LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN COLORE NEL TITOLO

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Londra 1875. Dall’esile candela della sua stanza nel bordello della terribile Mrs Castaway, Sugar, una prostituta di diciannove anni, la più desiderata in città, cerca la via per sottrarre il proprio corpo e l’anima al fango delle strade. Dai vicoli luridi e malfamati Michel Faber ci guida, seguendo la scalata di Sugar, fino allo splendore delle classi alte della società vittoriana, dove violiamo l’intimità di personaggi terribili e fragili, comunque indimenticabili. Come Rackam, il giovane erede di una grande fortuna che diverrà l’amante di Sugar, e sua moglie, l’angelica e infelice Agnes.
Un romanzo che l’autore ha scritto in circa venti anni, e si sente, si vede e si legge ad ogni pagina. La cura maniacale del particolare, le ambientazioni in stile Dickensiano, i personaggi e le loro esagerazioni, le prostitute, i nobili in cerca di un piacere evanescente.
Tra le sue più di 900 pp. ci si affeziona tanto alla figura di Sugar e alla sua ascesa sociale, alla sua voglia di dare una svolta alla sua vita (forse simbolo del riscatto di tutte le donne della Londra del XIX secolo che l’autore ha voluto fornirci?), quanto ci diventa antipatica e odiosa la figura di Mr. Racakm.
Gli elementi negativi sono le descrizioni spesso infinite, il numero di pagine eccessivo e qualche cliché di troppo, ma nel complesso si lascia leggere, e rientra a tutto tondo e pienamente in quello stile di cui l’autore voleva riportare memoria: l’epoca vittoriana, che si riscontra tutta anche nella scrittura!
Consigliato per chi ama i romanzi di questo genere.
Ah, William avrà il destino che si merita! Niente spoiler, solo chi leggerà il libro capirà e mi darà sicuramente ragione.

 

LIBRI LETTI: COOK

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«I Greci hanno avuto Omero, gli ebrei e i cristiani la Bibbia, gli zoroastriani l’Avesta, gli induisti i Veda, i buddisti il Tripitaka, i cinesi i loro classici e i musulmani il Corano».

Composto di 114 capitoli, detti sure, a loro volta suddivisi in versetti, il Corano per i musulmani è la parola di Dio rivelata al profeta Maometto dall’arcangelo Gabriele: “Dormivo – scrive Maometto – quando Gabriele mi portò un panno di seta coperto di lettere e mi disse: “Leggi”. Così io lessi e Gabriele mi lasciò. Mi svegliai ed era come se quelle parole mi si fossero impresse nel cuore.” Oltre agli inni alla gloria e alla potenza divina, il Corano contiene “storie”, leggende e un complesso di precetti e ammonimenti che da quando il Libro fu rivelato, regolano la vita del popolo musulmano. L’autore descrive che cosa il Corano abbia significato per l’Islam tradizionale e che cosa rappresenti oggi nel mondo contemporaneo.
E certo Noi creammo l’uomo d’argilla finissima, poi ne facemmo una goccia di sperma in ricettacolo sicuro. Poi la goccia di sperma trasformammo in grumo di sangue, e il grumo di sangue trasformammo in massa molle, e la massa molle trasformammo in ossa, e vestimmo l’ossa di carne…Sia benedetto Dio, il Migliore dei Creatori! Dal (Cor. 23:12-14)
Libro molto interessante per capire meglio il libro sacro dei musulmani e per entrare dal di dentro nella cultura e nelle tradizioni islamiste. L’autore propone con un linguaggio semplice quello che è il messaggio del Corano, quella che è stata la diffusione, le diverse interpretazioni del testo, il rapporto tra oralità e scrittura, il Corano come codice, testo, culto, verità, come materia di dogma, come si è formato il Corano pur tralasciando dubbi ed enigmi oggi ancora irrisolti.
Consigliato a chi è curioso, a chi voglia capirne un po’ di più sul testo sacro, a chi scevro da pregiudizi si ristora nell’alimentarsi nelle culture diverse dalla propria.

LIBRI LETTI: CREPET

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«Il bello è che l’amore non finisce, se davvero è esistito. Rimane nei ricordi, in qualche cellula, in qualche meandro del cervello».

E’ il primo libro che leggo dello psichiatra e sociologo, Paolo Crepet. Libro comprato per caso ad un mercatino dell’usato, incuriosito dal tema non me lo sono lasciato scappare.
L’autore ci parla a tutto tondo dei sentimenti, e lo fa proponendo riferimenti ai suoi vecchi pazienti, al suo percorso come studioso, proponendo analisi spesso note, ma non per questo banali sui sentimenti che fanno parte di tutti gli esseri umani.
Ci parla dell’innamoramento:
«L’innamoramento è una malattia.
Solo che funziona esattamente al contrario di una patologia organica: fa tanto bene quanto più fa male. Più il virus è invasivo, virulento e contagioso, più l’innamoramento è sconvolgente; appena il virus si attenua e stempera la sua portata morbosa, ecco che il sentimento si placa e si trasforma. E, come tutti i virus, l’innamoramento colpisce allo stesso modo in ogni parte del mondo. Non conosce differenze di condizione sociale e di razza, non ha bisogno di traduzioni per essere compreso né di climi speciali per attecchire.
[…]
Essere innamorati è avere in testa un’idea che non t’abbandona giorno e notte. È addormentarsi con quell’immagine e ritrovarla che aspetta sul cuscino al primo battito di ciglia. Che abbia non di donna, di uomo o di un quadro di Vermeer o di una sinfonia di Brahms cosa cambia? Il principio è lo stesso. È estraniamento, un incantesimo che sovverte e sobilla la comune, ordinaria quotidianità».
Inserisce analisi sociologiche sul ruolo sociale che ha la famiglia e sulle aspettative che ricadono sui figli: «Per secoli ci hanno insegnato che prima viene il dovere, poi il piacere: in realtà il piacere viene di rado e la sua conoscenza è stata rallentata proprio da questi antichi precetti calvinisti. Non mi riferisco solamente al sesso, anche a una mostra, a un libro, a un concerto.
L’idea che una coppia debba sacrificare le proprie pulsioni e la carica erotica a un ruolo sociale di moglie-marito-figli-famiglia rappresenta uno stereotipo che, trascinato da decenni, rischia di continuare a trasmettersi anche ai giovani. È difficile che una mamma dica alla figlia di non pensare a sposarsi ma a essere felice, realizzata, desiderata. Questo conta.
Ancora oggi le domande dei genitori ai figli riguardano più spesso la provenienza sociale del nuovo amore piuttosto che l’intensità, il rispetto, l’onestà del sentimento. Come se fosse più strategico per il futuro di un’esistenza felice il tipo di studi fatti o lo stipendio percepito.
Si trasmette così in modo insensato un’idea di coppia che debba avere un valore sociale, economico, normativo, ma essere priva di quello emotivo.
Dovremmo parlare di piacere ai figli, per aiutarli a vivere un erotismo espressione completa di un individuale e libero e felice modo di amare».
Propone un metodo per scindere il malessere emotivo dal benessere emotivo:
«[…]
Vorrei suggerire un metodo, basato proprio sulla provocazione della zia: «il termometro della felicità», un’idea molto semplice. Un amore è giusto se dà felicità, è sbagliato quando produce infelicità.
Potrà sembrare riduttivo, ma non lo è.
Non propongo di usare il «termometro» nella prima di un rapporto, quando la passione, la novità dell’innamoramento colorano tutto di rosa. Consiglio, invece, di verificare i sentimenti in quel sedimento che si forma dopo un certo periodo di tempo, quando la domanda inerente alla propria felicità può essere formulata, quando cioè la quotidianità del rapporto avrà offerto materiale valutabile: gli amori vanno giudicati anche nel più banale scorrere delle giornate.
Felicità, in questo contesto, non significa camminare a mezzo metro da terra, continua euforia, toccare il cielo con un dito ventiquattro ore su ventiquattro. Sarebbe impossibile. È star bene, sentirsi rispettati, tranquilli, sereni e, se si è di natura inquieta, essere contenti della propria inquietudine».

Non so se leggerò altro dell’autore, sta di fatto che a lettura completata non si ha la sensazione di aver perso del tempo, anzi, forse si diventa coscienti che il tempo speso è stato un investimento. Un investimento per capire meglio i sentimenti, l’innamoramento, la gelosia, l’eros, il senso di abbandono, per tentare in un futuro una più corretta gestione delle emozioni.

 

 

 

LIBRI LETTI: HADDON

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Leggere Mark Haddon non solo come romanziere ma anche come poeta è una scoperta, che conferma la versatilità, l’estro, la ricerca, frutto di un percorso che sta portando avanti da tempo. Tra gli scritti contenuti mi è piaciuto particolarmente questo:

 

Questa poesia è vietata ai minori di 18

Quando apri una raccolta di poesie o assisti a una lettura hai bisogno di sapere che le poesie che hai scelto di leggere o ascoltare sono adatte per il pubblico. Per aiutarti a capire come è una poesia puoi guardare in quale categoria rientri. Questa poesia è stata classificata come V.M.18. Questo vuol dire che questa poesia è inadatta per chiunque abbia meno di 18 anni. Una poesia etichettata V.M. 18 può contenere scene di natura violenta. Carlos de Sessa che brucia sul rogo, per esempio, il suo grasso caldo che ribolle come farina di avena. O Erymas, pugnalato in bocca, la lama che sfonda precisa attraverso il cervello così che denti, osso e sangue schizzano dal suo viso scoppiato. La lenta morte di un genitore, spesso per cancro, è particolarmente comune. Può anche esserci del sesso. Un uomo può avere una fellatio in un McDonald’s sulla strada per l’aeroporto, una babysitter può masturbarsi sulle piastrelle in cotto del bagno dei suoi datori di lavoro e un buco di culo può essere descritto più in dettaglio del necessario. La parola «fica» può essere usata. In una poesia etichettata V.M. 18 la sintassi può essere più complessa e il significato più opaco che nel leggero, narrativo o diretto verso libero. Una frase può avere fino a quattro diverse interpretazioni, tutte intese a una comprensione più o meno simultanea. Al contrario, quando il sole esitante si chiude in se stesso per estinguersi e queste modalità s’incurvano per rientrare il sotterraneo della fede, l’intenzione può semplicemente essere di confondere il lettore meno intelligente. Qualche volta un verso o una frase è usata semplicemente perché «suonava bene». Una poesia etichettata V.M. 18 può essere scritta secondo regole occulte che non sono messe a disposizione del lettore. Un universo parallelo può essere presunto dove il sospetto espanso sottostà ad un’allusione e, all’apice del fottere, s’ubriaca alle Bermuda. L’intenzione di alcune poesie etichettate V.M. 18 è di essere la traduzione di opere di poeti finlandesi e romeni che, in effetti, non esistono. In altre può essere data la capacità di sentire a una lampadina. Come idraulici e dentisti, i poeti sono fallibili, e la possibilità di un’autentica assurdità non può essere esclusa. Diversamente dal lavoro idraulico e da quello dentistico, però, la poesia è lenta, un lavoro frustrante e scarsamente ricompensato che fallisce più spesso di quanto abbia successo ed è quindi intrapreso prevalentemente da uomini e donne che lavorano con un senso di quasi religiosa vocazione, enorme illusione o una combinazione di entrambe. Come risultato, molte poesie con un’etichetta V.M. 18 sono scritte da persone nelle cui menti tu potresti non voler entrare.Il linguaggio di una poesia con un’etichetta V.M. 18 può essere più denso e più potente del linguaggio con cui sei solito aver a che fare. E anche se non fa succedere nulla può, come un pezzo di ghiaccio sulla stufa bollente, condurre il suo sciogliersi nella tua anima e metterti faccia a faccia con la follia dello spazio. È un oltraggio leggere o fornire una poesia etichettata come V.M. 18 a chiunque inferiore a quell’età. Le categorie poetiche sono lì per aiutarti a fare la scelta giusta.

LIBRI LETTI: HADDON

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«Spunta l’alba e per un breve momento il pontile in rovina è bellissimo, ma l’epicentro di una cittadina si sta già spostando a est, lungo la passeggiata in direzione del delfinario e della piscina d’acqua salata. Il pontile sta già diventando qualcosa da lasciarsi alle spalle. La gente va a ritirare le foto delle vacanze. Qualcuna contiene le ultime immagini di familiari che adesso sono morti. Sorridono, si riparano gli occhi, mangiano patatine e tengono in braccio enormi orsacchiotti di pezza. Hanno solo pochi minuti di vita ancora. In una, veramente pazzesca, un adolescente sta già cadendo, la bocca spalancata come se stesse cantando. Si celebrano i funerali e comincia la battaglia legale. La vernice si scrosta, il metallo arrugginisce. I gabbiani si radunano sulle giostre e sui belvedere. Le lampadine si spaccano, i colori sbiadiscono. I cormorani nidificano sull’impalco marcio. Quando il vento si alza le cabine della ruota paronimica oscillano e cigolano. La galleria degli orrori diventa un covo di pipistrelli grandi e piccoli; il groviglio di travi sott’acqua una dimora per le anguille di mare e i polpi. Tre anni dopo un uomo che cammina lungo la spiaggia col cane troverà un teschio sbiancato dal mare gettato a riva di una tempesta invernale. Verrà seppellito con regolare rito funebre in un angolo del cimitero della St Bartholomew’s Church sotto una lapide su cui ci sono incise queste parole: ‘anche il regno dei cieli è simile a una rete gettata dal mare, che raccoglie ogni sorta di cose’.

 

Già da questo stralcio evocativo si può capire la dimensione onirica, ma anche lirica e intensa che Haddon ci regala. Il libro è composto da 9 racconti molto diversi tra di loro: ci si imbatte in un ospite inaspettato nel giorno di Natale, un vecchio pontile che crolla sotto gli occhi sorpresi dei villeggianti, di una storia sul peso della propria corporeità e di come questa diventa un macigno, una zavorra (forse il più bel racconto, quanto doloroso, della raccolta), di una foresta tropicale che nasconde e oscura il passaggio di uomini non ancora coscienti del proprio mondo interiore, due ragazzini alle prese con una semiautomatica e per gioco e quasi per caso vedono segnare per sempre il loro destino. I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura è una raccolta che merita la lettura, in quanto l’autore dà prova di versatilità, e dopo l’indimenticabile Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte in maniera diversa e opposta ci racconta di altre paure, di animi umani in conflitto, di sentimenti voluti e a volte non rispettati, di un mondo interiore, e di una terra che a volte ci è amica ma tante altre è lì pronta per farci pagare il conto per azioni sconsiderate commesse.

 

“Non riesce a credere che qualcuno sia in grado di sopportare questo genere di dolore. Pensa ai pastori insonni nella neve azzurra, stretti nelle loro pelli, in attesa dei lupi, armati solo di una fionda. Pensa ai soldati che tornano da ogni campagna estiva senza gambe e senza braccia, i monconi come cera fusa. Pensa alle donne che partoriscono in tuguri di pietra con tetti che perdono e pavimenti di fango. Pensa a quel che occorre sopportare per vivere vite del genere, e comincia a capire che la richezza l’ha privata dell’unica dote che le serve adesso”.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO DI UN AUTORE CHE NON AVETE MAI LETTO

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Corri, Coniglio è un romanzo di John Updike del 1960. Il romanzo introduce il personaggio di Harry Angstrom, detto “Coniglio”, che è poi apparso nei romanzi Il ritorno di Coniglio (1971), Sei ricco, Coniglio (1981), e Riposa Coniglio (1992).

Per parlare di questo libro voglio introdurre le parole scritte dallo stesso autore in una postfazione inedita uscita per i tipi di Einaudi:

«[…] Corri, Coniglio, in armonia con il suo protagonista irrequieto e indeciso, esiste in più forme di qualsiasi altro dei miei libri. Eppure avevo uno scopo piuttosto semplice: raffigurare un campione sportivo del liceo sulla scia dei suoi giorni di gloria. Mio padre insegnava in una scuola superiore, e uno dei suoi compiti extracurriculari consisteva nel controllare il ricavato dalla vendita di biglietti dei nostri incontri di basket. Accompagnandolo, in casa e in trasferta, assistei all’epoca a moltissime partite scolastiche, e dieci anni dopo ero ancora profondamente imbevuto della loro epopea, dispiegata tra trionfi e sudore nell’intimità vividamente illuminata delle sovraffollate palestre liceali. Inoltre, la nostra cittadina della Pennsylvania, Shillington, era piena di relitti di ex assi della pallacanestro e altri due scritti dedicati allo stesso tema avevano preceduto Coniglio sulla carta stampata, il racconto Asso nella manica e la poesia Ex Basketball Player.

Un tempo Flick giocava nella squadra del liceo, i Maghi.

Era bravo: il migliore, in effetti. Nel ‘46

intascò trecentonovanta punti,

un record ancora imbattuto nella contea. La palla amava Flick.

L’ho visto segnarne trentotto o quaranta

in una sola partita giocata in casa. Le sue mani erano come uccelli

selvatici.

A questa impressione adolescenziale di eroica grandezza i miei anni di vita adulta avevano aggiunto sensazioni di interdipendenza domestica e di claustrofobia. Sulla strada, di Jack Kerouac, era uscito nel 1957 e, pur senza averlo letto, mi aveva irritato il suo apparente invito a tagliare i ponti; Corri, Coniglio voleva essere una realistica dimostrazione di quello che succede quando un giovane capofamiglia americano prende la via della libertà: le persone lasciata indietro soffrono. Non esisteva un sistema indolore per sfuggire alla maglie sfilettate, ma ancora salde, del tessuto sociale degli anni Cinquanta. Giungere ad una conclusione morale così perbenistica non era certo il mio unico intento: il libro finisce con una nota estatica e aperta che doveva mantenere questa sua apertura, a testimonianza della ricerca ostinata e amorale, cui i nostri cuori non sanno rinunciare, di quanto un tempo si chiamava grazia».

Postilla sul titolo: «Il titolo può essere interpretato come una sorta di consiglio (l’eco della canzone di un musical britannico del 1939, di Noel Gay e Ralph Butler, non è voluta: solo di recente ho avuto tra le mani lo spartito di Run Rabbit Run e ho potuto leggervi l’intimazione contenuta nelle parole: ‘Don’t give the farmer his fun, fun, fun. / He’ll get by without his rabbit pie’).

Desideroso di leggerlo da tanto, non mi è affatto dispiaciuto, anche se credo che leggerò tutta la quadrilogia a piccole dosi, non uno dietro l’altro. Harry Angstrom al di là delle sue stramberie si sa far voler bene, anche se un personaggio che mi è rimasto particolarmente nel cuore è il pastore Eccles che rappresenta un guida poco convenzionale per Coniglio, e nel romanzo ben rappresenta il rapporto duale tra spiritualità e senso di realtà.

LIBRI LETTI: DI PIETRANTONIO

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«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza
[…]
– Ma la tua mamma qual è? – mi ha domandato scoraggiata.
– Ne ho due. Una è tua madre».

Donatella di Pietrantonio conferma la sua bravura, anzi, secondo me con questo romanzo evolve anche nella scrittura e nella storia che regala al lettore. Siamo di fronte alla storia di un bambina, l’Arminauta, la ritornata, una ragazzina appena tredicenne che da un giorno all’altro dalla sua famiglia viene portata da dei parenti senza un motivo, una spiegazione. Lei crede che la mamma sta male e ha voluto allontanarla per non farle vivere di riflesso il dolore, ma è veramente questa la motivazione? L’Arminauta sarà catapultata dentro un nuovo nucleo familiare, diverso per interessi e possibilità, non più la piscina, le amiche, la scuola di danza o le chiacchiere in giardino, ma una casa angusta, dei genitori adottivi particolari, una stanza da letto condivisa col fiato dei fratellastri di più età e Adriana sua vera prima compagna/sorella con cui condividere il letto. Le esperienze. La scoperta di sé e dell’altro sesso.
Donatella di Pietrantonio con un registro linguistico regionale, tipico abruzzese – come ci aveva abituato nei precedenti romanzi – ci racconta della famiglia, ma ancor di più della maternità, del senso del materno che decade: «Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure». Per poi riprendere, ridare linfa, rimettere ogni tassello scomposto al proprio posto, anche riassettando quell’equilibrio che la ritornata pareva essersi creato, e invece tutto daccapo di nuovo, un po’ a reinventare un po’ di sé, a lasciare quella vischiosa pelle in un letto che forse le è sempre appartenuto ma di cui aveva dimenticato l’odore, il sapore, il fiato, l’identità.
«Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in modi diversi. A volte, se tenevo il bambino in braccio, gli pizzicavo le gambe per farlo piangere. Allora lei si girava nella nostra direzione e le parlavo».

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE RACCONTI UNA STORIA DI ODIO

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Questo libro scava nel profondo. Quanto spesso dai media sentiamo l’arrivo di migranti da paesi in cui la vita non è più sostenibile? In questo momento storico tutti i giorni. Ecco, la Mazzucco ci apre le porte per conoscere meglio una di questi arrivi: la storia di Brigitte.
Una donna incontrata alla stazione Roma Termini, con cui Melania cerca di istaurare un rapporto di fiducia e comprensione per sapere di più della sua storia, perché è lì, come mai ha lasciato il suo paese per poi finire a fare la mendicante per strada.
Nel libro si leggono degli incontri con Brigitte e dell’evoluzione di questo dialogo a due, in cui nel libro interviene anche la stessa Mazzucco per inserire proprie riflessioni – cosa che non mi è affatto dispiaciuta –, si legge di questa donna proprietaria di due cliniche privata a Matadi, in Congo, madre di quattro bambini e che un giorno per aver deciso di non somministrare veleno a dei pazienti dopo un’azione antigovernativa viene imprigionata in piena notte inaspettatamente. Viene rinchiusa in un buco con altri prigionieri, in condizioni di cibo e igiene pessime.
In questo posto viene anche ripetutamente violentata, ma prima che l’egoismo e la brutalità di questi uomini la portino alla morte, un capitano a cui lei aveva aiutato a far nascere il bambino la libera in segreto. Brigitte poi grazie ad un amico riesce a procurarsi dei documenti falsi e un volo prima per Istanbul e poi per Roma, ed è da qui che comincerà la nuova vita di Brigitte: una vita inaspettata, senza soldi, senza speranze, senza più progetti, catapultata per necessità in una nuova realtà che non gli è propria. Brigitte è isolata, non capisce la lingua, non riesce a comunicare, e per di più non sa più niente sui propri figli. Riesce a salvarsi grazie all’aiuto del Centro Astalli dei gesuiti dove riceve ogni tipo di assistenza, sia medica che legale, oltre che cibo per vivere, e impara piano piano a fidarsi degli uomini bianchi, così strani e distanti all’apparenza.
Un libro che va letto per capire meglio quanto siamo spesso fortunati senza accorgercene, senza dare il giusto peso, perché non è umanamente possibile sentire di queste storie, e purtroppo tante e tante ancora sono nell’ombra, stanno accadendo ora mentre sto scrivendo, e noi siamo tristi o insoddisfatti –sempre più spesso – per cose insignificanti. Un libro scritto bene, che si legge tutto d’un fiato, perché al posto di Brigitte potrebbe esserci chiunque di noi. Una donna. Un uomo. Un bambino. Una bambina. Il mondo, ormai, non risparmia più nessuno, senza causa alcuna. Che questa storia e storie come queste aiutano a dare importanza alle giuste cose, persone – ovviamente – comprese.

LIBRI LETTI: CLINE

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le ragazze

«[…] nei racconti c’era una somiglianza che ci faceva sentire tutti vittime dello stesso complotto […] stavo cominciando a riempire tutti gli spazi vuoti dentro di me con le certezze del ranch»

Proclamato come l’esordio dell’anno della scrittrice Emma Cline di origine Californiana, che l’ha scritto a soli 24 anni.
Mi sento di poter essere d’accordo con l’idea di un esordio memorabile – non so se dell’anno o meno – ma di certo memorabile, che non si fa scordare, che ti rimane impresso nella mente, ti fa entrare nel vortice dell’adolescenza.
Emma Cline lo sa bene, e conosce bene tutti gli stigmi che la crescita porta con sé, e tra le pagine ne dà una prova superba, oltre che originale.
Protagonista è Evie Boyd, una ragazzina in piena tensione adolescenziale, appena quindici anni, e tutto il mondo davanti, tutti i problemi davanti, tutta l’inadeguatezza che si cova dentro per ogni minima cosa.
La piccola Evie è sola, è lasciata sola nella durezza della crescita, dell’esplorazione di sé, e del mondo che la circonda; figlia di una madre che pensa solo ai suoi problemi, spinta da un egoismo affettivo che pare ritrovare in un nuovo compagno, non accorgendosi in alcun modo dei cambiamenti della figlia, dei mutamenti interiori quanto esteriori. Evie una piccola bambola di porcellana che fa i conti col mondo, ma non ha ancora imparato tutte le operazioni.
Per non parlare del padre, ormai lontano dalla sua esistenza, che si è rifatto una vita con una donna – o meglio con una ragazza – più giovane di lui, e sembra ormai che una figlia non l’abbia più, o pare ricordarsene solo quando son presenti grosse incombenze.
Evie è sola, fai conti con la solitudine della adolescenza e col giudizio che ci si sente addosso ogni secondo, comincia a riflettere sulla sua condizione, sul suo stato di donna in mutamento: «mi ci volle un attimo per elaborare quest’idea che i genitori non avessero il diritto. Di colpo mi sembrò clamorosamente vera. Non ero di proprietà di mia madre solo perché era stata lei a mettermi al mondo. Non mi poteva mandare in collegio solo perché le girava così. Forse quello era un tipo di vita migliore, anche se mi sembrava alieno. Far parte di quel gruppo amorfo, convincersi che l’amore poteva venire da ogni direzione. Così da non restare delusi se non ne veniva abbastanza dalla direzione sperata».
Evie per porre rimedio a queste mancanze, a questi buchi neri che la stanno divorando interiormente si affida – quasi per caso – ad un gruppo di ragazzi, pare sembra una setta con rigide regole di accoglienza e di approvazione, un gruppo di ragazzi che sente finalmente la guarda, si accorge di lei. Evie esiste. Evie è umana. Evie non è sola.
Dall’ingresso in questo gruppo di ragazzi, nel ranch, comincia la parabola discendente di Evie, una mucca smunta dalla forza di ragazzi che sono cresciuti prima di lei, cresciuti secondo le proprie regole, regole non codificate, e qui fa esperienza, esperienza di strada: conosce il proprio corpo e la propria sessualità, conosce cos’è il fumo e la cocaina, ma conosce anche cos’è l’affetto e come funzionano i battiti del cuore.
«[…] Dopo la festa del solstizio ero stata al ranch solo altre due volte, ma avevo già cominciato a introiettare certi modi di vedere il mondo, certe abitudini mentali. La società era zeppa di gente inquadrata, ci diceva Russell, gente paralizzata nelle grinfie degli interessi del capitale, persone docili come scimpanzé da laboratorio intontiti. Noi al ranch, invece, vivevamo su un piano totalmente diverso, lottando contro quel meschino schiamazzare, quindi che importava se bisognava fare fessi gli inquadrati per raggiungere traguardi più grandi, mondi più grandi? Se ci si svincolava da quel vecchio contratto, ci diceva Russell, se si rifiutavano tutte le insensate tattiche di terrore delle lezioni di educazione civica, dei messali e dell’ufficio del preside, si capiva che non esistevano il bene e il male. Le sue equazioni permissive riducevano questi concetti a vuote reliquie, come medaglie di un regime che non era più al potere».
Dentro al ranch Evie si annulla, e in tutto ciò la madre non si accorge di nulla, pur presentando imbarazzanti cambiamenti la madre pare accogliere tutto con normalità, e credere alle millemila bugie che Evie le riserba.
Evie impara a conoscere anche la propria identità, le proprie pulsioni amorose:
«Nessuno mi aveva mai guardata davvero prima di Suzanne, perciò da un certo momento in poi era stata lei a definirmi. Mi ammorbidivo cosí facilmente sotto il suo sguardo che anche le sue fotografie sembravano mirate a me, accese di un significato particolare. Era diverso da Russell, il modo di guardarmi di Suzanne, perché il suo sguardo conteneva anche quello di lui: e faceva sembrare più piccolo lui, e chiunque altro. Eravamo state con gli uomini, gli avevamo lasciato fare quello che volevano. Ma non avrebbero mai conosciuto le parti di noi che gli tenevamo nascoste: non ne avrebbero mai sentito la mancanza e non avrebbero neppure capito che c’era qualcos’altro da cercare».
Emma Cline disegna bene quando sia difficile convivere con la propria crescita, con il proprio senso di inadeguatezza, con la propria solitudine, con chi per paura di farti del male si eclissa completamente e paradossalmente ti fa ancora più male, ti dà il colpo di grazia:
Certo che le ragazze non scapparono dal ranch: c’è un sacco di roba che si può sopportare. A nove anni mi ero rotta il polso cadendo da un’altalena. Il terrificante schiocco, il dolore accecante. Ma anche in quel momento, anche con il polso che mi si gonfiava di un anello di sangue intrappolato, insistevo a dire che stavo bene, che non era niente, e i miei mi credettero fino al momento in cui il dottore gli fece vedere la radiografia, le ossa spezzate di netto».
Evie sembra star bene, e il mondo fuori pare continuare il suo compiersi, ma in realtà dentro di sé tutto ormai è rotto e in piccoli pezzi, come quando fu lasciata sola per un semplice sussulto del cuore in una strada completamente abbandonata, sembrava uno stupido scherzo, e invece…ora, ricomporre i pezzi forse non è più possibile, le cicatrici restano e rappresentano la donna che è diventata sotto braccia di genitori che non sono stati.

«– Comunque, – disse Julian, illuminandosi in volto. – Ho sempre pensato che sia stata una cosa bellissima. Malata ma bellissima, – disse. – Una forma di espressione perversa, ma sempre una forma di espressione, non so se mi spiego. Un impulso artistico. Per creare bisogna distruggere, come dicono gli indú eccetera eccetera»

«[…] sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche. Da piccola, andare a farmi visitare dal medico di famiglia era stressante proprio per questo motivo. Mi faceva domande delicate: come mi sentivo? Come avrei descritto il dolore? Era più acuto o più diffuso? Io lo guardavo con disperazione. Avevo bisogno che mi dicesse lui qualcosa, era quello il senso dell’andare dal dottore. Fare un esame, passare dentro una macchina che mi setacciasse gli organi interni con raggi di precisione e mi dicesse qual era la verità».

LIBRI LETTI: AUSTER

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cover

Descrizione: Un’eredità imprevista determina una svolta nella vita di Jim Nashe, il protagonista della Musica del caso. Jim molla il lavoro, lascia sua figlia e, alla guida di una fiammante Saab 900, vagabonda per un anno intero avanti e indietro attraverso l’America. Sempre casualmente incontra Jack Pozzi, un giovanissimo giocatore d’azzardo, reduce da una rocambolesca avventura notturna. Con ciò che resta dell’eredità di Nashe i due decidono di portare avanti il progetto di Pozzi: battere a poker Flower e Stone, due miliardari per caso (hanno vinto una grossa somma con un biglietto della lotteria). Ma le cose non vanno nel modo sperato.
Così quello che sembrava essere un classico romanzo on the road, con un eroe che attraversa l’America sconfinata, si trasforma in un altro tipo di avventura: un romanzo sull’azzardo, e sul potere sconfinato del Caso.

Non mi ha entusiasmato molto, troppo surreale, e ripercorre il classico viaggio on the road di un uomo che per riscattare le proprie sconfitte decide di partecipare con un amico ad una partita di poker, e qui la fortuna e il caso faranno il loro gioco, andando anche oltre a ciò che si sarebbe potuto scommettere nel reale.
Due elementi positivi del libro sono il messaggio sotteso alla libertà, e di come questa prendendo strade buie può essa stessa incatenarci; il secondo elemento che ho apprezzato è stata il mostrare la disperazione dell’uomo che in condizioni prive di lucidità perde ogni elemento razionale per decidere di non soccombere. Di non morire per un numero sbagliato o per una pietra messa fuori posto.