LIBRI LETTI: OATES

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«Vediamo le ombre delle cose, non le cose in sé…Siamo obbligati a immaginare ciò che lo scrittore non rivela».

Non conoscevo la Oates, o meglio la conoscevo solo per la sua fama e non avevo letto ancora nulla. Son partito da questo libro colpito dal titolo e dalla copertina magnetica. Non sono rimasto affatto deluso, anzi, ho scoperto una scrittrice che sicuramente imparerò ad amare.
Si sente che c’è tanto materiale dietro, che c’è una solida struttura di scrittrice, e da quanto leggo questo libro non è neanche tra i suoi migliori, il che mi fa ben sperare!
Protagonista del romanzo è Joshua Siegl di origine ebrea, un uomo sui quarant’anni che vive sulle rive dell’Ontario a Carmel Heights, è un giovane accademico di successo, ha una casa bellissima, e una carriera ancora in pieno sviluppo che gli si prospetta davanti. Joshua a dispetto della felicità apparente vive con un macigno sulle spalle, vive all’ombra del suo capolavoro che ne ha decretato la fama; un libro ispirato alla storia dei suoi nonni deportati nei campi di Dachau.
Ma Joshua, sta riorganizzando la propria vita, e decide dopo infinite lotte interiori con la propria individualità di cercarsi un’assistente che possa aiutarlo a tenere in ordine e la casa, ma soprattutto anche i migliaia di libri sparsi per casa oltre che la gran mole di missive arrivate da propri ammiratori che mai hanno ricevuto risposta. Perché Joshua pensa che: «che un’anima in pena agogna di essere curata: in tempi profani abbiamo bisogno che un estraneo ci completi, laddove ci manca la forza di completarci da soli […]».
Joshua sempre preso dai suoi lavori, dai suoi scritti, fai conti con una solitudine forzata, o forse cercata, con una sorella Jet totalmente opposta da lui, che cerca quasi di avere una gloria riflessa dall’operato di un fratello assente, schivo. Joshua in fondo non è nient’altro che un filosofo, e i filosofia odiano la storia, come la storia familiare, la storia dell’origine.
«Perché essere un filosofo è voler credere che la mente umana trascenda le contingenze del tempo. Essere un filosofo è credere che la mente umana non sia sottomessa al giogo del tempo; la filosofia è propria dello spirito senza tempo, mente la storia è solidamente ancorata a terra. La filosofia libera, la storia rende schiavi».
Infatti, Joshua è schiavo della sua storia. Storia che la sua assistente Alma Busch, la ragazza tatuata, dalla bellezza lattiginosa non digerisce affatto. La sua assistente è una donna di umili origini, di forme abbondanti e all’apparenza ingenua, deturpata da un tatuaggio a forma di falena sul viso, da poco arrivata in città e innamorata del rozzo e antisemita Dmitri, che amerà e poi disprezzerà allo stesso tempo.
Alma è combattuta, vive una scissione in sé: è turbata da ciò che il mondo le mostra (la storia) e ciò che si immagina potrebbe avere (filosofia) da un uomo, un vero uomo, che sta imparando a conoscerla, a relazionarsi con lei, soprattutto con le giuste e dovute maniere. Nei confronti della donna derisa, umiliata, non rispettata, giocattolo da circo in braccio alle bocche di uomini di osteria, di uomini di spessore inconsistente.
Lei che sfoga il suo dolore e che nel dolore impara a trovare punti di contatto, punti di intersezione, offuscati dalla sua follia, dal suo carattere imprevedibile, dalla sua sete di rivalsa covata dentro.
La Oates ci parla dell’imperfezione umana, delle debolezze dell’uomo, e della sua – spesso – insensata crociata portata avanti da un’ignoranza, verso chi ci è lontano, verso chi è diverso da noi, verso chi ha una diversa cultura, una diversa religione, un diverso colore della pelle, o semplicemente un diverso idioma.
La Oates dedica in apertura del romanzo questo libro a Philip Roth, e onestamente, non so se i due si conoscano, o se c’è solo ammirazione reciproca, sta di fatto che Joshua, il professore maledetto ben incarna l’animo di chi per via di un’origine si vede scritta una parabola esistenziale non priva di sofferenze.

«[…] Alma, ti sei fatta un’idea sbagliata. Solo perché un romanzo è formalmente inventato, non vuol dire che non parla di qualcosa di molto reale nello spirito umano. Tu leggi la Bibbia, no? I tuoi ministri predicano partendo dalla Bibbia, no? La Bibbia è difficile che sia “reale”.
Alma lo guardava sbattendo le palpebre, con occhi impietriti. Seigl fu inorridito: credeva davvero che la Bibbia fosse reale?
Alma, io penso a me stesso come uno scrittore che scrive storie per gli altri. Al posto degli altri che sono morti, o muti. Che non possono parlare.
Ma lei non sa. Lei scrive come se sapesse, ma lei non sa.
So quello che mi hanno raccontato, e quello che posso immaginare. So quello che io stesso provo […]».