LIBRI LETTI: SANTACROCE

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La Santacroce è una scrittrice particolare, e quando mi decido a leggere un suo libro non so mai se sono spinto per la curiosità e l’audacia del personaggio, o se lo faccio per imparare a conoscerla meglio come scrittrice.
Supernova è la sua ultima pubblicazione, avevo già letto “Zoo” e “Lovers” ed entrambi non li ho trovati eccelsi, in alcuni parti belli, in altri agghiaccianti e surreali.
La Santacroce penso non abbia vie di mezzo nella sua scrittura così come nella vita. In questo libro il tema centrale è la prostituzione minorile, che rimanda ad un concetto che è sempre presente nelle sue pubblicazioni: l’amore, e in questo caso, l’amore rubato, oltraggiato.
Doroty che è una delle protagoniste (nome che gli è stato dato dalla madre per ricordare un personaggio del Mago di Oz) nella sua vita è abituata a vedere corpi, forme, presenze: la madre è una prostituta che sembra trovare nel piacere, nel vendere il proprio corpo un rimedio dalla solitudine, dal non sentirsi sola. Doroty è un’androgina, una bambina dai tratti di un bambino, ma che è attratta dal suo stesso sesso.
Al disfacimento di Doroty (che l’autrice vorrebbe far sembrare una diretta conseguenza dell’operato della madre) si aggiungono prima Divna, col sogno del balletto nella testa, e poi Thomas, un ragazzo cupo ed enigmatico.
Loro tre si vendono per i soldi, alla ricerca di un’apparente felicità ad uomini meschini, brutali, senza un briciolo di coscienza, anzi, che paiono divertirsi da questa condizione di assoluta inferiorità.
Queste tre anime, che poi non sono altro che meteore alla ricerca della felicità, la cercano in modo sbagliato, in braccia sbagliate, come se la sicurezza o la stabilità si comprasse. Come se ogni cosa fosse in vendita. Come se noi siamo continuamente in lotta tra l’allontanare il piacere o abbandonarci ad esso.
Ecco, tutto ciò è racchiuso in Supernova, che si fa apprezzare, seppur nelle sue caratteristiche di eccessività rimane per me una lettura a metà, incompleta. Alcune parti arrivano in vetta altre si inabissano nei più profondi inferni della parola.

LIBRI LETTI: KRISTOF

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Un breve libro dell’autrice, composto da due testi diversi, il primo è un racconto, il secondo una pièce teatrale.

DOVE SEI MATHIAS?: «-Mathias, dove sei? Lasciandoti ho perso tutto. Ho provato a stare senza di te. Ho giocato, rubato, ucciso, amato. Ma tutto ciò non aveva alcun senso. Senza di te il gioco era senza interesse, la rivoluzione senza smalto, l’amore senza sapore».

LINE, IL TEMPO:
«[…]
MARC: – Io non sono tutti. Tu mi amavi.
LINE: – Dieci anni fa.
MARC: – Già, il tempo…
LINE: – Il tempo, sì. Non conosco il tuo passato, Marc. I tuoi dieci anni passati lontano da me. E tu non conosci il mio.
MARC: – Tu non hai ancora un passato, Line. Sei così giovane.
LINE: – Sono giovane, sì, ma ho un passato: te. Per dieci anni sono venuta in questo parco ogni giorno. Tu non c’eri più. Il parco era qui, pieno di bambini, di mamme, di ragazze, di vecchi. Pieno di gente eppure vuoto. Senza di te, per me era un deserto».

Entrambi i testi hanno un elemento in comune – molto caro all’autrice –: l’infanzia. Il tempo che passa, che dissolve l’esistenze, che ti sfugge di mano, che non si può riacciuffare o recuperare. In modo tragico e surreale, l’autrice scrive questi due testi credendo – e pensando – che l’unica causa che vale la lotta non è altro che quella dei bambini. Bambini cresciuti. Adulti bambini. Bambini che si credono adulti.
Seppur non all’altezza di altri testi dell’autrice, devo dire che non mi sono affatto dispiaciuti. Meritano perlomeno la sufficienza – forse anche qualcosa in più –, in considerazione del fatto che oggi della scrittura se ne è fatta una convenienza e non una necessità, cosa verso cui la scrittrice è sempre sfuggita. Scrivere per Agota è necessità, spesso – paradossalmente – troppo dolorosa.

LIBRI: KAREEN DE MARTIN PINTER

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image_bookSiamo alla fine degli anni ’70 inizi anni ’80, a Bolzano. «Nel periodo scolastico le quattro amiche-nemiche – Elena, Lorena, Susanna e Marta – per una settimana a testa diventano la nemica del gruppo, su cui viene riversato tutto l’odio di cui sono capaci, tutto l’odio accumulato. Hanno dieci anni e vivono a qualche centinaio di metri l’una dall’altra. Alla nemica della settimana infliggono punizioni, fanno dispetti, la picchiano anche. Visto che sono in classe insieme, il segnale arriva puntuale il lunedì mattina, in aula, con una smorfia compatta sul volto delle altre tre compagne. Un segnale di guerra lanciato arricciando il naso, come in presenza di un cattivo odore, e spingendo le labbra all’infuori, come per dare un bacio, mentre gli occhi si assottigliano e le sopracciglia si avvicinano. Se potessero gridare, uscirebbe un suono cavernoso, lungo e ritmato, di quelli che partono dal fondo della pancia. E la quarta capisce, tocca a lei. I nomi scorrono veloci in ordine alfabetico a partire dalla prima a cui tocca: Elena, Lorena, Marta, Susanna; Marta, Susanna, Elena, Lorena: una alla settimana, il giro è completo alla fine del mese, che settimana è? Prima, seconda, terza…oggi è la sua ora, la sua settimana da nemica, da braccata. E’ l’amicizia che si rivolta addosso come una maglia tolta in fretta. Cinque giorni di solitudine, di corse fino a casa per non farsi fare male; cinque giorni di complicità negata, di sguardi affilati, minacce, cinque giorni d’insulti, di paure. Talvolta la nemica della settimana prova ad alzare gli occhi sull’amica più dolce, Susanna Tuttapanna, come la chiamano in cortile, nella speranza di un segnale di amicizia, al di sopra della ruota amiche-nemiche, un messaggio universale, che dica: lo so che ci vogliamo bene, non ti preoccupare è solo un gioco. Ma subito le altre nemiche sentono odore di debolezza, intercettano lo sguardo, concentrano la propria furia contro la nemica, ripetendo la smorfia, martellante, come a dire no,  non ci siamo dimenticate, non ci sfuggirai, non ci provare nemmeno, non hai scampo, non t’illudere. E intorno alla nemica si disegna un vuoto glaciale, asfissiante. Il gioco vale solo nei giorni di scuola. Durante le vacanze, sabato e domenica, la guerra si interrompe». Oltre alla guerra tenuta da queste bambine, nell’aria si respirano altre tensioni, delle guerre ancor più profondamente radicate e ormai dilagate nel territorio, la guerra tra Tedeschi e Italiani, o come amano definire in paese (Bolzano) la guerra dei K (che deriva dalla prima lettera del termine dispregiativo con cui venivano chiamati i tedeschi) o “Krucchi” contro i V (che deriva dalla prima lettera dell’insulto rivolto agli italiani dai tedeschi) o “Valsce”. Nell’aria altro è motivo di discordia, e disarmonia, come la guerra con la vicina Jugoslavia e le guerre che ogni giorno avvengono nelle rispettive famiglie di queste ragazze. Questo gioco andrà avanti per svariato tempo, avendo  anche epiloghi negativi; in ogni capitolo vengono raccontati e rappresentati agli occhi del lettore le singole angherie che loro stesse perpetrano, raccontando anche parallelamente il disfacimento dei vari nuclei familiari, che in un modo o nell’altro presentano della mancanze, delle assenze, degli spazi vuoti. Quegli stessi spazi vuoti che queste ragazzine non tanto innocentemente cercano di riempire. Il tutto si evolve in un arco temporale che le porterà a prendere la licenza elementare; Marta però è una ragazzina diversa dalle altre, per tutto questo tempo è stata al gioco, soffrendo, penandosi, riflettendo, cercando di non giocare mai la mossa sbagliata né per se né per le altre, e un giorno prende coraggio: decide di dire basta, tutto ciò deve finire. Questo anche grazie, o forse, e soprattutto alla musica sua vera compagna di giochi, che come uno spartito musicale detta le sue leggi, mai troppo grevi, ma mai neanche troppo melodiche. Si impegnerà con tutta sé stessa per darsi alla musica, per inabissarsi e infondere attraverso note di colore l’armonia dei suoni, che poi dovrebbero essere quelli dei gesti, delle azioni, delle convivenze armoniche. Per uno slancio di rivalsa, tutto questo riuscirà a divenire realtà, Marta lascerà la città e riuscirà ad iscriversi al Conservatorio in Austria, riuscendo così con le sue note, con i suoi fiati, con i suoi respiri, con le sue melodie a spegnere e diradare quegli incendi che troppo spesso erano divenuti condanna, condanna di un’infanzia di mancanze, mancanze di presenze che trasmettono affetto.

 

Riporto infine una poesia che mi ha particolarmente affascinato, riportata su un dépliant in cui c’è  la storia del campo di Dachau, viaggio che Marta fece insieme alla sua mamma.

 

“Prima vennero i comunisti

e io non alzai la voce

perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici

e io non alzai la voce

perché non ero un socialdemocratico.

Poi vennero per i sindacalisti

e io non alzai la voce

perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei

e io non alzai la voce

perché non ero un ebreo.

Poi vennero per me

e allora non era rimasto nessuno

ad alzare la voce per me”.

 

CITAZIONI&CO

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“Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora”.

 
Da [Le ceneri di Angela di Frank McCourt]