LIBRI LETTI: OATES

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Misfatti, racconti di trasgressione è una raccolta di 21 racconti apparsi in diversi riviste e antologie. Si conferma la potenza narrativa, la poliedricità, l’eleganza e l’abilità infinita di Joyce Carol Oates che in ogni racconto non eccede, resta sempre misurata, mai una parola che eccede o che si sente mancare. L’equilibrio che si fa parola. La famiglia che diventa il regno consacrato e sconsacrato dall’autrice con le sue disfunzioni, quelle vendette covate in sordina, le follie di uomini fallocentrici e di donne ingombranti. L’esasperazione dei sessi. Tanto maschili quanto femminili. Il gioco a incastro e la dannazione dell’American way of life mancato, sfuggito.
Misfatti rappresenta il tratto che può insidiarsi dentro di noi. Persone comuni. Vite ordinarie in preda a una follia incontrollata. Misfatti che si compiono per vendetta, per sopravvivere, per salvarsi, per riprendersi da un tradimento, da una gelosia, per estendere la fantasia malata e circoscriverla nella realtà, provando a dominarla per poi esserne dominati.
I mali, o meglio i misfatti raccontati dall’autrice sono situazioni e contesti quotidiani, in cui chiunque potrebbe immedesimarsi, potrebbe rivedere davanti ai suoi occhi scene che hanno il sapore passato, in cui ogni protagonista cerca il riscatto, la sopravvivenza a ciò che come una spada di Damocle sembra pesargli troppo e così si finisce per eccedere, si annullano barriere, si ritorna ai primordi, all’origine senza valori etici, morali, sociali, sessuali, e si compiono i Misfatti, si trasgredisce con naturalezza, attraverso il morbo del male, spesso nascosto, perlopiù dominato da noi uomini, soggiogati dalla possibilità di una crudeltà spesso ricambiata.
La copertina raffigurante una macchina fotografica è davvero azzeccata e ben identificativa di questa raccolta di racconti che come fotografie, scatti, flash ci racconta di realtà sociale con valori impoveriti di uomo – in quanto essere vivente – disumanizzato, di disgregazioni sentimentali esasperate diventate ossessione. Una prigione.

 

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Figli randagi è il titolo di un raccolta di racconti edita da E/O della ormai autorevole Joyce Carol Oates. La raccolta di racconti è composta da sei storie scritte fra il 1965 e il 1972, quando l’autrice, comincia ad ottenere i primi riconoscimenti importanti, si pensi al National Book Award che le viene conferito nel 1970.
I racconti che compongono la raccolta sono:
– Dove stai andando, dove sei stata?
– Desideri appagati
– Figli randagi
– Una ragazza sull’orlo dell’oceano
– Nella regione di ghiaccio
– Sabato di follia

Protagonista assoluta della raccolta è l’adolescenza, un periodo della vita tanto caro all’autrice e più volte descritto nei suoi racconti e romanzi.
I protagonisti sempre ben caratterizzati, sono giovani e giovanissimi, che si avvicinano al mondo degli adulti con incertezza, e sembrano non capirlo, o non riescono ad adeguarvisi.
Dall’altro lato anche gli adulti raccontati non riescono a trovare un proprio centro, una propria stabilità, sono in perenne conferma della propria identità, ma dalla loro hanno l’età che spesso è sinonimo di maturità ma che alle volte è solo apparenza.
Nelle storie un senso di inadeguatezza e solitudine accompagna ad ogni passo questi giovani, a rinforzo di ciò come se non bastasse la Oates – come ormai ci ha abituato – racconta della violenza, che sia essa fisica o psicologica, che fa parte della natura umana così come può essere l’amore e il desiderio.
Un libro che per gli amanti della scrittrice sicuramente non va perso, anzi, racconta in maniera interessante ciò che sul nostro corpo è già scritto: tracce di violenza, solitudine, durezza di vita quotidiana, amore e bisogno d’amore.

Piccola curiosità: Dove stai andando, dove sei stata?, il racconto che apre la raccolta, ha trovato felicemente anche una trasposizione cinematografica nel 1985 con il film Smooth Talk interpretato da Laura Dem e Treat Williams per la regia di Joyce Chopra.

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«Mi invitò a cena: era la sera del 23 ottobre 1960, e io accettai. Cenammo insieme anche la sera dopo, e quella dopo ancora, e così via, finché mangiare insieme divenne una consuetudine. Un mese più tardi, il 23 novembre, dopo una cena improvvisata nella piccola stanza d’affitto di Ray, ci fidanzammo. Il 23 gennaio 1961 ci sposammo nella piccola chiesa cattolica di Madison. Siamo rimasti assieme – quasi sempre l’uno accanto all’altra – per quarantasette anni e venticinque giorni. La mattina dell’11 febbraio 2008, ho accompagnato mio marito al pronto soccorso del Medical Center di Princeton, e lì è iniziata la tragedia […]»

Di cosa parla questo memoir dal titolo Storia di una vedova?
Parla degli anni successivi alla morte di quello che è stato l’uomo della vita, Raymond Smith, di Joyce Carol Oates.
Ma il libro – che costa di ben 600 pp. – racchiude molto altro di più. Non parla solo della vedovanza della scrittrice, ma narra anche degli anni insieme a Smith, dei loro vari trasferimenti, dei rapporti accademici e istituzionali, dei rapporti anche solo amicali, oltre che con personalità di spicco del mondo della letteratura. Di quello che negli anni è stato per loro la letteratura, la filosofia, la scrittura, la parola scritta e la parola parlata, di quella che è stata la pietra miliare condivisa: la Ontario Review.
Il libro – in pieno stile dell’autrice – raccoglie e-mail, lettere, appunti, apparati documentari che nel corso degli anni hanno riempito quel vuoto incolmabile nell’animo di questa donna spezzata: «dalle vostre parti c’è per caso qualche “gruppo di sostegno per il lutto?” Potrei iniziare a frequentarlo…Non sono sicura di potercela fare da sola. Mi sembra di vivere dimezzata. Specialmente di notte. Di solito, mi trovo piuttosto bene quando sto con gli altri, ma crollo appena resto sola. Mi pare proprio di non riuscire a prendere coscienza del fatto che Ray non c’è più. Che non si trova semplicemente da qualche parte dove non posso vederlo. Mi sembra davvero impossibile…Mi serve un gruppo tipo Alcolisti Anonimi – suona così nabokoviano […]».
Il libro interroga più volte il sé della scrittrice, prima donna, prima moglie che non riesce a reagire a questa assenza arrivando più volte anche all’idea di soccombere al dolore, attraverso il suicidio, – e si leggono pagine bellissime quanto dolorose –: «Se mi toglierò la vita, non sarà un atto premeditato, bensì impulsivo. Un giorno, o più facilmente, una notte, il senso di solitudine sarà così schiacciante e infinito – e io mi sentirò stanca fino al midollo e avrò la consapevolezza che tale condizione non recederà, ma prevarrà o peggiorerà, indebolendomi ulteriormente – che forse riuscirò a trovare un’ultima stilla di forza, la determinazione a farla finita. Proprio come chi è fermo e trema sull’orlo di un trampolino – un trampolino molto alto, al di sotto del qualche sorge una superficie luccicante, increspata, “plasticosa”, di profondità indefinibile –, mi tufferò verso la scorta di pillole, la mia soluzione.
Ma come, e dove, lascerò queste annotazioni, queste parole incerte e confuse? Perché, di certo, voglio che siano ritrovate. Comunque, con il mio gesto, non intendo negare che la vita sia ricca, meravigliosa, varia, sempre sorprendente e preziosa – io, però, non riesco più a far parte di essa. Non voglio sostenere che il mondo non sia bello – perlomeno, in alcune manifestazioni. Per me, comunque, questo mondo è diventato remoto e inaccessibile.
Circondata da un guazzabuglio di detriti da burrasca, un’imbarcazione – un traghetto, una barca a vela, o una nave da crociera – sta staccandosi dal molo, e tu sulla riva resti immobile a guardarla, mentre si allontana in un alone di luce, musica, voci e risate. Che tu saluti o no quella partenza, è indifferente: nessuno lo nota, e il naviglio prende il largo». E ancora la scrittrice in maniera illuminante e superba riflette sul senso di essere vedova, sul senso della perdita: «Ora comincio a capire: questo memoir è un pellegrinaggio. Tutti i memoriali sono viaggi, investigazioni; alcuni si configurano come dei pellegrinaggi.
Parti dal punto “A” per arrivare al punto “Z”. Dovrai arrivare alla fine, in qualche modo. All’inizio, nel confuso incubo diurno/notturno successivo alla morte di Ray, lo spazio (familiare) in cui mi muovevo era diventato terrificante – non-familiare. Anche la casa in cui vivevo, la “nostra” casa, si era trasformata in un ambiente infido, pericoloso, persino orrido: talvolta lo è ancora e anch’essa mi appare “non-familiare”.
Il suo significato originario si è stemperato, è scomparso pian paino, proprio come un colore che viene sbiancato dal sole. L’umanità di un individuo deriva dal vivere un’esistenza che abbia un senso. Vivere un’esistenza priva di senso significa essere un essere subumano, un’entità che ha subito un danno irreversibile in un’area del cervello preposta al controllo del linguaggio, delle emozioni, della memoria. Nei primi giorni/settimane/mesi della sua nuova vita postuma, la vedova è costretta a vivere un’esistenza prima di senso, come in un’ontologica commedia degli orrori in cui sembra che gli altri stiano recitando sulla base di dettagliati copioni: sono attori che si muovono all’interno di un’elaborata trama insondabile, mentre lei – la vedova, quella che ha accusato una perdita irrevocabile, simile all’amputazione di un braccio, all’enucleazione di un occhio, o alla demenza senile – deve arrancare tra le scene, poiché ha smarrito ogni collegamento vitale con ciò che la circonda, con il significato della rappresentazione. Perché? […]».
Storia di una vedova – seppur impegnativo, come tutti i libri dell’autrice – ripreso più volte e letto a piccoli bocconi per il senso di afasia e di dolore traboccante tra le pagine rappresenta l’autentico Oatesiano, rappresenta la parte più vera e umana di Joyce – che i fan dell’autrice non possono lasciarsi sfuggire –, di:

«Lei [che] non si preoccupò mai di sapere
Cos’avesse a che fare l’amore con la morte;
Né si sforzò mai di capire
Perché per provare amore, dovesse versare [tanto] sangue».

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IL CUI TITOLO SIA FORMATO DA NOVE LETTERE

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Cosa parla Scomparsa di Joyce Carol Oates?
Parla innanzitutto di famiglia, un tema centrale e ricorrente nella sua produzione letteraria. Protagonista sventurata è Cressida Mayfield, di appena 19 anni, che una sera di luglio del 2005 è uscita di casa senza più far ritorno.
Perché questo?
Cressidra è scomparsa nel nulla, nella cittadina di Carthage e non è affatto semplice trovare le sue tracce, tutto sembra studiato a tavolino, premeditato, nessun passo falso commesso, nessun indizio che può aiutare la polizia a far chiarezza.
La famiglia Mayfield è ben nota nella cittadina, ed è composta dal padre Zeno, noto avvocato e anche ex sindaco dal carattere estremamente orgoglioso, la madre Arlette donna operosa e dedita al volontariato e dalla sorella Juliet, la bella della famiglia, la sorella senza difetti, che insegna alle elementari.
Ma Cressidra è stata rapita o si è allontanata volontariamente? Sembra da due testimonianze che sia stata vista in compagnia di Brett Kincaid, ex caporale dell’esercito rientrato da poco dall’Iraq nonché ex fidanzato, prossimo alla nozze con Juliet.
La vicenda è narrata da diversi punti di vista: i genitori in preda al panico e ad un dolore profondo che credono siano stati traditi proprio da quella persona che – ormai – credevano di famiglia; Cressidra che racconta le sue sofferenze e i suoi patemi interiori, amplificati da una forte solitudine e di Juliet – che alla fine del romanzo – mostra anche lei le sue fragilità essendo vittima del giudizio popolare.
Nel romanzo si affrontano svariate tematiche – in pieno stile Oatesiano – dalla famiglia, ai rapporti familiari, dalla violenza, al pregiudizio, dalle carceri al braccio della morte – a cui è dedicato una intera parte del romanzo – dalla guerra alla tema della fede, e ancora ci sarebbe da disquisire.
Ma cosa ha voluto raccontare l’Oates nel suo ennesimo – quanto difficile, quanto lento, quanto spesso prolisso e troppo dettagliato – romanzo? Una cosa che può sembrare banale: un evento traumatico quando avviene non colpisce solo la/le persona/e interessata/e ma si ripercuote inevitabilmente su tutto il sistema familiare e amicale producendo effetti evidenti – e inconsapevoli –. Si può reagire o sopravvivere ad una scomparsa di una sorella? Si può riuscire a rialzare la testa dopo una tragedia? Ecco leggetevi l’Oates che sicuramente qualche spunto di riflessione riesce a darvelo, a patto però che abbiate pazienza di entrarci in sintonia perché la sua genialità sia nella struttura che nelle argomentazioni che nelle evoluzioni narrative spesso è in contrasto con quel che oggi è un tutto e subito moderno, richiesto dal lettore tipo.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI FANTASMI

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«Non possiamo sapere se agiamo o siamo agiti; se siamo pedine del gioco, o siamo noi stessi il gioco.»

Il maledetto tocca un genere con cui la Oates non ci aveva abituato – almeno in Italia –, quello del gotico. Il libro fa parte di una vera e propria saga – di cui ogni volume è autoconclusivo –, definita Gothic Saga, di cui Il Maledetto (The Accursed) è il quinto volume preceduto da Bellefleur (1980), A Bloodsmoor Romance (1982), Mysteries of Winterthurn (1984) e My Heart Laid Bare (1998), in Italia, ahinoi, ovviamente non pubblicati.
La Oates in questo libro veste i panni di uno storico – M.W. van Dyck – che nel 1984 racconta gli avvenimenti di un lontano 1904-1905.
Tutto si svolge a Princeton – centro nevralgico in cui vive e lavora l’autrice, e che quindi conosce molto bene – dove è in giro la Maledizione di Crosswicks che colpisce tutta la comunità, e che porta le persone ad avere comportamenti davvero strani e inaccettabili per il tempo: ragazze che fuggono con sconosciuti, visioni strambe e invocazioni di fantasmi, omicidi senza spiegazione alcuna. La comunità è in crisi, è in disordine. Il caos ha preso il sopravvento.
Ma chi sono i personaggi di questo affresco gotico proposto dalla Oates?
Personaggi che si muovono tra la finzione e la realtà, come: Wodroow Wilson, il presidente Cleveland, Teddy Roosvelt, Mark Twain e Jack London, Wilhelmina e Upton, Annabel, Micia, per citarne – forse – solo i più significativi.
Nel libro oltre allo svolgersi della storia spicca agl’occhi del lettore la capacità documentale di cui l’autrice si serve, mai esigua, sempre fortemente stratificata, con dialoghi serrati, stralci di diari segreti, ritagli di cronaca, il tutto alternato con diversi punti di vista e piani di lettura che il libro offre al lettore, creando anche un po’ di difficoltà.
Ma cos’è il Maledetto se non la rappresentazione di quello che ognuno di noi può essere/diventare? Un essere spregevole, maligno, un satana sceso in terra, o un diavolo vestito in borghese che detta le sue regole. Regole spietate. Regole ingiuste. Regole violente. Regole antirazziali. Regole che generano disordine e Male, quel male che nessuno ferma, quel male che ha mandato al linciaggio un giovane nero e sua sorella incinta – solo per dirne una – e nessuno si smuove, tutta affabulati dallo spettacolo del macabro, della morte in diretta, della colpa – sociale – che viene redenta.
Come dice la Oates: «la maledizione che perseguita i personaggi ha un’eco profonda: l’indifferenza della classe dominante, composta dai protestanti bianchi, nei confronti del dolore che i neri pativano.», e mi sembra che questa maledizione con cifre stilistiche e toni diversi sia anche uno dei tanti mali della modernità di cui la Oates ci ha raccontato, a volte esagerando nella narrazione, delle altre perdendosi dei pezzi per strada – vedasi la mancanza di caratterizzazione di alcuni personaggi rispetto ad altri –, ma regalandoci quasi 700 pagine di pathos, di memoria, di passato che è anche modernità, seppur – questo libro – non si colloca tra i miei preferiti dell’autrice, squisitamente per una questione di genere letterario.

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«Aveva sposato un uomo che non amava e che non poteva amare. Peggio ancora, aveva sposato un uomo sapendo che lui non avrebbe mai potuto amarla».

Questo romanzo narra di una saga familiare tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70 in un luogo molto suggestivo: Niagara Falls, le cascate del Niagara.
Il luogo sicuramente molto vicino alla storia e al vissuto della scrittrice, è un luogo magico, potente, simbolico, dove migliaia di coppie trascorrono la loro luna di miele, ma è anche tristemente ricordato per il motivo opposto: luogo ad altissimo tasso di suicidio, dove l’amor proprio finisce, si azzera.

E’ proprio con un matrimonio ed un suicidio che il romanzo si apre. Il matrimonio tra il giovane pastore presbiteriano Gilber Erskine e la moglie Ariah, che hanno deciso di trascorrere la luna di miele proprio a Niagara Falls.
Cosa può succedere di tanto strano la prima notte di nozze?
Perchè è stato scelto proprio Niagara Falls come luogo segno del coronamento del loro amore?
Destino vuole che la mattina Ariah si sveglia sola, nel letto c’è solo la sagoma lievemente impressa sul letto dell’albergo del suo neo-sposo.
Ariah avverte già dei presentimenti, ma non vuole rassegnarsi ai suoi strani pensieri. In fondo è stato un matrimonio in tutta fretta, non conosce veramente e approfonditamente tutte le abitudini di Gilbert, ma di una cosa è sicura: lui non sarebbe mai andato alle cascate senza di lei.
Solo poche ore dopo Ariah: «era diventata una pellegrina delle Cascate: la sposa vedova delle Cascate», ma lo sconcerto e l’orrore che Ariah prova non è frutto d’amore, ne di sentimenti che questa donna avrebbe dovuto provare, ma son dati da una costatazione, una conferma, una presa di coscienza individuale che nessuno può toglierle: lei ad appena un giorno dal matrimonio già è vedova, non può essere che dannata. Marchiata dal Signore.
Le indagini per la morte del neo-sposo le riserbano una sorpresa inaspettata, l’arrivo di un uomo, un uomo di successo, di quelli che si guardano un po’ tra l’invidia e l’ammirazione, un avvocato di spicco che sa come far sentire le donne, donne. Lui è Dirk Burnaby e sembra aver interesse per la sconsolata Ariah, con quel suo corpo rachitico, insignificante, con quel suo viso in età giovane ma già vecchio, con quei capelli come l’autunno, di un rosso triste, malvagio.
Questo secondo matrimonio sembra andare a gonfie vele, e da questo nasceranno anche tre figli: Chandler, Royall e Juliet, fin quando una terza donna non si metterà in mezzo e minare ogni equilibrio familiare.
Chi è Nina Olshaker, e cosa vuole da Dirk?
Cosa si nasconde dietro l’apparente perfezione delle Niagara Falls?
Perchè tutti evitano di parlare di un luogo tanto evocativo come il canale dell’amore, meglio conosciuto come Love Canal?
Forse è il momento di scoperchiare le carte, di provare a cambiare le cose, di andare contro il sistema corrotto che sorregge questi luoghi ormai in mano al malaffare; anche nel suo stesso campo l’avvocatura ormai vige un codice d’onore errato: non dare voce e non difendere i diritti di chi vuol far sapere troppo di ciò che gli è capitato ingiustamente, senza sapere.
Un romanzo corale, complesso, che in alcune pagine disturba, che intreccia la costruzione della famiglia, e in particolare la lotta di Dirk Burnaby contro l’inquinamento ambientale, la crisi delle istituzioni, e l’impegno civile disatteso.
La Oates sapientemente ci regala un’altra pagina – molto triste – di storia americana senza risparmiarsi, facendo viaggiare e sognare il lettore nelle Niagara Falls, e dandogli la speranza di un giorno di poter osservare con i propri occhi uno dei tanti paradisi terresti rovinati per mano dell’uomo.

«Fra le cosce sottili, dentro il ciuffo ricciuto e umido di peli pubici, aveva visto una curiosa protuberanza simile a una lingua, o a uno di quegli organi viscidi che si tolgono ai polli prima di metterli nel forno; e un affascinante e al tempo stesso spaventoso buchino raggrinzito alla base di questa, più piccolo dell’ombelico. Come poteva il “coso” di un uomo entrare in un buchino tanto piccolo? O, peggio ancora, come poteva uscirne un bambino?
Quella rivelazione l’aveva lasciata tremante di paura, sgomento e repulsione per ore. Forse non si era mai ripresa del tutto. Non ancora».

«L’amore è una forza non meno importante della gravità, vero? E nemmeno la “gravità” si vede».

 

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Non lasciatevi ingannare dalla copertina disturbante, troppo kitsch, a lettura finita avrà tutto un altro senso.
La Oates anche in questo libro ha fatto centro. Senza risparmiarsi. Sembra di leggere una storia dei nostri giorni, di quelle comuni, che si vivono nelle piccole provincie in cui la voglia di rivalsa e fama come per magia si trasfigura dai genitori ai figli. E poi c’è sofferenza. Pianto. Insoddisfazione. Una vita rubata negli anni felici per essere chi non hai scelto. Chi non volevi essere.
La storia è narrata da Skyler tra la prima e la terza persona, lui fratello maggiore ci racconta delle condizioni di sua sorella schiava del successo che la madre vuole per lei (e prima voleva per lui..).
Lei è Edna Louise Rampike, per tutti conosciuta come Bliss, a soli 6 anni vive in un corpo che non gli è proprio, vive come oggetto del desiderio e di riscatto della madre, una patetica ex-pattinatrice fallita che vuole riscattare attraverso la figlia i suoi insuccessi.
Bliss come i suoi vestiti troppo sexy per la sua età, con il trucco esagerato, con i capelli ossigenati, con manicure sempre senza sbavature.
Ma il padre dov’è?
Il padre è assente, troppo preso dal suo lavoro per occuparsi dell’avvenire dei suoi figli e di ciò che sta accadendo in casa sua. I figli li crescono le mamme, niente di più sbagliato. I figli si crescono insieme, come coppia, e queste sono le derive!
Il libro è molto complesso, spesso tortuoso, ma ne vale immensamente la pena, anche se dovete respirare tra una pagina e l’altra.
Il dipinto di una ascesa americana, di una storia come tante che però non fa rumore, a cui l’Oates ha dato il giusto risalto, se pensiamo che il libro è liberamente tratto da una storia vera, da un famoso fatto di cronaca, l’uccisone di JonBenét Ramsey, reginetta di bellezza assassinata nella sua abitazione in Colorado a soli 6 anni.
Riflettiamo amici, riflettiamo, che al peggio non c’è mai fine.
Lo farei leggere a molte mamme e molti padri che scaricano su i figli una propria carriera sfumata o un proprio sogno nascosto nei meandri dell’anima. Anima vile.

LIBRI LETTI: OATES – RC: OB. 10 – UN LIBRO IL CUI CONTENUTO RIGUARDI LA MUSICA

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«Nel regno animale i deboli soccombono presto. Questa è la religione: l’unica»

Un Oates veramente matura, un romanzo pieno, ricco, alle volte anche eccessivo come la scrittrice alle volte sa fare. Quarant’anni di esistenza si dipanano in queste pagine.
Siamo a Chatauqua Falls, al confine canadese, nel 1959, siamo in compagnia di una famiglia ebrea che fugge dalla ferocia nazista, e saliti sopra una nave di fortuna verrà alla luce la protagonista del romanzo: Rebecca Shwhart, la figlia del becchino.
E qui impariamo a conoscere questa famiglia, questa bambina silenziosa, taciturna, questa bambina che ama la scuola e ama le parole, ama il lessico, tanto da vincere un premio della contea, ricevendo lo sprezzo dei genitori. Conosciamo la vita anche di questi fratelli, il primo semianalfabeta, quello di mezzo troppo scomodo, e nato nel momento sbagliato per aspirare a qualcosa di più che questa triste famiglia può dargli.
Conosciamo Jacob, un padre che colto dall’insoddisfazione personale, da una mancata soddisfazione lavorativa, – visto che ora fa il becchino – impazzisce, degenera, crede di fare il bello e il cattivo tempo dei suoi familiari, come fossero oggetti inanimati, come fossero pedine, fino al triste epilogo: gli spari.
Lei Rebecca, ormai traumatizzata, cercherà braccia amiche per colmare mancanze di affetto, braccia anche sbagliate, con sentimenti frettolosi, sentendosi sempre un oggetto in mano a degli uomini che decidono per lei, che cercano di comprarla, di comprare la sua storia.
Rebecca, cambierà anche identità, e avrà un figlio, Zack, l’unico vero motivo della sua esistenza, il prolungamento dei suoi sogni, sogni infranti per esser caduta in mani sbagliate, in mani nemiche. Lei, schiva, diffidente, a volte anche cinica, con quella sua risata che fa scappare gli uomini proverà a ricominciare, viaggiando da un luogo all’altro fino a mettere nuove radici, radici morbide, soffici, radici che le entrano dentro per necessità, quella necessità di vivere e di voler guardare avanti senza girarsi indietro dove c’è ancora il sangue che sporca il pavimento.
Rebecca ci ha provato, e neanche lei ancora sa se ci è riuscita o meno a vincere questa sua battaglia, la battaglia di un popolo, di una terra, di una razza, la battaglia degli stranieri, che solo tra le pagine prenderà vigore e rivelerà ad ogni lettore la sua verità.
Un piccolo appunto sugli avvenimenti solo italiani: il titolo originale era The Gravedigger’s Daughter, cioè, La Figlia del Becchino, e qui invece, chissà per quale motivo, forse per paura che non potesse vendere un titolo del genere e per far saltare dalla sedia qualche bigotto di turno è stato tradotto come La Figlia dello Straniero, peccato.

 

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Oates

«Era questo l’eterno problema dell’uomo, no? Lo sforzo di rimanere umani»

«Devi essere preparata, disse la donna.
Preparata era una parola che la bambina non capiva. Pronunciato dalla donna, quel vocabolo suggeriva calma e immobilità, come l’acqua che baluginava nelle paludi intorno al Black Snake River, che alla bimba sembravano le squame di un gigantesco serpente, che se ti avvicinavi troppo non lo vedevi.
Quella era la terra di Moriah, stava dicendo la donna. Il luogo in cui erano arrivate di notte, la terra promessa, dove i nemici non avevano potere su di loro e nessuno le conosceva, non le aveva mai viste nemmeno di sfuggita.
[…]
Confida in Lui. È tutto nelle Sue mani […] Se non è giusto agire così, Lui invierà un angelo del Signore come lo inviò ad Abramo perché risparmiasse suo figlio Isacco e anche ad Agar, per annunciarle che avrebbe ridato la vita a suo figlio nel deserto di Beersheba.
[…]
Ferma! Sta’ buona! Ti sto preparando per il Signore.
Perché i nostri nemici ti porteranno via da me, se non sei preparata.
Perché Dio ci ha guidati nella terra di Moriah. Ha promesso che in questo luogo nessuno toglierà il figlio alla propria madre»

Un romanzo complesso, e sicuramente neanche il più riuscito della prolifica Joyce Carol Oates, in cui l’autrice propone una narrazione su due piani che si alternano: il passato e il presente.
In questa storia incontriamo e leggiamo della vita di questa donna fango, una donna che combatte contro sé stessa, contro il suo passato, che cerca di riemergere da esso, ma non sempre ci riesce ritornando nel buio di un passato poco chiaro, approssimativo.
Chi è veramente la donna fango?
La donna fango abbandonata da bambina su un monte in segno di un’apparente devozione inspiegabile, ̶ e qui i temi che l’autrice ci propone sono molteplici: la violenza, la maternità mancata, la ricerca di sé ̶ , una donna che viene adottata una famiglia di ceto medio, una famiglia in cui cerca la reinvenzione di sé (che forse è il tema dominante di tutto il libro), che gli detta le traiettorie, le indica il cammino, le dice dove posare i suoi passi e cosa evitare, perché non è mai troppo tardi per avvicinarsi a nuove sventure.
Ma la vita non perdona, e anzi, può colpire dove ha già colpito, e Jewell Kraeck è solo cambiata, adesso si fa chiamare Meredith Ruth “M.R.” Neukirchen, ed è diventata la prima donna Rettore di una prestigiosa università della Ivy League, ma non sempre il potere ti protegge dal passato, sovente si è più vulnerabili.
Questa donna annaspa nel fango, cerca di riemergere, sente soffocare ad attimi alterni la propria vita, una vita che non è andata proprio come si immaginava: abbandonata da una mamma in preda alla pazzia, alla prese con un’amante deludente, con le difficili questioni universitarie e i suoi colleghi troppo conservatori, con un tentato furto, con la memoria, quella che non ti fa vivere bene se le cose non le capisci fino in fondo, non ci sbatti la testa, non le trafughi e annaspi tra le pieghe del dolore, lei donna fango, resuscitata, ma pronta a ricadere.
Nella narrazione troppi elementi appesantiscono la lettura, forti i richiami alla filosofia, alla religione, al pacifismo, all’astronomia, e forti anche i richiami politici post-undici settembre, che sicuramente danno prova e conferma dello spessore della scrittrice, che però in questo libro non brilla per scioltezza e coinvolgimento.
La donna del fango sta ancora cercando chi è, chi è stata, ma soprattutto se chi è diventata la soddisfa pienamente.
Non iniziate da questo libro se volete scoprire questa scrittrice, potreste iniziare male il rapporto con lei.

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Tu non mi conosci è una raccolta di racconti apparsi in svariate riviste e antologie, come: «Harper’s», «Michigan Quarterly Rewiew», «Witness», «Playboy», «Yale Rewiew», «Boulevard», «Salmagundi», «Ellery Queen Mistery Magazine», e in «Georgia Rewiew», «The Observer» e «Fiction».
Una raccolta di 19 racconti alcuni dei quali hanno ricevuto anche importanti riconoscimenti come Pushcart Prize o l’O. Henry Awards. Seppur il tema è abbastanza lo stesso per tutta la raccolta la Oates sa coinvolgere, sa mostrare le debolezze umane magistralmente, sa intrecciare e raccontare storie di uomini, donne, bambini in maniera impeccabile, peccato però che qualche volta qualche racconto è troncato, senza una fine vera e propria.
Non starò qui a dirvi la trama di ogni racconto, che per alcuni ho immaginato – in realtà la costruzione – dei veri e propri romanzi a sé, ma indicherò il sentimento/elemento predominante di ognuno di essi. Il libro è consta di quattro parti.

La parte prima è composta dai seguenti racconti:

Riccioli Rossi: Confessione
Nascondersi: Speranza/Remissione
Non sono tuo figlio, tu non mi conosci: Memoria
Me&Wolfie, 1979: Violenza
La ragazza con l’occhio nero: Sottomissione

La parte seconda è composta dai seguenti racconti:

Cumberland Breakdown: Risentimento
Tappezzerie: Violenza psicologica
Il lago di Wolf’s Head: Osservanza
Felicità: Segretezza
Fuoco: Rivelazione
L’insegnante: Condanna

La parte terza è composta dai seguenti racconti:

Il teschio: una storia d’amore: Debolezza
Le morti: un’elegia: Distanze e Ambiguità
Jorie (&Jamie): una testimonianza: Disperazione
La signora Halifax e Rickie Swann: una ballata: Amore impossibile

La parte quarta è composta dai seguenti racconti:

Tre ragazze: Ammirazione
I mutanti: Ossessione