i timpani fino a farlo urlare di dolore? Dov’era finita la musica che fino a poche ore prima gli cullava la vita al suono del violino? La guerra non era dunque altro che quella bocca famelica e mai sazia?». Sei un po’ vi ha incuriosito, leggetelo!