LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO SU UN’ISOLA

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«Perché continui a chiamarmi Kirstie? Kirstie è morta. Mamma, io sono Lydia, è stata Kirstie a morire»

Nel silenzio della sera sull’isola di Skye, Sarah accarezza i biondi capelli della sua bimba di sette anni, Kirstie, appena addormentata. Capelli identici, come ogni altra cosa, a quelli della sorellina gemella Lydia. Ma un anno prima Lydia è morta improvvisamente, lasciando un vuoto così grande da costringere Sarah e la sua famiglia a fuggire da tutto e da tutti. Lì in Scozia, tra scogliere impervie e cieli immensi, Sarah spera di ritrovare la serenità. Ma, quando una violenta tempesta sferza l’isola, Sarah e Kirstie rimangono isolate. Nel buio, la bambina sussurra: «Mamma, perché continui a chiamarmi Kirstie? Io sono Lydia. Kirstie è morta, non io». Sarah è devastata e il tarlo del dubbio comincia a torturarla. Cos’è successo davvero il giorno in cui una delle gemelle è morta? È possibile che una madre possa non riconoscere sua figlia?

Serve veramente cercare di sfuggire dai propri fantasmi rifugiandosi su un’isola deserta?Quando i fantasmi li abbiamo dentro nessun luogo ne geografie servono a rasserenare l’animo.

Un thriller psicologico che all’inizio fa faticare a decollare, nello sviluppo centrale si riprende bene, nel finale sembra voler strafare, si pensi alla modalità della tragedia e all’ingenuità su cui dovrebbe reggere tutta l’architettura testuale: una madre che in preda al dubbio/pazzia si chiede chi sia veramente la figlia rimasta in vita, Lydia o Kirstie? Ma una madre sa sempre riconoscere il/la figlio/a che ha di fronte, vuoi da un particolare, vuoi da un atteggiamento, vuoi da un vezzo infantile, vuoi da una piccola insenatura corporea che la identifichi. E invece no, l’autore vuol convincerci del contrario, ma io riserbo fortemente i miei dubbi. Senza svelare troppo del finale, un elemento su cui mi trovo d’accordo è che in queste tragedie dietro c’è sempre una situazione familiare precaria, debole, in affanno, come quel rapporto di odio di Angus nei confronti della moglie che solo il lettore che girerà l’ultima pagina saprà spiegarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRI LETTI: MARAI

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La donna giusta è un romanzo dello scrittore ungherese Sándor Márai pubblicato da Adelphi nel 2004.

Descrizione: Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, davanti a un gelato al pistacchio, una donna racconta a un’altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c’era stata, e forse c’era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo. Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l’altra, l’uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme «un veleno mortale», e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l’abbia sposata – e poi inesorabilmente perduta. All’alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta. Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l’epilogo di tutta la storia – e in qualche modo a tirarne le fila. Siamo in compagnia di Marika e Peter, di Peter stesso e Judit, di Judit e il suo amante, e del batterista ungherese e un suo connazionale. Potrebbe apparire un banale romanzo, un romanzo tra lui lei e l’altro, ma invece Marai nella narrazione riesce a far percepire al lettore tanto altro, soprattutto i sentimenti come la rabbia, l’egoismo, l’orgoglio, l’amore ferito, il rancore, e insieme ai sentimenti e alla narrazioni che si alternano l’autore riesce a farci vivere anche le temperie del tempo: contrasti tra ricchi e poveri, tra borghesia e proletari, tra padroni e servi. E’ il mio primo Marai, e devo dire che è una lettura molto profonda, e in nessun modo banale. Altamente consigliato (forse un po’ lunghetto per iniziare a conoscere l’autore).

LIBRI LETTI: EHRLICH

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Descrizione: George e Martha Radcliffe sono considerati la coppia ideale nel sobborgo elegante in cui si sono trasferiti quando la carriera di lui ha spiccato il volo all’improvviso, consentendogli di acquistare una magnifica casa con giardino e assicurare un tenore di vita più che agiato alla famiglia. La loro tranquilla routine viene sconvolta un giorno dall’arrivo di una lettera, spedita ben dieci anni prima, ma mai giunta a destinazione per una fatale coincidenza. Da quel momento l’unione che agli occhi di tutti sembrava perfetta si trasforma in un incubo e la fiducia reciproca inizia a incrinarsi, fino a scavare una voragine tra i due. Torturata dal dubbio e dal sospetto, Martha indaga sulla minacciosa lettera che le mostra una faccia sconosciuta del marito, avventurandosi in ambienti sordidi e contattando personaggi ben lontani da quelli del suo ambiente. Davanti a lei un dilemma impossibile: scegliere tra l’amore cieco e la ricerca della verità a ogni costo. In un crescendo inesorabile di tensione, i silenzi suscitano equivoci, le omissioni generano bugie, i sotterfugi diventano minacce. Il nemico è dentro casa. Una vicenda che potrebbe capitare a tutti noi. Un romanzo di grande atmosfera, che ci restituisce il fascino degli anni Cinquanta, e che al contempo si rivela sorprendentemente moderno nel ritratto di una famiglia borghese dalle apparenze impeccabili e dall’animo ambiguo.

Se da una parte l’ho apprezzato particolarmente, perchè la lettura pone di fronte al lettore un sacco di interrogativi: voi aprireste la lettera di un/a vostro/a compagno/a in sua assenza? voi denuncereste il/la vostro/a compagno/a se sapeste che in passato ha commesso un omicidio e in carcere al posto suo c’è una persona innocente, però mettendo a repentaglio il futuro dei vostri figli? Se la scrittura alle volte si fa troppo da libro harmony e in alcuni punti anche abbastanza noiosa, quello che ha per me dato il colpo di grazie a questo libro (che aveva un alto potenziale di sviluppo) è sicuramente il finale. Ma ha senso? Per me gli happy ending a tutti i costi danno veramente fastidio, e secondo me in uno sviluppo del genere l’autore poteva fare altre scelte..

«Era sprofondata nella depressione, e il mondo esterno aveva cessato di esistere, era solo una confusione di strada e di pioggia e di auto che passavano. Il mondo esterno era una fantasia, perché quando c’è una depressione vera, il mondo esterno non lo vedi, non lo odi, non ne senti gli odori, non lo avverti. É un luogo in cui gli altri vivono e si muovono e funzionano, e geograficamente lo abiti, ma non ne fai parte, perché la tua è un’isola privata e buia, ed è tutta per te, e il suo nome è Dolore».

«C’è sollievo nel parlare, può essere una specie di anestesia, e a volte addormenta il dolore. Se rovesci i tuoi guai in orecchie comprensive, è possibile liberarsi di alcuni, e ridurre la pressione, come la valvola di una caldaia a vapore, e dunque prevenire l’esplosione».

LIBRI LETTI: GINZBURG – RC: OB. 11 – UN LIBRO DEL MESE (CLUB DI LETTURA)

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Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel genere: fatto di espressioni, parole, modi di dire cari a personaggi che Natalia ci presenta nel testo.
Natalia ci descrive con una buona caratterizzazione i personaggi che si sono avvicinati alla sua vita, come familiari, amici, parenti, personaggi della cultura del tempo.
Numerosi i riferimenti all’opera magistrale di Proust “La Recherche” (che ancora mi aspetta al varco), su cui la scrittrice pochi anni prima dell’uscita di questo romanzo stava lavorando alla traduzione italiana. L’influsso è inevitabile. Come quel descrivere le vicende familiari goccia per goccia (reminescenze proustiane di quanto avevo iniziato la lettura).
La bellezza di questo libro sta, almeno per me, soprattutto nel linguaggio, e nella sua rivitalizzazione, un parlato come detentore di un entroterra, di memoria, di storie racchiuse dietro un lemma, di esperienze che all’inizio appaiono vaghe, ma che poi la scrittrice decripta.

Natalia descrive molto bene le gesta del padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che nel testo viene descritto come il classico ‘padre padrone’ del nucleo familiare, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua famiglia. Autoritario, scorbutico, pignolo, tanto che impone alla famiglia docce fredde, o gite in montagne sfinenti, a dispetto della madre di Natalia, dolce, che nient’altro avrebbe desiderato che una villetta con giardino.

Ci troviamo negli anni ’30 a Torino, una città intellettuale che le farà incontrare Cesare Pavese, gli Olivetti, l’editore Einaudi, Eugenio Montale e tanti altri. Nel libro si parla anche di Mussolini e di leggi razziali, ma anche dell’incarcerazione del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone da cui prenderà il cognome.

Oltre la bellezza e la radicalità con cui Natalia fa espressione nel libro dei termini cari alla sua terra di vita, quello che sorprende – forse di più – è la levità con cui descrive tutti gli avvenimenti, quasi ne avesse ormai distacco completo, quasi che non avessero coinvolto lei, e lei stesse facendo solo una telecronaca, ma invece no, Natalia va al di là di questo distacco, decide di non cambiare neanche i nomi, facendo restare nella narrazione quelli originali.

Nel libro indimenticabili sono queste bellissime espressioni:

«Negrigure» (atto o un gesto inappropriato), le «Babe» (le amiche), «Malegrazie» (sgarbi, gesti da villani), gli «Sbrodeghezzi» o «Potacci» (comportamenti ineducati a tavola o i quadri moderni), «Sempio» (stupido) o «Pipite» (pellicine).

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.
Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà ‒ Egregio signor Lippman ‒ e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”».

LIBRO: McCOURT

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image_book (2)Le ceneri di Angela è un libro dello scrittore statunitense di origine irlandese Frank McCourt del 1996, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1997. È stato tradotto in 30 lingue e ha venduto oltre 20 milioni di copie. Nel 1999 ne è stato tratto l’omonimo film per la regia di Alan Parker.

Per questo libro, Frank McCourt ha vinto nel 1997 il Premio Pulitzer.

Il libro è l’autobiografia romanzata dell’autore, cresciuto poveramente nell’Irlanda del primo dopoguerra, e ne segue lo sviluppo fino alla giovinezza.

Dal risvolto di copertina:

“Non capita spesso che la passione, condivisa da innumerevoli lettori, per il libro di uno sconosciuto si manifesti con tanta, travolgente, immediatezza. E dire che Frank McCourt, un sessantenne al suo esordio letterario, aveva previsto che Le ceneri di Angela sarebbe stato definito «come per lo più avviene con i libri irlandesi di memorie, “incantevole e lirico”» e che avrebbe avuto come unico esito un certo numero di «brevi e simpatiche recensioni».

Ma che cosa incontriamo nelle pagine delle Ceneri di Angela? La storia di «un’infanzia infelice irlandese», il che «è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora». Siamo negli anni fra le due guerre e le travagliate vicende coinvolgono una famiglia così misera che può guardare dal basso alla povertà, fra un padre perennemente ebbro e vociferante contro il mondo e gli inglesi e i protestanti e una madre che sbrigativamente trascina la sua tribù verso la sopravvivenza. Materiale pregiato per ogni sorta di patetismo. E invece qui avviene uno stupendo rovesciamento. Tutto ci arriva attraverso gli occhi e la voce del protagonista mentre vive le sue avventure. Questo ragazzino indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore – come solo certi bambini sanno esserlo –, crea con le sue parole, con il suo ritmo, un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità, pur senza perdere nulla della loro spesso lugubre asprezza, diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso una terra promessa che sarà, nei sogni infantili di quegli anni come in quelli del Karl Rossmann di Kafka, l’America. Le ceneri di Angela è apparso per la prima volta nel 1996”.

Bello, una storia di una famiglia, dell’Irlanda in piena povertà, si racconta della sventura, dei dolori, dei vizi, delle credenze, di amori, tutto per seguire un sogno, il sogno che anche tanti in italiani hanno sognato, sperato, e magari anche raggiunto. Quella terra della possibilità, una nuova vita, la riossigenazione del sangue: la libertà sperata, la libertà raggiunta.

“Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora”.