LIBRI LETTI: GOLDKORN

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«Zia Chaitele era cugina di mio padre. Chaitele è il diminutivo di “Chaia”, vita in ebraico. Sapevo che durante la guerra si era nascosta in una foresta. Lei diceva proprio così, nella foresta, senza mai farne il nome. E non parlava di quello che aveva subìto.
Ho nutrito molte fantasie su questa storia segreta. Poi me l’ha raccontata mia sorella, che l’aveva saputa dalla mamma. E tra donne se l’erano tenuta per loro. Era inverno. Chaitele, assieme ai suoi compagni, ebrei, dovette fuggire in fretta dal nascondiglio. Aveva un bambino piccolissimo. Lo abbandonò nella neve.
Lei si salvò».
Così inizia Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn. Un diario di un figlio di sopravvissuti all’olocausto, che ci racconta del viaggio della sua famiglia in fuga dalla Polonia comunista e il suo ritorno, in vecchiaia, in quegli stessi luoghi, che lui definisce ‘cimiteri’.
Dell’antisemitismo in Polonia si sa poco, o forse nulla, questo libro ci parla di una storia che a molti è sconosciuta.
Il pregio fondamentale di questo libro è oltre al resoconto, sono le riflessioni che Wlodek inserisce all’interno di tutta la narrazione: «questo era il significato dell’opera compiuta dai nazisti: la cancellazione del ricordo e della memoria, come se gli ebrei, in Polonia, non ci fossero mai stati».
E ancora: «avrei dovuto comprenderlo allora: i miei genitori erano rimasti in Polonia finché avevano potuto, non per costruire il socialismo (questa era solo ideologia, una costruzione posticcia cui tuttavia credevano) ma perché volevano che la loro vita proseguisse nel paese del nulla, nel luogo delle tombe. L’unica vita che potesse assomigliare a una vita vera, l’unica forma di vita onesta e decente era in mezzo ai morti e ai fantasmi. La colpa di essere sopravvissuti andava espiata sul luogo. La fuga dalla Polonia sarebbe stata una fuga dalla realtà, un’evasione dalla meritata pena».
«Sono stato fortunato a crescere in una famiglia in cui il rancore, l’odio, l’idea della vendetta erano inconcepibili. Per questo il mio rapporto con la memoria, con l’indicibile, con l’inimmaginabile, è più sereno rispetto a quello di molti miei coetanei, a coloro che si definiscono “la seconda generazione”. Io cerco di comprendere, non cedo alla vendetta. Soprattutto penso che la memoria non serva a rivendicare i torti patiti, a chiudersi in un recinto della propria comunità. Penso che della memoria vada fatto un uso politico. Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l’allarme quando sento l’acre odore del razzismo.
[…]
Per me la memoria della Shoah significa saper parlare e trasmettere agli altri il linguaggio della ribellione, della radicale contestazione delle verità del potere. Altrimenti quella memoria non esiste: si riduce a un esercizio di vuota retorica, un cerimoniale che non serve a niente; a un rituale ripetere “mai più” che non dice nulla a nessuno e niente può dire».
L’autore riporta anche riflessioni su tutti quegli uomini figli di ebrei: «si parla molto della “seconda generazione”, intendendo i figli dei superstiti, uomini e donne soprattutto tra i sessanta e i settant’anni che si riuniscono tra loro definendosi così. Ma diciamolo: in quella definizione c’è un piccolo abuso. Noi, la Shoah, per nostra immensa fortuna non l’abbiamo sperimentata. Non l’abbiamo toccata con mano. Non abbiamo patito la fame né provato la paura che ogni giorno si portava addosso chi doveva nascondersi per sopravvivere. Non siamo stati rinchiusi nei ghetti né siamo stati prigionieri dei lager. E allora, non ne risentiamo gli effetti ugualmente? Sì, li risentiamo: però non in quanto vittime, ma per la sensazione del vuoto. Quel vuoto è dovuto al fatto che ogni giorno dobbiamo confrontarci con l’assurdo: quello che è successo alle nostre famiglie è infatti inconcepibile per la mente umana. E allora quel vuoto viene riempito con una sostanza, un misto di emozioni e di razionalità che chiamiamo memoria. Salvo il fatto che la memoria è un’invenzione: la sua forma e il contenuto ognuno se li costruisce come vuole. Chi per preservare un narcisistico dolore e chi invece pensando che serva per scegliere. Per stare dalla parte degli umiliati, di coloro cui viene negata la dignità umana e che hanno sete di giustizia. La memoria non è né può essere condivisa da un’intera generazione, perché è uno strumento politico e una scelta esistenziale. Riguarda ognuno di noi, personalmente
In fondo Israele è nato perché dopo la Shoah c’erano in giro per l’Europa centinaia di migliaia di profughi ebrei. Li chiamavano “displaced persons”, persone fuori luogo. Erano uomini e donne che non potevano né volevano tornare in Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania. Erano dei reduci, dei sopravvissuti: senza casa né futuro. L’Europa non li voleva e neanche l’America aveva pensato di aprire le porte a questa massa di derelitti e disperati. Sono stati quindi mandati in Palestina, a combattere per il nascente Stato degli ebrei: una rimozione gigantesca, mostruosa, perpetrata dall’Europa ai danni delle proprie vittime. Il buco nero, il nulla prodotto dalla cultura europea sotto la forma del nazismo e dello sterminio, è stato esportato in Medio Oriente».
Mi piace concludere questi pensieri con una citazione che è all’inizio del testo, una delle più significative: «esiste una bella parola ebraica, “Tikkun”, significa la riparazione del mondo. Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione». Niente di più vero, ormai nessuna riparazione è più possibile!

LIBRI LETTI: OATES – RC: OB. 10 – UN LIBRO IL CUI CONTENUTO RIGUARDI LA MUSICA

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«Nel regno animale i deboli soccombono presto. Questa è la religione: l’unica»

Un Oates veramente matura, un romanzo pieno, ricco, alle volte anche eccessivo come la scrittrice alle volte sa fare. Quarant’anni di esistenza si dipanano in queste pagine.
Siamo a Chatauqua Falls, al confine canadese, nel 1959, siamo in compagnia di una famiglia ebrea che fugge dalla ferocia nazista, e saliti sopra una nave di fortuna verrà alla luce la protagonista del romanzo: Rebecca Shwhart, la figlia del becchino.
E qui impariamo a conoscere questa famiglia, questa bambina silenziosa, taciturna, questa bambina che ama la scuola e ama le parole, ama il lessico, tanto da vincere un premio della contea, ricevendo lo sprezzo dei genitori. Conosciamo la vita anche di questi fratelli, il primo semianalfabeta, quello di mezzo troppo scomodo, e nato nel momento sbagliato per aspirare a qualcosa di più che questa triste famiglia può dargli.
Conosciamo Jacob, un padre che colto dall’insoddisfazione personale, da una mancata soddisfazione lavorativa, – visto che ora fa il becchino – impazzisce, degenera, crede di fare il bello e il cattivo tempo dei suoi familiari, come fossero oggetti inanimati, come fossero pedine, fino al triste epilogo: gli spari.
Lei Rebecca, ormai traumatizzata, cercherà braccia amiche per colmare mancanze di affetto, braccia anche sbagliate, con sentimenti frettolosi, sentendosi sempre un oggetto in mano a degli uomini che decidono per lei, che cercano di comprarla, di comprare la sua storia.
Rebecca, cambierà anche identità, e avrà un figlio, Zack, l’unico vero motivo della sua esistenza, il prolungamento dei suoi sogni, sogni infranti per esser caduta in mani sbagliate, in mani nemiche. Lei, schiva, diffidente, a volte anche cinica, con quella sua risata che fa scappare gli uomini proverà a ricominciare, viaggiando da un luogo all’altro fino a mettere nuove radici, radici morbide, soffici, radici che le entrano dentro per necessità, quella necessità di vivere e di voler guardare avanti senza girarsi indietro dove c’è ancora il sangue che sporca il pavimento.
Rebecca ci ha provato, e neanche lei ancora sa se ci è riuscita o meno a vincere questa sua battaglia, la battaglia di un popolo, di una terra, di una razza, la battaglia degli stranieri, che solo tra le pagine prenderà vigore e rivelerà ad ogni lettore la sua verità.
Un piccolo appunto sugli avvenimenti solo italiani: il titolo originale era The Gravedigger’s Daughter, cioè, La Figlia del Becchino, e qui invece, chissà per quale motivo, forse per paura che non potesse vendere un titolo del genere e per far saltare dalla sedia qualche bigotto di turno è stato tradotto come La Figlia dello Straniero, peccato.

 

LIBRI LETTI: KOLITZ

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Un libro illuminante – soprattutto nella prima parte – proprio del monologo/testamento di Yossl, l’ultimo dei combattenti nel Ghetto di Varsavia nel 1943; è il primo caso di resistenza ebraica alle forze armate della SS che irrompono nel ghetto, dopo la resistenza avvenuta nel 135 d.C., al tempo di Adriano. Il libro ci propone una riflessione sulla spiritualità, che credenti o meno, tutti almeno una volta ci siamo posti:

«[…] Non posso dire, dopo aver assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è cambiata minimamente. Prima, quando vivevo nel benessere, avevo con lui un rapporto che si ha con un instancabile benefattore, e nei suoi confronti rimanevo sempre in debito. Ora quello che ho con lui è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto. E poiché sento che anche lui è un debito con me, credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta. Io però non dico come Giobbe che Dio deve puntare il dito sul mio peccato per indicarmi il motivo di ciò che mi accade. Persone più dotte e migliori di me sono fermamente convinte che ora non si tratti più di un castigo per i peccati, ma che il mondo sia in una condizione affatto particolare: un periodo di occultamento del volto divino.
Dio ha nascosto il suo volto al mondo e in questo modo ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi; ritengo qui assai naturale, purtroppo, che quando la furia degli istinti domina il mondo, chi rappresenta la santità e la purezza debba essere la prima vittima. Questo pensiero non mi è forse di grande conforto, ma poiché il destino del nostro popolo è stabilito in base a un calcolo non terreno, materiale, fisico, ma ultraterreno, spirituale e divino, chi crede deve considerare questi avvenimenti parte di un grande disegno di Dio, davanti al quale le tragedie umane hanno poco importanza. Ciò non significa però che gli animi devoti del mio debbano accogliere il verdetto, e dire che Dio e il suo operato sono giusti. Dire che meritiamo i colpi che abbiamo ricevuto è una bestemmia, una profanazione del ‘Nome Ineffabile’ di ebreo, ed equivale in tutto e per tutto a profanare il Nome Ineffabile di Dio, perché denigrando se stessi si bestemmia Dio.
[…]
Qualche ora, e lo saprò anche io. Se il mio volto non sarà sfigurato dal fuoco, forse vi aleggerà lo stesso sorriso, dopo la mia morte. Intanto però sono ancora vivo, e al mio Dio, prima di morire, voglio parlare come un vivo, come un semplice uomo, che vive e ha avuto il grande ma disgraziato onore di essere ebreo.
Sono fiero di essere ebreo, non malgrado il trattamento che il mondo ci riserva, ma proprio a causa di questo trattamento. Mi vergognerei di appartenere ai popoli che hanno generato e cresciuto gli scellerati responsabili dei crimini compiuti contro di noi.
Sono fiero del mio essere ebreo. Perché essere ebreo è un’arte. Perché essere ebreo è difficile. Non è un’arte essere inglese, americano o francese. E’ forse più facile e più comodo essere uno di loro, ma certo non è più onorevole. Sì, è un onore essere ebreo!
Ritengo che essere ebreo significa essere un combattente, uno che nuota senza tregua contro una sordida, malvagia corrente umana. L’ebreo è un eroe, un martire, un santo. Voi, nemici, dite che siamo spregevoli? Io credo che siamo i migliori e più nobili di voi, ma se anche fossimo peggiori, mi sarebbe piaciuto vedervi al nostro posto.
Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge, rappresenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fatto d’essere così violata e profanata dai nemici di Dio.
Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. E’ stata una qualità divina insita in noi ad aver fatto di noi un popolo eletto. Chi non lo comprende, non capirà mai il significato più alto del nostro martirologio.
[…]
Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giudicare i suoi atti, Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi la sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote.
[…]
Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto?
Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta? Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una punizione che possa far espiare il crimine commesso contro di noi?
[…]
Se non sei il mio Dio, di chi sei allora il Dio? Il Dio degli assassini?

Di fronte a ciò bisogna solo meditare, riflettere, stare in silenzio, e non aggiungere altro.

 

LIBRI: UHLMAN

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Cattura“È la storia di un uomo… la cui unica ambizione, ahimè irrealizzabile, è raggiungere le stelle non con un razzo ma con la propria arte.” Nel 1960, a cinquantanove anni, quando suggella con queste parole intrise di amarezza la propria biografia, Fred Uhlman è ormai un pittore affermato, ma nel campo della scrittura la fama continua a eluderlo. Gli arriverà postuma con lo straordinario successo de L’amico ritrovato, divenuto in breve tempo un bestseller mondiale. È una delle ironie di una vita, dominata nel bene e nel male dal caso, il cui racconto, commosso, partecipato e ricco di episodi curiosi e divertenti, si legge come un romanzo. L’autore parla dell’inizio delle persecuzioni razziali e dell’emarginazione degli ebrei che precede l’Olocausto con il senso di stupore di chi non riesce a darsi ragione di un’enorme ingiustizia, di un vero e proprio tradimento. Solo pochi hanno il coraggio di tagliare le radici e scegliere la via dell’esilio, tra questi Uhlman, che si rifugia a Parigi, poi in Spagna e infine in Inghilterra. Il libro inizia così: «Non è che sappia poi molto delle origini della mia famiglia, che era di Freudenthal, un piccolo villaggio non lontano da Stoccarda. A quanto mi consta, prima del XVIII secolo gli ebrei in Germania non avevano neppure un cognome. In tutto il Wùrttemberg c’erano soltanto circa cinquecento ebrei. Tenuti ai margini di tutte le maggiori città, dipendevano completamente dal Duca, il quale poteva espellerli a suo piacimento e li teneva con sé a patto di ricavarne qualche vantaggio. Conosciuti con il nome di Schutzjuden, ebrei protetti, dovevano pagarsi la protezione. C’era una “tassa d’ammissione” e un tributo annuale». Fred Uhlman in questo libro ci racconta la sua storia, una storia che si legge come un racconto, una lente sugli avvenimenti del suo tempo: ascesa al potere di Hilter, leggi razziali, fuga in Francia, Inghilterra (sua seconda patria), Spagna. Ci racconta gli anni di obbedienza allo stato tedesco, la sua crescita tra un padre troppo disordinato e una madre ignorante, della sua poca conoscenza dell’ebraismo – in quanto cresciuto in una famiglia laica –. Ormai in quella Germania non c’era posto per gli ebrei, e Fred l’aveva capito bene, tantoché riuscì a trovare la forza di fuggire in quel di Parigi, tra quartieri altolocati e bohemien, dove incontrerà artisti del calibro di Picasso e De Chirico. Successivamente scopre – forse grazie a questi incontri – la sua passione: la pittura. Certo, non è semplice, in un momento del genere dedicarsi all’arte da esule, e senza un appoggio o amici su cui contare, oltre al fatto che alcune attività commerciali da lui fondate si rivelarono un vero fallimento. Dopo una breve fuga in Corsica, si avventura per L’Inghilterra, qui si sposerà e deciderà di fondare la “Free German League of Culture” con lo scopo: «di unire le migliaia di profughi tedeschi in Inghilterra in un’efficace organizzazione antinazista». Un libro che seppur tocca argomenti estremamente delicati – come nella Trilogia del ritorno – riesce ancora una volta ad usare quel giusto linguaggio, che affascinerà qualunque lettore, incuriosito, forse, di sapere di più sulla vita e sul passato di quest’uomo e della sua famiglia. Eccellente per me è l’appendice, che riporto integralmente: «Quand’ero bambino, nell’intero Wurttemberg c’erano circa diecimila ebrei, quattromilaquattrocento dei quali vivevano a Stoccarda. Alcuni erano artigiani ma, per lo più, facevano i commercianti; un numero abbastanza cospicuo erano avvocati e medici, le due professioni più accessibili agli ebrei. La maggioranza apparteneva alla classe media e la mia impressione è che nell’insieme se la passavano abbastanza bene e soltanto pochi erano davvero poveri. Alcuni, anzi, erano ricchissimi e questo in una città che era una delle più ricche dell’intera Germania. I rapporti tra ebrei e cristiani erano nel complesso amichevoli, ma i rapporti sociali erano limitati e in genere gli ebrei si tenevano alla larga e preferivano frequentarsi tra di loro anziché correre il rischio di essere discriminati. (Tutti i circoli di tennis ufficialmente escludevano gli ebrei, anche se poi era consentita qualche eccezione.) Quando dico che gli ebrei preferivano frequentarsi tra di loro non voglio con questo dire che non esistessero differenze sociali al loro interno. Anzi, è difficile immaginare una gerarchia più rigida e una società più snob e cosciente delle differenze di classe di quella ebrea. In cima alla scala e era la “nobiltà”, un piccolo gruppo di forse dodici famiglie, non meno elitaria dell’alta società di Boston. Erano die Altangesessenen, le famiglie che si erano installate a Stoccarda all’inizio del XIX secolo, soprattutto avvocati, banchieri, uno o due giudici che si tramandavano la professione di padre in figlio, e che si consideravano superiori non soltanto perché risiedevano a Stoccarda da più tempo ma per il loro livello culturale superiore. Queste famiglie potevano permettersi di guardare dall’alto in basso i commercianti, collezionavano quadri, mandavano i figli all’università, avevano denaro, e disprezzavano quelli che dovevano faticare per guadagnarsi da vivere. Alcune di queste cercavano di evitare in tutti i modi ogni contatto con gli altri ebrei e perfino con i loro parenti: Fritz Elsas, il nipote di mia nonna, ne è un esempio; facevano battezzare i figli e facevano di tutto per entrare nella società cristiana, uno sforzo che in certi casi era coronato da successo. A un gradino leggermente inferiore della scala sociale veniva il gruppo di gran lunga più numeroso: soprattutto ricchi uomini d’affari, medici, avvocati, le cui famiglie erano a Stoccarda da due o tre generazioni, i quali si conoscevano, si frequentavano e si sposavano tra di loro. Pur non disdegnando di avere qualche amicizia al di fuori della loro cerchia, avevano una spiccata preferenza per i loro amici e parenti ebrei. Le loro famiglie erano poco numerose: uno o due figli erano la norma. Ancora più in basso venivano gli ebrei più poveri e i nuovi venuti, die Dorfjuden, gli ebrei di villaggio, per lo più ex mercanti di bestiame e piccoli commercianti; e in fondo venivano die Pollacken, gli ebrei polacchi e russi. (Mi ricordo di una scenata che mi fece mio padre perché avevo portato a casa un Pollack, un compagno di scuola, il quale, tra parentesi, oggi insegna diritto all’università di Harvard.) Tra le famiglie più ricche c’erano i Wolf, gli Strauss e gli Heilner, i quali possedevano grandi imprese e avevano rapporti commerciali in tutto il mondo, ma non appartenevano, nonostante la loro ricchezza, alla “nobiltà” ebrea, perché per essa erano “troppo nouveau anche”. I Wolf soprannominati semplicemente i Lumpen Wolf, i Wolf straccioni – erano di gran lunga la famiglia ebrea più ricca di Stoccarda, probabilmente una delle più ricche di Germania, e mi ricordo che un tema ricorrente, sempre discusso con grande passione, era la consistenza patrimoniale dei Wolf. Duecento milioni di marchi o forse trecento? Tutto quello che si sapeva per certo era che die Lumpen Wòlfe avevano imprese dappertutto, in India, Scandinavia e Cina, e che la maggioranza delle filande in Svizzera erano di loro proprietà. A dispetto della loro ricchezza, i Wolf, come quasi tutti gli ebrei di Stoccarda, vivevano modestamente e senza ostentazione. Era sufficiente entrare nella cerchia dei ricchi: mettere in piazza la propria ricchezza era considerato di cattivo gusto. Quando il figlio di uno dei Wolf si costruì una magnifica villa da dove si dominava la città, dovettero passare degli anni prima che suo padre accettasse di trasferirsi. L’auto era considerata un lusso ed era usata soprattutto per affari. Mi ricordo ancora la collera dei fratelli di mio padre quella volta che usò l’auto della ditta per portarci in gita nella Foresta Nera. L’auto della ditta. Per una gita di piacere! Il denaro non era fatto per essere speso ma accumulato. Ora non era più necessario per ottenere la protezione di un principe, adesso significava prestigio e potere, e se questo non bastava, si poteva sempre comprare un titolo: venti o trentamila marchi donati a un ospedale o a un museo potevano procurare il titolo di Kòniglicher Kommemenrat, di consigliere commerciale reale, o, se non era ancora abbastanza, si potevano allargare ancora di più i cordoni della borsa e diventare Wirklicher Kòniglicher Kommenienrat, un “vero” consigliere commerciale del re! E per appena cinquecento marchi si poteva diventare console di Panama! Nella vita della comunità ebraica la religione era quasi assente e per quasi tutto l’anno la sinagoga rimaneva deserta, affollandosi soltanto due volte, il giorno dell’Espiazione e a Capodanno. La maggioranza degli ebrei non erano di stretta osservanza, ma alcuni erano rigidamente ortodossi, mangiavano soltanto cibo cascer, osservavano il giorno festivo e si rifiutavano di fare qualsiasi lavoro di sabato. Non viaggiavano, non sollevavano il ricevitore del telefono, non portavano nulla, neppure le bretelle per “portare” i pantaloni, che sostituivano con una cintura. E così via. Ma per la maggioranza questi puristi erano maniaci, sopravvivenze del passato o caricature. (E, comunque, era molto probabile che fossero dei Pollacken.) Alla fine degli anni ’20, molti ebrei liberali erano, nondimeno, preoccupati dell’evidente decadenza morale dei loro correligionari, i quali non avevano fede o erano molto tiepidi, facevano matrimoni misti, avevano pochi figli e in qualche caso neppure uno, e si suicidavano sempre più spesso. Perciò, tentarono di arrestare den Untergang der Deutschen juden, il declino degli ebrei tedeschi, sostenendo che i loro figli dovevano almeno sapere perché erano ebrei. Ma ormai era troppo tardi. Come quasi dappertutto, gli ebrei tedeschi erano eccessivamente patriottici. Si vantavano – fin quasi a rendersi ridicoli – di essere innanzitutto tedeschi e poi ebrei. Così davano ai figli dei nomi spiccatamente tedeschi, al punto che Siegfried e Sigmund diventarono nomi quasi esclusivamente ebrei. In ogni caso, tutto questo ha un interesse puramente storico perché ci pensò Hitler a “risolvere” il problema. Dopo la guerra, a quanto mi consta, erano rimasti soltanto dieci o dodici ebrei a Stoccarda. Tutti gli altri – i sopravvissuti delle camere a gas – erano emigrati».

LIBRI: UHLMAN

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downloadFred Uhlman, noto anche come Manfred Uhlmann, è stato uno scrittore, pittore e avvocato tedesco. Nacque da una prospera famiglia ebrea della classe media; studiò nelle università di Friburgo, Monaco e Tubinga dove, nel 1923, si laureò in Legge. Esercitò la professione di avvocato, e fu oratore politico per il Partito Socialdemocratico di Kurt Schumacher. La trilogia del ritorno è l’opera che ha reso celebre al pubblico questo autore che è composta da tre romanzi brevi. Il primo – forse il più famoso – “L’amico ritrovato”  è ambientato negli anni ’30 e narra l’amicizia tra Hans Schwarz (ebreo) e Konradin Von Hohenfels (di razza “pura”) discendente di un antica famiglia nobiliare. Tra i due si scoprirà una forte intesa, inaspettata: «quando l’ebbi quasi raggiunto, si girò e mi sorrise. Poi, con una mossa stranamente goffa e ancora incerta, strinse la mia mano tremante. Ciao, Hans, disse. E mi resi conto all’improvviso, con gioia, sollievo e stupore, che era timido e bisognoso di un amico, come me. Non ricordo gran che di quel che Konradin mi disse quel giorno, o di quel che dissi io a lui. So soltanto che passeggiamo avanti e indietro per un’ora, come due giovani innamorati, ancora trepidanti, ancora intimoriti l’uno dall’altro. In un certo modo sapevo però che questo era solo l’inizio, che d’ora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e tediosa, ma ricca e piena di speranze per tutti e due». Quando Hans si accorge che Konradin non lo vuole presentare alla sua famiglia, questo rapporto si inclinerà, ma il ragazzo per recuperare quest’amicizia deciderà di dire tutta la verità: lui appartiene ad una famiglia che segue l’ideologia nazionalsocialista e odia gli ebrei (non tanto il padre, ma quanto la madre). Konradin vive in una famiglia in cui conta solo l’onore, il prestigio, l’apparenza: «Mia madre aveva troppo da fare per curarsi di nazisti, comunisti e altra gente tanto sgradevole; se mio padre non dubitava di essere tedesco, mia madre, se possibile, aveva ancora meno dubbi. Non le passava affatto per la testa l’idea che un essere umano sano di mente potesse negarle il diritto di vivere e di morire in questo paese». […] «Il mondo, per loro, si divideva semplicemente: non tra chi aveva e chi non aveva, ma tra chi aveva tutto e chi non aveva niente». E desideroso e bisognoso di quest’affetto si rifugerà nella famiglia di Hans che l’accoglierà a braccia aperte. Intanto la forza di Hitler sta prendendo sempre più piede, ed Hans, per salvarsi la pelle viene costretto a trasferirsi in America. Nel finale del primo libro, dopo la lettura di un registro che parla degli ex-alunni che hanno frequentato la sua scuola, Hans, scoprirà una verità inaspettata. Nel secondo libro “Un’anima non vile” c’è la risposta di Konradin che cerca di porre luce a tutti gli interrogativi che hanno afflitto Hans nel corso di tutti questi anni. Scusandosi con l’amico, e confermando il plagio ricevuto dai genitori nell’aderire al partito nazista; lucidamente poi riuscirà ad abbandonarlo e a cospirare un agguato nei confronti del Fuhrer. Nel secondo libro ci sono anche delle belle descrizioni: «per me, abituato a viaggiare, eri semplicemente un tipo mediterraneo, il tipo di ragazzo che uno può incontrare a Roma o ad Atene. Ma qui avevi un aspetto in qualche modo diverso. Meno pesante e rozzo degli svevi, più raffinato, più intelligente. Eri ben vestito, mani e camicie pulite, e sempre gentile con tutti; così gentile che il tuo modo di fare sembrava una frontiera che tu avevi eretto e che io non osavo penetrare. Mi sentivo piuttosto timido in tua presenza, quasi goffo, quasi intimorito, una nuova sensazione per me, perché tutti sembravano intimoriti da me e non il contrario». Nell’ultimo romanzo breve “Niente resurrezioni, per favore”si narra la vicenda si Simon Elsas anche lui ebreo di nascita tedesca, emigrato poi negli USA per sfuggire alle persecuzioni, divenendo poi un artista. Dopo la guerra torna a Stoccarda, e per puro caso viene in contatto con uno suo vecchio gruppo d’amici, con cui però fin da subito non riallaccia sentimenti positivi, anzi ne ha un brutto ricordo, e quello che vorrebbe solo fare è fuggire, e non ascoltare le loro stupide chiacchiere. Incontra in questo soggiorno anche Charlotte, suo ex amore, che però ormai è distrutta dagli orrori della guerra; Simon dalla sua parte si sente triste e privo di ogni speranza, non crede in un futuro più ridente, aspetta il suo aereo, in attesa di una partenza, quella definitiva: senza ritorni. Da leggere questo gioiello di trilogia, perché se tanto è stato già detto, poco è stato detto con la stessa armonia ed eleganza di Uhlman.

«[…] No, la vera bellezza ha bisogno di silenzio. Una sola parola può distruggerla. La bellezza, la grande bellezza, può essere dolorosa: ci sono momenti in cui si vuole solo piangere, e il rumore di una voce umana, di una macchina, di una radio, perfino il gracchiare di uno corvo posso essere tanto distruttivi quanto un sasso scagliato in uno stagno pieno di ninfee rosse e bianche […]».

LIBRI: ZIMET-LEVY

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1887110Al di là del ponte è il racconto vivo e vibrante di un’esperienza fuori dal comune: insieme con i genitori, la lunga fuga dagli orrori della Shoà così come l’ha vissuta una bambina ebrea che vaga per sette anni dalla Germania all’Italia, dalla Libia alle montagne della Valtellina. Sessant’anni dopo quegli eventi terribili Regina Zimet-Levi ha deciso di ricostruire la sua odissea, in un volume che mantiene la freschezza e l’ingenuità, le paure e le speranze della sua infanzia. Quello che colpisce di più nel suo racconto, che ha l’andamento di un vero e proprio libro di avventure, è il ritratto indiretto della società italiana tra il 1939 e il 1945. La famosa «zona grigia», composta da gente a volte timorosa più spesso incerta ma solidale, e poi i profittatori e i partigiani, i preti e i carabinieri, la milizia e le spie, e soprattutto i semplici, disponibili, coraggiosi montanari: uno straordinario spaccato di vita italiana che ha molto da insegnarci ancora oggi. La storia di un diario, di fuga tra Milano, Napoli, Calabria dove troverà vari aiuti da cittadini – in particolare contadini – e sacerdoti, per arrivare persino in Israele. Una storia delicata, ma allo stesso tempo cruda, raccontata e vista attraverso gli occhi – un diario – di una bambina, è la storia degli ebrei, del male degli uomini, del potere che offusca, del senso di predominanza, è la storia di Rosalia e Filippo, è  la storia d’un po’ di tutti gli Ebrei. La cosa che mi ha colpito molto – oltre la storia in sé – sono state le vicissitudini editoriali: il libro prima è stato stampato per volontà e con il contributo del Comune di Morbegno, poi grazie ad un passaparola mediatico è riuscito a farsi spazio nel grande mondo editoriale – troppo spesso inflazionante – che spesso non considera le vere ricchezze di cui gli uomini si fanno memoria.

LIBRI: LITTIZETTO, SCHNEIDER

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Sola come un gambo di sedano è il quarto libro, pubblicato nel 2003, della comica torinese Luciana Littizzetto. Si tratta di una raccolta di racconti, non più lunghi di due pagine, in prima persona, simili ai monologhi televisivi che hanno reso celebre l’attrice a Che tempo che fa. Spesso, in effetti, la Littizzetto ripropone alcuni “pezzi” già presentati in trasmissione. I temi della sua comicità sono, in questo libro come in altri, le difficoltà della vita sentimentale tra l’essere single e l’essere in coppia, l’assurdità della società contemporanea e dei suoi modelli sbagliati, il mondo diseducativo della televisione e della pubblicità. Carino, ma niente di più.

 

 

La baracca dei triimage_booksti piaceri è un romanzo storico della scrittrice Helga Schneider, tedesca naturalizzata italiana. «Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d’ora in poi farai la puttana per cani e porci.» Così racconta l’anziana Frau Kiesel all’ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno stesso dei campi di concentramento. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia, fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. Sicuramente crudo e triste, ma ho letto di meglio, sembra quasi che la storia sia frutto di mera fantasia dell’autrice più che farsi portavoce di testimonianze indicibili.