LIBRI LETTI: SCHMITT

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Il-vangelo-secondo-Pilato

Vangelo secondo Pilato è un romanzo dello scrittore e drammaturgo francese Éric-Emmanuel Schmitt, pubblicato nel 2000.
Il romanzo narra gli ultimi giorni della vita di Gesù, attraverso il suo stesso sguardo e narra le settimane immediatamente successive alla sua crocifissione attraverso lo sguardo del Prefetto romano Ponzio Pilato.
Prima parte. Dopo l’Ultima Cena, nel giardino di Getsemani, Gesù riflette sulla sua vita e agli ultimi momenti del suo percorso. Pensa soprattutto a quello che accadrà il mattino seguente, quando i soldati verranno ad arrestarso. Il piano che ha pensato assieme a Giuda Iscariota per far conoscere a tutti la parola di Dio avrà inizio. Ma Gesù dubita: è veramente lui il figlio di Dio?
Seconda parte. Il prefetto romano, Ponzio Pilato, spiega con delle lettere a suo fratello come ha condotto la missione di rintracciare il cadavere di un crocifisso di nome Gesù di Nazareth, la cui sparizione mette in agitazione i giudei e la stessa moglie di Pilato che è stata convertita da questo profeta.
Bella la prima parte, soprattutto per l’evoluzione della figura di Gesù, la seconda meno anche se dà voce a un personaggio di cui si parla sempre poco: Pilato. Il difetto di questo libro è forse l’estrema razionalizzazione, o il tentativo di spiegare tutto logicamente in uno scenario dove la razionalità e la logica centrano veramente poco.

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oscar2«Quello che penso io, Nonna Rosa, è che l’unica soluzione per la vita sia vivere.»

«Così inizia il libro:
Caro Dio,

mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.
Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti.
La prova? Per esempio, prendi l’inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo».
Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista».
Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t’interessi.
Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri.
Ti spiego.
L’ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L’ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito.
Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere.
Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore.
Eppure ho affrontato con impegno l’operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Düsseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l’operazione. Ma ha un’aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria.
Il pensiero di un medico è contagioso».
Una bellissima storia – che mi fa rivalutare appieno l’autore – sul senso della vita, sulla sua evoluzione, sulla malattia, sul convivere con essa e sul non prenderla troppo sul serio (la malattia), e sul non prendersi troppo sul serio (come persona). Un bambino che cresce, che combatte, che prova ad immaginare la sua vita lungo un arco temporale, grazie al fondamentale aiuto di una donna, Nonna Rosa, la nonna di tutti i bambini, la nonna che insegna, ma che non impone, la nonna che scherza, ma non è superficiale, la nonna che consiglia, ma che accoglie essa stessa consigli. La Nonna, Oscar, la vita, l’amore, l’esperienza, Dio.

«caro Dio,

oggi ho cent’anni. Come Nonna Rosa. Dormo molto ma mi sento bene.
Ho cercato di spiegare ai miei genitori che la vita è uno strano regalo.
All’inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito. Allora si cerca di meritarlo. Io che ho cent’anni, so di che cosa parlo. Più si invecchia, più bisogna dar prova di gusto per apprezzare la vita. Si deve diventare raffinati, artisti.
Qualunque cretino può godere della vita a dieci o a vent’anni, ma a cento, quando non ci si può più muovere, bisogna avvalersi della propria intelligenza».

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1078195Balthazar è uno scrittore di successo, Odette fa la commessa in un negozio di periferia. Balthazar ha una bella moglie, una bella casa; Odette è sola con due figli difficili e vive in un alloggio popolare. La vita è stata generosa con Balthazar, avara con Odette. Eppure l’infelice è lui. Un concorso di circostanze fortuite metterà in contatto queste due vite altrimenti distanti anni luce: un incontro che trasformerà completamente l’esistenza di entrambi. Contrariamente a quanto avviene di solito – Eric Emmanuel Schmitt non cessa di sorprendere – il racconto è tratto da un film, Odette Toulemonde appunto, il primo film scritto e diretto da Schmitt in uscita nelle sale italiane. Come racconta l’autore nella sua postfazione, le novelle che compongono la raccolta sono state scritte durante le riprese del film, nei ritagli di tempo e contro il parere della casa di produzione, quasi di nascosto.  Sono otto storie di donne alla ricerca della propria felicità, del proprio equilibrio interiore: una galleria di personaggi stravaganti, commoventi, eccentrici che Schmitt segue con ironia nel loro curioso percorso esistenziale, dipingendone con maestria quei tratti umani, talvolta assurdi, in cui è facile identificarsi. Otto piccoli romanzi, completi pur nella loro brevità.  La lettura di Odette Toulemonde e altri racconti è un fuoco d’artificio continuo: non si fa in tempo a indugiare, quasi non si fa in tempo a respirare per il ritmo incalzante che proietta il lettore da una misteriosa principessa scalza alla detenuta di un gulag sovietico passando per lo strano fantasma di una vecchia signora…  E, come in tutte le opere dell’ex professore di filosofia Schmitt, anche qui c’è una morale che accomuna tutti gli episodi: spesso la felicità è davanti a noi, talvolta addirittura dentro di noi, ma altrettanto spesso non riusciamo a vederla e ci roviniamo la vita per andarla a cercare altrove. Questo è piacevole, poi per chi ama le donne come protagoniste è consigliato.

Ecco il trailer da cui è tratto il libro: https://www.youtube.com/watch?v=U19L09wCfqU

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dieci-figli-signora-ming_emb4Tutti sanno che in Cina le coppie non possono avere più di un figlio. Le autorità cinesi sono molto attente al controllo demografico, e chi trasgredisce incorre in severe sanzioni. Come fa allora la modesta signora Ming, addetta alle pulizie nella toilette per gli uomini del Grand Hotel di Yunhai, ad avere dieci figli? Il moderno e spregiudicato imprenditore francese, a Yunhai per affari, ritiene che la donna lo voglia prendere in giro. Si diverte a parlare con lei, ad ascoltare le storie che lei gli racconta sui suoi figli immaginari, e ne approfitta per praticare la lingua del luogo, il cantonese, ma di base è convinto che la donna sia una mitomane. Nel corso dei giorni, però, man mano che si dipanano le vicende dei figli inesistenti, l’uomo d’affari cambia parere. Le parole della signora Ming, farcite di precetti di Confucio, gli fanno apparire l’esistenza sotto un’altra ottica, lo spingono a indagare sui labili confini che dividono la verità dalla menzogna e lo portano, infine, a rivalutare la sua stessa vita e a considerare seriamente la possibilità di una paternità fino ad allora accuratamente evitata.

Tiepido, non mi è piaciuto molto, ho apprezzato però molto la dignità della signora Ming, e il gioco che ognuno mentisse – ad un certo punto della narrazione – all’altro, ma poi l’epilogo? Scontato a mio avviso, va bene la fantasia, però…
E neanche i detti di Confucio presenti qua e là mi hanno destato simpatia.
Un inizio non proprio passionale con questo autore.