LIBRI LETTI: OFFILL

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Le cose che restano di Jenny Offill è il romanzo d’esordio, del ben lontano 1999, che l’autrice americana ha scritto, portato in Italia dopo il suo ultimo romanzo Sembrava una felicità da NN Editore, per la traduzione di Gioia Guerzoni.
Avete letto Sembrava una felicità? Ecco, dimenticatevelo. Con questo romanzo centra poco, anzi nulla. Son passati per 18 da questa prima pubblicazione, ed ovvio lo stile della scrittrice non è rimasto inalterato, seppur qualche elemento di fondo lo si ritrova.
La Offill ci parla sempre di famiglie, di rapporti familiari, e in questo libro vediamo come protagonista una bambina di 8 anni, Grace, che vive con due genitori all’opposto per modo di intendere e vivere la vita; se la mamma è un’inguaribile sognatrice, ama perdersi nei suoi racconti fantastici che nel corso della narrazione diventeranno sempre più strambi e complessi – cosa che inevitabilmente disorienterà il lettore – il padre è un uomo di scienza, quindi è più vicino al calcolo, e al rigore.
Nel corso di tutta la narrazione fuoriesce la vita di questa bambina divisa tra questi due mondi, due modi di intendere la vita, due educazioni diverse, seppur vissute sotto lo stesso tetto.
La Offil ci offre una riflessione profonda sull’educazione, sul concetto di sogno di cui si fa portavoce la madre e sul concetto di realtà di cui si fa portavoce il padre.
La vita di questa bambina rappresenta l’intercapedine, il centro di due entità, che però, non necessariamente debbono escludersi, anzi, forse negli occhi e nell’agire di Grace diventano un unico prodotto, che non è nient’altro il prodotto con cui noi essere umani cerchiamo di vivere ogni giorno: divisi tra la possibilità del sogno e la tangibilità della realtà.
Per chi non ama la creatività e la narrazione che esce fuori dagli schemi è un romanzo che non propriamente consiglierei.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO A NAPOLI

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Nella prima metà degli anni Settanta, Stella, detta a scuola stelladamore, col nome attaccato al cognome, ha un palazzo intero per madre. A Napoli, tutti lo chiamano Palazzokimbo per via dell’enorme insegna pubblicitaria che campeggia sul tetto. Chili e chili di ringhiere, porte blindate, chiavistelli… un clangore di ferro risuona per i suoi otto piani, fino alla cima, una distesa asfaltata e ricoperta di antenne, da cui si scorge tutta la città, compresa la striscia di mare dove si erge la Saint-Gobain, la vetreria proprietaria degli appartamenti in cui vive il personale della fabbrica. Settanta famiglie di operai, come il papà di Stella, e impiegati ed elettricisti che hanno a che fare con silice, ossidi, nitrati e amianto, e rientrano a casa coi vestiti che sopra i baveri sembra vi sia uno spolvero di talco. All’ottavo piano abita la famiglia D’Amore. Ci sono i genitori, zia Marina, la sorella signorina di papà, i nonni paterni, Stella e sua sorella Angela. C’è pure un gatto, battezzato Otto, per un semplice calcolo d’aggiunta. Tanti D’Amore, e ciascuno con un passo e una voce, un modo di sbattere le porte, di strascicare i piedi, di richiudere sportelli, di calibrare il volume della televisione. Quattro piani sotto vive la signora Zazzà, che calza sempre le pantofole, indossa una quantità di stracci variopinti e cela un segreto che nessuno conosce. Quando non si aggira per Palazzokimbo, Stella trascorre il tempo incantato della sua infanzia con Consiglia, l’amica del cuore coi capelli rossi che le sfiammano lampi sulle spalle, le guance accese e la lingua velenosa. Nel ventre di Palazzokimbo penetrano, però, anche i fatti di fuori, gli eventi terribili della fine degli anni Settanta: la deindustrializzazione, il rapimento Moro, la strage di Bologna…

«Tutti si facevano i fatti di tutti, le proprie disgrazie non erano bastanti, ci voleva un supplemento di supplizio. Ci voleva il peggio agli altri per avere l’illusione di una specie di salvezza. Perché gli occhi guardavano solo il brutto, vedevano solo il male anche quando pareva non ci fosse, ed era così che il male succedeva. Delle cose belle, agli occhi, non importava nulla. Di fronte alla bellezza si stringevano, la pensavano un accidente transitorio di cui diffidare, un imbroglio».

Sì, in Palazzokimbo regnano le tradizioni, regna la scongiura, regna la credenza per il malocchio, si sente e si vive per piccoli riti e gesti quotidiani, ognuno con il proprio universo di senso, in una Napoli spettrale e brulicante, viva ma anche da cui starsene nella giusta distanza. Si entra e fa compagnia per tutta la lettura la famiglia D’amore, che vive in un palazzone e in una casa sovraffollata, con Stella – la protagonista –, la sorella Angela, i nonni paterni, la zia Marina, e Otto un gatto maldestro. Palazzokimbo per Stella è una moltitudine di storie, di facce, di persone, di scale, di realtà che si incrociano quasi per sbaglio. In Palazzokimbo convivono diverse esistenze, ma tutta accomunate dallo stesso spirito di vivere la vita, quello proprio di Napoli, quello che è implicitamente iscritto nel loro dna. In questo palazzone si convive come fosse una comunità: con frasi, credenze, gesti, abitudini, ognuna diversa. Scene familiari che si rincorrono in Palazzokimbo e piccoli gesti familiari come il nonno che insegna alla nipote a cucina la frittata alla mozzarella, o la zia Marina rinchiusa nella sua stanza dei sogni con i libri di Liala, o gli occhi di questa bambina – Stella – che immagina altri mondi, altre realtà al di fuori della proprio. Consigliato per chi ama Napoli e le storie familiari.

LIBRI LETTI: CLINE

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le ragazze

«[…] nei racconti c’era una somiglianza che ci faceva sentire tutti vittime dello stesso complotto […] stavo cominciando a riempire tutti gli spazi vuoti dentro di me con le certezze del ranch»

Proclamato come l’esordio dell’anno della scrittrice Emma Cline di origine Californiana, che l’ha scritto a soli 24 anni.
Mi sento di poter essere d’accordo con l’idea di un esordio memorabile – non so se dell’anno o meno – ma di certo memorabile, che non si fa scordare, che ti rimane impresso nella mente, ti fa entrare nel vortice dell’adolescenza.
Emma Cline lo sa bene, e conosce bene tutti gli stigmi che la crescita porta con sé, e tra le pagine ne dà una prova superba, oltre che originale.
Protagonista è Evie Boyd, una ragazzina in piena tensione adolescenziale, appena quindici anni, e tutto il mondo davanti, tutti i problemi davanti, tutta l’inadeguatezza che si cova dentro per ogni minima cosa.
La piccola Evie è sola, è lasciata sola nella durezza della crescita, dell’esplorazione di sé, e del mondo che la circonda; figlia di una madre che pensa solo ai suoi problemi, spinta da un egoismo affettivo che pare ritrovare in un nuovo compagno, non accorgendosi in alcun modo dei cambiamenti della figlia, dei mutamenti interiori quanto esteriori. Evie una piccola bambola di porcellana che fa i conti col mondo, ma non ha ancora imparato tutte le operazioni.
Per non parlare del padre, ormai lontano dalla sua esistenza, che si è rifatto una vita con una donna – o meglio con una ragazza – più giovane di lui, e sembra ormai che una figlia non l’abbia più, o pare ricordarsene solo quando son presenti grosse incombenze.
Evie è sola, fai conti con la solitudine della adolescenza e col giudizio che ci si sente addosso ogni secondo, comincia a riflettere sulla sua condizione, sul suo stato di donna in mutamento: «mi ci volle un attimo per elaborare quest’idea che i genitori non avessero il diritto. Di colpo mi sembrò clamorosamente vera. Non ero di proprietà di mia madre solo perché era stata lei a mettermi al mondo. Non mi poteva mandare in collegio solo perché le girava così. Forse quello era un tipo di vita migliore, anche se mi sembrava alieno. Far parte di quel gruppo amorfo, convincersi che l’amore poteva venire da ogni direzione. Così da non restare delusi se non ne veniva abbastanza dalla direzione sperata».
Evie per porre rimedio a queste mancanze, a questi buchi neri che la stanno divorando interiormente si affida – quasi per caso – ad un gruppo di ragazzi, pare sembra una setta con rigide regole di accoglienza e di approvazione, un gruppo di ragazzi che sente finalmente la guarda, si accorge di lei. Evie esiste. Evie è umana. Evie non è sola.
Dall’ingresso in questo gruppo di ragazzi, nel ranch, comincia la parabola discendente di Evie, una mucca smunta dalla forza di ragazzi che sono cresciuti prima di lei, cresciuti secondo le proprie regole, regole non codificate, e qui fa esperienza, esperienza di strada: conosce il proprio corpo e la propria sessualità, conosce cos’è il fumo e la cocaina, ma conosce anche cos’è l’affetto e come funzionano i battiti del cuore.
«[…] Dopo la festa del solstizio ero stata al ranch solo altre due volte, ma avevo già cominciato a introiettare certi modi di vedere il mondo, certe abitudini mentali. La società era zeppa di gente inquadrata, ci diceva Russell, gente paralizzata nelle grinfie degli interessi del capitale, persone docili come scimpanzé da laboratorio intontiti. Noi al ranch, invece, vivevamo su un piano totalmente diverso, lottando contro quel meschino schiamazzare, quindi che importava se bisognava fare fessi gli inquadrati per raggiungere traguardi più grandi, mondi più grandi? Se ci si svincolava da quel vecchio contratto, ci diceva Russell, se si rifiutavano tutte le insensate tattiche di terrore delle lezioni di educazione civica, dei messali e dell’ufficio del preside, si capiva che non esistevano il bene e il male. Le sue equazioni permissive riducevano questi concetti a vuote reliquie, come medaglie di un regime che non era più al potere».
Dentro al ranch Evie si annulla, e in tutto ciò la madre non si accorge di nulla, pur presentando imbarazzanti cambiamenti la madre pare accogliere tutto con normalità, e credere alle millemila bugie che Evie le riserba.
Evie impara a conoscere anche la propria identità, le proprie pulsioni amorose:
«Nessuno mi aveva mai guardata davvero prima di Suzanne, perciò da un certo momento in poi era stata lei a definirmi. Mi ammorbidivo cosí facilmente sotto il suo sguardo che anche le sue fotografie sembravano mirate a me, accese di un significato particolare. Era diverso da Russell, il modo di guardarmi di Suzanne, perché il suo sguardo conteneva anche quello di lui: e faceva sembrare più piccolo lui, e chiunque altro. Eravamo state con gli uomini, gli avevamo lasciato fare quello che volevano. Ma non avrebbero mai conosciuto le parti di noi che gli tenevamo nascoste: non ne avrebbero mai sentito la mancanza e non avrebbero neppure capito che c’era qualcos’altro da cercare».
Emma Cline disegna bene quando sia difficile convivere con la propria crescita, con il proprio senso di inadeguatezza, con la propria solitudine, con chi per paura di farti del male si eclissa completamente e paradossalmente ti fa ancora più male, ti dà il colpo di grazia:
Certo che le ragazze non scapparono dal ranch: c’è un sacco di roba che si può sopportare. A nove anni mi ero rotta il polso cadendo da un’altalena. Il terrificante schiocco, il dolore accecante. Ma anche in quel momento, anche con il polso che mi si gonfiava di un anello di sangue intrappolato, insistevo a dire che stavo bene, che non era niente, e i miei mi credettero fino al momento in cui il dottore gli fece vedere la radiografia, le ossa spezzate di netto».
Evie sembra star bene, e il mondo fuori pare continuare il suo compiersi, ma in realtà dentro di sé tutto ormai è rotto e in piccoli pezzi, come quando fu lasciata sola per un semplice sussulto del cuore in una strada completamente abbandonata, sembrava uno stupido scherzo, e invece…ora, ricomporre i pezzi forse non è più possibile, le cicatrici restano e rappresentano la donna che è diventata sotto braccia di genitori che non sono stati.

«– Comunque, – disse Julian, illuminandosi in volto. – Ho sempre pensato che sia stata una cosa bellissima. Malata ma bellissima, – disse. – Una forma di espressione perversa, ma sempre una forma di espressione, non so se mi spiego. Un impulso artistico. Per creare bisogna distruggere, come dicono gli indú eccetera eccetera»

«[…] sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche. Da piccola, andare a farmi visitare dal medico di famiglia era stressante proprio per questo motivo. Mi faceva domande delicate: come mi sentivo? Come avrei descritto il dolore? Era più acuto o più diffuso? Io lo guardavo con disperazione. Avevo bisogno che mi dicesse lui qualcosa, era quello il senso dell’andare dal dottore. Fare un esame, passare dentro una macchina che mi setacciasse gli organi interni con raggi di precisione e mi dicesse qual era la verità».

LIBRI LETTI: OATES

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Non lasciatevi ingannare dalla copertina disturbante, troppo kitsch, a lettura finita avrà tutto un altro senso.
La Oates anche in questo libro ha fatto centro. Senza risparmiarsi. Sembra di leggere una storia dei nostri giorni, di quelle comuni, che si vivono nelle piccole provincie in cui la voglia di rivalsa e fama come per magia si trasfigura dai genitori ai figli. E poi c’è sofferenza. Pianto. Insoddisfazione. Una vita rubata negli anni felici per essere chi non hai scelto. Chi non volevi essere.
La storia è narrata da Skyler tra la prima e la terza persona, lui fratello maggiore ci racconta delle condizioni di sua sorella schiava del successo che la madre vuole per lei (e prima voleva per lui..).
Lei è Edna Louise Rampike, per tutti conosciuta come Bliss, a soli 6 anni vive in un corpo che non gli è proprio, vive come oggetto del desiderio e di riscatto della madre, una patetica ex-pattinatrice fallita che vuole riscattare attraverso la figlia i suoi insuccessi.
Bliss come i suoi vestiti troppo sexy per la sua età, con il trucco esagerato, con i capelli ossigenati, con manicure sempre senza sbavature.
Ma il padre dov’è?
Il padre è assente, troppo preso dal suo lavoro per occuparsi dell’avvenire dei suoi figli e di ciò che sta accadendo in casa sua. I figli li crescono le mamme, niente di più sbagliato. I figli si crescono insieme, come coppia, e queste sono le derive!
Il libro è molto complesso, spesso tortuoso, ma ne vale immensamente la pena, anche se dovete respirare tra una pagina e l’altra.
Il dipinto di una ascesa americana, di una storia come tante che però non fa rumore, a cui l’Oates ha dato il giusto risalto, se pensiamo che il libro è liberamente tratto da una storia vera, da un famoso fatto di cronaca, l’uccisone di JonBenét Ramsey, reginetta di bellezza assassinata nella sua abitazione in Colorado a soli 6 anni.
Riflettiamo amici, riflettiamo, che al peggio non c’è mai fine.
Lo farei leggere a molte mamme e molti padri che scaricano su i figli una propria carriera sfumata o un proprio sogno nascosto nei meandri dell’anima. Anima vile.

LIBRI LETTI: BENNETT

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Una vita come le altre

«C’è stato qualche altro caso di malattia mentale nella vostra famiglia?». Comincia con questa domanda, rivolta da un assistente sociale dello Yorkshire, questo straordinario, commovente viaggio interiore di Alan Bennett. Da qualche giorno l’anziana madre è ricoverata in un istituto psichiatrico per una grave forma depressiva – così almeno la definiscono. Comunque sì, ci sono stati altri casi in famiglia, ma lui non lo aveva mai saputo. È il padre a svelare per la prima volta, in un atto burocratico e liberatorio, la fine drammatica e segreta del nonno di Bennett, e a indurlo a esplorare le storie nascoste e dimenticate degli altri parenti. Ma come si distingue la malattia mentale dalle manie, dalle fobie, dal silenzio, dall’infelicità? Da parte di uno scrittore che in passato non poteva «neanche togliersi la cravatta senza prima far circondare la casa da un cordone di polizia», un libro come questo è un dono prezioso e inaspettato. Solo di recente, infatti, Alan Bennett ha sentito il bisogno di dedicarsi a quell’attività vagamente disdicevole che è lo scrivere di sé. Cambiando tonalità, forse, rispetto agli scritti esilaranti e feroci che gli hanno dato la celebrità, ma sempre con lo stesso sguardo acuminato e instancabile. Uno sguardo di un’onestà dolente, poco caritatevole soprattutto verso le sue manchevolezze. E l’umorismo? Sotteso – o forse sospeso – in ogni pagina come uno strumento di interpretazione insostituibile, col quale ci si può destreggiare anche fra le tragedie della vita e della senilità.
Un Bennet molto più intimo, che si mette a nudo, che però ho apprezzato poco; dei dolori e delle malattie non penso ci si dovrebbe vergognarsi, anzi, nonostante le contingenze di tempi e luoghi. Della loro convivenza, soccombenza o superamento non c’è che di esserne fieri, o amareggiati, ma mai vergognarsi.