LIBRI LETTI: ADICHIE

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Ho scelto volutamente un libro breve dell’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie per entrare nel suo mondo, per iniziare a conoscerla, per istaurare un legame con lei.
Dovremmo essere tutti femministi è un piccolo libro che raccoglie l’intervento che l’autrice ha tenuto TEDx, l’obiettivo dei relatori è quello di scuotere e ispirare gli ascoltatori con brevi discorsi. Chimamanda lo fa portandoci la sua testimonianza di femminismo, un femminismo del XXI secondo che attinge fortemente dal suo passato, dalla sua cultura d’origine.
«[…] La parola «femminista» si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, odi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.
[…]
C’è chi chiede: «Perché la parola “femminista”? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?» Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come «diritti umani» vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto.
Alcuni uomini si sentono minacciati dall’idea del femminismo. Credo sia dovuto all’insicurezza provocata dalla loro educazione, per cui la loro autostima diminuisce se non sono «naturalmente» al comando in quanto uomini».
Si legge in fretta, e lascia materiale su cui riflettere, soprattutto negli uomini – che troppo spesso – non si pongono il problema di una differenza di genere che penalizza, toglie diritti, vive di retaggi culturali inconsistenti. L’autrice ci porta nel suo mondo e lo fa attraverso piccoli spezzoni della vita quotidiana, raccontandoci aneddoti come questo: «conosco una famiglia con un figlio e una figlia. Hanno un anno di differenza e sono entrambi bravissimi a scuola. Quando il maschio ha fame, i genitori dicono alla femmina: «Vai a fare dei noodles per tuo fratello». A lei non piace preparare i noodles, ma è una ragazza e deve farlo. E se i genitori, fin dall’inizio, avessero insegnato a entrambi i figli a cucinare i noodles? Tra l’altro, saper cucinare è una competenza pratica molto utile per un ragazzo. Ho sempre trovato assurdo delegare una cosa fondamentale come la possibilità di nutrirsi.
Conosco una donna che ha gli stessi titoli di studio e lo stesso lavoro del marito. Quando tornano a casa, è lei a occuparsi di gran parte delle faccende domestiche, e questo accade in molti matrimoni, ma la cosa che mi ha colpita è che quando lui cambia il pannolino al bambino lei lo ringrazia. E se invece le sembrasse normale e naturale che il marito si occupi del figlio?».
Bello, mi piacerebbe leggere una collana di interventi di questo tipo, sugli argomenti più disparati scritti da personalità di rilievo. Consigliato, dovremmo essere tutti femministi, anche quando ce ne dimentichiamo.

 

LIBRI LETTI: ROBINSON

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Gilead cos’è? Uno potrebbe affermare semplicemente che sia una cittadina dell’Iowa, la fulgida stella del radicalismo, ma Gilead è molto di più. Gilead è anima e corpo, è sentimento e riflessione è peccato e pentimento. Gilead è il nulla, ma diviene il tutto attraverso l’opera di John Ames, pastore congregazionista, di 76 anni, che in questo libro in maniera evocativa quanto profonda lascia un testamento spirituale al figlio di appena 7 anni, con il dolore di un padre che osserva ed è consapevole che per colpa del divario generazionale non potrà vedere crescere la sua creatura.
John ci parla della sua vita, la analizza, e come un entomologo ne disegna e ne rappresenta tutti i suoi tratti. Ci parla del nonno abolizionista e del padre pacifista, parla del suo primo matrimonio e dei profondi dolori provocati dallo stesso, della conoscenza di sua mamma Lila, e dell’esperienza di una genitorialità indiretta con il figlio del suo migliore amico. Il tutto con uno stile lento, quasi cronometrato dal suono dei risvegli e dei riposi, tracciando una linea che in progressione disegna il messaggio evangelico, dalla «[…] benedizione, che ritengo la componente primaria del battesimo, una concretezza. Non esalta la sacralità, bensì la riconosce, e questo fatto racchiude una forza. L’ho sentita trapassarmi, per così dire. È la sensazione di conoscere veramente una creatura, sì, insomma, sentire veramente e al medesimo tempo la sua vita misteriosa e la tua vita misteriosa», all’intercessione attraverso le Sacre Scritture di ciò che rappresenta la paternità, la nascita: «quello che voglio dire è che l’immensa carità e provvidenza del Signore hanno dato alla maggior parte di noi qualcuno da onorare: al figlio il genitore, al genitore il figlio. Ho un grande rispetto per l’integrità del tuo carattere e per la bontà del tuo cuore, e tua madre non potrebbe amarti di più né essere più fiera di te. Ha assistito a quasi ogni momento della tua vita, e ti ama come ti ama Dio, fino al midollo delle tue ossa. Quindi, questo è onorare il figlio. Come vedi, amare l’essere di qualcuno è un atto estremamente divino. La tua esistenza è per noi un diletto. Spero che non dovrai mai agognare un figlio come ho fatto io, ma ah, che meraviglia è stata quando finalmente sei arrivato, e che dono del cielo è stato potermi pascere di te ormai da quasi sette anni».
Quando può essere delicata e profondamente bella l’espressione “potermi pascere di te ormai da quasi sette anni?”. Sublime.
Ma John Ames, e la Robinson che muove le redini del reverendo, fa ancor di più, prova a spiegarci cosa è la fede e quale è la distanza materiale e spirituale da tenere: «Per quanto concerne la fede, ho sempre pensato che le perorazioni abbiano la stessa irrilevanza delle critiche cui dovrebbero rispondere. Secondo me, il tentativo di difendere la fede può in realtà turbarla, perché i ragionamenti sulle questioni fondamentali hanno sempre un che di inadeguato. Prendiamo parte in toto all’Essere. Nessun respiro, nessun pensiero, nessun bitorzolo o basettone, è immerso nell’Essere in misura minore di quanto potrebbe. Eppure nessuno è in grado di dire che cosa sia l’Essere. Se definissi quello che un pensiero e un basettone hanno in comune, e un tifone e un rialzo nel mercato azionario, a prescindere dall’«esistenza», che riafferma semplicemente che occupano un posto nel nostro elenco di cose conosciute e nominabili (e che porterebbe all’intuizione: l’essere equivale all’esistenza!), avresti compiuto un’impresa meravigliosa, ma comunque troppo infinitamente parziale per avere un qualunque significato.
Ho perso il filo. Volevo dire che puoi affermare l’esistenza di qualcosa – l’Essere – senza avere la più pallida idea di cosa sia. Ma Dio corrisponde a un livello decisamente anteriore; se Dio è l’Artefice dell’Esistenza, cosa può significare dire che Dio esiste? È un problema di vocabolario. Avrebbe dovuto appartenere a una condizione precedente all’esistenza che la scarsità della nostra comprensione può soltanto chiamare esistenza. Questo chiaramente genera confusione. Ci sarebbe bisogno di un altro termine per definire uno stato o un attributo di cui non abbiamo alcuna esperienza, con cui l’esistenza così come la conosciamo può avere soltanto una lontanissima somiglianza o affinità. Perciò, creare prove in base a qualsiasi genere di esperienza è come costruire una scala che arrivi alla luna. Sembra possibile, fino a quando non ti fermi a considerare la natura del problema. Quindi, il mio consiglio è: non cercare prove. Non starci a perdere tempo. Non sono mai all’altezza della questione, e sono sempre un po’ impertinenti, secondo me, perché pretendono per Dio un posto entro la nostra portata concettuale. E, probabilmente, ti sembreranno sbagliate anche se potranno servirti a convincere qualcun altro. Alla lunga, è causa di grande sconcerto. «Così risplendano le vostre opere davanti agli uomini» ecc. È stato Coleridge a dire che il Cristianesimo è una vita, e non una dottrina, il senso era quello. Non ti sto dicendo di non dubitare o domandare mai. Il Signore ti ha dato un cervello perché ne facessi buon uso. Ti sto dicendo che devi essere sicuro che i dubbi e le domande siano tuoi, e non, per così dire, la foggia di baffi e il bastone da passeggio che vanno di moda in un determinato momento».

In questo romanzo pieno di bellezza, John Ames, non fa altro che predicare, che deriva dal verbo latino praedicaere che significa annunziare, profetare. Per dare un senso alle difficoltà. Per dare un senso a sé, per disegnare, o meglio dare traccia, a quelle coordinate da seguire al termine della sua vita terrena.

 

«Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace. Quasi mai».

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLA DI FOLLIA

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«C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si iscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo».

Un libro difficile, complicato.
Un libro che richiede attenzione.
Un libro in cui la parola è misurata, come un pendolo che oscilla e ti ricorda il tempo che passa.
Un libro sull’assenza, sull’abbandono, sulla crescita che va gestita, su un’infanzia misera, quella di Ruth e Lucille, accudite dalla sorella minore della mamma Helen, Sylvie.
Sylvie la ragazza scomparsa. Sylvie la dimenticata. Sylvie la creatura solitaria, incompresa, Sylvie che ama il buio e nel buio ritrova sé stessa, Sylvie che ama i piccioni, Sylvie che ama le piccole cose, ma anche la casa, anche se non è proprio la mamma modello che tutti vorrebbero.
La Robinson ci racconta con delicatezza, in cui però c’è complessità la crescita di queste due fanciulle orfane, degli attimi di quotidianità, dei gesti semplici, della natura che sconfina con l’ordinario, della vita che più in generale sembra richiamarci ad ogni pagina un concetto semplice quando doloroso: scopo della vita è vivere, ma morire ne è il processo naturale.

Non l’ho amato, perché una storia del genere difficilmente si fa amare. Ma dopo questa lettura sono sicuro che voglio leggere altro dell’autrice, partendo da Gilead, primo della sua promettente trilogia.

«Sylvie non voleva perdermi. Non voleva che io diventassi gigantesca e multipla, tanto da riempire l’intera casa, e non voleva che diventassi sottile e solubile, tanto da passare attraverso le membrane che separano sogno da sogno. Non voleva ricordarmi. Preferiva di gran lunga la mia semplice, ordinaria presenza, per quanto silenziosa e goffa io potessi essere. Perché così poteva guardarmi senza forti emozioni: una forma familiare, una faccia familiare, un silenzio familiare. Poteva dimenticare che ero nella stanza. Poteva parlare tra sé, o a qualcuno nei suoi pensieri, con piacere e animazione, anche mentre sedevo accanto a lei – a tanto si spingeva la nostra intimità, fino al punto che lei non si dava per me alcun pensiero».

Una chicca che pochi sapranno, è che ne è stato tratto un film diretto da Bill Forsyth, col titolo, Una donna tutta particolare, qui potete trovare la scheda più completa: http://movieplayer.it/film/una-donna-tutta-particolare_19797/
Peccato che non si trovi né un trailer né in versione dvd o streaming.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN COLORE NEL TITOLO

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Londra 1875. Dall’esile candela della sua stanza nel bordello della terribile Mrs Castaway, Sugar, una prostituta di diciannove anni, la più desiderata in città, cerca la via per sottrarre il proprio corpo e l’anima al fango delle strade. Dai vicoli luridi e malfamati Michel Faber ci guida, seguendo la scalata di Sugar, fino allo splendore delle classi alte della società vittoriana, dove violiamo l’intimità di personaggi terribili e fragili, comunque indimenticabili. Come Rackam, il giovane erede di una grande fortuna che diverrà l’amante di Sugar, e sua moglie, l’angelica e infelice Agnes.
Un romanzo che l’autore ha scritto in circa venti anni, e si sente, si vede e si legge ad ogni pagina. La cura maniacale del particolare, le ambientazioni in stile Dickensiano, i personaggi e le loro esagerazioni, le prostitute, i nobili in cerca di un piacere evanescente.
Tra le sue più di 900 pp. ci si affeziona tanto alla figura di Sugar e alla sua ascesa sociale, alla sua voglia di dare una svolta alla sua vita (forse simbolo del riscatto di tutte le donne della Londra del XIX secolo che l’autore ha voluto fornirci?), quanto ci diventa antipatica e odiosa la figura di Mr. Racakm.
Gli elementi negativi sono le descrizioni spesso infinite, il numero di pagine eccessivo e qualche cliché di troppo, ma nel complesso si lascia leggere, e rientra a tutto tondo e pienamente in quello stile di cui l’autore voleva riportare memoria: l’epoca vittoriana, che si riscontra tutta anche nella scrittura!
Consigliato per chi ama i romanzi di questo genere.
Ah, William avrà il destino che si merita! Niente spoiler, solo chi leggerà il libro capirà e mi darà sicuramente ragione.

 

LIBRI LETTI: COOK

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«I Greci hanno avuto Omero, gli ebrei e i cristiani la Bibbia, gli zoroastriani l’Avesta, gli induisti i Veda, i buddisti il Tripitaka, i cinesi i loro classici e i musulmani il Corano».

Composto di 114 capitoli, detti sure, a loro volta suddivisi in versetti, il Corano per i musulmani è la parola di Dio rivelata al profeta Maometto dall’arcangelo Gabriele: “Dormivo – scrive Maometto – quando Gabriele mi portò un panno di seta coperto di lettere e mi disse: “Leggi”. Così io lessi e Gabriele mi lasciò. Mi svegliai ed era come se quelle parole mi si fossero impresse nel cuore.” Oltre agli inni alla gloria e alla potenza divina, il Corano contiene “storie”, leggende e un complesso di precetti e ammonimenti che da quando il Libro fu rivelato, regolano la vita del popolo musulmano. L’autore descrive che cosa il Corano abbia significato per l’Islam tradizionale e che cosa rappresenti oggi nel mondo contemporaneo.
E certo Noi creammo l’uomo d’argilla finissima, poi ne facemmo una goccia di sperma in ricettacolo sicuro. Poi la goccia di sperma trasformammo in grumo di sangue, e il grumo di sangue trasformammo in massa molle, e la massa molle trasformammo in ossa, e vestimmo l’ossa di carne…Sia benedetto Dio, il Migliore dei Creatori! Dal (Cor. 23:12-14)
Libro molto interessante per capire meglio il libro sacro dei musulmani e per entrare dal di dentro nella cultura e nelle tradizioni islamiste. L’autore propone con un linguaggio semplice quello che è il messaggio del Corano, quella che è stata la diffusione, le diverse interpretazioni del testo, il rapporto tra oralità e scrittura, il Corano come codice, testo, culto, verità, come materia di dogma, come si è formato il Corano pur tralasciando dubbi ed enigmi oggi ancora irrisolti.
Consigliato a chi è curioso, a chi voglia capirne un po’ di più sul testo sacro, a chi scevro da pregiudizi si ristora nell’alimentarsi nelle culture diverse dalla propria.

LIBRI LETTI: CREPET

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«Il bello è che l’amore non finisce, se davvero è esistito. Rimane nei ricordi, in qualche cellula, in qualche meandro del cervello».

E’ il primo libro che leggo dello psichiatra e sociologo, Paolo Crepet. Libro comprato per caso ad un mercatino dell’usato, incuriosito dal tema non me lo sono lasciato scappare.
L’autore ci parla a tutto tondo dei sentimenti, e lo fa proponendo riferimenti ai suoi vecchi pazienti, al suo percorso come studioso, proponendo analisi spesso note, ma non per questo banali sui sentimenti che fanno parte di tutti gli esseri umani.
Ci parla dell’innamoramento:
«L’innamoramento è una malattia.
Solo che funziona esattamente al contrario di una patologia organica: fa tanto bene quanto più fa male. Più il virus è invasivo, virulento e contagioso, più l’innamoramento è sconvolgente; appena il virus si attenua e stempera la sua portata morbosa, ecco che il sentimento si placa e si trasforma. E, come tutti i virus, l’innamoramento colpisce allo stesso modo in ogni parte del mondo. Non conosce differenze di condizione sociale e di razza, non ha bisogno di traduzioni per essere compreso né di climi speciali per attecchire.
[…]
Essere innamorati è avere in testa un’idea che non t’abbandona giorno e notte. È addormentarsi con quell’immagine e ritrovarla che aspetta sul cuscino al primo battito di ciglia. Che abbia non di donna, di uomo o di un quadro di Vermeer o di una sinfonia di Brahms cosa cambia? Il principio è lo stesso. È estraniamento, un incantesimo che sovverte e sobilla la comune, ordinaria quotidianità».
Inserisce analisi sociologiche sul ruolo sociale che ha la famiglia e sulle aspettative che ricadono sui figli: «Per secoli ci hanno insegnato che prima viene il dovere, poi il piacere: in realtà il piacere viene di rado e la sua conoscenza è stata rallentata proprio da questi antichi precetti calvinisti. Non mi riferisco solamente al sesso, anche a una mostra, a un libro, a un concerto.
L’idea che una coppia debba sacrificare le proprie pulsioni e la carica erotica a un ruolo sociale di moglie-marito-figli-famiglia rappresenta uno stereotipo che, trascinato da decenni, rischia di continuare a trasmettersi anche ai giovani. È difficile che una mamma dica alla figlia di non pensare a sposarsi ma a essere felice, realizzata, desiderata. Questo conta.
Ancora oggi le domande dei genitori ai figli riguardano più spesso la provenienza sociale del nuovo amore piuttosto che l’intensità, il rispetto, l’onestà del sentimento. Come se fosse più strategico per il futuro di un’esistenza felice il tipo di studi fatti o lo stipendio percepito.
Si trasmette così in modo insensato un’idea di coppia che debba avere un valore sociale, economico, normativo, ma essere priva di quello emotivo.
Dovremmo parlare di piacere ai figli, per aiutarli a vivere un erotismo espressione completa di un individuale e libero e felice modo di amare».
Propone un metodo per scindere il malessere emotivo dal benessere emotivo:
«[…]
Vorrei suggerire un metodo, basato proprio sulla provocazione della zia: «il termometro della felicità», un’idea molto semplice. Un amore è giusto se dà felicità, è sbagliato quando produce infelicità.
Potrà sembrare riduttivo, ma non lo è.
Non propongo di usare il «termometro» nella prima di un rapporto, quando la passione, la novità dell’innamoramento colorano tutto di rosa. Consiglio, invece, di verificare i sentimenti in quel sedimento che si forma dopo un certo periodo di tempo, quando la domanda inerente alla propria felicità può essere formulata, quando cioè la quotidianità del rapporto avrà offerto materiale valutabile: gli amori vanno giudicati anche nel più banale scorrere delle giornate.
Felicità, in questo contesto, non significa camminare a mezzo metro da terra, continua euforia, toccare il cielo con un dito ventiquattro ore su ventiquattro. Sarebbe impossibile. È star bene, sentirsi rispettati, tranquilli, sereni e, se si è di natura inquieta, essere contenti della propria inquietudine».

Non so se leggerò altro dell’autore, sta di fatto che a lettura completata non si ha la sensazione di aver perso del tempo, anzi, forse si diventa coscienti che il tempo speso è stato un investimento. Un investimento per capire meglio i sentimenti, l’innamoramento, la gelosia, l’eros, il senso di abbandono, per tentare in un futuro una più corretta gestione delle emozioni.

 

 

 

LIBRI LETTI: HADDON

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Leggere Mark Haddon non solo come romanziere ma anche come poeta è una scoperta, che conferma la versatilità, l’estro, la ricerca, frutto di un percorso che sta portando avanti da tempo. Tra gli scritti contenuti mi è piaciuto particolarmente questo:

 

Questa poesia è vietata ai minori di 18

Quando apri una raccolta di poesie o assisti a una lettura hai bisogno di sapere che le poesie che hai scelto di leggere o ascoltare sono adatte per il pubblico. Per aiutarti a capire come è una poesia puoi guardare in quale categoria rientri. Questa poesia è stata classificata come V.M.18. Questo vuol dire che questa poesia è inadatta per chiunque abbia meno di 18 anni. Una poesia etichettata V.M. 18 può contenere scene di natura violenta. Carlos de Sessa che brucia sul rogo, per esempio, il suo grasso caldo che ribolle come farina di avena. O Erymas, pugnalato in bocca, la lama che sfonda precisa attraverso il cervello così che denti, osso e sangue schizzano dal suo viso scoppiato. La lenta morte di un genitore, spesso per cancro, è particolarmente comune. Può anche esserci del sesso. Un uomo può avere una fellatio in un McDonald’s sulla strada per l’aeroporto, una babysitter può masturbarsi sulle piastrelle in cotto del bagno dei suoi datori di lavoro e un buco di culo può essere descritto più in dettaglio del necessario. La parola «fica» può essere usata. In una poesia etichettata V.M. 18 la sintassi può essere più complessa e il significato più opaco che nel leggero, narrativo o diretto verso libero. Una frase può avere fino a quattro diverse interpretazioni, tutte intese a una comprensione più o meno simultanea. Al contrario, quando il sole esitante si chiude in se stesso per estinguersi e queste modalità s’incurvano per rientrare il sotterraneo della fede, l’intenzione può semplicemente essere di confondere il lettore meno intelligente. Qualche volta un verso o una frase è usata semplicemente perché «suonava bene». Una poesia etichettata V.M. 18 può essere scritta secondo regole occulte che non sono messe a disposizione del lettore. Un universo parallelo può essere presunto dove il sospetto espanso sottostà ad un’allusione e, all’apice del fottere, s’ubriaca alle Bermuda. L’intenzione di alcune poesie etichettate V.M. 18 è di essere la traduzione di opere di poeti finlandesi e romeni che, in effetti, non esistono. In altre può essere data la capacità di sentire a una lampadina. Come idraulici e dentisti, i poeti sono fallibili, e la possibilità di un’autentica assurdità non può essere esclusa. Diversamente dal lavoro idraulico e da quello dentistico, però, la poesia è lenta, un lavoro frustrante e scarsamente ricompensato che fallisce più spesso di quanto abbia successo ed è quindi intrapreso prevalentemente da uomini e donne che lavorano con un senso di quasi religiosa vocazione, enorme illusione o una combinazione di entrambe. Come risultato, molte poesie con un’etichetta V.M. 18 sono scritte da persone nelle cui menti tu potresti non voler entrare.Il linguaggio di una poesia con un’etichetta V.M. 18 può essere più denso e più potente del linguaggio con cui sei solito aver a che fare. E anche se non fa succedere nulla può, come un pezzo di ghiaccio sulla stufa bollente, condurre il suo sciogliersi nella tua anima e metterti faccia a faccia con la follia dello spazio. È un oltraggio leggere o fornire una poesia etichettata come V.M. 18 a chiunque inferiore a quell’età. Le categorie poetiche sono lì per aiutarti a fare la scelta giusta.

LIBRI LETTI: HADDON

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«Spunta l’alba e per un breve momento il pontile in rovina è bellissimo, ma l’epicentro di una cittadina si sta già spostando a est, lungo la passeggiata in direzione del delfinario e della piscina d’acqua salata. Il pontile sta già diventando qualcosa da lasciarsi alle spalle. La gente va a ritirare le foto delle vacanze. Qualcuna contiene le ultime immagini di familiari che adesso sono morti. Sorridono, si riparano gli occhi, mangiano patatine e tengono in braccio enormi orsacchiotti di pezza. Hanno solo pochi minuti di vita ancora. In una, veramente pazzesca, un adolescente sta già cadendo, la bocca spalancata come se stesse cantando. Si celebrano i funerali e comincia la battaglia legale. La vernice si scrosta, il metallo arrugginisce. I gabbiani si radunano sulle giostre e sui belvedere. Le lampadine si spaccano, i colori sbiadiscono. I cormorani nidificano sull’impalco marcio. Quando il vento si alza le cabine della ruota paronimica oscillano e cigolano. La galleria degli orrori diventa un covo di pipistrelli grandi e piccoli; il groviglio di travi sott’acqua una dimora per le anguille di mare e i polpi. Tre anni dopo un uomo che cammina lungo la spiaggia col cane troverà un teschio sbiancato dal mare gettato a riva di una tempesta invernale. Verrà seppellito con regolare rito funebre in un angolo del cimitero della St Bartholomew’s Church sotto una lapide su cui ci sono incise queste parole: ‘anche il regno dei cieli è simile a una rete gettata dal mare, che raccoglie ogni sorta di cose’.

 

Già da questo stralcio evocativo si può capire la dimensione onirica, ma anche lirica e intensa che Haddon ci regala. Il libro è composto da 9 racconti molto diversi tra di loro: ci si imbatte in un ospite inaspettato nel giorno di Natale, un vecchio pontile che crolla sotto gli occhi sorpresi dei villeggianti, di una storia sul peso della propria corporeità e di come questa diventa un macigno, una zavorra (forse il più bel racconto, quanto doloroso, della raccolta), di una foresta tropicale che nasconde e oscura il passaggio di uomini non ancora coscienti del proprio mondo interiore, due ragazzini alle prese con una semiautomatica e per gioco e quasi per caso vedono segnare per sempre il loro destino. I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura è una raccolta che merita la lettura, in quanto l’autore dà prova di versatilità, e dopo l’indimenticabile Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte in maniera diversa e opposta ci racconta di altre paure, di animi umani in conflitto, di sentimenti voluti e a volte non rispettati, di un mondo interiore, e di una terra che a volte ci è amica ma tante altre è lì pronta per farci pagare il conto per azioni sconsiderate commesse.

 

“Non riesce a credere che qualcuno sia in grado di sopportare questo genere di dolore. Pensa ai pastori insonni nella neve azzurra, stretti nelle loro pelli, in attesa dei lupi, armati solo di una fionda. Pensa ai soldati che tornano da ogni campagna estiva senza gambe e senza braccia, i monconi come cera fusa. Pensa alle donne che partoriscono in tuguri di pietra con tetti che perdono e pavimenti di fango. Pensa a quel che occorre sopportare per vivere vite del genere, e comincia a capire che la richezza l’ha privata dell’unica dote che le serve adesso”.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO DI UN AUTORE CHE NON AVETE MAI LETTO

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Corri, Coniglio è un romanzo di John Updike del 1960. Il romanzo introduce il personaggio di Harry Angstrom, detto “Coniglio”, che è poi apparso nei romanzi Il ritorno di Coniglio (1971), Sei ricco, Coniglio (1981), e Riposa Coniglio (1992).

Per parlare di questo libro voglio introdurre le parole scritte dallo stesso autore in una postfazione inedita uscita per i tipi di Einaudi:

«[…] Corri, Coniglio, in armonia con il suo protagonista irrequieto e indeciso, esiste in più forme di qualsiasi altro dei miei libri. Eppure avevo uno scopo piuttosto semplice: raffigurare un campione sportivo del liceo sulla scia dei suoi giorni di gloria. Mio padre insegnava in una scuola superiore, e uno dei suoi compiti extracurriculari consisteva nel controllare il ricavato dalla vendita di biglietti dei nostri incontri di basket. Accompagnandolo, in casa e in trasferta, assistei all’epoca a moltissime partite scolastiche, e dieci anni dopo ero ancora profondamente imbevuto della loro epopea, dispiegata tra trionfi e sudore nell’intimità vividamente illuminata delle sovraffollate palestre liceali. Inoltre, la nostra cittadina della Pennsylvania, Shillington, era piena di relitti di ex assi della pallacanestro e altri due scritti dedicati allo stesso tema avevano preceduto Coniglio sulla carta stampata, il racconto Asso nella manica e la poesia Ex Basketball Player.

Un tempo Flick giocava nella squadra del liceo, i Maghi.

Era bravo: il migliore, in effetti. Nel ‘46

intascò trecentonovanta punti,

un record ancora imbattuto nella contea. La palla amava Flick.

L’ho visto segnarne trentotto o quaranta

in una sola partita giocata in casa. Le sue mani erano come uccelli

selvatici.

A questa impressione adolescenziale di eroica grandezza i miei anni di vita adulta avevano aggiunto sensazioni di interdipendenza domestica e di claustrofobia. Sulla strada, di Jack Kerouac, era uscito nel 1957 e, pur senza averlo letto, mi aveva irritato il suo apparente invito a tagliare i ponti; Corri, Coniglio voleva essere una realistica dimostrazione di quello che succede quando un giovane capofamiglia americano prende la via della libertà: le persone lasciata indietro soffrono. Non esisteva un sistema indolore per sfuggire alla maglie sfilettate, ma ancora salde, del tessuto sociale degli anni Cinquanta. Giungere ad una conclusione morale così perbenistica non era certo il mio unico intento: il libro finisce con una nota estatica e aperta che doveva mantenere questa sua apertura, a testimonianza della ricerca ostinata e amorale, cui i nostri cuori non sanno rinunciare, di quanto un tempo si chiamava grazia».

Postilla sul titolo: «Il titolo può essere interpretato come una sorta di consiglio (l’eco della canzone di un musical britannico del 1939, di Noel Gay e Ralph Butler, non è voluta: solo di recente ho avuto tra le mani lo spartito di Run Rabbit Run e ho potuto leggervi l’intimazione contenuta nelle parole: ‘Don’t give the farmer his fun, fun, fun. / He’ll get by without his rabbit pie’).

Desideroso di leggerlo da tanto, non mi è affatto dispiaciuto, anche se credo che leggerò tutta la quadrilogia a piccole dosi, non uno dietro l’altro. Harry Angstrom al di là delle sue stramberie si sa far voler bene, anche se un personaggio che mi è rimasto particolarmente nel cuore è il pastore Eccles che rappresenta un guida poco convenzionale per Coniglio, e nel romanzo ben rappresenta il rapporto duale tra spiritualità e senso di realtà.

LIBRI LETTI: DI PIETRANTONIO

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«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza
[…]
– Ma la tua mamma qual è? – mi ha domandato scoraggiata.
– Ne ho due. Una è tua madre».

Donatella di Pietrantonio conferma la sua bravura, anzi, secondo me con questo romanzo evolve anche nella scrittura e nella storia che regala al lettore. Siamo di fronte alla storia di un bambina, l’Arminauta, la ritornata, una ragazzina appena tredicenne che da un giorno all’altro dalla sua famiglia viene portata da dei parenti senza un motivo, una spiegazione. Lei crede che la mamma sta male e ha voluto allontanarla per non farle vivere di riflesso il dolore, ma è veramente questa la motivazione? L’Arminauta sarà catapultata dentro un nuovo nucleo familiare, diverso per interessi e possibilità, non più la piscina, le amiche, la scuola di danza o le chiacchiere in giardino, ma una casa angusta, dei genitori adottivi particolari, una stanza da letto condivisa col fiato dei fratellastri di più età e Adriana sua vera prima compagna/sorella con cui condividere il letto. Le esperienze. La scoperta di sé e dell’altro sesso.
Donatella di Pietrantonio con un registro linguistico regionale, tipico abruzzese – come ci aveva abituato nei precedenti romanzi – ci racconta della famiglia, ma ancor di più della maternità, del senso del materno che decade: «Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure». Per poi riprendere, ridare linfa, rimettere ogni tassello scomposto al proprio posto, anche riassettando quell’equilibrio che la ritornata pareva essersi creato, e invece tutto daccapo di nuovo, un po’ a reinventare un po’ di sé, a lasciare quella vischiosa pelle in un letto che forse le è sempre appartenuto ma di cui aveva dimenticato l’odore, il sapore, il fiato, l’identità.
«Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in modi diversi. A volte, se tenevo il bambino in braccio, gli pizzicavo le gambe per farlo piangere. Allora lei si girava nella nostra direzione e le parlavo».