LIBRI LETTI: Rc2017, Un libro ambientato negli anni della prima o della seconda guerra mondiale

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Trama: «Io non mi chiamo Miriam», dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’«altro» interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: «Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo.»

 

Un libro difficile, duro, doloroso. Un’identità compromessa, minacciata dai segni del tempo. Dal silenzio che logora l’anima, e dall’eloquio che potrebbe far esplodere il cuore, gli occhi, le arterie. Ottantacinque anni e portarsi dentro il male. Portarsi addosso un nome. Trascinarsi dietro i fantasmi della deportazione, dei campi di concentramento. Questa donna benestante, con figlio, nuora, nipote, e bisnipote, nel giorno del suo compleanno presa dal momento si lascia scappare delle parole che a Camilla – sua nipote – non passano inosservate. Ed è da qui che tutta la vicenda si dispiega a colpi di flasback senza un particolare nesso temporale, ricordi sparsi che riaffiorano, parole che sgorgano fuori come un flusso di coscienza, attimi dolorosi che ritornano ad essere ingombranti, o meglio lo diventano anche per gli altri componenti della famiglia. In realtà lei non si è sempre chiamata Miriam, lei è nata rom, è una zingara, lei è Malika. La Kripo aveva invaso la sua casa catturando lei, il suo fratellino Didi e la cugina Anuscha, per portarli ad Auschwitz, ma quasi per istinto di sopravvivenza, per un fortuito caso, Malika riesce prima di essere deportata ad appropriarsi dei vestiti di Miriam Goldberg, ed ecco che le due identità si fondono. Miriam continua a vivere nelle gesta di Malika, ormai in incognito. Ed è da qui che inizia la vita sotto il segno della menzogna. Dell’oblio. Dell’assenza del ricordo. Del vivere una vita che non ci è propria. Per sopravvivere. Il romanzo procede in maniera fluida entrando sempre più nelle pieghe dei segreti di questa donna, e di tutti i momenti brutali avvenuti, dando particolare attenzione – cosa che in altri romanzi dello stesso genere non viene data particolare attenzione – e risalto alla brutalità con cui venivano trattate donne di diversa nazionalità: ebree, polacche, yiddish e rom. Il lettore – seppur il numero corposo di pagine – a fine lettura non ne esce stanco, anzi, sente di aver aggiunto un tassello importante a quella parte di storia che noi tutti vorremmo non fosse mai avvenuta. Leggere è memoria, leggere è verità, leggere è Malika che dona a Miriam attraverso la storia dignità, che la brutalità dell’uomo cercava di adombrare.

LIBRI LETTI: OATES

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Oates

«Era questo l’eterno problema dell’uomo, no? Lo sforzo di rimanere umani»

«Devi essere preparata, disse la donna.
Preparata era una parola che la bambina non capiva. Pronunciato dalla donna, quel vocabolo suggeriva calma e immobilità, come l’acqua che baluginava nelle paludi intorno al Black Snake River, che alla bimba sembravano le squame di un gigantesco serpente, che se ti avvicinavi troppo non lo vedevi.
Quella era la terra di Moriah, stava dicendo la donna. Il luogo in cui erano arrivate di notte, la terra promessa, dove i nemici non avevano potere su di loro e nessuno le conosceva, non le aveva mai viste nemmeno di sfuggita.
[…]
Confida in Lui. È tutto nelle Sue mani […] Se non è giusto agire così, Lui invierà un angelo del Signore come lo inviò ad Abramo perché risparmiasse suo figlio Isacco e anche ad Agar, per annunciarle che avrebbe ridato la vita a suo figlio nel deserto di Beersheba.
[…]
Ferma! Sta’ buona! Ti sto preparando per il Signore.
Perché i nostri nemici ti porteranno via da me, se non sei preparata.
Perché Dio ci ha guidati nella terra di Moriah. Ha promesso che in questo luogo nessuno toglierà il figlio alla propria madre»

Un romanzo complesso, e sicuramente neanche il più riuscito della prolifica Joyce Carol Oates, in cui l’autrice propone una narrazione su due piani che si alternano: il passato e il presente.
In questa storia incontriamo e leggiamo della vita di questa donna fango, una donna che combatte contro sé stessa, contro il suo passato, che cerca di riemergere da esso, ma non sempre ci riesce ritornando nel buio di un passato poco chiaro, approssimativo.
Chi è veramente la donna fango?
La donna fango abbandonata da bambina su un monte in segno di un’apparente devozione inspiegabile, ̶ e qui i temi che l’autrice ci propone sono molteplici: la violenza, la maternità mancata, la ricerca di sé ̶ , una donna che viene adottata una famiglia di ceto medio, una famiglia in cui cerca la reinvenzione di sé (che forse è il tema dominante di tutto il libro), che gli detta le traiettorie, le indica il cammino, le dice dove posare i suoi passi e cosa evitare, perché non è mai troppo tardi per avvicinarsi a nuove sventure.
Ma la vita non perdona, e anzi, può colpire dove ha già colpito, e Jewell Kraeck è solo cambiata, adesso si fa chiamare Meredith Ruth “M.R.” Neukirchen, ed è diventata la prima donna Rettore di una prestigiosa università della Ivy League, ma non sempre il potere ti protegge dal passato, sovente si è più vulnerabili.
Questa donna annaspa nel fango, cerca di riemergere, sente soffocare ad attimi alterni la propria vita, una vita che non è andata proprio come si immaginava: abbandonata da una mamma in preda alla pazzia, alla prese con un’amante deludente, con le difficili questioni universitarie e i suoi colleghi troppo conservatori, con un tentato furto, con la memoria, quella che non ti fa vivere bene se le cose non le capisci fino in fondo, non ci sbatti la testa, non le trafughi e annaspi tra le pieghe del dolore, lei donna fango, resuscitata, ma pronta a ricadere.
Nella narrazione troppi elementi appesantiscono la lettura, forti i richiami alla filosofia, alla religione, al pacifismo, all’astronomia, e forti anche i richiami politici post-undici settembre, che sicuramente danno prova e conferma dello spessore della scrittrice, che però in questo libro non brilla per scioltezza e coinvolgimento.
La donna del fango sta ancora cercando chi è, chi è stata, ma soprattutto se chi è diventata la soddisfa pienamente.
Non iniziate da questo libro se volete scoprire questa scrittrice, potreste iniziare male il rapporto con lei.