LIBRI LETTI: BUSI – RC: OB. 34 – UN LIBRO CHE AVEVI INTERROTTO

Standard

002e31a9a4059fd2b1abc8246cc01649_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Seminario sulla gioventù è il romanzo d’esordio dello scrittore Aldo Busi, il romanzo è pubblicato dall’editore Adelphi nel 1984 e vince il Premio Mondello Opera Prima.

Così si legge dal risvolto di copertina: Un romanzo che è la storia di un’autoeducazione selvaggia, attraverso una folta sequenza di avventure, incontri, fagocitazioni, seduzioni e soprattutto fughe, perché la vocazione del protagonista è quella di evadere da ogni esperienza che tenda a chiudersi su se stessa. E ogni fuga lascia in dono al lettore un personaggio, una storia, avvolti da quella dolorosità peculiare della gioventù, del primo urto di una pelle impreparata, che qui si scopre in tutta la sua irreale acutezza.
Di questo libro iniziale di Busi possiamo dire oggi che offre uno dei rari esempi di lucentezza che non si offusca con il tempo. E si accende ora di nuovi riflessi in questa nuova stesura «interamente riscritta, e interamente per davvero», nonché sigillata, come da una sorta di epilogo, dall’inesorabile Seminario sulla vecchiaia. Questa, fra tutte le versioni, comprese le numerose mai pubblicate, è «la più a puntino e definitiva», sono ancora parole di Busi, «ultima, forse estrema e forse no, autenticazione in divenire della vita in Letteratura».

Celebre è l’incipit, ormai memorabile, che per me racchiude anche tutta la genealogia del testo (articolato, difficile, borghese, artificioso, con il sentimento forse di allontanare il lettore per dirgli quasi: ‘Tu non puoi arrivare a tanto, lievemente sbeffeggiandolo”, sentimento poi contrario alle pubblicazioni moderne degli autori contemporanei che scrivono o dovrebbero scrivere per coinvolgere il lettore, renderlo partecipe):

«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo ad un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».

Il tutto inizia a Montichiari, dove il protagonista Barbino fa esperienza del mondo attraverso l’osservazione. Tra i lavori di campagna, le diversità di cui si accorge troppo presto con i fratelli, l’operosità della madre (di cui pensa sempre di provocare dolore) e le scaramucce del padre. E ancora la frequentazioni con le donne, e la scoperta del sesso (prepotente, sovrastante, un fagotto sulle spalle) che porterà all’esasperazione il suo lato femminile.
Divenuto consapevole che Montichiari non è la sua realtà, la realtà che lo rappresenta e può dargli ciò che cerca, viaggia tra Milano, Parigi, Londra, sviluppando in sé un percorso di educazione indotta, che lo porta a superare quei dettami e convenzioni sociali che l’avevano formato nell’atto della nascita e della normificazione sociale, riuscendo ad essere veramente indipendente da ogni radice che lo lega all’origine.
Questo distacco però lascia un sottile filo rosso che permette a Barbino di ritornare lo stesso con ciclicità nella sua Montichiari.
Tra Parigi e Londra scopre la perversione (per pura voglia di esplorare, di capire la vita), e stabilitosi a Milano conosce Eugenio Montale, e anche qui intreccia rapporti omosessuali di vario tipo e forma a volte violenti, a volte dettati da una pura bramosia di denaro.
Questo suo atteggiamento da uomo fatto e costruito gli vale l’ammirazione delle donne del tempo che lo considerano un uomo brutale, passionale, un «lupo mannaro».

Un libro che da molti lettore e critica è definito autobiografico, ma che l’autore Busi, nella nuova riedizione con una postazione curata da lui stesso tiene a precisare che nulla c’è di autobiografico. Se sia autobiografico o meno poco importa, certo è che elementi specchio ravvisabili nella sua vita odierna ci sono; del testo al lettore rimane l’ampollosità della forma, della scrittura (come di solito ci ha abituati Busi anche nei suoi libri successivi), ma non solo, il lettore si arricchisce anche di un’esperienza di crescita, di vita, di superamento di ogni tipo di barriera: sociale, familiare, politica, avendone poi a fine romanzo a distanza di anni solo: «[…] le reminescenze contraffatte, delle fiabe apocrife».

P.s. ammetto, ad onor del vero che alcune pagine le ho saltate perché non ce la facevo proprio, ma per fortuna anche questo è un diritto del lettore, come direbbe Pennac.

P. p. s. è un libro che avevo provato a leggere svariati anni fa, ma che avevo abbandonato (forse perché ancora non ero pronto, ma ora son felice di averlo portato a termine, pur saltando qualche pagina).

LIBRI LETTI: ROVELLI

Standard

lez_fisica

«Quello che hanno capito è che una sostanza calda non è una sostanza che contenga fluido calorico. Una sostanza calda è una sostanza in cui gli atomi si muovono più veloci […] La differenza fra passato e futuro esiste solo quando c’è calore».

Un piccolo gioiellino che in sette lezioni ripercorre e spiega davvero anche per chi di fisica poco ne capisce i mutamenti più importanti che ha subito la Fisica nel XX secolo.
Ho scelto di riportare in toto la prima lezione proposta, davvero illuminante, che come l’ultima altrettanto illuminante, sono le due che mi hanno colpito di più.

“Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso. Era a Pavia. Aveva raggiunto la famiglia dopo aver abbandonato gli studi in Germania, dove non sopportava il rigore del liceo. Era l’inizio del secolo e in Italia l’inizio della rivoluzione industriale. Il padre, ingegnere, installava le prime centrali elettriche in pianura padana. Albert leggeva Kant e seguiva a tempo perso lezioni all’Università di Pavia: per divertimento, senza essere iscritto né fare esami. È così che si diventa scienziati sul serio. Poi si era iscritto all’Università di Zurigo e si era immerso nella fisica. Pochi anni dopo, nel 1905, aveva spedito tre articoli alla principale rivista scientifica del tempo, gli «Annalen der Physik». Ciascuno dei tre valeva un premio Nobel. Il primo mostrava che gli atomi esistono davvero. Il secondo apriva la porta alla Meccanica dei Quanti, di cui parlerò nella prossima lezione. Il terzo presentava la sua prima Teoria della Relatività (oggi chiamata «relatività ristretta»), la teoria che chiarisce come il tempo non passi eguale per tutti: due gemelli si ritrovano di età diversa, se uno dei due ha viaggiato velocemente.
Einstein diventa improvvisamente scienziato rinomato e riceve offerte di lavoro da varie università. Ma qualcosa lo turba: la sua teoria della relatività, per quanto subito celebrata, non quadra con quanto sappiamo sulla gravità, cioè su come cadono le cose. Se ne accorge scrivendo un articolo di
rassegna sulla sua teoria, e si chiede se la vetusta e paludata «gravitazione universale» del grande padre Newton non debba essere riveduta anch’essa, per renderla compatibile con la nuova relatività. S’immerge nel problema. Ci vorranno dieci anni per risolverlo. Dieci anni di studi pazzi, tentativi, errori, confusione, articoli sbagliati, idee folgoranti, idee sbagliate.
Finalmente, nel novembre del 1915, manda alle stampe un articolo con la soluzione completa: una nuova teoria della gravità, cui dà nome «teoria della relatività generale», il suo capolavoro. La «più bella delle teorie scientifiche» l’ha chiamata il grande fisico russo Lev Landau. Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear… Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività
Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi. Ricordo l’emozione quando cominciai a capirne qualcosa. Era estate. Ero su una spiaggia della Calabria, a Condofuri, immerso nel sole della grecità mediterranea, al tempo dell’ultimo anno di università. I periodi di vacanza sono quelli in cui si studia meglio, perché non si è distratti dalla scuola. Studiavo su un libro con i margini rosicchiati dai topi, perché l’avevo usato per chiudere le tane di queste povere bestiole, di notte, nella casa malandata un po’ hippy nella collina umbra dove andavo a rifugiarmi dalla noia delle lezioni universitarie di Bologna. Ogni tanto alzavo gli occhi dal libro per guardare lo scintillio del mare: mi sembrava di vedere l’incurvarsi dello spazio e del tempo immaginati da Einstein. Era come una magia: come se un amico mi sussurrasse all’orecchio una straordinaria verità nascosta, e d’un tratto scostasse un velo dalla realtà per svelarne un ordine più semplice e profondo. Da quando abbiamo imparato che la Terra è rotonda e gira come una trottola pazza, abbiamo capito che la realtà non è come ci appare: ogni volta che ne intravediamo un pezzo nuovo è un’emozione. Un altro velo che cade. Ma fra tutti i numerosi salti avanti del nostro sapere, avvenuti uno dopo l’altro nel corso della storia, quello compiuto da Einstein è forse senza eguale. Perché? Per prima cosa, perché una volta capito come funziona, la teoria è di una semplicità mozzafiato. Ne riassumo l’idea: Newton aveva cercato di spiegare la ragione per la quale le cose cadono e i pianeti girano. Aveva immaginato una «forza» che tira tutti i corpi l’uno verso l’altro: l’aveva chiamata «forza di gravità». Come facesse questa forza a tirare cose che stanno lontano l’una dall’altra, senza che ci fosse niente in mezzo, non era dato sapere, e il grande padre della scienza si era cautamente guardato dall’azzardare ipotesi. Newton aveva anche immaginato che i corpi si muovessero nello spazio, e lo spazio fosse un grande contenitore vuoto, uno scatolone per l’universo. Un’immensa scaffalatura nella quale corrono diritti gli oggetti, fino a che una forza non li faccia curvare. Di cosa fosse fatto questo «spazio», contenitore del mondo, inventato da Newton, neppure questo era dato sapere. Ma pochi anni prima della nascita di Albert, due grandi fisici britannici, Faraday e Maxwell, avevano aggiunto un ingrediente al freddo mondo di Newton: il campo elettromagnetico. Il campo è un’entità reale diffusa ovunque, che porta le onde radio, riempie lo spazio, può vibrare e ondulare come la superficie di un lago, e «porta in giro» la forza elettrica. Einstein era affascinato fin da ragazzo dal campo elettromagnetico, che faceva girare i rotori delle centrali elettriche costruite da papà, e presto capisce che anche la gravità, come l’elettricità, deve essere portata da un campo: deve esistere un «campo gravitazionale», analogo al «campo elettrico»; e cerca di capire come possa essere fatto questo «campo gravitazionale» e quali equazioni lo possano descrivere. E qui arriva l’idea straordinaria, il puro genio: il campo gravitazionale non è diffuso nello spazio: il campo gravitazionale è lo spazio. Questa è l’idea della teoria della relatività generale. Lo «spazio» di Newton, nel quale si muovono le cose, e il «campo gravitazionale», che porta la forza di gravità, sono la stessa cosa. È una folgorazione. Una semplificazione impressionante del mondo: lo spazio non è più qualcosa di diverso dalla materia: è una delle componenti «materiali» del mondo. Un’entità che ondula, si flette, s’incurva, si storce. Non siamo contenuti in un’invisibile scaffalatura rigida: siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile. Il Sole piega lo spazio intorno a sé e la Terra non gli gira intorno perché tirata da una misteriosa forza, ma perché sta correndo diritta in uno spazio che si inclina. Come una pallina che rotoli in un imbuto: non ci sono misteriose «forze» generate dal centro dell’imbuto, è la natura curva delle pareti a fare ruotare la pallina. I pianeti girano intorno al Sole e le cose cadono perché lo spazio si incurva. Come descrivere questo incurvarsi dello spazio? Il più grande matematico dell’Ottocento, Carl Friedrich Gauss, il «principe dei matematici», aveva scritto la matematica per descrivere le superfici curve bidimensionali, come la superficie delle colline. Poi aveva chiesto a un suo bravo studente di generalizzare il tutto a spazi curvi di dimensione tre o più. Lo studente, Bernhard Riemann, aveva prodotto una ponderosa tesi di dottorato, di quelle che sembrano completamente inutili. Il risultato era che le proprietà di uno spazio curvo sono catturate da un certo oggetto matematico, che oggi chiamiamo la curvatura di Riemann e indichiamo con R. Einstein scrive un’equazione che dice che R è proporzionale all’energia della materia. Cioè: lo spazio si incurva là dove ci sia materia. È tutto. L’equazione sta in una mezza riga, non c’è altro. Una visione – lo spazio che si incurva – e un’equazione. Ma dentro quest’equazione c’è un universo rutilante. E qui si apre la ricchezza magica della teoria. Una successione fantasmagorica di predizioni che sembrano i deliri di un pazzo, e invece sono state tutte verificate dall’esperienza. Per cominciare, l’equazione descrive come si curva lo spazio intorno a una stella. A causa di questa curvatura, non solo i pianeti orbitano intorno alla stella, ma anche la luce smette di viaggiare diritta e devia. Einstein predice che il Sole devii la luce. Nel 1919 viene compiuta la misura, e risulta essere vero. Ma non è solo lo spazio a incurvarsi, è anche il tempo. Einstein predice che il tempo passi più veloce in alto e più lento in basso, vicino alla Terra. Si misura, e risulta essere vero. Di poco, ma il gemello che ha vissuto al mare ritrova il gemello che ha vissuto in montagna un poco più vecchio di lui. È solo l’inizio. Quando una grande stella ha bruciato tutto il suo combustibile (l’idrogeno), finisce per spegnersi. Quanto resta non è più sorretto dal calore della combustione e crolla schiacciato sotto il suo stesso peso, fino a curvare lo spazio così fortemente da sprofondare dentro un vero e proprio buco. Sono i famosi buchi neri. Quando studiavo all’università, erano poco credibili predizioni di una teoria esoterica. Oggi sono osservati nel cielo a centinaia, e studiati nei loro dettagli dagli astronomi. Ma non basta. Lo spazio intero può distendersi e dilatarsi; anzi, l’equazione di Einstein indica che lo spazio non può stare fermo, deve essere in espansione. Nel 1930, l’espansione dell’universo viene effettivamente osservata. La stessa equazione predice che l’espansione debba essere scaturita dall’esplosione di un giovane universo piccolissimo e caldissimo: è il Big Bang. Ancora una volta, nessuno ci crede, ma le prove si accumulano, fino a che nel cielo viene osservata la radiazione cosmica di fondo: il bagliore diffuso che rimane dal calore dell’esplosione iniziale. La predizione dell’equazione di Einstein è corretta. E ancora, la teoria predice che lo spazio si increspi come la superficie del mare, e gli effetti di queste «onde gravitazionali» sono osservati nel cielo sulle stelle binarie, e combaciano con le previsioni della teoria fino alla sbalorditiva precisione di una parte su cento miliardi. E così via. Insomma, la teoria descrive un mondo colorato e stupefacente, dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta abbassandosi su un pianeta, e le sconfinate distese di spazio interstellare s’increspano e ondeggiano come la superficie del mare… e tutto questo, che emergeva pian piano dal mio libro rosicchiato dai topi, non era una favola raccontata da un’idiota in un accesso di furore, o l’effetto del bruciante sole mediterraneo della Calabria, un’allucinazione sul baluginare del mare. Era realtà. O meglio, uno sguardo verso la realtà, un po’ meno velato di quello della nostra offuscata banalità quotidiana. Una realtà che sembra anch’essa fatta della materia di cui sono fatti i sogni, ma pur tuttavia più reale del nostro annebbiato sogno quotidiano. Tutto questo, il risultato di un’intuizione elementare: lo spazio e il campo sono la stessa cosa. E di un’equazione semplice, che non resisto a ricopiare qui, anche se il mio lettore non potrà certo decifrarla, ma vorrei che almeno ne vedesse la grande semplicità:

                                                               Rab – ½ R gab= Tab

Tutto qui. Certo, ci vuole un percorso di apprendistato per digerire la matematica di Riemann e impadronirsi della tecnica per leggere quest’equazione. Ci vuole un po’ d’impegno e fatica. Ma meno di quelli necessari per arrivare a sentire la rarefatta bellezza di uno degli ultimi quartetti di Beethoven. In un caso e nell’altro, il premio è la bellezza, e occhi nuovi per vedere il mondo”.

Un libro che merita di essere assolutamente letto, e che non è rivolto solo per gli appassionati della materia; ecco altri passaggi interessanti:

“[…] Questo è il mondo descritto dalla meccanica quantistica e dalla teoria delle particelle. Lontanissimo oramai dal mondo meccanico di Newton e Laplace, dove minuscoli sassolini freddi vagavano eterni lungo traiettorie precise di uno spazio geometrico immutabile. La meccanica quantistica e gli esperimenti con le particelle ci hanno insegnato che il mondo è un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire continuo di effimere entità. Un insieme di vibrazioni, come il mondo degli hippy degli anni Sessanta. Un mondo di avvenimenti, non di cose”.
[…]
C’è una situazione paradossale al centro della nostra conoscenza del mondo fisico. Il Novecento ci ha lasciato le due gemme di cui ho parlato: la relatività generale e la meccanica quantistica. Sulla prima sono cresciute la cosmologia, l’astrofisica, lo studio delle onde gravitazionali, dei buchi neri e molto altro. La seconda è diventata la base della fisica atomica, della fisica nucleare, della fisica delle particelle elementari, della fisica della materia condensata e molto altro. Due teorie prodighe di doni e fondamentali per la tecnologia odierna, che hanno cambiato il nostro modo di vivere. Eppure le due teorie non possono essere entrambe giuste, almeno nella loro forma attuale, perché si contraddicono l’un l’altra. no studente universitario che assista alle lezioni di relatività generale il mattino e a quelle di meccanica quantistica il pomeriggio non può che concludere che i professori sono citrulli, o hanno dimenticato di parlarsi da un secolo: gli stanno insegnando due immagini del mondo in completa contraddizione. La mattina, il mondo è uno spazio curvo dove tutto è continuo; il pomeriggio, il mondo è uno spazio piatto dove saltano quanti di energia. Il paradosso è che entrambe le teorie funzionano terribilmente bene.

LIBRI LETTI: ORTESE

Standard

 0c53c1d3ea0342f34748098162742e54_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAlonso è un piccolo puma dell’Arizona. I «visionari» sono gli esseri che, via via, hanno la ventura di incontrarlo: un illustre professore italiano, ispiratore di terroristi e di altri «uomini del lutto»; i suoi figli, uno dei quali votato a una leggendaria clandestinità; un professore americano, che ha la terribile debolezza di voler capire e compatire. Tutti accomunati, nella loro funesta lucidità, da una sorta di pazzia che è come un «buco nella intelligenza, nell’azzurro, dal quale entrano il freddo e la cecità degli spazi stellari». La storia che li lega è un groviglio sconcertante – una «vera storia italiana», osserva sobriamente la narratrice e testimone. Ma il suo fondo è fatto «di silenzio e prodigio»: là dove vediamo apparire e scomparire le tracce del puma, oggetto di un odio irragionevole e di una persecuzione «da una petraia all’altra» o di un amore inerme. La vicenda procede scandita da rivelazioni che ogni volta sembrano elidere le precedenti e introdurre nuove spiegazioni, fra poliziesche e metafisiche, finché sempre più appare chiaro che in questa «tremenda storia di assassini, di visionari e di complici» il delitto da chiarire non è quello di una certa notte in una casa vicino a Prato, ma quell’incessante e incombente «sgarbo agli dèi» da cui ogni altro delitto discende, quel «peccato molto comune agli uomini, ma il più grave di tutti i peccati: il disconoscimento dello Spirito del mondo». Un romanzo difficile, profondo, a cui è difficile all’inizio dare un senso uniforme e completo, che unisce a sé vari stili letterari, tra la narrativa e il saggio, per fare poi un affondo nell’epistolare; si indaga la natura umana con voli e misfatti nella fantasia, in quella visionarietà che trascendente può da sola essere l’unica fonte di salvezza, rispetto ad un soprannaturale immobile, su un bene e male forse ormai confusione ordinaria, su quella indecente violenza, sull’insensata parata di idealismi, su un terrorismo che gravida attorno a radici solide in una realtà ordinaria e precaria nell’altra identità salvifica che l’Ortese ci presenta, il tutto condito con un unione tra biologico e naturale che ha del sorprendente, come Alonso, il piccolo puma dell’Arizona.

“Mi permetto di ricordarvi, Signor Presidente, che se il Cucciolo è ancora vivente ed errante, come io spero con tutto il mio cuore, per le pietraie del mondo, sarebbero opportune disposizioni in merito all’acqua da consegnare a tutti coloro che ardono di sete, criminali, poveri e ogni genere di nemico, in cui il Puma potrebbe essersi momentaneamente, per aver aiuto, trasformato.
Dunque Signore, l’acqua di Dio è oggi carente-dunque si ha sete. Date solo acqua, per carità, senza sale né minacce di morte.
[…]
La vita – come le ombre televisive- non è mai nelle nostre stanze, ma altrove. Così, chi cercasse il Cucciolo, scruti, nella notte, nel silenzio del mondo; non lo chiami, se non sottovoce, ma sempre abbia cura di rinnovare l’acqua della sua ciotola triste.
Non visto, verrà”.

LIBRI: NEMIROVSKY

Standard

0170773ec862171155385a220541ce4f_w_h_mw650_mhAl centro di questo romanzo c’è un sogno: quello in cui, poche ore prima di morire, la vecchia nonna della protagonista vede se stessa prendere per mano la nipote e insieme a lei attraversare vasti campi in cui ardono dei falò: «“Vedi,” le diceva “sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete giovani. Nella vostra vita, questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose …”». Così sarà: come molti altri della sua generazione, dalle atrocità della Grande Guerra il «piccolo eroe» Bernard Jacquelain è stato trasformato in un «lupo» avido di piaceri e di denaro, cinico e disincantato, e unicamente attratto dal mondo luccicante dei faccendieri, degli affaristi, dei politici corrotti. A niente servirà la presenza dolcissima della giovane moglie: lui ha voglia di avventure, e di quella mediocre vita piccoloborghese non ha che farsene. Ma il fuoco di molti incendi verrà a devastare i campi della sua vita: un amore sordido, una débacle finanziaria, un’al­tra guerra, un lutto atroce. Solo allora Bernard capirà che cosa vuole davvero – e saprà che da quel cumulo di ceneri può nascere una vita nuova. Molto bello, protagonista – come in altri romanzi dell’autrice – è la guerra, e l’evoluzione di un uomo o meglio della sua decadenza in quanto uomo, uomo con dei valori. Un uomo che all’inizio è preso e agito dai suoi ideali, ma che una volta che arriva in guerra non ritrova affatto ciò che si aspettava, e da qui inizi il cambiamento, folle; la conformazione, l’eguaglianza sporca, la sete di potere e guadagno che hanno fatto di molti uomini e ancora oggi ne fanno la feccia delle società – e francese (in cui c’è la critica della Nemirovski), e di tutto il mondo.

LIBRI: MAUGHAM

Standard

il-velo-dipintoChe ragione poteva avere l’incantevole Kitty – occhi splendenti, capelli alla garçonne – per sposare il gelido e inamabile dottor Fane – batteriologo alle dipendenze del governo inglese – se non il puro panico? Panico, soprattutto, di fronte alla prospettiva di deludere la madre, implacabile tessitrice di brillanti matrimoni. Non meraviglia allora che Kitty cada subito vittima del sorriso ammaliatore dell’uomo più popolare di Hong Kong, Charlie Townsend, a sua volta regolarmente sposato. Ma nei romanzi di Maugham la beffarda complessità della vita scompiglia a ogni pagina le carte e rimette in gioco i destini, spiazzando il lettore. E spiazzata, e sgomenta, è Kitty allorché il marito, che ha scoperto tutto, le propone di seguirlo in una città dell’interno, Mei-tan-fu, devastata dal colera. Che cosa cela la flemma disumana del dottor Fane? Un sinistro disegno di morte? O una perversa, demiurgica macchinazione? Più semplicemente, la possibilità di un nuovo destino, che si dischiuderà alla frivola Kitty a poco a poco, come un oscuro segreto, nella putrescente Mei-tan-fu, dove il colera miete uomini, convenzioni e certezze – e dove mai si sarebbe aspettata di incontrarlo. Tutto il libro secondo me è riassumibile in questo sfogo di Kitty: «Non è bello biasimarmi perché sono stata una sciocca, una donna frivola e volgare. Mi hanno educata per esser così… Tutte le ragazze che conosco sono così… E che tu mi biasimi è come rimproverare uno, che non ha orecchio per la musica, di annoiarsi a un concerto sinfonico. Ti pare giusto? Tu mi attribuivi qualità che non avevo. Puoi biasimarmi per questo? Ma io non ho cercato d’ingannarti, mai ho preteso di essere quale non ero. Io ero solo una donna graziosa e allegra… Non si va a cercare una collana di perle o una pelliccia in un baraccone da fiera. Non vi si trovano che trombette di latta e palloncini». Una storia piacevole, ma per me niente di più; inoltre, non ho apprezzato lo stile di scrittura estremamente ‘antico’.

 “Non avevo illusioni sul tuo riguardo – disse. Sapevo che sei una sciocca frivola donna dalla testa vuota. Ma ti amavo. Sapevo che le tue aspirazioni e i tuoi ideali sono volgari, comuni. Ma ti amavo. Sapevo che sei insomma una persona di second’ordine. Ma ti amavo. Mi è comico pensare come mi sono sforzato di prender gusto alle cose che tu ami, le cose che tu trovi divertenti e come ho cercato di nascondermi che non sono ignorante né volgare né pettegolo né stupido. Sapevo che hai orrore di tutto quello che è intelligenza e ho fatto il possibile perché tu mi credessi sciocco al pari degli altri uomini che conosci. Sapevo che mi hai sposato per convenienza. Ma ti amavo.”

LIBRI: BENNETT

Standard

LaSovranaLettriceUn bellissimo libro sul percorso evolutivo che un lettore si trova ad affrontare. Si inizia per caso, per un gioco, o per una sfida e poi ci si trova rapiti, sconvolti, avidi di parole, così come la regina si trova spiazzata sul che cosa scegliere dalla libreria ambulante: «Ci saprebbe dare un consiglio?» disse la regina. «Cosa le piace, Maestà?. La regina esitò, perché a dire il vero non lo sapeva. Non aveva mai avuto molto interesse per la lettura. Leggeva, naturalmente, ma la passione per i libri la lasciava agli altri. Era un hobby e la natura del suo mandato non prevedeva hobby. Il jogging, il giardinaggio, gli scacchi, l’alpinismo, l’aeromodellismo, la decorazione delle torte… No. Gli hobby implicavano predilezioni e le predilezioni andavano evitate; prediligere significava anche escludere. Quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo. Inoltre, leggere non era agire, e lei era una donna d’azione». E ancora si sviluppa la sua cartina letteraria di storie, oltre che di autori, come: «[…] Inseguendo l’amore si rivelò un’ottima scelta, a suo modo determinante. Se Sua Maestà si fosse orientata su un altro macigno, per esempio un romanzo giovanile di George Eliot o uno degli ultimi di Henry James, nella sua qualità di novizia avrebbe potuto scoraggiarsi per sempre e la faccenda si sarebbe chiusa lì. Avrebbe pensato che leggere era un lavoro». Per arrivare a scardinare – attraverso la lettura, e quindi il suo amore – l’intera corte, tutte quelle becere consuetudini, di uomini troppo presi da una loro mansione di prestigio e troppo poco involuti per riuscire a capire quanto c’è di bello nella lettura, e quanto c’è di magico – se si riesce a fare questo passo – nella scrittura. Perché scrivere è raccontare sempre una parte di noi, e leggere è aprirsi alla vita, e vivere vite altre.

«[…] Certamente, disse la regina ma ragguagliare non è leggere. Anzi, è l’esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre».