LIBRI LETTI: OATES

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Figli randagi è il titolo di un raccolta di racconti edita da E/O della ormai autorevole Joyce Carol Oates. La raccolta di racconti è composta da sei storie scritte fra il 1965 e il 1972, quando l’autrice, comincia ad ottenere i primi riconoscimenti importanti, si pensi al National Book Award che le viene conferito nel 1970.
I racconti che compongono la raccolta sono:
– Dove stai andando, dove sei stata?
– Desideri appagati
– Figli randagi
– Una ragazza sull’orlo dell’oceano
– Nella regione di ghiaccio
– Sabato di follia

Protagonista assoluta della raccolta è l’adolescenza, un periodo della vita tanto caro all’autrice e più volte descritto nei suoi racconti e romanzi.
I protagonisti sempre ben caratterizzati, sono giovani e giovanissimi, che si avvicinano al mondo degli adulti con incertezza, e sembrano non capirlo, o non riescono ad adeguarvisi.
Dall’altro lato anche gli adulti raccontati non riescono a trovare un proprio centro, una propria stabilità, sono in perenne conferma della propria identità, ma dalla loro hanno l’età che spesso è sinonimo di maturità ma che alle volte è solo apparenza.
Nelle storie un senso di inadeguatezza e solitudine accompagna ad ogni passo questi giovani, a rinforzo di ciò come se non bastasse la Oates – come ormai ci ha abituato – racconta della violenza, che sia essa fisica o psicologica, che fa parte della natura umana così come può essere l’amore e il desiderio.
Un libro che per gli amanti della scrittrice sicuramente non va perso, anzi, racconta in maniera interessante ciò che sul nostro corpo è già scritto: tracce di violenza, solitudine, durezza di vita quotidiana, amore e bisogno d’amore.

Piccola curiosità: Dove stai andando, dove sei stata?, il racconto che apre la raccolta, ha trovato felicemente anche una trasposizione cinematografica nel 1985 con il film Smooth Talk interpretato da Laura Dem e Treat Williams per la regia di Joyce Chopra.

LIBRI LETTI: CLINE

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le ragazze

«[…] nei racconti c’era una somiglianza che ci faceva sentire tutti vittime dello stesso complotto […] stavo cominciando a riempire tutti gli spazi vuoti dentro di me con le certezze del ranch»

Proclamato come l’esordio dell’anno della scrittrice Emma Cline di origine Californiana, che l’ha scritto a soli 24 anni.
Mi sento di poter essere d’accordo con l’idea di un esordio memorabile – non so se dell’anno o meno – ma di certo memorabile, che non si fa scordare, che ti rimane impresso nella mente, ti fa entrare nel vortice dell’adolescenza.
Emma Cline lo sa bene, e conosce bene tutti gli stigmi che la crescita porta con sé, e tra le pagine ne dà una prova superba, oltre che originale.
Protagonista è Evie Boyd, una ragazzina in piena tensione adolescenziale, appena quindici anni, e tutto il mondo davanti, tutti i problemi davanti, tutta l’inadeguatezza che si cova dentro per ogni minima cosa.
La piccola Evie è sola, è lasciata sola nella durezza della crescita, dell’esplorazione di sé, e del mondo che la circonda; figlia di una madre che pensa solo ai suoi problemi, spinta da un egoismo affettivo che pare ritrovare in un nuovo compagno, non accorgendosi in alcun modo dei cambiamenti della figlia, dei mutamenti interiori quanto esteriori. Evie una piccola bambola di porcellana che fa i conti col mondo, ma non ha ancora imparato tutte le operazioni.
Per non parlare del padre, ormai lontano dalla sua esistenza, che si è rifatto una vita con una donna – o meglio con una ragazza – più giovane di lui, e sembra ormai che una figlia non l’abbia più, o pare ricordarsene solo quando son presenti grosse incombenze.
Evie è sola, fai conti con la solitudine della adolescenza e col giudizio che ci si sente addosso ogni secondo, comincia a riflettere sulla sua condizione, sul suo stato di donna in mutamento: «mi ci volle un attimo per elaborare quest’idea che i genitori non avessero il diritto. Di colpo mi sembrò clamorosamente vera. Non ero di proprietà di mia madre solo perché era stata lei a mettermi al mondo. Non mi poteva mandare in collegio solo perché le girava così. Forse quello era un tipo di vita migliore, anche se mi sembrava alieno. Far parte di quel gruppo amorfo, convincersi che l’amore poteva venire da ogni direzione. Così da non restare delusi se non ne veniva abbastanza dalla direzione sperata».
Evie per porre rimedio a queste mancanze, a questi buchi neri che la stanno divorando interiormente si affida – quasi per caso – ad un gruppo di ragazzi, pare sembra una setta con rigide regole di accoglienza e di approvazione, un gruppo di ragazzi che sente finalmente la guarda, si accorge di lei. Evie esiste. Evie è umana. Evie non è sola.
Dall’ingresso in questo gruppo di ragazzi, nel ranch, comincia la parabola discendente di Evie, una mucca smunta dalla forza di ragazzi che sono cresciuti prima di lei, cresciuti secondo le proprie regole, regole non codificate, e qui fa esperienza, esperienza di strada: conosce il proprio corpo e la propria sessualità, conosce cos’è il fumo e la cocaina, ma conosce anche cos’è l’affetto e come funzionano i battiti del cuore.
«[…] Dopo la festa del solstizio ero stata al ranch solo altre due volte, ma avevo già cominciato a introiettare certi modi di vedere il mondo, certe abitudini mentali. La società era zeppa di gente inquadrata, ci diceva Russell, gente paralizzata nelle grinfie degli interessi del capitale, persone docili come scimpanzé da laboratorio intontiti. Noi al ranch, invece, vivevamo su un piano totalmente diverso, lottando contro quel meschino schiamazzare, quindi che importava se bisognava fare fessi gli inquadrati per raggiungere traguardi più grandi, mondi più grandi? Se ci si svincolava da quel vecchio contratto, ci diceva Russell, se si rifiutavano tutte le insensate tattiche di terrore delle lezioni di educazione civica, dei messali e dell’ufficio del preside, si capiva che non esistevano il bene e il male. Le sue equazioni permissive riducevano questi concetti a vuote reliquie, come medaglie di un regime che non era più al potere».
Dentro al ranch Evie si annulla, e in tutto ciò la madre non si accorge di nulla, pur presentando imbarazzanti cambiamenti la madre pare accogliere tutto con normalità, e credere alle millemila bugie che Evie le riserba.
Evie impara a conoscere anche la propria identità, le proprie pulsioni amorose:
«Nessuno mi aveva mai guardata davvero prima di Suzanne, perciò da un certo momento in poi era stata lei a definirmi. Mi ammorbidivo cosí facilmente sotto il suo sguardo che anche le sue fotografie sembravano mirate a me, accese di un significato particolare. Era diverso da Russell, il modo di guardarmi di Suzanne, perché il suo sguardo conteneva anche quello di lui: e faceva sembrare più piccolo lui, e chiunque altro. Eravamo state con gli uomini, gli avevamo lasciato fare quello che volevano. Ma non avrebbero mai conosciuto le parti di noi che gli tenevamo nascoste: non ne avrebbero mai sentito la mancanza e non avrebbero neppure capito che c’era qualcos’altro da cercare».
Emma Cline disegna bene quando sia difficile convivere con la propria crescita, con il proprio senso di inadeguatezza, con la propria solitudine, con chi per paura di farti del male si eclissa completamente e paradossalmente ti fa ancora più male, ti dà il colpo di grazia:
Certo che le ragazze non scapparono dal ranch: c’è un sacco di roba che si può sopportare. A nove anni mi ero rotta il polso cadendo da un’altalena. Il terrificante schiocco, il dolore accecante. Ma anche in quel momento, anche con il polso che mi si gonfiava di un anello di sangue intrappolato, insistevo a dire che stavo bene, che non era niente, e i miei mi credettero fino al momento in cui il dottore gli fece vedere la radiografia, le ossa spezzate di netto».
Evie sembra star bene, e il mondo fuori pare continuare il suo compiersi, ma in realtà dentro di sé tutto ormai è rotto e in piccoli pezzi, come quando fu lasciata sola per un semplice sussulto del cuore in una strada completamente abbandonata, sembrava uno stupido scherzo, e invece…ora, ricomporre i pezzi forse non è più possibile, le cicatrici restano e rappresentano la donna che è diventata sotto braccia di genitori che non sono stati.

«– Comunque, – disse Julian, illuminandosi in volto. – Ho sempre pensato che sia stata una cosa bellissima. Malata ma bellissima, – disse. – Una forma di espressione perversa, ma sempre una forma di espressione, non so se mi spiego. Un impulso artistico. Per creare bisogna distruggere, come dicono gli indú eccetera eccetera»

«[…] sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche. Da piccola, andare a farmi visitare dal medico di famiglia era stressante proprio per questo motivo. Mi faceva domande delicate: come mi sentivo? Come avrei descritto il dolore? Era più acuto o più diffuso? Io lo guardavo con disperazione. Avevo bisogno che mi dicesse lui qualcosa, era quello il senso dell’andare dal dottore. Fare un esame, passare dentro una macchina che mi setacciasse gli organi interni con raggi di precisione e mi dicesse qual era la verità».

LIBRI LETTI: SANTACROCE – RC: OB. 16 – UN/A GIOVANE AUTORE/TRICE ALL’ESORDIO

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Descrizione: La protagonista di queste storie riccionesi racconta in prima persona di una sua estate trascorsa in un appartamento condiviso con amici e amiche e in giro per luoghi abitati da un mondo parallelo che rifugge la “normalità” degli adulti. Fluo, con il suo linguaggio inedito e contaminato e nel suo stile immaginifico, narra storie di vita di giovani degli anni novanta, che vivono una loro esistenza accelerata, dissipatoria, talora irresponsabile, e sono insieme trasgressivi e sognatori, iper-consumisti e super-omisti.
“Mi piace chiudere gli occhi. Proiezioni acide riempiono la stanza creando giochi lisergici silenziosi. Le mie gambe si muovono lentamente sotto rete lurex abbondantemente smagliata. Adoro le smagliature, i buchi vistosi. Vorrei partecipare a serate di gala lucidate a nuovo coperta solo da un certo plaid semicarbonizzato e da un bikini più micro del dovuto. Così, tranquillamente, provocare scandali lanciando ragni liofilizzati.”

Un libro particolare, ma particolare con questa scrittrice ormai è abitudine. La protagonista è Starlet e siamo negli anni ’90, vengono raccontati senza filtri gli eccessi, l’alcol, gli abusi sotto ogni punto di vista di questa ragazza e della generazione che le è contemporanea. Se vi aspettate una trama andate oltre, piuttosto il libro può essere assimilato ad un diario, un diario di questa ragazza nelle sue follie, nei suoi eccessi, nella sua mancata normalità. Son arrivato alla fine per non lasciare il libro a metà, ma della scrittura ci sarebbe molto da dire, ma è così, la Santacroce è quella scrittrice che in un rigo ti fa dire: ‘oh, cazzo, quando avrei voluto scriverlo io questa frase’ e per le restanti sessanta pagine ti destabilizza, sfida il lettore, lo pone in un bivio: andare oltre, o abbandonare. Ogni volta una sfida cara Santacroce, ma forse è proprio per questo che hai nel modo o nell’altro un alto riscontro di pubblico.

LIBRI LETTI: NELSON

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Paranoid Park è un romanzo dello scrittore statunitense Blake Nelson edito per la prima volta nel 2006.
Il testo è composto da una serie di lettere che il protagonista Alex scrive all’amica Macy, allo scopo di confessarle il terribile segreto che lui tiene nascosto.
Portland. Alex è un adolescente comune: trascorre le sue giornate frequentando il liceo e andando in skateboard con gli amici, attività che lo aiutano a non pensare al divorzio dei genitori. Una sera Alex decide di recarsi al Paranoid Park, uno skatepark illegale frequentato da tipi poco raccomandabili. Qui viene avvicinato da Scratch, che lo convince a saltare su un treno in corsa per recarsi a un supermercato e comprare della birra. Nel tentativo di saltare sul treno, Alex e Scratch vengono scoperti da un guardiano notturno che li aggredisce: inizia una colluttazione e Alex si difende colpendo con il suo skateboard il guardiano. Quest’ultimo cade a terra e rimane tranciato a metà dalle ruote del treno in movimento. Scratch si dilegua sparendo definitivamente dalla città, mentre per Alex comincia un vero calvario: da un lato non vuole confessare l’accaduto perché teme di rovinare per sempre la sua vita e quella della sua famiglia, dall’altro quel segreto lo logora, rendendogli impossibile vivere un’esistenza serena. Alex viene anche interrogato dall’ispettore Brady, che sta seguendo il caso del guardiano morto sui binari, ma non confessa le sue colpe e riesce a farla franca. L’unica persona che sembra essere vicina ad Alex in questo momento di difficoltà è Macy, una ragazza che vive nel suo quartiere. Macy capisce che il suo amico ha un segreto terribile che non può rivelare, e lo convince a scrivere delle lettere per sfogarsi, per liberarsi dal peso che lo opprime. Alex accetta il consiglio e scrive delle lettere in cui rivela tutta la vicenda. È questo il modo per esorcizzare la sua sofferenza e cercare di continuare a vivere una vita accettabile, pur sapendo di aver causato la morte di un uomo. Quel ricordo non lo lascerà mai, Alex lo sa bene, ma può farcela ad essere di nuovo un ragazzo quasi normale.
Una scrittura fluida, semplice, all’americana. Si legge in fretta, e lascia spazio alla riflessione. Ho apprezzato molto il poter leggere il libro attraverso gli occhi del protagonista, vivendo insieme a lui tutti i sentimenti provati. Certo per trama, e evoluzione non è il massimo dell’originalità.
Il regista Gus Van Sant ha portato questo romanzo sul grande schermo: il film, anch’esso intitolato Paranoid Park, ha vinto il premio speciale al Festival di Cannes del 2007.

«Il problema dei segreti è proprio questo: ti fanno impazzire. Davvero. Ti isolano. Ti separano dalla tua tribù. E alla fine ti distruggono. A meno che tu non sia forte, fortissimo.»

Trailer del film: http://www.mymovies.it/film/2007/paranoidpark/

LIBRI: BIGNARDI

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$_1L’amore che ti meriti è il nuovo libro pubblicato da Daria Bignardi, che oltre ad essere autrice e conduttrice televisiva, con questo quarto libro – preceduto da Non vi lascerò orfani, Un karma pesante, L’acustica perfetta – si conferma anche come una vera scrittrice. Il libro ruota tutto attorno ad una morte, nella città di Ferrara, tra le strade e i vicoli – oltre che il passato – estensi di bellezza e arte imparagonabili. La protagonista/detective è Antonia, figlia di Alma, che scopre di avere uno zio che non aveva mai conosciuto, scomparso negli anni dell’adolescenza per colpa di gioco sbagliato, di un gioco fatale, di una stupida trasgressione. Il motivo di questa scomparsa è l’eroina, lo zio Marco detto Maio, si era bucato per gioco, non essendo veramente consapevole a ciò che andava incontro; a volerlo per prima, e ad incitarlo a provare era stata Alma credendo che tutto si racchiudesse in un semplice episodico evento. E da qui comincia la disgregazione familiare: «Se non fosse stato per la mia idea insensata, mio fratello sarebbe vivo e probabilmente anche i miei genitori. Mio padre rimbambito e mia madre acciaccata, ma vivi. Si sarebbero trasferiti in campagna e qualche volta li andremmo a trovare. Pranzeremmo al sole e cammineremmo sull’argine coi cani. Antonia avrebbe avuto dei nonni e dei cugini, io una vita diversa. Maio non avrebbe mai trovato il coraggio di bucarsi se non l’avessi proposto io, ne sono certa: non è una fissazione, è una consapevolezza. Lui non decideva niente, mi seguiva in ogni cosa, si fidava di me. Tutti si fidavano di me. Ho rovinato tutto, e mi merito l’inferno che ho vissuto istante per istante». Intanto Antonia, è ferma e decisa a fare luce su questa scomparsa, a capire in modo chiaro una volta per tutte cosa sia veramente successo; Antonia è incinta di un bambina – o meglio tutti vogliono credere che sia una bambina –  ed è impegnata con il commissario Leo Capasso – di dieci anni più grande di lei – così decide di partire da Bologna per Ferrara per indagare su questa triste storia, che anche la storia della sua famiglia. Attraverso queste indagini conoscerà un altro ispettore di polizia, molto disponibile e dall’aria molto affascinante, che l’aiuterà a far chiarezza sulla scomparsa di Maio. Antonia oltre alle indagini impara a conoscere la città, tra le vie, i monumenti e i ristoranti; avrà  modo di parlare con la fidanzata dell’epoca di Maio, Michela, che gli racconterà dei particolari ed elementi molti importanti. Conoscerà anche Isabella, la figlia di Lia Cantoni e Michele – vicini di casa di Alma e Maio ai tempi del tragico evento – ebrei, che gli riveleranno un segreto che porterà ulteriori sommovimenti nell’unione familiare. Nel frattempo Leo sta vivendo momenti di alta tensione, morti su morti, la situazione sta diventando sempre più critica e preoccupante nel suo distretto, tanto che in un incidente rimarrà coinvolta anche Alma, un’infaticabile donna, dal carattere forte e risoluto, amata da tutti i suoi studenti. Un carattere indipendente, tanto premuroso e aperto a ricevere affetto dai suoi studenti, tanto distaccato e all’apparenza freddo, con Franco, quel marito – quasi succube – di questo amore. L’indagine verrà portata a termine da Antonia che in modo sapiente ha saputo con arguzia rimettere insieme tutte le fila della storia, attraverso una narrazione oltremodo interessante a voci alternate. Mi piace concludere con una poesia di Bassani riportata anche nel libro omonimo:

«Davvero cari non saprei dirvelo

attraverso quali

strade così di lontano

io sia riuscito dopo talmente

tanto tempo a tornare.

Vi dirò soltanto che mi lasciai

pilotare nel buio

da qualcheduno che m’aveva

preso in silenzio per la

mano».

Cosa è veramente successo? Maio è solo scomparso o è rimasto sopraffatto dalla dipendenza all’eroina? Daria Bignardi si conferma una bravissima scrittrice, puntuale nelle pause, nella costruzione della storia, nella sua evoluzione, e nella perfetta, ma anche delicata risoluzione.

Amo Leo anche se non ha letto Stevenson. E’ per quello che non capiva, gli avevo detto, se non leggi non capisci. «Non se lavori in Polizia» aveva risposto. «In Polizia vedi da vicino tutto quello che leggi nei romanzi: amore, tradimenti, morte.»