LIBRI LETTI: CAMERON

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«Io non l’ascolto: sono tutte sciocchezze. Sto elaborando un nuovo problema: trovare il valore di n tale che n più qualsiasi altra cosa nella vita ti faccia sentire felice. A che cosa equivarrebbe n? Trova n».

Dal risvolto di copertina: In un passaggio apparentemente marginale del racconto che dà il titolo a questa raccolta, la protagonista offre al suo professore di matematica, passato a trovarla, un bicchier d’acqua. Poi, mentre lo guarda, la ragazza è colpita dall’assoluta naturalezza di quel gesto, che l’uomo compie «come se in vita sua non avesse fatto altro che venire da me in cucina a bere acqua». È un tocco inconfondibile, che condensa in una riga tutta l’atmosfera di cui abbiamo bisogno. Ma è anche di più: è la conferma che qualsiasi vicenda ci narri – si tratti di un ragazzo che in casa decide di non dire più una parola, mentre intrattiene una fitta corrispondenza con i carcerati; di un adolescente che, alla morte del suo cane, si convince che nelle formule dell’algebra si annida il segreto della felicità; o di una coppia di ragazzi gay in visita presso una nonna eccentrica e molto amata –, Cameron sembra appunto non aver mai fatto altro che scrivere storie per noi. E come nei suoi ammiratissimi romanzi, ci offre qui, con la sua voce fresca e generosa, storie di giovinezza, inquietudine e nostalgia, di amori e famiglie e vita quotidiana che non dimenticheremo facilmente.

In 7 racconti Cameron dà il meglio di sé, certo per me non tocca le vette del bellissimo e intensissimo Un giorno questo dolore ti sarà utile, ma siamo sullo stesso registro: la fotografia dei sentimenti.
Peter riesce a parlarci di cose ordinarie, semplici, comuni, come una sedia, una finestra, una paesaggio, un bicchiere d’acqua, un letto, un fermaglio, un edificio, e come la neve scende soffice sopra le teste dei personaggi dei racconti così Cameron in maniere lieve e con candore riesce a farci sentiti i battiti, gli attimi, le ansie e le paure di ogni vita umana, anche quella apparentemente inanimata.
Alti livelli per lettori che riescono ad andare oltre la velocità della nostra società postmoderna.

LIBRI LETTI: CAMERON

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«Con Coral mi sembra di poter essere come con te. E’ qualcosa legato alla sua gentilezza, alla sua bontà: lei mi ricorda te. Forse la amo per questo. E’ un’occasione che devo cogliere; se mi ami, devi permettermelo».

Dal risvolto di copertina: Ci sono libri – anche grandi libri – che si ricordano magari per la storia, o i personaggi, o le atmosfere. Poi ce ne sono altri, più rari e sfuggenti, che all’universo parallelo della letteratura arrivano in un modo diverso – curvando lo spaziotempo della narrazione per portarci in una scena che, al di fuori delle loro pagine, sembra non voler esistere. Ad esempio in una grande villa nella campagna inglese del 1950, dove Coral, che al mondo non ha più nulla e nessuno, arriva per assistere la padrona di casa, mentre il figlio di lei, il maggiore Clement Hart, cerca di guarire dalle ferite che gli ha lasciato la guerra. In quelle stanze buie, gelide e spettrali, Coral e Clement arrivano in brevi momenti, con le parole, quasi a toccarsi. Ma ogni volta, dalla caligine che si insinua ovunque, qualcosa – un anello rubato, un inquietante gioco infantile, un misterioso profumo di fiori – si materializza, costringendo il desiderio e il bisogno ad assumere una forma meno categorica dell’amore. È l’inizio di un viaggio lieve, doloroso e imprevedibile, difficile da raccontare e impossibile da dimenticare. Che Peter Cameron ci invita a intraprendere con una sola promessa, quella di guidarci, per minuscoli slittamenti delle emozioni, a un finale che non ci aspetteremmo – e di farci sentire improvvisamente molto vicini «al cuore dorato e incandescente dell’universo».

Coral Glynn in sostanza è un romanzo d’amore, ma non troppo. E’ un romanzo sulle forme d’amore. Sull’amore che sovrasta, e sull’amore che spaventa. Sull’amore che avvicina, e sull’amore che crea enormi distanze. Sull’amore corrisposto e sull’amore negato. Sull’amore limpido, e sull’amore che si evolve in stanze nascoste.

Forse l’evoluzione del romanzo è un po’ sopra le righe, potremmo dire anche illogico, ma logico può essere l’amore?

Cameron ci consegna un romanzo che non lascerà delusi i suoi lettori, perché per motivi diversi ogni lettore potrà trovare una propria collocazione in una sfumatura d’amore, senza sentirsi per questo estranei.

«No, io no. Non lo chiedo, e neppure lo voglio. Voglio soltanto non inacidirmi e non morire dentro come mia madre, e se vivo qui da solo so che succederà. Sento già un qualcosa in me, un qualcuno che va di stanza in stanza a chiudere le porte, a sprangare le finestre. Coral rimase stordita da quella poesia e da quel discorso e non riuscì a replicare»

LIBRI LETTI: MAURENSIG

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Dal risvolto di copertina: Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto, e animati da un odio inesauribile, che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema. Un grande maestro del gioco, Kasparov, disse una volta: «Gli scacchi sono lo sport più violento che esista». Asciutto, lucido, teso, questo romanzo lo conferma con una storia che procede essa stessa come una efferata partita di scacchi – e insieme ci rivela uno scrittore.

Non so se mi è piaciuto o meno, la cosa di cui sono contento è che ho letto un libro scritto bene che parla di un argomento a me lontano: il mondo dei scacchi.
Tutto è incentrato sugli scacchi, i personaggi, la narrazione, l’evoluzione della storia. Forse il finale mi sembra un po’ forzato, non so, ho avuto come l’impressione che l’autore per dare il colpo di coda al romanzo, per provare a dargli uno slancio abbia architettato tale epilogo.
Un epilogo che fa rabbrividire, che soppesa il gioco degli scacchi a delle vite umane, ma in fondo noi non siamo altro che pedine in balia di un disegno superiore?
Pedine in attesa della prossima mossa, sperando non sia quella definitiva.

«Nei confronti del gioco, uno scacchista si trova ad avere lo stesso atteggiamento parziale che ha nei confronti del mondo: ha le sue preferenze e le sue antipatie, le sue convinzioni e le sue intolleranze».

LIBRI LETTI: LANDOLFI

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Le labrene è una raccolta di sette racconti di Tommaso Landolfi pubblicato nel 1974 da Rizzoli. I primi sei racconti erano stati scritti nel 1971, mentre l’ultimo è del 1969.
Il libro è stato nominato finalista al Premio Campiello nel 1974.
Ma cosa sono le labrene?
La labrena è una specie di geco di cui il narratore ha paura, terrore. E sarà a partire da questo elemento che il racconto che dà il nome alla raccolta si sviluppa, mostrando in stile landolfiano la sua voglia di stare sopra le righe, di invertire l’ordinarietà, di crearsi un doppio, un alter ego su cui poter giocare di se stesso, su stesso, quasi come una partita di scacchi pilotata, iniziata in un pomeriggio poco interessante solo per allenarsi.
Landolfi si allena con questa raccolta, che non risulta essere entusiasmante, se non per pochi elementi, e per il racconto eponimo, dove l’assurdo, la misoginia, la coppia, il patetismo, e il sesso sembrano dipingere chiaroscuri spesso troppo enigmatici, ed ad un lettore non avezzo al suo stile – quasi sicuramente – privi di logica e senso.

LIBRI LETTI: LANDOLFI

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Le due zittelle è un racconto di Tommaso Landolfi, la cui stesura fu completata nel marzo del 1943. Venne pubblicato in sei puntate sulla rivista Il Mondo – rivista fiorentina che usciva il 1º e il 3º sabato del mese – nel 1945 e poi, in un volume unico da Bompiani nel 1946.
Due zitelle si ritrovano, a causa della loro scimmia, Tombo, al centro di un episodio spiacevole: pare che la notte questo animale si rechi nel convento di monache lì vicino, e mimando il rito religioso, si cibi e beva ciò che è sacro. Il dilemma è come punire la scimmia, una volta smascherata, e su questo intervengono due uomini di chiesa di grado, età e opinioni molto diverse fra loro: Monsignor Tostini e Padre Alessio.

E’ il primo libro che leggo di questo autore a me territorialmente caro, conosco Pico, è poco distante dalla casa dei miei genitori, ci sono stato più volte, e ho avuto modo di visitare anche il parco letterario a lui dedicato, ho visto la sua casa estiva – seppur da fuori, visto che da quando so i suoi cari sono restii a rendere tale abitazione un fenomeno di turismo –, e mi ha piacevolmente colpito nel suo linguaggio così particolare, estroso, sopra le righe, con i suoi «zittella», «scimia» o «mustacchiose», e sul tema non screvro da critiche ecclesiastiche, e cioè, la follia della religione, del dogma, della fede sopra ogni cosa, come fosse balsamo per menti sopite, addormentate, la ragione che diventa serva di se stessa, e la forza e l’originalità dei personaggi, le zitelle, Tombo – l’unico personaggio (tra l’altro animale) vivo tra i morti – i dialoghi serrati dei due padri della Chiesa. Leggerò sicuramente altro, perché questo è solo un assaggio, un antipasto, ma voglio capirci più a fondo.

“L’uomo pecca soltanto perché non può non peccare; ma poi non pecca. Né può essergli il male più gradito o necessario del bene, anzi non può essergli neppure necessario; perché è, come il bene, lui stesso. Ed è lui stesso perché è Dio stesso. Non c’è male e non c’è bene. Il male e il bene, anch’essi, sono, ché Dio è soltanto. E sono come una cosa sola, non l’uno contro l’altro. Anch’essi sono il corpo vivente di Dio…”

LIBRI LETTI: KOLITZ

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Un libro illuminante – soprattutto nella prima parte – proprio del monologo/testamento di Yossl, l’ultimo dei combattenti nel Ghetto di Varsavia nel 1943; è il primo caso di resistenza ebraica alle forze armate della SS che irrompono nel ghetto, dopo la resistenza avvenuta nel 135 d.C., al tempo di Adriano. Il libro ci propone una riflessione sulla spiritualità, che credenti o meno, tutti almeno una volta ci siamo posti:

«[…] Non posso dire, dopo aver assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è cambiata minimamente. Prima, quando vivevo nel benessere, avevo con lui un rapporto che si ha con un instancabile benefattore, e nei suoi confronti rimanevo sempre in debito. Ora quello che ho con lui è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto. E poiché sento che anche lui è un debito con me, credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta. Io però non dico come Giobbe che Dio deve puntare il dito sul mio peccato per indicarmi il motivo di ciò che mi accade. Persone più dotte e migliori di me sono fermamente convinte che ora non si tratti più di un castigo per i peccati, ma che il mondo sia in una condizione affatto particolare: un periodo di occultamento del volto divino.
Dio ha nascosto il suo volto al mondo e in questo modo ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi; ritengo qui assai naturale, purtroppo, che quando la furia degli istinti domina il mondo, chi rappresenta la santità e la purezza debba essere la prima vittima. Questo pensiero non mi è forse di grande conforto, ma poiché il destino del nostro popolo è stabilito in base a un calcolo non terreno, materiale, fisico, ma ultraterreno, spirituale e divino, chi crede deve considerare questi avvenimenti parte di un grande disegno di Dio, davanti al quale le tragedie umane hanno poco importanza. Ciò non significa però che gli animi devoti del mio debbano accogliere il verdetto, e dire che Dio e il suo operato sono giusti. Dire che meritiamo i colpi che abbiamo ricevuto è una bestemmia, una profanazione del ‘Nome Ineffabile’ di ebreo, ed equivale in tutto e per tutto a profanare il Nome Ineffabile di Dio, perché denigrando se stessi si bestemmia Dio.
[…]
Qualche ora, e lo saprò anche io. Se il mio volto non sarà sfigurato dal fuoco, forse vi aleggerà lo stesso sorriso, dopo la mia morte. Intanto però sono ancora vivo, e al mio Dio, prima di morire, voglio parlare come un vivo, come un semplice uomo, che vive e ha avuto il grande ma disgraziato onore di essere ebreo.
Sono fiero di essere ebreo, non malgrado il trattamento che il mondo ci riserva, ma proprio a causa di questo trattamento. Mi vergognerei di appartenere ai popoli che hanno generato e cresciuto gli scellerati responsabili dei crimini compiuti contro di noi.
Sono fiero del mio essere ebreo. Perché essere ebreo è un’arte. Perché essere ebreo è difficile. Non è un’arte essere inglese, americano o francese. E’ forse più facile e più comodo essere uno di loro, ma certo non è più onorevole. Sì, è un onore essere ebreo!
Ritengo che essere ebreo significa essere un combattente, uno che nuota senza tregua contro una sordida, malvagia corrente umana. L’ebreo è un eroe, un martire, un santo. Voi, nemici, dite che siamo spregevoli? Io credo che siamo i migliori e più nobili di voi, ma se anche fossimo peggiori, mi sarebbe piaciuto vedervi al nostro posto.
Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge, rappresenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fatto d’essere così violata e profanata dai nemici di Dio.
Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. E’ stata una qualità divina insita in noi ad aver fatto di noi un popolo eletto. Chi non lo comprende, non capirà mai il significato più alto del nostro martirologio.
[…]
Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giudicare i suoi atti, Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi la sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote.
[…]
Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto?
Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta? Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una punizione che possa far espiare il crimine commesso contro di noi?
[…]
Se non sei il mio Dio, di chi sei allora il Dio? Il Dio degli assassini?

Di fronte a ciò bisogna solo meditare, riflettere, stare in silenzio, e non aggiungere altro.