LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE AVRESTI VOLUTO LEGGERE E NON HAI MAI FATTO

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«Sono io quella bambina.
Sono io quella ragazza.
Sono io questa donna.
[…]
Una massa di carne e metallo.
Un fiore appena sbocciato.
Un mezzo pesante in movimento.
Una sirena».

Questa è la storia di Barbara. E’ la storia di una donna piena di forza. E’ la storia di un mare contrario. Di un incidente e di una frattura. Frattura del corpo, ma anche dell’anima a cui l’autrice ha saputo reagire a pieni polmoni.
Nel libro si ripercorrono i 10 mesi successivi all’incidente, in cui la sirena con un mezzo pesante in movimento si denuda, si mostra al lettore senza filtri con le sue fragilità, le sue incertezze, ma anche la sua forza e determinazione.
Si legge del rapporto con il proprio corpo, uno scoprirsi che giorno per giorno diventa più intenso, del rapporto con gli ospedali, con i medici, con gli indispensabili e preziosi genitori.
Barbara conduce il lettore alla sofferenza, creando un pathos profondo, si soffre con lei, ma si gioisce con lei quando si leggono dei suoi progressi, di quella sua testardaggine, e tutto ciò non fa che bene.
«Una cosa che impari in questi giorni è che ci si può abituare a tutto, persino all’idea di non camminare più, ma non ci si può abituare al dolore fisico. Non esiste convivenza con il dolore. Esiste uno stato d’occupazione e tu non sei il conquistatore. Il dolore fisico fiacca le energie, ti riduce a una cosa tremante in attesa che altro dolore arrivi. Diventa il padrone del tuo cervello e non c’è nient’altro al di fuori di lui. È un amante vorace e possessivo, che non vuole dividerti con nessuno. E non da tregua. Mai».
Si arriva all’ultima pagina e si vorrebbe leggere ancora e ancora, di quello che è oggi, e non solo di quello che è stato, perché ogni lettore entrando in sintonia con Barbara non vuol – di certo – rompere questo filo rosso, ma attraverso le sue parole continuare questo legame che non tutti i libri riescono a creare. Grazie Barbara. Grazie Sirena in movimento.

«Ho impiegato molti anni per capire e sentire che il fascino, la sensualità non hanno niente a che fare con il muoversi su due gambe. La sensualità è una visione del mondo, che si ha dentro e che si trova riflessa negli occhi degli altri».

LIBRI LETTI: CACUCCI

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«Tina è il rosso del vino, così prezioso da lasciarlo posare con delicatezza perché diventi ancor più prezioso»

Tina Modotti, all’anagrafe Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, è stata una fotografa, attivista e attrice italiana. Cacucci in questa monografica c’è la restituisce senza celebrazioni o infingimenti, perché Pino racconta, racconta il farsi di questa donna, il suo diventare compagna, sorella, nemica, rivoluzionaria. Tina con la sua forza e la sua determinazione, Tina maestosa, nobile ed esaltante come ebbe a dire il suo Weston – con cui affronterà una turbolenta storia d’amore –. La Tina amica di Diego Rivera e Frida Kalho, la Tina amica degli scrittori Juan de la Cabada, di Anita Brenner, del pittore Charlot, del fotografo Manuel Alvarez Bravo, dei fratelli Lupe Marin (prima moglie di Rivera) e di Federico Marin, oltre che a Josè Vasconcelos e altre personalità del tempo.
La Tina che dovette affrontare pesanti accuse dai giornali scandalistici del tempo, ed ebbe con mano ferma, vista l’ammirazione che aveva costruito attorno a sé la difesa di Diego:

«Alcuni nudi fotografici rinvenuti nella casa della signora Modotti sono stati usati da un vostro editorialista come spunto per qualificare la suddetta signora e Julio Antonio Mella con epiteti che sono per me un insulto alla memoria di un morto, e rivolti ad una donna che non è attualmente in condizioni di difendersi.
Per di più, questo attacco inaudito rappresenta un precedente gravissimo per il libero esercizio professionale di tutti i lavoratori del campo artistico, dalla scultura e pittura fino alla danza e il teatro. E’ assurdo qualificare come immorale un nudo, poiché si dovrebbe così condannare almeno il cinquanta per centro delle più belle opere artistiche del mondo intero.
Le fotografie che mostrano Tina Modotti nuda sono opera del maestro Edward Weston, riconosciuto come uno dei più grandi artisti nel suo campo. La signora Modotti ha posato per lui in qualità di modella professionista. In quanto alla foto di Julio Antonio Mella, risale a vari anni fa, quando si era iscritto al circolo atletico rematori di L’Avana. Mella è stato uno dei migliori rematori sportivi di quella città, e nella foto compare nudo, sulla porta di ingresso di una doccia, perché il regolamento lo prescriveva ai fini dell’iscrizione.
Tina Modotti ha posato anche per me, e se avete bisogno di un’altra sua immagine senza vestiti, andate a fotografare il mio mural all’Università di Chapingo!».

Lei con passione non si risparmiò nessuna battaglia politica, anzi, visse in funzione di esse, perché la sua vita tra politica e arte, attraverso il filtro della fotografia era rivoluzione sociale, sovvertimento, voce potente in un mondo di muti.
Lei che portò la sua voce dall’Italia al Messico, per arrivare agli Stati Uniti, la Spagna in preda alla guerra civile, la Russia Staliniana, la Francia e Germania nazista. Lei che visse gli amori con tanta intensità, la stessa che presto glieli portò via, lei che giocava con la macchina, e faceva della macchina una prova, un ostacolo per superare sé stessa, ma mai prendendosi troppo sul serio, lei che nel suo ricordo ci ha lasciato parole vive, intense, che non si possono dimenticare, soprattutto per chi vede la fotografia come un’arte, un’arte per catturare la realtà, per esorcizzarla, un po’ come la scrittura, e alle volte anche meglio:

«Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impegno che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e nient’altro. Se le mie fotografie si differenziano da quelle generalmente prodotte, si deve al fatto che io cerco di realizzare non dell’arte, ma soltanto buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni o artefizi di sorta, mentre la maggior parte dei fotografi continua a cercare “effetti artistici” o imita gli strumenti che appartengono all’espressione grafica. Da ciò risulta un prodotto ibrido, che non distingue l’opera nella caratteristica più significativa che le compete: la qualità fotografica.
In questi ultimi anni si è molto discusso se la fotografia possa essere o meno considerata opera artistica e degna di misurarsi con le arti plastiche. Naturalmente le divergenze sussistono tra coloro che la ritengono un mezzo di espressione al parti degli altri, e i miopi che guardano a questo Ventesimo secolo con gli occhi del Diciassettesimo, incapaci di recepire gli aspetti della nostra civiltà tecnologica. Ma a noi, che usiamo la macchina fotografica come puro attrezzo del mestiere, esattamente come il pittore usa i suoi pennelli, non interessano le opinioni contrarie, perché godiamo dell’approvazione di quanti riconosco alla fotografia molteplici funzioni, e la riconosco come il mezzo più eloquente e diretto per fissare e registrare l’epoca attuale. Pertanto non è indispensabile sapere se la fotografia è o non è un’arte, quel che conta è distinguere tra buona e cattiva fotografia. Buona è quella che accetta i limiti della tecnica fotografica e utilizza ogni possibilità e caratteristica che lo strumento offre. Cattiva è quella fotografia realizzata con una sorta di complesso di inferiorità, non riconoscendo il giusto valore alla specificità della fotografi, e ricorrendo invece a ogni genere di imitazioni. Le opere ottenute in questo modo danno l’impressione che l’autore abbia quasi vergogna di fotografare la realtà, cercando di occultare l’essenza fotografica dell’opera, sovrapponendo trucchi e falsificazioni che può apprezzare soltanto chi è pervaso da un gusto deviato.
La fotografia, proiettata solo sul presente e fondandosi su quanto esiste oggettivamente di fronte alla macchina, si afferma come il mezzo più incisivo per registrare la vita reale in ogni sua manifestazione. Da qui il valore documentario, e se a ciò si aggiunge la sensibilità e l’accettazione dell’argomento trattato, ma soprattutto una chiara idea del posto occupato nell’evolversi della storia, ritengo che il risultato sia degno di un proprio ruolo nella rivoluzione sociale».

LIBRI LETTI: HERRERA

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Desrizione: Alla fine degli anni Novanta, New York è tappezzata di manifesti che raffigurano i quadri di Frida Kahlo. Un suo autoritratto viene venduto da Sotheby’s per oltre un milione e mezzo di dollari. A Hollywood si girano film sulla sua vita e i giornali di tutto il mondo la chiamano «la grande Frida» o «la regina di New York». Come se non bastasse, anche il mondo del glamour ne va pazzo: vengono stampate magliette, cartoline, poster con la sua immagine, abiti e gioielli che ne ricalcano lo stile.
Ma chi era veramente Frida Kahlo e perché si parla ancora così tanto di lei? Nata nel 1910 a Coyoacan, in Messico, Frida sembra un personaggio uscito dalla penna di Gabriel García Márquez: piccola, fiera, sopravvissuta alla poliomielite a sei anni e a un brutto incidente stradale a diciotto che la lascerà invalida, con tremendi dolori alla schiena che la perseguiteranno fino alla morte. Nella vita privata e nella produzione artistica, Frida è combattuta tra due anime: il candore, da un lato, e la ferocia, dall’altro; la poeticità della natura contro la morte del corpo. La vita di Frida è un viaggio che affonda nella pittura tradizionale dell’800, nei retablos messicani, in Bosch e Bruegel, ma che subisce prepotentemente il fascino degli uomini più potenti del suo secolo: come il muralista Diego Rivera (marito fedifrago che le rimarrà accanto fino alla fine) o Trockij (di cui diverrà l’amante) o Pablo Picasso (che un giorno, al cospetto del marito, disse: «né tu né io sappiamo dipingere una testa come Frida Kahlo»).
La biografia di Hayden Herrera – la massima esperta vivente di Frida – non è soltanto un’indagine poetica su una delle più grandi pittrici del Novecento. È soprattutto un libro di passione politica, d’amore, di sofferta ricerca artistica. Quella stessa sofferenza che porterà Frida a dipingere ossessivamente autoritratti spietati e nature morte sensuali, quasi volesse, mettendole sulla tela, strapparsi di dosso le proprie cicatrici e vivere finalmente una vita libera dal passato e felice.

Forse la più completa biografia che è stata mai scritta su Frida, e la sua storia d’amore con Diego Rivera. Unica e inimitabile.
Un libro da custodire gelosamente per la cura con cui è stato scritto, nei minimi dettagli, dal carteggio d’amore tra i due innamorati, alle lettera di Frida ai suoi medici, perché per chi conosce un minimo la vita di questa splendida artista sa che la parabola esistenziale della sua vita è stato il dolore. Dolore vissuto intensamente, senza risparmiarsi nulla, anzi. Intensità che vivrà in ogni battito con tutta se stessa anche l’amore per Diego: «Sebbene fosse innegabilmente brutto, attirava le donne con la stessa facilità con cui una calamita attira gli spilli. In realtà parte del suo fascino deriva proprio dal suo aspetto mostruoso – la sua bruttezza era un piedistallo perfetto per quel tipo di donna che ama giocare alla bella e la bestia – ma l’attrattiva più grande era la sua personalità. Era un principe ranocchio, un uomo straordinario, pieno di humour brillante, di vitalità, di seduttività. Sapeva essere tenero ed era profondamente sensuale. Ma quel che più conta, era famoso e la fama sembra essere un’esca irresistibile per certe donne. Si dice che le donne gli dessero la caccia più di quanto lui non desse la caccia a loro».
Diego neanche si risparmiò in ogni singola passione, prese tutto dalla vita forse anche troppo: «Ninita Chiquitita preciosa, sono molto triste qui senza di te, come te non riesco neanche a dormire e a malapena sollevo la testa dal lavoro. Non so nemmeno cosa fare se non posso vederti. Ero sicuro di non aver amato nessun’altra donna come amo la ciquita, ma solo adesso che mi ha lasciato so quanto la amo davvero, lei sa già che conta più della mia stessa vita, adesso lo so io, perché veramente senza di te la vita non vale più di due noccioline al massimo…».

Un tumulto di emozioni, una storia oltremodo contrastata, tra sbalzi d’umore, riprese, abissi e di nuovo felicità. Una storia vissuta senza risparmiarsi. Una storia che si unisce e si rafforza con l’arte, con la tecnica artistica, con la sperimentazione, ma anche con l’assistenza reciproca (anche se spesso altalenante!).
«Per Frida Kalho dipingere fu una parte della battaglia per la vita. In grande misura fu anche parte della sua autocreazione: nella sua arte, come nella vita, l’autorappresentazione teatrale era un mezzo per avere il controllo sul proprio mondo. Si inventò una persona che poteva muoversi e fare scherzi con l’immaginazione invece che con le gambe […]».
Non starò qui a tediarvi con le avventure numerosissime sia amorose da ambe le parti che artistiche; nelle pagine si vive l’infanzia nella casa blu di Calle Londres e l’infanzia a Cayoacán, si legge della Scuola nazionale preparatoria, del fatale incidente che segnò tutta la vita di Frida e della colonna spezzata. Si trepida per l’avvicinamento con Diego, e del loro rapporto fino al matrimonio, del viaggio a San Francisco e del ricovero doloroso all’Henry Ford Hospital a Detroit, dei sommovimenti politici (che permeeranno tutto il libro con ricadute forti anche nella storia amorosa tra i due), del viaggio a Parigi e ancora delle nuove nozze. Nel libro c’è davvero tanto, troppo da raccontare, e non voglio ridurre la bellezza del tutto, ma voglio concludere con una lettera d’amore che rappresenta per me tutto il senso d’amore e devozione che Frida provava per Diego (che era in realtà reciproco, anche se in Diego meno evidente):

«Mio Diego:
Specchio della notte.
I tuoi occhi, spade verdi dentro la mia carne. Onde tra le nostre mani. Tutto tu nello spazio pieno di suoni – nell’ombra e nella luce. Ti chiamerai AUXOCRṌMO – colui che attira il dolore. Io CROMṌFORO – colei che dà il colore. Tu sei tutte le combinazioni dei numeri. la vita. Il mio desiderio è capire la linea la forma l’ombra del movimento. Tu riempi e io ricevo. La tua parola percorre tutto lo spazio e raggiunge le mie cellule, che sono i miei astri, e va alle tue, che sono la mia luce.
Era sete di molti anni trattenuta nel nostro corpo. Parole incatenate che non potemmo dire se non nelle labbra del sogno. Tutto era circondato da un miracolo vegetale del paesaggio del tuo corpo. Sulla tua forma, al mio tratto risposero le papille dei fiori, il mormorio dei torrenti. Tutti i frutti erano nel succo delle tue labbra, il sangue della melagrana, il tramonto del mamey e dell’ananas verde. Ti strinsi contro il mio petto e il prodigio della tua forma penetrò in tutto il mio sangue attraverso la punta delle mie dita. Odore di essenza di quercia, della memoria della noce, del verde respiro del frassino. Orizzonti e paesaggi – che percorsi con il bacio. Un oblio di parole formerà la lingua esatta a comprendere gli sguardi dei nostri occhi chiusi.
Sei presente, intangibile sei tutto l’universo che formo nello spazio della mia stanza. La tua assenza prorompe tremante nel ticchettio dell’orologio; nel pulsare della luce; respiri attraverso lo specchio. Da te alle mie mani, percorro tutto il tuo corpo, e sto con te per un minuto e sto con me per un momento. E il mio sangue è il miracolo che scorre nelle vene della’aria del mio cuore al tuo».

Inoltre, di pregio sono anche le raffigurazioni interne presenti nel libro in carta lucida delle opere di Frida Kalho. Un testo per gli amanti dell’artista e di questa intramontabile storia d’amore!

LIBRI LETTI: AFFINATI

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«Hai visto, Robbè, er prete de li poveri se n’è annato».

Un libro per chi volesse conoscere e approfondire la figura di Don Milani imperdibile, con una narrazione in seconda persona, che riesce a farci vivere attraverso i luoghi e l’esperienze del ‘prete degli ultimi’ (come spesso è stato definito) tutti i suoi insegnamenti. Nella loro semplicità, che non è banalità.
L’autore del libro, Eraldo Affinati, spesso con uno stile un po’ sulle righe e cervellotico, ci porta nella Firenze dove nacque da una famiglia colta ebraica e dove fece il seminario e insegnò ai suoi alunni (suo stesso motivo d’esistenza) e a tal proposito si leggono pagine bellissime, come questa: “[…] Maestro si nasce o si diventa? Direi tutt’e due. All’università, quando studiavo lettere, non pensavo che avrei fatto l’insegnante, ma la prima volta che entrai in un’aula scolastica, avrò avuto vent’anni, non ero ancora laureato, si trattava di una supplenza, capii d’istinto, guardando i ragazzi, che quello sarebbe stato il mio mestiere. Sentivo uno spazio magnetico fra me e loro: lo stesso che percepisco ancora adesso, più di trent’anni dopo. Era qualcosa di profondo, legato alla mia solitudine di adolescente, che riconoscevo, di volta in volta, nell’insofferenza, nella rabbia, nella malinconia degli studenti. Come se rivedessi me stesso in loro. C’erano ferite da risanare. Persone da rimettere in piedi. Lacrime da asciugare. Se fossi riuscito a fare questo, pensai, avrei affermato un principio di umanità sul quale altri avrebbero potuto costruire.
Ma cosa succede quando un maestro resta da solo? Questo mi chiedo guardando Sharif. È stato il ginnasta dell’adolescenza. Il timoniere degli scalmanati. L’artista dei tempi morti. Il giudice senza codici. Per decenni, giorno dopo giorno ha lasciato che nella sua coscienza impavida s’incidesse il colpo a vuoto del quindicenne, la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia da capo, trattenendo dentro di sé il clamore emotivo del successo e l’amarezza velenosa della sconfitta, come se fossero carte false di un gioco molto più grande che lui non poteva dominare ma a cui, ne fosse consapevole oppure no, partecipava con tutta la forza disponibile.
Cosa farà quest’uomo dei dolori, profeta senza tempo, nocchiero confinato sul molo, quando fra dieci minuti ce ne andremo? Me lo immagino dirigersi con lentezza alla lavagna a scrivere una lettera, un numero, a fare un disegno, a illustrare uno schema, sostenuto dal Dio svelto dell’infanzia e dell’adolescenza che non ha mai dimenticato, unico pegno di una scommessa spesso perduta in partenza. Eccolo mentre si alza e ci accompagna alla macchina, titubante e fragile, ma deciso nell’alzare il braccio dell’addio.
Il sorriso di Omar e Faris, quando rientriamo nell’abitacolo, sembra aver assorbito il commiato del vecchio. È ciò che l’insegnante lascia nei suoi scolari. Dallo specchietto retrovisore, imboccando la via del ritorno, raccolgo anch’io il saluto di Sharif: una pietra preziosa nell’estremo bagliore del tramonto. Solo in quel momento mi rendo conto che lui, prima ancora di conoscermi, mi aveva consegnato il testimone della giovinezza che i due ragazzi rappresentano”.
E ancora si legge l’amore per i suoi alunni: “[…] per lui un ragazzo era come una vite che va innestata e potata e curata e sostenuta perché possa dare il prodotto migliore”.
Milano luogo dell’effervescenza culturale, di una trovata ispirazione artistica presto abbandonata, Montespertoli e la famosa Gigliola memorabile villa padronale, Castiglioncello metà per le sue vacanze estive, per arrivare a San Donato di Calenzano dove fondò la sua prima scuola popolare e Barbiana simbolo delle sue rivolte, dei suoi sommovimenti, del suo credo. Ma il viaggio non finisce di certo qui: si parla di Africa, di Berlino, di Ellis Island, quando gli immigrati erano gli italiani e non gli altri che dal di fuori approdavano sulle nostre coste.
Il pregio del libro è sicuramente la fedeltà delle testimonianze, la vicinanza attraverso chi ha condiviso con lui il suo operato e ce ne racconta, credo che non c’è niente di può bello di vederne restituita una testimonianza senza filtri, autentica.
Un prete snobbato dalla Chiesa e sempre preso di mira per le sue idee poco convenzionali, che ritrova un suo riscatto nel discorso di Papa Francesco del 19 maggio 2014, che lo riconoscerà come modello da seguire, rivolto al mondo della scuola. Un mondo che ci racconta una vita, un’essenza, una spiritualità che preso o tardi come dice Milani anche inconsapevolmente ci verrà a trovare tutti, senza distinzioni di qualunque tipo.

“Il Dio-denaro ha vinto. I motori imperano nella testa dei ragazzi. La pornografia è entrata nella loro esperienza quotidiana. La deflagrazione del desiderio è compiuta. La politica è corrotta. La scuola è sfasciata. Gli scolari non sono più capaci di stare attenti. La donna viene massacrata. I poveri perdono. Il consumo trionfa. La moda ci guida. Il turista ha preso il posto del viaggiatore. Chi va su Google non legge più se non in modo estemporaneo e frammentario. La durata della dimensione estetica è compromessa. Il cinema è stato soppiantato dall’home-video, così come le biblioteche dall’e-book. Le lingue nazionali sono in crisi. La ricreazione ha avuto la meglio sullo studio. Il campionato di calcio è diventato un rollerball televisivo. Il doping contamina lo sport. La droga è consumata da molte persone. I giornali li comprano in pochi. La Chiesa è stata compromessa dalla pedofilia. I giovani bestemmiano, bevono e si ubriacano. I borghesi comandano. Gli operai vogliono diventare come loro. Le utopie si sono trasformate in flagelli. Le campagne si spopolano perché i contadini se ne vanno lasciando il posto agli immigrati, che raccolgono i frutti della terra per pochi euro, puliscono le stalle e danno da mangiare al bestiame. La Costituzione sembra lettera morta. Cristo è uno slogan di Papa Francesco. La scrittura assomiglia alla pubblicità. La letteratura è fantasy, giallo e discorso. Il numero ha vinto sulla qualità. I canoni sembrano stravolti. Gli stili sono scomparsi. Le gerarchie irriconoscibili. I sindacati non più all’altezza. La coscienza civile è una favola a cui soltanto pochi vecchietti paiono ancora disposti a credere. Perfino il celebre motto “I care” è inutilizzabile dopo essere stato svenduto al Partito democratico”.

“Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. […] È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene”.

“Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere”.

“Le maestre son come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto esser sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani”.

LIBRI LETTI: AGASSI

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Descrizione: «Un padre ossessivo e brutale che lo vuole numero uno al mondo a ogni costo. Gli allenamenti a ritmi disumani, contro il «drago» sputapalle. La solitudine assoluta in campo che gli nega qualsiasi forma di gioventú. E poi una carriera da numero uno lunga vent’anni e 1000 match. Punteggiata da imprese memorabili ma anche da paurose parabole discendenti. Con l’avversario di sempre: Sampras. E chiacchierati matrimoni: Brooke Shields e Steffi Graf.
Una vita sempre sotto i riflettori. Ma non senza dolorosi lati oscuri».

Si potrebbe riassumere così: “Non è un caso penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love, gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell’altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto così strettamente collegato che ogni punto può segnare una svolta.
Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi”.

Si legge di una parabola esistenziale, di uno sportivo Agassi, in balìa del dispotismo di una padre che gli impone di raggiungere un sogno che a lui è sfumato.
Si legge di solitudine, di inadeguatezza, di sconforto.
Sì legge della Bollettieri Accademy e dei ritmi funesti dell’allenamento.
Si legge anche e soprattutto dell’atleta nel suo privato, di Andre decostruito dall’immagine di star e presentato come uomo, con le sue infinite debolezze. Troppe.
Si legge della sua bontà, che diventa soccombenza. La stessa che non gli fa prendere posizioni anche nei rapporti privati.
Un atleta che a mio avviso non odia il suo sport, il tennis, ma che soffre delle ferite e delle conseguenze per tutto ciò che ha attraversato per arrivare a tali risultati, quasi avesse un rancore dentro se stesso, un demone che è pronto ad attaccare per far pagare il prezzo di tutto ciò.

La prima parte si legge con estremo piacere, la centrale cala un po’ nella tensione, la parte finale, invece, è il colpo di grazia, davvero stancante: non ho trovato per niente avvincente la lettura di ogni incontro in ogni loro evoluzione.

Il libro ha il pregio di destrutturare la pagina di un artista/atleta e presentarlo come un uomo, con poco carattere c’è da dirlo, quindi perlomeno una possibilità di lettura può averla.

LIBRI: SETTERFIELD

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image_book (3)“Non ce l’ho con gli amanti della verità, ma con la Verità stessa. Quale sostegno, quale consolazione nella Verità, a paragone di una storia? A che giova la Verità a mezzanotte, al buio, quando il vento ruggisce nel comignolo come un orso? Quando il lampo sprigiona ombre sulla parete della stanza e la pioggia bussa alla finestra con le sue lunghe unghie? No: quando paura e freddo ti immobilizzano a letto come una statua, non aspettarti che la scarna e ossuta Verità accora in tuo aiuto. Quello che ci vuole è il pingue conforto di una storia: sentirti placare, cullare dalla sicurezza di una bugia”.

 E’ la storia di Margaret Lea, una giovane libraria di Cambridge che vive tra libri e misteri, tra romanzi e una smodata passione per le biografie letterarie.Un giorno Margaret riceve una strana lettera, in cui viene convocata nella residenza della più grande scrittrice d’Inghilterra, Vida Winter. La scrittrice è un personaggio enigmatico, fatto di misteri, che nasconde dei fantasmi nella sua vita, ormai prossima al suo percorso di vita, ha deciso di affidare tutti i suoi segreti da tempo sottotaciuti, ad una inesperta biografa, Margaret. Da sempre Vida si contraddistingueva per la sua timidezza, tantoché davanti ai media inventava di volta in volta una storia diversa di sé. Margaret è  in dubbio, non si sente all’altezza del compito affidatogli, ma allo stesso tempo è affascinato da questa donna misteriosa. Nelle varie ricerche, e in particolare nella biblioteca paterna della donna trova una prima edizione di: “Cambiamento e disperazione, tredici racconti” di Vida Winter. Il libro ha tutta una sua genesi, in realtà i racconti sono dodici e non tredici come da titolo. Perché? E perché il libro dopo essere stato in commercio subito dopo è stato ritirato? Un caso che ha fatto della donna la sua fortuna. Convintasi a scoprire tutto sulla vita e i segreti di Vida si trasferisce nella tenuta nello Yorkshire, riuscendo così a far riaffiorare tutte le cose nascoste che con il tempo ormai aspettavano solo di essere disvelate. A metà tra il thriller con qualche elemento gotico, il libro sa bene intrattenere, anche se non mi ha entusiasmato moltissimo, anche perché forse avevo aspettative iniziali troppo alte provocate dal continuo passaparola dei lettori, che in questo caso si rivela mero chiacchiericcio.

LIBRI: CALVINO, NOTHOMB

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Il barone rampante è un romanzo di Italo Calvino scritto nel 1957, secondo capitolo della trilogia araldica I Nostri Antenati, insieme a Il visconte dimezzato 1952) e Il cavaliere inesistente (1959). Il romanzo, ambientato tra la seconda metà del XVIII e gli inizi del XIX secolo, narra la storia del barone Cosimo Piovasco di Rondò il quale, dall’età di dodici anni, trascorre la vita sugli alberi. Egli vive distante dal mondo terrestre abitato dagli uomini, pur rimanendo in costante contatto con questi ultimi. Dagli alberi, infatti, partecipa alle vicende familiari, cittadine, culturali e storico-sociali del suo tempo. La storia è racconta da Biagio, fratello minore del protagonista; Cosimo decide di esistere e, per farlo, deve legiferare e sottomettersi alla norma che egli stesso ha deliberato. Mi è piaciuto molto di più del secondo, non so se forse sono veramente obiettivo, ma qui si toccano messaggi davvero a me molto cari quali: la libertà, il rifiuto, la fuga, l’essere anticonformista, l’accettazione della diversità, tutto profuso e alternato tra reale e surreale. Bello, bello, e ripeto di nuovo bello.

 

 

“Il visconte dimezzato” è un romanzo di Italo Calvino scritto nel 1952. È la prima parte della trilogia I nostri antenati, che comprende anche Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). Ambientato in Boemia e Italia a metà Settecento, presenta come tema centrale il problema dell’uomo contemporaneo (dell’intellettuale, per essere più precisi) dimezzato, cioè incompleto; e proprio a tal fine, il protagonista è stato dimezzato secondo la linea di frattura tra bene e male. Altri personaggi sono i lebbrosi (cioè gli artisti decadenti), il dottore e il carpentiere (la scienza e la tecnica staccate dall’umanità). E’ la storia di un visconte, che partecipa assieme al suo scudiero Curzio ad una guerra di religione di fine Settecento in Boemia. La storia è narrata dal nipote del protagonista, che viene diviso in guerra a metà da una palla di cannone. Così da queste metà usciranno fuori due personalità diametralmente opposte di Medardo, il visconte cattivo detto “Il gramo”, e il visconte “Buono” che sarà presentato nella seconda parte della storia. Quando Medardo ritorna al paese uscirà fuori e mostrerà solo la parte cattiva, che porterà al via numerose atrocità, come la morte del padre, la condanna a morte di numerosi innocenti, o il tentativo di uccisione del nipote. La storia in sé è più che godibile, anche se mi aspettato qualcosa in più, certo che ho apprezzato molto i messaggi che sottostanno alla storia, ovvero dell’uomo dimezzato, che non è mai completo veramente. Inoltre affascinante il modo ambiguo di presentare i personaggi, e la critica all’uomo moderno.

 

 

“Metafisica dei tubi” è la biografia dei primi anni di vita della scrittrice belga Amélie Nothomb, c’è chi magari si ricorda solo degli  sporadici episodi accaduti nella tenera età, invece lei no, con arguta brillantezza ci presenta il suo iniziare a vivere, lei sue prime esperienze, il suo approcciarsi al mondo. Sicuramente una biografia dei primi tre anni di vita non convenzionale, affetta da una estrema apatia, cresciuta e ritenuta come un essere vegetale – pianta – non parla, non emette suono, sembra vivere nella sua assoluta assenza, quasi solo ad occupare uno spazio che gli è stato assegnato e che lei non è disposta ad oltrepassare, a sconfinare, a provare a varcare. “In principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo: esso nominava solo se stesso. E Dio vide che questo era un bene. Per niente al mondo avrebbe creato alcunché. Il nulla non solo gli piaceva, ma addirittura lo appagava totalmente. Dio aveva gli occhi perennemente aperti e fissi. Se anche fossero stati chiusi, nulla sarebbe comunque cambiato. Non c’era niente da vedere e Dio non guardava niente. Era pieno e denso come un uovo sodo, di cui possedeva anche la rotondità e l’immobilità. Dio era soddisfazione assoluta. Non desiderava niente, non aspettava niente, non percepiva niente, non rifiutava niente e niente lo interessava. La vita era di una pienezza talmente intensa che non era vita. Dio non viveva: esisteva. L’esistenza non aveva avuto per lui un inizio percettibile”. Nata e cresciuta in Giappone, niente e nessuno la farà cambiare, la toglierà da quello stato di apparente inettitudine che sembra caratterizzarla, fino a quando passati due anni, lei scoprirà il piacere e l’amore per il cioccolato, e così darà voce finalmente attraverso la fonetica del sentimento alle sue parole, mai dette a caso oltretutto. Narcisista, una spugna fonte di tutto ciò che la circonda, una bambina particolare, una lirica all’osservazione costante mai scontata; una scrittura che è evocativa, sarcastica, ma anche tributo alla forza delle parole che solo se dette in un determinato modo acquistano il valore necessario. […] “Tubo sei e tubo tornerai”, perché in  fondo siamo dei tubi tutta la vita, che inglobano e espellono cose e pensieri, e alla fine ingloberanno ed espelleranno polvere e terra.