LIBRI LETTI: JOYCE – RC: OB. 15 – UN LIBRO DI RACCONTI

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dublino

Gente di Dublino è una raccolta di racconti dello scrittore James Joyce, fu pubblicato sotto pseudonimo e non ebbe una gestazione editoriale molto semplice, fu molte volte rifiutato dagli editori del tempo.
Protagonista è Dublino e la sua gente, nei gesti comuni, nelle cose quotidiane, nella semplicità dell’errore e del fallimento.
I due temi cardine del libro sono il fallimento e la fuga, la prima è data dalle condizioni politiche e religiose, la seconda è sua conseguenza, tuttavia vana, perché mai destinata a compiersi.
Il libro sembra descrivere le fasi della vita attraverso l’infanzia (es. con racconti come Le sorelle o Arabia), l’adolescenza (es. con racconti come Eveline, I due galanti), la maturità (es. con racconti come Una piccola nube, Un caso pietoso) e, infine, la vita pubblica (es. con racconti come Una madre, La grazia).

I racconti che ho apprezzato di più sono stati:

– Eveline, per questa ragazza e per il suo innamorato Frank, per un amore desiderato ma mai vissuto.
– Una piccola nube, per Chandler e Gallaher, in nome di un’amicizia, in nome delle passioni, in nome della paura di sentirsi inutile.
– Ave Maria, per la durezza, e per la debolezza umana, per lo sbaglio e il miraggio di un appagamento impossibile se non in sé, e non nelle cose.
– Un increscioso incidente, forse il secondo più bello della raccolta, per l’analisi e la consapevolezza che si fa sventura, di aver lasciato, di aver abbandonato, e di essere, ormai, soli. Soli di fronte alla paura. Paura di amare.
– La morte, da cui ne hanno tratto anche un film diretto da John Huston, per la forza dell’amore che vive nel cuore, per l’autenticità dei gesti, e degli attimi, per Gretta e Michael, per quello che sarebbe stato, e quello che ancora è.

Altri racconti li ho trovati meno validi, ma di sicuro non è una lettura complicata, o forse mi ero fatto un’idea del libro come difficile e complesso, e invece, no. Certo, in alcune parti e lento e Joyce ci propina lunge descrizioni all’apparenza insignificanti, ma che traggono dalla loro insignificanza l’elemento vitale della riscossione umana, per poi ricadere nel torpore.
Felice di aver colmato questa lacuna.

«Il mio corpo era però come un’arpa e le parole e i gesti di lei eran le dita che accarezzavano le corde».

«Né all’uno né all’altra erano capitate avventure del genere prima di allora e nessuno dei due ci vedeva nulla di male. Poco a poco cominciò ad intrecciare i propri pensieri a quelli di lei; le inviò dei libri, le suggerì alcune idee, divise con lei la propria vita intellettuale. Ella era pronta ad ascoltare tutto.
In cambio di quelle sue teorie, ella talvolta gli confidava qualche avvenimento della sua vita. Con cura quasi materna, lo spingeva ad aprirsi con lei senza riserve; ne divenne ben presto il confessore.
[…]
Ella gli domandava perché non metteva per iscritto i suoi pensieri. A che sarebbe valso, le chiedeva a sua volta, con sdegno apprensivo: per mettersi forse a competere con certi parolai incapaci di pensare per la durata di un minuto?
[…]
Andava spesso a trovarla nella sua villetta fuori Dublino, e spesso trascorrevano soli le serate. Man mano che i loro pensieri s’avvicendavano, gli argomenti della conversazione si facevano meno remoti. La compagnia della donna era per lui come la terra calda per una pianta esotica. Molte volte Mrs Sinico lasciava che le tenebre s’addensassero attorno a loro, astenendosi dall’accendere il lume. La stanza buia e raccolta, l’isolamento, la musica che continuava a vibrare nelle loro orecchie divenivano tramite d’unione. Un’unione che l’esaltava, smussava gli aspetti più duri del suo carattere, conferiva emotività alla sua vita intellettuale. Talvolta si sorprendeva ad ascoltare la propria voce.
[…]
Furono concordi nell’interrompere la loro relazione: qualsiasi legame, egli disse, è un legame di dolore».

«”Ma” continuò Gabriel dando alla voce una inflessione più dolce, “sempre, in riunioni come questa, i tristi ricordi affiorano alla nostra mente: memorie del passato, della giovinezza, dei cambiamenti, dei visi scomparsi di cui sentiamo stasera la mancanza. Il nostro cammino sulla terra è cosparso di molti tristi ricordi, e se dovessimo indugiarvi sempre, non troveremmo il coraggio di continuare bravamente la nostra opera tra i vivi. Abbiamo tutti dei doveri e degli affetti terreni, che reclamano, e a ragione, i nostri più strenui sforzi».

«E lenta la sua anima s’abbandonò mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi, su tutti i morti».

LIBRI LETTI: CASSOLA

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La ragazza di Bube è un romanzo scritto da Carlo Cassola tra il 1958 e il 1959 in cui vengono tra l’altro illustrati, attraverso la storia di ragazzi innamorati, i problemi politici e sociali del dopoguerra.
Venne insignito del Premio Strega nel 1960, anno in cui era stato pubblicato dalla casa editrice Einaudi; tre anni più tardi ne fu realizzato anche un adattamento cinematografico per la regia di Luigi Comencini e come interpreti principali attori della caratura di Claudia Cardinale e George Chakiris.
Mara è una giovane di Monteguidi, piccolo paese della Val d’Elsa, che all’indomani della Liberazione conosce il partigiano Bube, eroe della Resistenza, e se ne innamora. Questi, tornato alla vita civile imbottito di precetti di violenza e vendetta, ha commesso un delitto e, dopo un periodo alla macchia, viene catturato e condannato a quattordici anni di carcere. Mara, maturata proprio grazie alla forza del sentimento per Bube e divenuta ormai donna, decide di aspettare l’amato con animo fedele e ostinato.
“La ragazza di Bube” segna una profonda cesura nella narrativa italiana del dopoguerra: benché ispirato a una vicenda realmente accaduta, il romanzo si arricchisce di elementi psicologici e lirici superando le istanze neorealiste, tanto per il linguaggio quanto per il rifiuto dei dogmatismi ideologici. “Il romanzo” sostiene infatti Cassola “viene prima di ogni interpretazione della realtà, è la ricerca continua della verità degli uomini.”
Un libro che racconta dell’amore e della politica e di come questi due mondi possono incontrarsi, ma racconta anche della crescita dei sentimenti, dell’iniziale infantilità nell’affrontarli, per poi restarne inevitabilmente coinvolti. Bube, questa ragazzetta è la protagonista di tutto il romanzo, forse nella prima parte troppo vanitosa e poco sensibile, successivamente diventerà e mostrerà tutta la sua forza, una forza che raramente ho letto con tanto ardore nelle pagine della letteratura del ‘900.

LIBRI LETTI: JAMES

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 coverIl giro di vite è un racconto scritto da Henry James. Originariamente pubblicato nel 1898 il racconto è una storia di fantasmi, dal quale sono stati tratti l’omonima opera lirica di Benjamin Britten nonché vari film apparsi al cinema e nelle reti televisive.La storia è raccontata attraverso la lettura dei diari della protagonista, da parte di un certo Douglas, nei confronti di alcuni ospiti. Una giovane istitutrice, miss Giddens, risponde ad una offerta di lavoro da parte di un ricco uomo di affari di Londra. Il lavoro è semplice, anche se non privo di responsabilità. La donna infatti dovrà prendersi cura dei due nipoti dell’uomo, Miles di nove anni e Flora di otto, rimasti orfani e consegnati alle cure dello zio, che però non avendo né il tempo né l’esperienza per crescere i due ragazzi, li ha stabiliti nella sua dimora a Bly sotto le cure di una istitutrice, morta però in circostanze misteriose. L’istitutrice accetta l’incarico, nonostante la curiosa condizione impostale dall’uomo: qualunque cosa succeda, lui non vuole essere contattato per nessun motivo, ed ogni obbligo a Bly deve essere risolto da lei. Nell’unico incontro dell’istitutrice con l’uomo, la donna rimane talmente affascinata dal suo datore di lavoro, da andare avanti nello svolgersi della vicenda per via dell’unico pensiero di non deludere le sue aspettative.Giunta nella stupenda dimora di Bly, l’istitutrice fa la conoscenza della piccola Flora e qualche giorno dopo di Miles, di ritorno dal collegio. In realtà Miles è stato espulso dal collegio, ma l’argomento verrà affrontato solo in seguito per via di un strano fatto e delle sollecitazioni da parte di Miss Giddens, che nella propria immaginazione farà decine di congetture. Il suo lavoro si dimostra più gratificante del previsto. I due bambini sono adorabili, educati e di buone maniere, oltre che dotati di una intelligenza e di una ricettività fuori dal comune. Tuttavia la quiete di Miss Giddens a Bly viene turbata da alcune sinistre apparizioni che riguardano un uomo con i baffi ed i capelli rossi, ed una donna dal viso bianchissimo e vestita a lutto. Dopo essersi confidata con la sua unica amica, la signora Grose, ingenua e semplice governante a Bly, l’istitutrice scopre che le due figure corrispondono a quelle di Miss Jessel, colei che l’aveva preceduta nell’incarico di istitutrice dei ragazzi e di Peter Quint, maggiordomo e suo amante, entrambi morti in circostanze misteriose.Dopo i primi momenti di sgomento, la giovane donna, sostenuta moralmente dalla signora Grose decide di farsi coraggio ed affrontare le terrificanti apparizioni senza creare disturbo al suo datore di lavoro, e proteggere Miles e Flora, convinta che siano loro i bersagli dei due fantasmi. In realtà con il procedere della storia la donna si convince che i due bambini sappiano molto più di quanto lascino vedere, e siano in realtà complici e non vittime di Quint e di Miss Jessel. Ciò nonostante l’argomento non viene mai minimamente sfiorato dai due bambini, e l’istitutrice non ha il coraggio di affrontarli direttamente. Soltanto alla fine la piccola Flora sembra rivelare un certo attaccamento alla presunta signorina Jessel, come a dimostrazione di quanto aveva immaginato la protagonista. alla fine del romanzo i due bambini si rivelano vittime di un sortilegio in cui i Peter Quint e la signorina Jessel si impossessavano dei corpi dei bambini.Lento è dir poca cosa, ogni pagina una fatica, non so, non sono entrato proprio in sintonia con il testo, per me bocciato completamente!

 

LIBRI: CÉLINE

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Celine_Viaggio al termine.inddViaggio al termine della notte è il primo romanzo di Louis-Ferdinand Céline, pubblicato nel 1932. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è. L’anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha sputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l’emozione, il sentimento della vita: di qui l’invenzione di un linguaggio che ha tutta l’immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo. Come il titolo stesso suggerisce, Voyage au bout de la nuit è un cupo, nichilistico romanzo in cui si mescolano misantropia e cinismo. Il titolo deriva da una strofa di una canzone dell’ufficiale svizzero a capo delle guardie di Luigi XVI, Thomas Legler: «La nostra vita è come il viaggio / di un viandante nella notte; / ognuno ha sul suo cammino / qualcosa che gli dà pena.» Céline esprime un pessimismo pressoché inconsolabile sulla natura umana, sulle istituzioni umane, sulla società e sulla vita in generale. Un libro che può essere definito un viaggio, tra Africa, America, e Francia, un uomo, Bardamu alla ricerca della sua Lola, del suo posto nel mondo, particolarissimo lo stile – che influenzerà le opere successive inevitabilmente – che fa ricorso ad espressione della lingua parlata, alla gergalità, ad iperboli e elissi. Particolare è anche la vicenda editoriale, il romanzo fu prima respinto da Gallimard e poi ripubblicato da loro. Il romanzo è dedicato a Elizabeth Craig, ballerina americana di cui era innamorato. Un romanzo che chi vive il a ridosso del Novecento dovrebbe sicuramente leggere, per riflettere sulle necessarie, ma anche inconcludenti contraddizioni dell’uomo.Mi piace concludere così: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato».

“In qualche mese, come cambia una camera, anche quando non si tocca niente. Per quanto vecchie, per quanto degradate siano, le cose, trovano ancora, non si sa dove, la forza d’invecchiare. Tutto era già cambiato intorno a noi. Non gli oggetti al loro posto, certo, ma le cose stesse, in profondità. Sono diverse quando le ritrovi le cose, loro possiedono, si direbbe, più forza per andare dentro di noi più tristemente, più profondamente ancora, più dolcemente di prima, per fondersi in quella specie di morte che cresce lentamente in noi, quietamente, giorno dopo giorno, vilmente, davanti alla quale ci si prepara ogni giorno a difendersi un po’ meno del giorno prima. Da una volta all’altra, la si vede frollare, raggrinzirsi in noi la vita, gli esseri e le cose insieme, che avevamo lasciato banali, preziosi, temibili qualche volta. La paura della fine ha marcato tutto con le sue rughe mentre trottavamo per la città dietro il piacere o il pane.”