LIBRI LETTI: ROTH

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«Il clochard Andreas Kartak, originario come Roth delle province orientali dell’Impero absburgico, incontra una notte, sotto i ponti della Senna, un enigmatico sconosciuto che gli offre duecento franchi. Il clochard, che ha un senso inscalfibile dell’onore, in un primo momento non vuole accettare, perché sa che non potrà mai rendere quei soldi. Lo sconosciuto gli suggerisce di restituirli, quando potrà, alla «piccola santa Teresa» nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Da quel momento in poi la vita del clochard è tutta un avvicinarsi e un perdersi sulla strada di quella chiesa, per mantenere una impossibile parola. È come se il clochard volesse ormai una sola cosa nella sua vita – rendere quei soldi –, e al tempo stesso non aspettasse altro che di essere sviato da innumerevoli pernod, da donne che il caso gli fa incontrare, da vecchi amici che riappaiono come comparse fantomatiche. Tutta la straziata dispersione della vita di Roth – e soprattutto dei suoi ultimi anni, quando, proprio a Parigi, trovava una suprema, ultima lucidità nell’alcool – traspare in questa immagine di un uomo ormai tranquillamente estraneo a ogni società, visitato da brandelli di ricordi, generosamente disponibile a tutto ciò che incontra – e in segreto fedele a un unico e apparentemente inutile voto».

Il primo libro che leggo dell’autore e l’ho trovato geniale nella sua aderenza alla realtà. Racconta in maniera puntuale e precisa il comportamento di un alcolizzato, delle sue manie, delle sue nevrosi, degli attimi di sconforto, ma anche di sorpresa. Joseph Roth racconta bene anche i sentimenti di Andreas, ce lo fa sentire vicino, le azioni si muovono con naturalezza quasi come se si stesse vedendo un film, e il racconto vola via in un fiato, senza pause, perché si vuol sapere cosa ha riserbato la vita a quest’uomo che sembra non stupirsi dell’eccesso di fortuna. Sapere che è un racconto autobiografico che ricalca la vita dello scrittore provoca uno scoramento nel lettore, ma forse – come tanti altri scrittori – è proprio dall’alcol che il genio dello scrittore poteva venire fuori, altrimenti ingabbiato dalla lucidità di essere comuni.

LIBRI LETTI: OATES

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«Mi invitò a cena: era la sera del 23 ottobre 1960, e io accettai. Cenammo insieme anche la sera dopo, e quella dopo ancora, e così via, finché mangiare insieme divenne una consuetudine. Un mese più tardi, il 23 novembre, dopo una cena improvvisata nella piccola stanza d’affitto di Ray, ci fidanzammo. Il 23 gennaio 1961 ci sposammo nella piccola chiesa cattolica di Madison. Siamo rimasti assieme – quasi sempre l’uno accanto all’altra – per quarantasette anni e venticinque giorni. La mattina dell’11 febbraio 2008, ho accompagnato mio marito al pronto soccorso del Medical Center di Princeton, e lì è iniziata la tragedia […]»

Di cosa parla questo memoir dal titolo Storia di una vedova?
Parla degli anni successivi alla morte di quello che è stato l’uomo della vita, Raymond Smith, di Joyce Carol Oates.
Ma il libro – che costa di ben 600 pp. – racchiude molto altro di più. Non parla solo della vedovanza della scrittrice, ma narra anche degli anni insieme a Smith, dei loro vari trasferimenti, dei rapporti accademici e istituzionali, dei rapporti anche solo amicali, oltre che con personalità di spicco del mondo della letteratura. Di quello che negli anni è stato per loro la letteratura, la filosofia, la scrittura, la parola scritta e la parola parlata, di quella che è stata la pietra miliare condivisa: la Ontario Review.
Il libro – in pieno stile dell’autrice – raccoglie e-mail, lettere, appunti, apparati documentari che nel corso degli anni hanno riempito quel vuoto incolmabile nell’animo di questa donna spezzata: «dalle vostre parti c’è per caso qualche “gruppo di sostegno per il lutto?” Potrei iniziare a frequentarlo…Non sono sicura di potercela fare da sola. Mi sembra di vivere dimezzata. Specialmente di notte. Di solito, mi trovo piuttosto bene quando sto con gli altri, ma crollo appena resto sola. Mi pare proprio di non riuscire a prendere coscienza del fatto che Ray non c’è più. Che non si trova semplicemente da qualche parte dove non posso vederlo. Mi sembra davvero impossibile…Mi serve un gruppo tipo Alcolisti Anonimi – suona così nabokoviano […]».
Il libro interroga più volte il sé della scrittrice, prima donna, prima moglie che non riesce a reagire a questa assenza arrivando più volte anche all’idea di soccombere al dolore, attraverso il suicidio, – e si leggono pagine bellissime quanto dolorose –: «Se mi toglierò la vita, non sarà un atto premeditato, bensì impulsivo. Un giorno, o più facilmente, una notte, il senso di solitudine sarà così schiacciante e infinito – e io mi sentirò stanca fino al midollo e avrò la consapevolezza che tale condizione non recederà, ma prevarrà o peggiorerà, indebolendomi ulteriormente – che forse riuscirò a trovare un’ultima stilla di forza, la determinazione a farla finita. Proprio come chi è fermo e trema sull’orlo di un trampolino – un trampolino molto alto, al di sotto del qualche sorge una superficie luccicante, increspata, “plasticosa”, di profondità indefinibile –, mi tufferò verso la scorta di pillole, la mia soluzione.
Ma come, e dove, lascerò queste annotazioni, queste parole incerte e confuse? Perché, di certo, voglio che siano ritrovate. Comunque, con il mio gesto, non intendo negare che la vita sia ricca, meravigliosa, varia, sempre sorprendente e preziosa – io, però, non riesco più a far parte di essa. Non voglio sostenere che il mondo non sia bello – perlomeno, in alcune manifestazioni. Per me, comunque, questo mondo è diventato remoto e inaccessibile.
Circondata da un guazzabuglio di detriti da burrasca, un’imbarcazione – un traghetto, una barca a vela, o una nave da crociera – sta staccandosi dal molo, e tu sulla riva resti immobile a guardarla, mentre si allontana in un alone di luce, musica, voci e risate. Che tu saluti o no quella partenza, è indifferente: nessuno lo nota, e il naviglio prende il largo». E ancora la scrittrice in maniera illuminante e superba riflette sul senso di essere vedova, sul senso della perdita: «Ora comincio a capire: questo memoir è un pellegrinaggio. Tutti i memoriali sono viaggi, investigazioni; alcuni si configurano come dei pellegrinaggi.
Parti dal punto “A” per arrivare al punto “Z”. Dovrai arrivare alla fine, in qualche modo. All’inizio, nel confuso incubo diurno/notturno successivo alla morte di Ray, lo spazio (familiare) in cui mi muovevo era diventato terrificante – non-familiare. Anche la casa in cui vivevo, la “nostra” casa, si era trasformata in un ambiente infido, pericoloso, persino orrido: talvolta lo è ancora e anch’essa mi appare “non-familiare”.
Il suo significato originario si è stemperato, è scomparso pian paino, proprio come un colore che viene sbiancato dal sole. L’umanità di un individuo deriva dal vivere un’esistenza che abbia un senso. Vivere un’esistenza priva di senso significa essere un essere subumano, un’entità che ha subito un danno irreversibile in un’area del cervello preposta al controllo del linguaggio, delle emozioni, della memoria. Nei primi giorni/settimane/mesi della sua nuova vita postuma, la vedova è costretta a vivere un’esistenza prima di senso, come in un’ontologica commedia degli orrori in cui sembra che gli altri stiano recitando sulla base di dettagliati copioni: sono attori che si muovono all’interno di un’elaborata trama insondabile, mentre lei – la vedova, quella che ha accusato una perdita irrevocabile, simile all’amputazione di un braccio, all’enucleazione di un occhio, o alla demenza senile – deve arrancare tra le scene, poiché ha smarrito ogni collegamento vitale con ciò che la circonda, con il significato della rappresentazione. Perché? […]».
Storia di una vedova – seppur impegnativo, come tutti i libri dell’autrice – ripreso più volte e letto a piccoli bocconi per il senso di afasia e di dolore traboccante tra le pagine rappresenta l’autentico Oatesiano, rappresenta la parte più vera e umana di Joyce – che i fan dell’autrice non possono lasciarsi sfuggire –, di:

«Lei [che] non si preoccupò mai di sapere
Cos’avesse a che fare l’amore con la morte;
Né si sforzò mai di capire
Perché per provare amore, dovesse versare [tanto] sangue».

LIBRI LETTI: PERA

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Descrizione: Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno – non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza. Eppure L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena». Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.

Il titolo poetico e metaforico Al giardino ancora non l’ho detto ha una sua genesi ed è stato scelto dall’autrice ispirandosi ad una poesia di Emily Dickinson, I haven’t told my garden yet, in cui la poetessa americana ribaltava la percezione della propria morte, guardandola con gli occhi di chi resta (il giardino, appunto, di cui nessuno si prenderà più cura). L’opera che Pia Pera ha deciso di donarci, di regalarci non è un romanzo, ma un memoir, un insieme dei suoi pensieri di fronte la decadenza del proprio corpo, di sé stessi. Può essere collocato in quel filone di libri che racchiudono in sé una mole di pensieri e riflessioni, uno zibaldone. Pia è colpita da una malattia neurodegenerativa, e mostra ai lettori tutta la sua intimità, le sue paure, ansie, preoccupazioni di fronte alla perdita della propria indipendenza, della propria autonomia, perché gli esseri umani come le piante anche appasiscono, ingrigiscono e perdono il loro fogliame vivace. Ma più di tutto quello che esorta l’autrice alla riflessione è il tormento, le delusioni o remore verso ciò che non si è colto e si poteva fare, e che nessuno – ormai – può più darci, e l’essere in quanto tale può perdonarsi, vivere di questi atti mancati? Pia ci racconta il suo fatto di bellezze e anche di momenti tristi, come tutti, come un’esistenza ordinaria, che potrebbe essere quella di chiunque, persino anche la nostra in un prossimo futuro: «Accettare il qui e ora, e questo significa: non sprecare energie nell’anelito vano di mutare ciò che è stato, sperarlo diverso. Abbracciando per quanto possibile con tenerezza quest’anima tremebonda che teme di avere sbagliato tutto. […] Forse, raggiunto il deserto della malattia, cui probabilmente porta quasi ogni strada, rinnegare il cammino percorso arriva spontaneo ma fallace. […] Perché mai tormentarsi giudicando retrospettivamente attraente ciò di cui non avevo avuto, allora, nessunissima voglia?»

 

LIBRI LETTI: ERNAUX

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Con la Ernaux si entra nell’intimità, si entra nella sua storia, nella sua famiglia, nei grovigli della sua anima, in quei pensieri disturbanti che l’hanno afflitta – e forse l’affliggono ancora ora –.
L’altra figlia è un breve racconto, che è rappresentato da una lettera virtuale che l’autrice pensa di inviare a sua sorella morta nel 1938 di difterite, prima che lei nascesse.
Ed è da questo avvenimento che tutta la narrazione prende forma: si legge di una Annie dimessa, con i suoi sensi di colpa, quella figlia sbagliata, l’altra figlia che è nata dal dolore solo perché una malattia l’ha portata via.
Lei sua sorella Ginette, morta all’età di sei anni, dopo numerosi tentativi di trarla in salvo da una malattia di cui poco dopo si scoprirà la cura, è l’ombra di Annie, che ha scoperto questa sventura per caso, nel negozio della madre, una drogheria, che confessa ad un cliente l’accaduto.
Ed è da questo avvenimento che Annie farà finta di niente, non dirà ai genitori che sa questa storia, che conosce il suo passato, che conosce la sua storia scritta dall’arrivo di una morte; quei suoi genitori tanto devoti alla vergine di Lourdes, a cui si deve anche la guarigione dall’infezione da chiodo arrugginito, e quindi da una forma di tetano, di Annie: la sopravvissuta.
In ottanta pagine l’autrice rende ancora più intima la sua storia ai suoi lettori, col suo solito stile moderato, non eccessivo, ma neanche dismesso, come solo l’autrice sa fare, perché basta guardarla in foto e vien da pensare che non può essere altro che così.

LIBRI LETTI: ERNAUX

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Sinossi: Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l’Algeria, la maternità, de Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l’avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l’avvento di internet, l’undici settembre, la riscoperta del desiderio. Scandita dalla descrizione di fotografie e pranzi dei giorni di festa, questa «autobiografia impersonale» immerge anche la nostra esistenza nel flusso di un’inedita pratica della memoria che, spronata da una lingua tersa e affilatissima, riesce nel prodigio di «salvare» la storia di generazioni coniugando vita e morte nella luce abbagliante della bellezza del mondo.

Autobiografia atipica, che trova il suo senso in un semplice obiettivo: rileggere la propria vita, i propri mutamenti, le proprie evoluzioni all’interno di circostanze storiche e sociali che l’hanno condizionata, hanno prodotto ciò che è Annie oggi.

Si racconta un arco temporale di cinquant’anni, attraverso una narrazione partecipata con l’uso del noi, che permette all’autrice una stessa distanza da se stessa, e di coinvolgere il lettore, a volte direi faticosamente, in quanto risulta abbastanza ripetitiva nei ripercorrere il vissuto di come eravamo nel trascorrere quegli anni; però tra pagine noiose, si leggono anche bei concetti.

Non so, onestamente se consigliarlo, anche perché anche il finale mi è sembrato non troppo adeguato, come se l’autrice cercasse di trovare delle conclusioni (possibili? Non credo!).

Non mi è dispiaciuto, ma credevo e speravo in una lettura più avvincente. Per chi ama gli avvenimenti squisitamente francesi potrebbe interessare e – ovvio – se ha curiosità anche di conoscere di più la scrittrice.

«Non sa che cosa stia cercando in quegli inventari, forse, a furia di accumulare ricordi di oggetti, vuole ridiventare ciò che era stata. Vorrebbe unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi. L’esistenza di un singolo individuo, dunque, ma allo stesso tempo fusa nel movimento di una generazione. All’atto di cominciare incappa sempre negli stessi problemi: in che modo rappresentare sia il fluire del tempo storico, il cambiamento delle cose, delle idee, dei costumi, sia l’intimità di quella donna, come far coincidere l’affresco di quarantacinque anni e la ricerca di un io fuori dalla Storia, quello dei momenti sospesi su cui scriveva poesie a vent’anni».

«Le donne costituivano più che mai un gruppo sorvegliato, i cui comportamenti, gusti e desideri erano oggetto di una discussione costante, di un’attenzione al contempo inquieta e trionfale. Si riteneva che avessero «ottenuto tutto», che «fossero dappertutto» e che «a scuola avessero maggior successo dei ragazzi». Come al solito i segni della loro emancipazione erano ricercati nel loro corpo, nella loro audacia sentimentale e sessuale. […] Il femminismo era una vecchia ideologia vendicativa e senza ironia, non se ne sentiva più il bisogno e le ragazze ne parlavano con condiscendenza, senza dubitare un istante della propria forza e di un’uguaglianza considerata acquisita.»

LIBRI LETTI: TONDELLI

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“Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice.

E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua.”

In questo parole si legge tutta l’intimità di Tondelli uomo, prima che scrittore. L’autore che si mette a nudo senza filtri che si denuda al lettore, gli dà la sua verità, non si vergogna, non chiede, non pretende, ti dice solo come stanno le cose. Poi ognuno ne trarrà ciò che più ritiene importante, a Tondelli di questo poco importa.

Poi Thomas muore, e niente è più come prima, anche se Leo, l’aveva sempre saputo, sin dall’inizio era cosciente che niente è per sempre: “Sapeva, fin dall’inizio, che mai lui avrebbe potuto essere “tutto”. Per questo chiamava il loro amore “camere separate”. Lui viveva il contatto con Thomas come sapendo, intimamente, che prima o poi si sarebbero lasciati.”

La vita di Leo è segnata dalla debordante ricerca e negazione della felicità, perché la felicità non è mai un tutto e un sempre, ma è un apice, un attimo di estasi che ritorna nella sua flosciante mediocrità, ha la sua fine, è un uroboro, un circolo, come dentro così fuori, la felicità inizia, è una partenza, ma ha anche un arrivo, un traguardo – spesso amaro – a cui spesso cerchiamo di negare l’evidenza.

Leo trova la sua salvezza, il suo appiglio, il suo esistere nella scrittura, che segna una rotta nell’attimo vissuto del rapporto con Thomas, e nella assenza e solitudine di un sentimento sfiorito troppo presto.

“[…] stavano dirottando su quelle lettere, il loro desiderio di essere amanti. Lo deviavano dalla sfera sessuale a quella del linguaggio. Non se ne rendevano ancora conto, ma con l’invio di quelle lettere continuavano a fare, quotidianamente, l’amore; a produrre un frutto concreto, seppur fatto di parole e di carta, ma forse per questo assai più duraturo, e stabile, della loro unione.”

La storia di Leo e Thomas, che poi è la storia di Pier Vittorio Tondelli (Leo nel libro), è una storia intensa, viva (anche nel litigio), spesso volutamente distante – come in una camera sperata –, ma indimenticabile, come solo la verità e l’intensità di certi sentimenti sanno trasmettere, non conta di certo la natura dell’amore, perché lasciatemelo dire che si parli di un amore omosessuale in questo libro centro poco o nulla, ciò che conta è il sentimento: il bisogno dell’altro con la triste consapevolezza che siamo tutti in prestito all’altro, al mondo, alle onde osmotiche di baci convulsi che fanno tremare e commuovere la psiche del lettore.

 

 

LIBRI LETTI: LAHIRI

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Questa è la storia di un colpo di fulmine, di un lungo corteggiamento, di una passione profonda: quella di una scrittrice per una lingua straniera. Jhumpa Lahiri è una giovane neolaureata quando visita per la prima volta Firenze; appena sente parlare l’italiano capisce che le è stranamente familiare, che le è necessario e deve apprenderlo. Non sa spiegarsi il perché di un simile, repentino bisogno, ma sa che farà di tutto per soddisfarlo. Dapprima prova a studiare l’italiano nella sua città, New York, con una serie di insegnanti private, ma non basta. Anche le brevi visite successive, a Mantova, Milano, Venezia, non la appagano: vuole immergersi completamente nella realtà della nuova lingua. Si trasferisce a Roma, con tutta la famiglia. E lì comincia la vera avventura, fatta di slanci, entusiasmo e insieme di difficoltà ed estraniamento. “In altre parole” è il primo libro che nasce direttamente in italiano da un’autrice di madrelingua bengalese che ha sempre parlato e scritto in inglese. È la testimonianza di un tenace percorso di scoperta e di apprendimento e di un obiettivo, raggiunto, di potenza e fluidità espressiva, ancora più preziosa perché conserva tra le righe l’eco affascinante di una distanza, quella che sempre ci separa dall’oggetto d’amore: la distanza impercettibile e infinita del desiderio. Tutti i capitoli che compongono il libro, tranne l’ultimo, sono stati precedentemente pubblicati, in una prima versione sotto forma di articoli, su “Internazionale”. Bellissimo, soprattutto per chi ama la lingua, e il peso delle parole. Consigliato per un pubblico che ama la scrittura che si interroga, che è essa stessa terra di domande e di risposte. Jhumpa attraverso varie metafore spiega il suo incontro, – raccontando tutta l’evoluzione linguistica e personale – con l’italiano: «[…] Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. E stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma».
Ci spiega il suo rapporto con essa (l’italiano), e le interrelazioni che si vengono a creare con la sua lingua madre (il bengalese), e la lingua attraverso cui ha imparato a difendersi (l’inglese): “La mia relazione con l’italiano si svolge in esilio, in uno stato di separazione. Ogni lingua appartiene a un luogo specifico. Può migrare, può diffondersi. Ma di solito è legata a un territorio geografico, un Paese. L’italiano appartiene soprattutto all’Italia, mentre io vivo in un altro continente, dove non lo si può incontrare facilmente. Penso a Dante, che attese per nove anni prima di parlare con Beatrice. Penso a Ovidio, bandito da Roma in un luogo remoto. In un avamposto linguistico, circondato da suoni alieni. Penso a mia madre, che scrive poesie in bengalese, in America. Lei non può trovare, perfino quasi cinquant’anni dopo che vi si è trasferita, un libro scritto nella sua lingua. In un certo senso mi sono abituata a una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, il bengalese, in America è straniera. Quando si vive in un Paese in cui la propria lingua è considerata straniera, si può provare un senso di straniamento continuo. Si parla una lingua segreta, ignota, priva di corrispondenze con l’ambiente. Una mancanza che crea una distanza dentro di sé.
Nel mio caso c’è un’altra distanza, un altro scisma. Non conosco il bengalese alla perfezione. Non so leggerlo, neanche scriverlo. Parlo con un accento, senza autorità, per cui ho sempre percepito una sconnessura tra me ed esso. Di conseguenza ritengo che la mia lingua madre sia anche, paradossalmente, una lingua straniera. In quanto all’italiano, l’esilio ha un aspetto diverso. Non appena ci siamo conosciuti, io e l’italiano ci siamo allontanati. La mia nostalgia sembra una sciocchezza. Eppure, la sento. Com’è possibile, sentirmi esiliata da una lingua che non è la mia? Che non conosco? Forse perché io sono una scrittrice che non appartiene del tutto a nessuna lingua”.
Ci parla di identità, di scoperta di sé, della dimensione della parola: “Fin da ragazza appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un Paese, una cultura precisa. Se non scrivessi, se non lavorassi alle parole, non mi sentirei presente sulla terra.
Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare, alla fine, la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile”.

Un libro particolare. Forse unico nel suo genere, se si tiene conto del percorso che Jhumpa Lahiri ha fatto per arrivare a scrivere tutto ciò. Con caparbietà, con intelligenza, e con – mia ammirazione per l’autrice – sostengo che è un libro che va letto, soprattutto per gli italiani che amano i libri. Le parole. E Jhumpa questa volta si presenta al lettore nuda, senza il velo della traduzione, con l’italiano che le è proprio.

“[…] Credo che studiare l’italiano sia una fuga dal lungo scontro, nella mia vita, tra l’inglese e il bengalese. Un rifiuto sia della madre sia della matrigna. Un percorso indipendente”.

“Si potrebbe dire che il meccanismo metamorfico sia l’unico elemento della vita che non cambia mai. Il percorso di ogni individuo, di ogni Paese, di ogni epoca storica, dell’universo intero e tutto ciò che contiene, non è altro che una serie di mutamenti, a volte sottili, a volte profondi, senza i quali resteremmo fermi. I momenti di transizione, in cui qualcosa si tramuta, costituiscono la spina dorsale di tutti noi. Che siano una salvezza o una perdita, sono i momenti che tendiamo a ricordare. Danno un’ossatura alla nostra esistenza. Quasi tutto il resto è oblio.
Credo che il potere dell’arte sia il potere di svegliarci, di colpirci fino in fondo, di cambiarci. Cosa cerchiamo leggendo un romanzo, guardando un film, ascoltando un brano di musica? Cerchiamo qualcosa che ci sposti, di cui non eravamo consapevoli, prima. Vogliamo trasformarci, così come il capolavoro di Ovidio ha trasformato me”.

LIBRI LETTI: BENNETT

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Una vita come le altre

«C’è stato qualche altro caso di malattia mentale nella vostra famiglia?». Comincia con questa domanda, rivolta da un assistente sociale dello Yorkshire, questo straordinario, commovente viaggio interiore di Alan Bennett. Da qualche giorno l’anziana madre è ricoverata in un istituto psichiatrico per una grave forma depressiva – così almeno la definiscono. Comunque sì, ci sono stati altri casi in famiglia, ma lui non lo aveva mai saputo. È il padre a svelare per la prima volta, in un atto burocratico e liberatorio, la fine drammatica e segreta del nonno di Bennett, e a indurlo a esplorare le storie nascoste e dimenticate degli altri parenti. Ma come si distingue la malattia mentale dalle manie, dalle fobie, dal silenzio, dall’infelicità? Da parte di uno scrittore che in passato non poteva «neanche togliersi la cravatta senza prima far circondare la casa da un cordone di polizia», un libro come questo è un dono prezioso e inaspettato. Solo di recente, infatti, Alan Bennett ha sentito il bisogno di dedicarsi a quell’attività vagamente disdicevole che è lo scrivere di sé. Cambiando tonalità, forse, rispetto agli scritti esilaranti e feroci che gli hanno dato la celebrità, ma sempre con lo stesso sguardo acuminato e instancabile. Uno sguardo di un’onestà dolente, poco caritatevole soprattutto verso le sue manchevolezze. E l’umorismo? Sotteso – o forse sospeso – in ogni pagina come uno strumento di interpretazione insostituibile, col quale ci si può destreggiare anche fra le tragedie della vita e della senilità.
Un Bennet molto più intimo, che si mette a nudo, che però ho apprezzato poco; dei dolori e delle malattie non penso ci si dovrebbe vergognarsi, anzi, nonostante le contingenze di tempi e luoghi. Della loro convivenza, soccombenza o superamento non c’è che di esserne fieri, o amareggiati, ma mai vergognarsi.

LIBRI: UHLMAN

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Cattura“È la storia di un uomo… la cui unica ambizione, ahimè irrealizzabile, è raggiungere le stelle non con un razzo ma con la propria arte.” Nel 1960, a cinquantanove anni, quando suggella con queste parole intrise di amarezza la propria biografia, Fred Uhlman è ormai un pittore affermato, ma nel campo della scrittura la fama continua a eluderlo. Gli arriverà postuma con lo straordinario successo de L’amico ritrovato, divenuto in breve tempo un bestseller mondiale. È una delle ironie di una vita, dominata nel bene e nel male dal caso, il cui racconto, commosso, partecipato e ricco di episodi curiosi e divertenti, si legge come un romanzo. L’autore parla dell’inizio delle persecuzioni razziali e dell’emarginazione degli ebrei che precede l’Olocausto con il senso di stupore di chi non riesce a darsi ragione di un’enorme ingiustizia, di un vero e proprio tradimento. Solo pochi hanno il coraggio di tagliare le radici e scegliere la via dell’esilio, tra questi Uhlman, che si rifugia a Parigi, poi in Spagna e infine in Inghilterra. Il libro inizia così: «Non è che sappia poi molto delle origini della mia famiglia, che era di Freudenthal, un piccolo villaggio non lontano da Stoccarda. A quanto mi consta, prima del XVIII secolo gli ebrei in Germania non avevano neppure un cognome. In tutto il Wùrttemberg c’erano soltanto circa cinquecento ebrei. Tenuti ai margini di tutte le maggiori città, dipendevano completamente dal Duca, il quale poteva espellerli a suo piacimento e li teneva con sé a patto di ricavarne qualche vantaggio. Conosciuti con il nome di Schutzjuden, ebrei protetti, dovevano pagarsi la protezione. C’era una “tassa d’ammissione” e un tributo annuale». Fred Uhlman in questo libro ci racconta la sua storia, una storia che si legge come un racconto, una lente sugli avvenimenti del suo tempo: ascesa al potere di Hilter, leggi razziali, fuga in Francia, Inghilterra (sua seconda patria), Spagna. Ci racconta gli anni di obbedienza allo stato tedesco, la sua crescita tra un padre troppo disordinato e una madre ignorante, della sua poca conoscenza dell’ebraismo – in quanto cresciuto in una famiglia laica –. Ormai in quella Germania non c’era posto per gli ebrei, e Fred l’aveva capito bene, tantoché riuscì a trovare la forza di fuggire in quel di Parigi, tra quartieri altolocati e bohemien, dove incontrerà artisti del calibro di Picasso e De Chirico. Successivamente scopre – forse grazie a questi incontri – la sua passione: la pittura. Certo, non è semplice, in un momento del genere dedicarsi all’arte da esule, e senza un appoggio o amici su cui contare, oltre al fatto che alcune attività commerciali da lui fondate si rivelarono un vero fallimento. Dopo una breve fuga in Corsica, si avventura per L’Inghilterra, qui si sposerà e deciderà di fondare la “Free German League of Culture” con lo scopo: «di unire le migliaia di profughi tedeschi in Inghilterra in un’efficace organizzazione antinazista». Un libro che seppur tocca argomenti estremamente delicati – come nella Trilogia del ritorno – riesce ancora una volta ad usare quel giusto linguaggio, che affascinerà qualunque lettore, incuriosito, forse, di sapere di più sulla vita e sul passato di quest’uomo e della sua famiglia. Eccellente per me è l’appendice, che riporto integralmente: «Quand’ero bambino, nell’intero Wurttemberg c’erano circa diecimila ebrei, quattromilaquattrocento dei quali vivevano a Stoccarda. Alcuni erano artigiani ma, per lo più, facevano i commercianti; un numero abbastanza cospicuo erano avvocati e medici, le due professioni più accessibili agli ebrei. La maggioranza apparteneva alla classe media e la mia impressione è che nell’insieme se la passavano abbastanza bene e soltanto pochi erano davvero poveri. Alcuni, anzi, erano ricchissimi e questo in una città che era una delle più ricche dell’intera Germania. I rapporti tra ebrei e cristiani erano nel complesso amichevoli, ma i rapporti sociali erano limitati e in genere gli ebrei si tenevano alla larga e preferivano frequentarsi tra di loro anziché correre il rischio di essere discriminati. (Tutti i circoli di tennis ufficialmente escludevano gli ebrei, anche se poi era consentita qualche eccezione.) Quando dico che gli ebrei preferivano frequentarsi tra di loro non voglio con questo dire che non esistessero differenze sociali al loro interno. Anzi, è difficile immaginare una gerarchia più rigida e una società più snob e cosciente delle differenze di classe di quella ebrea. In cima alla scala e era la “nobiltà”, un piccolo gruppo di forse dodici famiglie, non meno elitaria dell’alta società di Boston. Erano die Altangesessenen, le famiglie che si erano installate a Stoccarda all’inizio del XIX secolo, soprattutto avvocati, banchieri, uno o due giudici che si tramandavano la professione di padre in figlio, e che si consideravano superiori non soltanto perché risiedevano a Stoccarda da più tempo ma per il loro livello culturale superiore. Queste famiglie potevano permettersi di guardare dall’alto in basso i commercianti, collezionavano quadri, mandavano i figli all’università, avevano denaro, e disprezzavano quelli che dovevano faticare per guadagnarsi da vivere. Alcune di queste cercavano di evitare in tutti i modi ogni contatto con gli altri ebrei e perfino con i loro parenti: Fritz Elsas, il nipote di mia nonna, ne è un esempio; facevano battezzare i figli e facevano di tutto per entrare nella società cristiana, uno sforzo che in certi casi era coronato da successo. A un gradino leggermente inferiore della scala sociale veniva il gruppo di gran lunga più numeroso: soprattutto ricchi uomini d’affari, medici, avvocati, le cui famiglie erano a Stoccarda da due o tre generazioni, i quali si conoscevano, si frequentavano e si sposavano tra di loro. Pur non disdegnando di avere qualche amicizia al di fuori della loro cerchia, avevano una spiccata preferenza per i loro amici e parenti ebrei. Le loro famiglie erano poco numerose: uno o due figli erano la norma. Ancora più in basso venivano gli ebrei più poveri e i nuovi venuti, die Dorfjuden, gli ebrei di villaggio, per lo più ex mercanti di bestiame e piccoli commercianti; e in fondo venivano die Pollacken, gli ebrei polacchi e russi. (Mi ricordo di una scenata che mi fece mio padre perché avevo portato a casa un Pollack, un compagno di scuola, il quale, tra parentesi, oggi insegna diritto all’università di Harvard.) Tra le famiglie più ricche c’erano i Wolf, gli Strauss e gli Heilner, i quali possedevano grandi imprese e avevano rapporti commerciali in tutto il mondo, ma non appartenevano, nonostante la loro ricchezza, alla “nobiltà” ebrea, perché per essa erano “troppo nouveau anche”. I Wolf soprannominati semplicemente i Lumpen Wolf, i Wolf straccioni – erano di gran lunga la famiglia ebrea più ricca di Stoccarda, probabilmente una delle più ricche di Germania, e mi ricordo che un tema ricorrente, sempre discusso con grande passione, era la consistenza patrimoniale dei Wolf. Duecento milioni di marchi o forse trecento? Tutto quello che si sapeva per certo era che die Lumpen Wòlfe avevano imprese dappertutto, in India, Scandinavia e Cina, e che la maggioranza delle filande in Svizzera erano di loro proprietà. A dispetto della loro ricchezza, i Wolf, come quasi tutti gli ebrei di Stoccarda, vivevano modestamente e senza ostentazione. Era sufficiente entrare nella cerchia dei ricchi: mettere in piazza la propria ricchezza era considerato di cattivo gusto. Quando il figlio di uno dei Wolf si costruì una magnifica villa da dove si dominava la città, dovettero passare degli anni prima che suo padre accettasse di trasferirsi. L’auto era considerata un lusso ed era usata soprattutto per affari. Mi ricordo ancora la collera dei fratelli di mio padre quella volta che usò l’auto della ditta per portarci in gita nella Foresta Nera. L’auto della ditta. Per una gita di piacere! Il denaro non era fatto per essere speso ma accumulato. Ora non era più necessario per ottenere la protezione di un principe, adesso significava prestigio e potere, e se questo non bastava, si poteva sempre comprare un titolo: venti o trentamila marchi donati a un ospedale o a un museo potevano procurare il titolo di Kòniglicher Kommemenrat, di consigliere commerciale reale, o, se non era ancora abbastanza, si potevano allargare ancora di più i cordoni della borsa e diventare Wirklicher Kòniglicher Kommenienrat, un “vero” consigliere commerciale del re! E per appena cinquecento marchi si poteva diventare console di Panama! Nella vita della comunità ebraica la religione era quasi assente e per quasi tutto l’anno la sinagoga rimaneva deserta, affollandosi soltanto due volte, il giorno dell’Espiazione e a Capodanno. La maggioranza degli ebrei non erano di stretta osservanza, ma alcuni erano rigidamente ortodossi, mangiavano soltanto cibo cascer, osservavano il giorno festivo e si rifiutavano di fare qualsiasi lavoro di sabato. Non viaggiavano, non sollevavano il ricevitore del telefono, non portavano nulla, neppure le bretelle per “portare” i pantaloni, che sostituivano con una cintura. E così via. Ma per la maggioranza questi puristi erano maniaci, sopravvivenze del passato o caricature. (E, comunque, era molto probabile che fossero dei Pollacken.) Alla fine degli anni ’20, molti ebrei liberali erano, nondimeno, preoccupati dell’evidente decadenza morale dei loro correligionari, i quali non avevano fede o erano molto tiepidi, facevano matrimoni misti, avevano pochi figli e in qualche caso neppure uno, e si suicidavano sempre più spesso. Perciò, tentarono di arrestare den Untergang der Deutschen juden, il declino degli ebrei tedeschi, sostenendo che i loro figli dovevano almeno sapere perché erano ebrei. Ma ormai era troppo tardi. Come quasi dappertutto, gli ebrei tedeschi erano eccessivamente patriottici. Si vantavano – fin quasi a rendersi ridicoli – di essere innanzitutto tedeschi e poi ebrei. Così davano ai figli dei nomi spiccatamente tedeschi, al punto che Siegfried e Sigmund diventarono nomi quasi esclusivamente ebrei. In ogni caso, tutto questo ha un interesse puramente storico perché ci pensò Hitler a “risolvere” il problema. Dopo la guerra, a quanto mi consta, erano rimasti soltanto dieci o dodici ebrei a Stoccarda. Tutti gli altri – i sopravvissuti delle camere a gas – erano emigrati».

LIBRI: POLITKOVSKAJA, MOEHRINGER

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2636916Un piccolo angolo d’inferno è un saggio di Anna Politkovskaja, scritto nel 2002 e che narra alcune delle vicende più agghiaccianti della seconda guerra cecena (1999-2006), episodi vissuti personalmente dalla giornalista della Novaja Gazeta e racconti delle esperienze della popolazione cecena. La volontà della giornalista è di far luce su una guerra dimenticata dall’Occidente, che l’ha frettolosamente liquidata come una questione interna, permettendo anzi al governo centrale russo di nobilitarla con una motivazione antiterroristica. La Politkovskaja si mantiene assolutamente equidistante dalle fazioni che combattono – da una parte l’esercito federale russo, dall’altra le milizie indipendentiste – concentrando la sua attenzione sulle atroci sofferenze dei civili: torture, stupri, rapimenti, spedizioni punitive nei villaggi, saccheggi e abusi commessi sia dall’esercito regolare che dalla guerriglia. Dietro a questa guerra, dietro alla mancanza di una qualsiasi volontà di negoziato, si nasconderebbe un disegno politico preciso del governo, che persegue il ritorno alle ambizioni imperialistiche sovietiche, e di un esercito – corrotto e ormai fuori dallo stesso controllo del governo – che vuole proseguire il saccheggio di questa piccola regione caucasica, popolata da appena un milione di abitanti. Il libro si conclude con il racconto dell’assalto al teatro Dubrovka di Mosca, rivendicato dai guerriglieri di Shamil Basayev, nel quale la Politkovskaja tentò una mediazione con i terroristi per la liberazione degli ostaggi. Nel blitz dell’esercito russo, gli assaltatori furono uccisi, ma insieme a loro morirono 129 ostaggi a causa soprattutto dei gas tossici utilizzati per immobilizzare i guerriglieri. Un libro doloroso, intenso, che fa riflettere. La falce della libertà privata, la morte di Anna. La memoria e il peso delle sue parole, che come macigni dovremmo portarci sempre sulle nostre spalle.

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Il bar delle grandi speranze è un romanzo del 2005 dell’autore statunitense J. R. Moehringer. Il libro costituisce l’opera prima del giornalista J. R. Moehringer, in cui l’autore ripercorre i primi anni della sua giovinezza fino ai venticinque anni, raccontando il suo percorso per diventare uomo e di come gli avventori del bar Dickens abbiano rappresentato la chiave per il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Un libro scritto molto bene, che si evolve dentro un bar, il suo bar,  come lo specchio interiore della propria anima, tra drink e bevande, Moehringer ci parla della sua vita, dei suoi dolori, delle sue perplessità, dei suoi affanni, delle sue paure. Tra personaggi del passato e alcool J.R. ci parla di lui, e nonostante tutto non stanca.

“Devi fare tutto quello che ti spaventa, J.R., tutto. Non parlo di cose che mettono a rischio la tua vita, ma tutto il resto. Pensa alla paura, decidi subito come affronterai la paura, perché la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che racconterai su te stesso. E qual è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Seguirla. Andarle dietro. Non considerare la paura come il cattivo della storia. Pensala come la tua guida, il tuo pioniere.”