LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO SCRITTO IN FORMA EPISTOLARE

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«Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l’imparo  ogni giorno, l’imparo tra dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto!»

 

Libro prezioso di Rainer Maria Rilke, che raccoglie le lettere reali – tranne quella del lavoratore – scritte in epoche e a persone diverse. Il libro si divide in tre sezioni: Lettere a un giovane poeta, Lettere a una giovane signora, Su Dio, in cui l’autore parla dell’esistenza, della vita come levità e maestria fuori dal comune: «Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo sopratutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice «debbo», allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore; evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria. Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti. E se anche foste in un carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi – non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi? Rivolgete in quella parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine s’amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri. E se da questo viaggio all’interno, da quest’immersione nel proprio mondo giungono versi, allora non penserete a interrogare alcuno se siano buoni versi; né tenterete d’interessare per questi lavori le riviste: ché in loro vedrete il vostro caro possesso naturale, una parte e una voce della vostra vita. Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro. Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni. Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir di fuori. Ché il creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato. Ma forse anche dopo questa discesa in voi stesso e nella vostra solitudine dovrete rinunciare a divenire poeta; (basta, come ho detto, sentire che si potrebbe vivere senza scrivere, per non averne più il diritto). Ma anche allora questa immersione, di cui vi prego, non sarà stata invano. La vostra vita di lì innanzi troverà senza dubbio vie proprie, e che vogliano essere buone, ricche e vaste, questo io ve lo auguro più che non possa dire. Che vi debbo ancora dire? A me tutto sembra accentuato secondo il suo merito; e in fine volevo consigliarvi ancora solo di sostenere lo sviluppo calmo e serio; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori e attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa».

O ancora parla della giovinezza, dell’infanzia perduta: «Questo si deve poter raggiungere: essere soli come s’era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno, impigliati in cose che sembravano importanti e grandi, perché i grandi apparivano così affaccendati e nulla si comprendeva del loro agire». O ancora dell’arte, del senso della creazione, del sentimento di abbandono e solitudine, del processo creativo e artistico, della scrittura, di sé, dei moti dell’anima – spesso sconosciuti – agli uomini ma verso cui Rilke negli anni aveva trovato una propria dimensione. In ultimo parla di morte, ma anche di fede: «Mi preme dire: chi è – in altra maniera non posso ora esprimermi – chi è dunque questo Cristo, che s’immischia in ogni cosa? – Che nulla ha saputo di noi né del nostro lavoro né della nostra miseria, nulla della nostra gioia, quali oggi noi li adempiamo, sopportiamo e rechiamo a fioritura – e pure, sembra, desidera perpetuamente da capo d’essere il primo nella nostra vita. O solo altri gli pone in bocca questa esigenza? Che vuole egli da noi? Vuole aiutarci, si dice. Bene, ma si colloca al nostro fianco, del tutto sprovvisto. Le circostanze della sua vita erano così diverse. O veramente non hanno alcun peso le circostanze, – quando egli entrasse qui, da me, nella mia stanza, o là in fabbrica, d’un tratto sarebbe subito tutto mutato in bene? Balzerebbe d’un tratto in me il mio cuore, e seguirebbe – per così dire – il suo cammino in un altro piano e sempre incontro a lui? Il mio sentimento mi dice ch’egli non può venire; che sarebbe assurdo. Il nostro mondo è non solo esteriormente altro, – non ha alcun ingresso per lui. Egli non apparirebbe traverso un abito comprato fatto, non trasparirebbe. Non è un caso ch’egli andasse attorno in una veste senza cuciture, e io credo che il nocciolo luminoso in lui, ciò che lo rendeva così splendente, giorno e notte, sia ormai da gran tempo disciolto e spartito diversamente. Ma questo sarebbe anche, mi sembra, s’egli fu così grande, il minimo che noi possiamo richiedere da lui, ch’egli sia scomparso in certo modo senza residui, senz’alcun residuo – senza traccia. Io non mi posso raffigurare che dovesse rimanere la croce, ch’era insomma soltanto un crocevia. Non doveva certo venirci impressa da per tutto come un marchio di fuoco. In lui stesso doveva esser dissolta. Ché, non è così?, egli voleva semplicemente creare l’albero più alto, in cui noi potessimo meglio maturare. Egli, sulla croce, è questo nuovo albero in Dio, e noi dovremmo esserne i caldi frutti felici, là in alto». Un libro che serve a scoprirsi anche un po’, attraverso l’indagine che ogni pagina attiva prepotentemente nell’animo di chi legge. Legge per sapersi di più.