LIBRI LETTI: SEPÚLVEDA

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È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukamañ, il bambino indio che è stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature. Ora la sua missione – quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco – è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume. Dove lo porterà la caccia? Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d’affetto che il tempo non può spezzare.
Molto bello, e poetico, come d’altronde ci ha abituato lo scrittore con le sue opere in questi anni.

«[…] Non è il mio cane, sarà il compagno di mio nipote Aukamañ, condor libero. Non sapremo mai dove l’ha trovato nawel, il giaguaro, né che cosa sia successo a sua madre, ma sappiamo che questo cucciolo è sopravvissuto alla fame e al freddo della montagna. Questo cucciolo ha dimostrato lealtà a monwen, la vita, non ha ceduto al comodo invito di lakonn, la morte, perciò si chiamerà Aufman, che nella nostra lingua significa leale e fedele»

LIBRI LETTI: LAHIRI

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Questa è la storia di un colpo di fulmine, di un lungo corteggiamento, di una passione profonda: quella di una scrittrice per una lingua straniera. Jhumpa Lahiri è una giovane neolaureata quando visita per la prima volta Firenze; appena sente parlare l’italiano capisce che le è stranamente familiare, che le è necessario e deve apprenderlo. Non sa spiegarsi il perché di un simile, repentino bisogno, ma sa che farà di tutto per soddisfarlo. Dapprima prova a studiare l’italiano nella sua città, New York, con una serie di insegnanti private, ma non basta. Anche le brevi visite successive, a Mantova, Milano, Venezia, non la appagano: vuole immergersi completamente nella realtà della nuova lingua. Si trasferisce a Roma, con tutta la famiglia. E lì comincia la vera avventura, fatta di slanci, entusiasmo e insieme di difficoltà ed estraniamento. “In altre parole” è il primo libro che nasce direttamente in italiano da un’autrice di madrelingua bengalese che ha sempre parlato e scritto in inglese. È la testimonianza di un tenace percorso di scoperta e di apprendimento e di un obiettivo, raggiunto, di potenza e fluidità espressiva, ancora più preziosa perché conserva tra le righe l’eco affascinante di una distanza, quella che sempre ci separa dall’oggetto d’amore: la distanza impercettibile e infinita del desiderio. Tutti i capitoli che compongono il libro, tranne l’ultimo, sono stati precedentemente pubblicati, in una prima versione sotto forma di articoli, su “Internazionale”. Bellissimo, soprattutto per chi ama la lingua, e il peso delle parole. Consigliato per un pubblico che ama la scrittura che si interroga, che è essa stessa terra di domande e di risposte. Jhumpa attraverso varie metafore spiega il suo incontro, – raccontando tutta l’evoluzione linguistica e personale – con l’italiano: «[…] Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. E stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma».
Ci spiega il suo rapporto con essa (l’italiano), e le interrelazioni che si vengono a creare con la sua lingua madre (il bengalese), e la lingua attraverso cui ha imparato a difendersi (l’inglese): “La mia relazione con l’italiano si svolge in esilio, in uno stato di separazione. Ogni lingua appartiene a un luogo specifico. Può migrare, può diffondersi. Ma di solito è legata a un territorio geografico, un Paese. L’italiano appartiene soprattutto all’Italia, mentre io vivo in un altro continente, dove non lo si può incontrare facilmente. Penso a Dante, che attese per nove anni prima di parlare con Beatrice. Penso a Ovidio, bandito da Roma in un luogo remoto. In un avamposto linguistico, circondato da suoni alieni. Penso a mia madre, che scrive poesie in bengalese, in America. Lei non può trovare, perfino quasi cinquant’anni dopo che vi si è trasferita, un libro scritto nella sua lingua. In un certo senso mi sono abituata a una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, il bengalese, in America è straniera. Quando si vive in un Paese in cui la propria lingua è considerata straniera, si può provare un senso di straniamento continuo. Si parla una lingua segreta, ignota, priva di corrispondenze con l’ambiente. Una mancanza che crea una distanza dentro di sé.
Nel mio caso c’è un’altra distanza, un altro scisma. Non conosco il bengalese alla perfezione. Non so leggerlo, neanche scriverlo. Parlo con un accento, senza autorità, per cui ho sempre percepito una sconnessura tra me ed esso. Di conseguenza ritengo che la mia lingua madre sia anche, paradossalmente, una lingua straniera. In quanto all’italiano, l’esilio ha un aspetto diverso. Non appena ci siamo conosciuti, io e l’italiano ci siamo allontanati. La mia nostalgia sembra una sciocchezza. Eppure, la sento. Com’è possibile, sentirmi esiliata da una lingua che non è la mia? Che non conosco? Forse perché io sono una scrittrice che non appartiene del tutto a nessuna lingua”.
Ci parla di identità, di scoperta di sé, della dimensione della parola: “Fin da ragazza appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un Paese, una cultura precisa. Se non scrivessi, se non lavorassi alle parole, non mi sentirei presente sulla terra.
Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare, alla fine, la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile”.

Un libro particolare. Forse unico nel suo genere, se si tiene conto del percorso che Jhumpa Lahiri ha fatto per arrivare a scrivere tutto ciò. Con caparbietà, con intelligenza, e con – mia ammirazione per l’autrice – sostengo che è un libro che va letto, soprattutto per gli italiani che amano i libri. Le parole. E Jhumpa questa volta si presenta al lettore nuda, senza il velo della traduzione, con l’italiano che le è proprio.

“[…] Credo che studiare l’italiano sia una fuga dal lungo scontro, nella mia vita, tra l’inglese e il bengalese. Un rifiuto sia della madre sia della matrigna. Un percorso indipendente”.

“Si potrebbe dire che il meccanismo metamorfico sia l’unico elemento della vita che non cambia mai. Il percorso di ogni individuo, di ogni Paese, di ogni epoca storica, dell’universo intero e tutto ciò che contiene, non è altro che una serie di mutamenti, a volte sottili, a volte profondi, senza i quali resteremmo fermi. I momenti di transizione, in cui qualcosa si tramuta, costituiscono la spina dorsale di tutti noi. Che siano una salvezza o una perdita, sono i momenti che tendiamo a ricordare. Danno un’ossatura alla nostra esistenza. Quasi tutto il resto è oblio.
Credo che il potere dell’arte sia il potere di svegliarci, di colpirci fino in fondo, di cambiarci. Cosa cerchiamo leggendo un romanzo, guardando un film, ascoltando un brano di musica? Cerchiamo qualcosa che ci sposti, di cui non eravamo consapevoli, prima. Vogliamo trasformarci, così come il capolavoro di Ovidio ha trasformato me”.

LIBRI LETTI: LAHIRI

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Ashoke Ganguli sta leggendo un racconto di Gogol, quando il treno su cui viaggia deraglia nella campagna bengalese. E proprio le pagine di quel libro, che nel buio attirano l’attenzione dei soccorritori, lo sottraggono miracolosamente alla morte. Anni dopo, trasferitosi negli Stati Uniti con la moglie, decide di chiamare il primo figlio Gogol, in omaggio all’autore che gli ha salvato la vita. Il ragazzo non capisce le ragioni di questa scelta, trova il nome insulso e imbarazzante e fa di tutto per liberarsene, allontanandosi anche dai genitori e dalle tradizioni di famiglia, fino a quando un evento tragico lo obbliga a ritornare sui suoi passi.
Non mi ha colpito come “La moglie”, ma l’ho trovato comunque bello, e delicato e a suo modo particolare. Jhumpa ci racconta dell’emigrazione e del distacco che ne consegue, del condizionamento sociale indotto, ma soprattutto di cambiamento.
Il mio nome definisce me, chi sono, e cosa voglio essere? Nella cultura bengalese il nome è un marchio di fabbrica, la genesi, il tuo segno di riconoscimento. E poi c’è chi invece di affidarsi a Dio crede nella salvezza del paroliere Gogol, e chi forse, coinvolto da un progresso smanioso si sente strano, inadeguato, stretto in un nome che non sente affatto suo.

“Essere stranieri è come una gravidanza che dura tutta la vita – un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. E’ una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo”.

Curioso di vedere anche il film che ne hanno tratto, dal titolo: “Il destino nel nome”.
Ecco il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=yFfHZZ8J714

LIBRI LETTI: LAHIRI

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La conoscenza con Jhumpa Lahiri nasce da delle coincidenze particolari, il tutto grazie ad una amica dell’università che mi ha spinto e invogliato a leggere la sua rubrica sull’Internazionale «I misteri di Jhumpa Lahiri», una serie di racconti affascinanti – usciti di settimana in settimana – che sono stati poi raccolti nell’ultimo libro pubblicato da Guanda dell’autrice, dal titolo “In altre parole”.
Ma ora veniamo al libro.
Un libro molto denso, fitto, con un’attenzione per i particolari quasi maniacale, ma che mai annoia e anzi ti porta a vivere la storia con più trasporto, con più tensione, con quella voglia di girare la pagina ancor prima di averla finita.
Il libro parla di due fratelli Subhash e Udayan, fratelli che sembrano quasi confondersi per la loro forte somiglianza, ma che allo stesso modo son distanti, hanno inclinazioni caratteriali totalmente diverse: l’uno riflessivo, silenzioso, responsabile, l’altro combattivo, idealista, alla ricerca sempre di nuovi stimoli.
Il libro è ambientato nei sobborghi di Calcutta, in un quadro sociale dominato dalle lotte per l’indipendenza indiana, ed è da qui che il libro prende piede e muove le sue volte, dalle lotte che hanno animato le università bengalesi sul finire degli anni ’60.
Ed è da queste lotte che la vita dei due fratelli prende due strade diverse: Subbash preferisce estraniarsi dalle lotte e cercare climi più pacifici negli Stati Uniti, Udayan, invece, coglie e vede l’insorgere delle lotte come una battaglia personale, la sua battaglia:
«Dopo la fondazione del partito, Udayan cominciò a vivere una doppia vita. A occupare due diverse dimensioni, a obbedire a due sistemi di regole separati. In un mondo era sposato con Gauri, viveva con i genitori, andava e veniva per non destare sospetti, insegnava ai suoi allievi, li guidava nell’esecuzione di semplici esperimenti a scuola. Scriveva lettere spensierate a Subbash in America, fingendo di essersi lasciato alle spalle il movimento, di non essere più così coinvolto. Mentiva al fratello, nella speranza di ravvicinarsi a lui. Mentiva ai genitori, per non metterli in ansia. […] Gli agenti erano simboli di brutalità, venivano addestrati dagli stranieri. Non sono indiani, non appartengono al nostro paese, sosteneva Charu Majumdar. Ogni nemico annientato avrebbe contributo a diffondere la rivoluzione. Sarebbe stato un passo avanti».
Gli anni di fermentazione politica nel movimento naxalita, però non gli hanno precluso di scoprire e incontrare l’amore. L’amore per la giovane fanciulla, Gauri, che nel corso della narrazione mostrerà di più di quel che sembrava di essere. Forse – i due – si erano trovati per alimentarsi entrambi nella loro sovversività.
E poi la degenerazione, l’inasprimento, la sofferenza d’animo. Il battito inaspettato dell’inganno, credendosi libero per poi cadere a terra.
Subbash torna subito a casa, apprende la triste notizia, e conosce finalmente Gauri, che nel tempo aveva imparato a conoscere – o meglio a fantasticare – attraverso la parsimoniosa corrispondenza epistolare tenuta col fratello.
Ed è qui che l’animo fraterno, la somiglianza, i cuori che pulsano sotto la stessa stratificazione epidermica diventano pienamente un tutt’uno. Subbash decide coraggiosamente di prendersi cura della bambina che porta in grembo Gauri, figlia di suo fratello.
Ma questa convivenza famigliare decisa a tavolino, non spontanea, un rimedio alla solitudine, a Gauri le sta stretta, non si sente bene, e sente tarpate le sue ali, e quindi fugge, fugge lasciando parole scritta su carta, per inseguire i suoi sogni, la filosofia.
Una convivenza che sembra una farsa teatrale, fingersi – o meglio provarci – di volersi bene per l’amore di Bela. Ma in realtà, Gauri, non sta fuggendo solo dai suoi affetti per inseguire i propri sogni, ma fugge anche dalla sua famiglia che l’ha rifiutata per aver scelto di sposare un uomo che loro non hanno scelto per lei, e fugge anche dalla famiglia di Udayan che non la accetta, che non può accettarla per gli stessi motivi che tengono fede ad una tradizione – troppo spesso sbagliata –.
Non voglio raccontarvi altro del libro, anche perché non mi va di spoilerare tutta l’evoluzione di questo splendido romanzo. Aggiungo che nel corso del romanzo viene ampiamente presentata l’evoluzione di tutti i personaggi, con i propri percorsi personali, attraverso tutte le fatiche quotidiane, i momenti di crescita, ma anche i momenti di sconforto, di indagine con sé stessi.
Un romanzo dal titolo eloquente «La moglie», si perché è proprio nella figura della moglie che è racchiuso tutto il senso del libro: moglie perché lo si desidera, moglie perché ti capita senza volerlo, moglie perché devi farlo e basta – e non riesci a tirartene fuori –, moglie che decide di prendere altre strade, pur avendoci provato. Moglie, madre, amante, compagna, amica, persona che cresce, memorizza, sbaglia, fa del passato una brutta copia del presente. Moglie che immagini di sposare, e moglie che realmente poi ti trovi accanto. Ma nonostante tutto, madre, anche a distanza, con un rapporto raffazzonato e con un’affettività precaria.

“A quattro anni Bela cominciò a sviluppare una propria memoria. La parola «ieri» entrò a far parte del suo vocabolario, anche se con un significato flessibile, esteso a tutto ciò che non esisteva più. Il passato si appiattiva, crollando senza un particolare ordine, racchiuso in unico termine. Bela usava la parola inglese. Era in quella lingua che il passato assumeva una dimensione unilaterale; in bengalese, il vocabolo che equivale a ieri, kal, vuol dire anche domani. In bengalese è necessario un aggettivo, o bisogna tener conto del tempo del verbo, per distinguere quanto è già accaduto da quello che accadrà.
Con una pronuncia leggermente diversa, il nome di Bela, che indicava un fiore, designava anche un intervallo di tempo, una porzione del giorno. Shakal bela significava mattino, bikel bela pomeriggio. Ratrir bela era la notte.
Il concetto di ieri era per lei il ricettacolo di qualsiasi cosa avesse immagazzinato nella mente. Di tutte le esperienze o le impressioni che erano venute prima. La sua memoria era a breve termine, con un contenuto limitato. Priva di cronologia, riorganizzata in modo casuale […]”.

“I bambini azzerano l’orologio. Ci fanno dimenticare ciò che è successo prima”.

LIBRI LETTI: CERCAS

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141_cercas_1254059221Soldati di Salamina è un romanzo dello scrittore spagnolo Javier Cercas, uscito in originale nel 2001, pubblicato in Italia nel 2002 da Ugo Guanda Editore. Vi si narra la storia dell’indagine di un giornalista-scrittore (parzialmente modellato sull’autore stesso) su un singolare episodio risalente alla guerra civile spagnola. Nella prima parte del libro il protagonista, un giornalista reduce da una grave crisi personale e professionale, incappa durante un’intervista in una curiosa storia risalente alle ultime convulse fasi della Guerra civile, che vide protagonista Rafael Sánchez Mazas, uno dei fondatori della Falange spagnola. Caduto nelle mani dei combattenti repubblicani, il falangista era incredibilmente sopravvissuto ad una fucilazione di massa, riuscendo successivamente a mettersi in salvo tra le file amiche, anche grazie all’aiuto di alcune persone, tra cui un miliziano repubblicano che aveva fatto finta di non vederlo durante un rastrellamento. La storia sembra fin troppo fantasiosa al giornalista, ma cinque anni dopo averla sentita per la prima volta, nell’occasione del sessantesimo anniversario della conclusione del conflitto, decide di recuperarla per un articolo commemorativo sulla morte del poeta Antonio Machado, avvenuta negli stessi giorni e nelle stesse zone. Avrà così il modo di recuperare nuove informazioni e conferme, che lo condurranno ad alcuni testimoni diretti di quell’evento, a cui lo stesso Sánchez Mazas aveva promesso di dare seguito con un proprio libro, che avrebbe dovuto intitolarsi “Soldati di Salamina”. A questo punto, sentendosi definitivamente coinvolto nella storia, il giornalista decide di assumersi il compito di scrivere quel libro, adottandone anche il titolo. La parte intermedia del romanzo, intitolato appunto “Soldati di Salamina” contiene quindi il racconto della vita di Rafael Sánchez Mazas, a partire dalla sua giovinezza in una famiglia con lontane origini nobiliari, in cui una madre con inclinazioni letterarie crebbe il figlio come un predestinato alla carriera poetica, ottenendo quanto desiderato. Il giovane Rafael si dimostrò infatti un talentuoso poeta, producendo versi di buon livello, in cui esaltava e rimpiangeva tradizioni e certezze di un’epoca passata, in buona parte illusoria. Dopo aver prodotto materiale sufficiente per una raccolta, ed un successivo romanzo, cercò stimoli nella politica e nel giornalismo, diventando corrispondente estero. Ed in quel ruolo nel 1922 fu inviato a Roma, dove rimase sette anni, trovandovi l’amore, coronato da un matrimonio, e soprattutto l’ideologia più adatta alle sue idee nel fascismo, di cui divenne ardente sostenitore. Al suo ritorno in Spagna individuò in José Antonio Primo de Rivera il leader ideale per il partito che nel 1933 contribuì a far nascere con il nome di Falange Spagnola, destando presto l’attenzione delle autorità, ma raccogliendo ben poco nelle sfide elettorali, malgrado l’attivismo dello stesso Sánchez Mazas nel propagandarne le idee. Ed il fallimento della deriva rivoluzionaria del partito trasforma prima in recluso e quindi in fuggiasco il veemente articolista e poeta, destino reso ancor più inevitabile dal successivo scoppio della guerra civile, da cui riesce fortunosamente a salvarsi rifugiandosi nell’ambasciata cilena a Madrid. Ma un ulteriore tentativo di fuga termina con la sua cattura a Barcellona, e dopo le sconfitte repubblicane, la destinazione del santuario di Santa Maria di Collell rischia di essere l’ultima. Qui si svolge l’incredibile vicenda della sua scampata fucilazione e dell’incontro con il soldato repubblicano che nel conseguente rastrellamento evita di denunciarlo, ed il successivo aiuto da parte di alcune persone del posto e sbandati come lui, anche se di parte avversa. Con il trionfo definitivo dei nazionalisti, per Rafael Sánchez Mazas si aprono le porte del governo, da ministro senza portafoglio, ruolo in cui però dura poco. Forse percependo quanto poco il franchismo tenesse in considerazione gli ideali e le speranze dei falangisti, al di là della vuota retorica di facciata, Sánchez Mazas abbandona la vita politica per tornare al giornalismo e alla scrittura, e ad una vita placidamente borghese, unica cosa a cui forse realmente aspirava. Nella terza parte il racconto procede nuovamente seguendo il protagonista che, finito di scrivere il libro, non lo reputa completo, facendolo ripiombare in una nuova crisi depressiva. Al suo ritorno al giornale, viene inviato a compiere alcune interviste, tra cui quella allo scrittore cileno Roberto Bolaño, che gli racconta la storia di un uomo di nome Miralles conosciuto casualmente anni addietro. Costui era stato da giovane un soldato repubblicano durante la guerra civile sotto il comando di Enrique Líster, seguendolo nella ritirata in Francia, dove finì per arruolarsi nella Legione Straniera, venendo inviato in Maghreb. Qui, alla caduta della Francia, si trovò tra le file di Philippe Leclerc, da cui fu guidato in una disperata marcia attraverso il continente africano, per ricollegarsi con le forze libere, e dopo una serie di battaglie, ad una seconda marcia in senso inverso per raggiungere il teatro delle operazioni nordafricane. E dopo il termine di queste, venne inviato a combattere in Francia, finendo per essere tra i primi ad entrare a Parigi, e quindi in Germania ed Austria, dove una mina mise fine alla sua guerra, ferendolo gravemente. Il giornalista da alcuni particolari si convince che Miralles sia proprio il soldato che graziò Sánchez Mazas a Collell, e inizia una frenetica ricerca, che solo dopo vari tentativi a vuoto ha successo. Ma il primo approccio è maldestro ed il vecchio soldato non sembra disposto a parlare del proprio passato, lasciando però un accenno che il giornalista riesce a cogliere, e che lo induce ad un viaggio in Francia, per conoscerlo di persona, e potergli parlare. Scoprirà così di non aver trovato quello che cercava, ma molto di più. Questo libro può essere riassunto così: un’indagine sul come e perché un repubblicano poteva giustiziare Rafael Sanchez Mazas, ma non l’ha fatto e su come Cercas sulla scia del progetto di Mazas (di scrivere un libro della sua storia), trae spunto da questa per scrivere il libro, che anche di Mazas chiamandolo appunto “Soldati di Salamina”.