LIBRI LETTI: CREPET

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«Il bello è che l’amore non finisce, se davvero è esistito. Rimane nei ricordi, in qualche cellula, in qualche meandro del cervello».

E’ il primo libro che leggo dello psichiatra e sociologo, Paolo Crepet. Libro comprato per caso ad un mercatino dell’usato, incuriosito dal tema non me lo sono lasciato scappare.
L’autore ci parla a tutto tondo dei sentimenti, e lo fa proponendo riferimenti ai suoi vecchi pazienti, al suo percorso come studioso, proponendo analisi spesso note, ma non per questo banali sui sentimenti che fanno parte di tutti gli esseri umani.
Ci parla dell’innamoramento:
«L’innamoramento è una malattia.
Solo che funziona esattamente al contrario di una patologia organica: fa tanto bene quanto più fa male. Più il virus è invasivo, virulento e contagioso, più l’innamoramento è sconvolgente; appena il virus si attenua e stempera la sua portata morbosa, ecco che il sentimento si placa e si trasforma. E, come tutti i virus, l’innamoramento colpisce allo stesso modo in ogni parte del mondo. Non conosce differenze di condizione sociale e di razza, non ha bisogno di traduzioni per essere compreso né di climi speciali per attecchire.
[…]
Essere innamorati è avere in testa un’idea che non t’abbandona giorno e notte. È addormentarsi con quell’immagine e ritrovarla che aspetta sul cuscino al primo battito di ciglia. Che abbia non di donna, di uomo o di un quadro di Vermeer o di una sinfonia di Brahms cosa cambia? Il principio è lo stesso. È estraniamento, un incantesimo che sovverte e sobilla la comune, ordinaria quotidianità».
Inserisce analisi sociologiche sul ruolo sociale che ha la famiglia e sulle aspettative che ricadono sui figli: «Per secoli ci hanno insegnato che prima viene il dovere, poi il piacere: in realtà il piacere viene di rado e la sua conoscenza è stata rallentata proprio da questi antichi precetti calvinisti. Non mi riferisco solamente al sesso, anche a una mostra, a un libro, a un concerto.
L’idea che una coppia debba sacrificare le proprie pulsioni e la carica erotica a un ruolo sociale di moglie-marito-figli-famiglia rappresenta uno stereotipo che, trascinato da decenni, rischia di continuare a trasmettersi anche ai giovani. È difficile che una mamma dica alla figlia di non pensare a sposarsi ma a essere felice, realizzata, desiderata. Questo conta.
Ancora oggi le domande dei genitori ai figli riguardano più spesso la provenienza sociale del nuovo amore piuttosto che l’intensità, il rispetto, l’onestà del sentimento. Come se fosse più strategico per il futuro di un’esistenza felice il tipo di studi fatti o lo stipendio percepito.
Si trasmette così in modo insensato un’idea di coppia che debba avere un valore sociale, economico, normativo, ma essere priva di quello emotivo.
Dovremmo parlare di piacere ai figli, per aiutarli a vivere un erotismo espressione completa di un individuale e libero e felice modo di amare».
Propone un metodo per scindere il malessere emotivo dal benessere emotivo:
«[…]
Vorrei suggerire un metodo, basato proprio sulla provocazione della zia: «il termometro della felicità», un’idea molto semplice. Un amore è giusto se dà felicità, è sbagliato quando produce infelicità.
Potrà sembrare riduttivo, ma non lo è.
Non propongo di usare il «termometro» nella prima di un rapporto, quando la passione, la novità dell’innamoramento colorano tutto di rosa. Consiglio, invece, di verificare i sentimenti in quel sedimento che si forma dopo un certo periodo di tempo, quando la domanda inerente alla propria felicità può essere formulata, quando cioè la quotidianità del rapporto avrà offerto materiale valutabile: gli amori vanno giudicati anche nel più banale scorrere delle giornate.
Felicità, in questo contesto, non significa camminare a mezzo metro da terra, continua euforia, toccare il cielo con un dito ventiquattro ore su ventiquattro. Sarebbe impossibile. È star bene, sentirsi rispettati, tranquilli, sereni e, se si è di natura inquieta, essere contenti della propria inquietudine».

Non so se leggerò altro dell’autore, sta di fatto che a lettura completata non si ha la sensazione di aver perso del tempo, anzi, forse si diventa coscienti che il tempo speso è stato un investimento. Un investimento per capire meglio i sentimenti, l’innamoramento, la gelosia, l’eros, il senso di abbandono, per tentare in un futuro una più corretta gestione delle emozioni.

 

 

 

LIBRI: KRISTOF

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KRISTOF-A_trilogia1Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivelava un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Il libro si divide in tre parti: ‘Il grande quaderno’ in cui i due gemelli vengono affidati alla donna da una madre che non più prendersene cura. I due ragazzi vivono in simbiosi, ogni gesto dell’uno sembra essere il prolungamento dell’altro, c’è la miseria, la stessa con cui la nonna fa i conti. C’è una guerra feroce, attraverso le gesta – spesso disumane – a volte strabilianti tutto viene annotato su un ‘grande quaderno’ forse con la paura che tutto ciò possa cadere nell’oblio. La seconda parte è ‘La prova’, Lucas vede partire il fratello attraversando un campo minato che separa la dannazione dalla libertà, tutta questa parte è concentrata sull’attesa di questo fratello nei confronti di Klaus, un’attesa dura, buia, che sconvolge, che arriva fino ad i trent’anni di Lucas che decide di partire e – beffardamente – così come lo è la vita vede tornare quel fratello vagabondo Klaus sulle orme di quel fratello fedele. La terza parte è ‘La terza menzogna’ che forse è la parte più debole e ingarbugliata di tutto il romanzo in cui finalmente viene fatta chiarezza sulla storia dei due gemelli, attraverso un intreccio di identità e segreti nascosti che solo un libro così cupo e altamente triste poteva confezionare. Un libro che è in perfetto equilibrio tra la verità e la menzogna, accompagnato da eventi storici realmente accaduti, che sa di amaro, cupo, ma ciò che più mi ha affascinato è il linguaggio della Kristof che per me è alla prima lettura: una scrittura sincopata, tagliente, dura, velenosa, oscura, che ti avvolge, ti coinvolge, per poi distaccarti bruscamente. Un surrealismo magico, che racconta con puntualità una realtà che ha sconvolto milioni di persone, il metro che Agota adotta e sceglie di porre sotto la lente del lettore è l’identità: multipla, nera, sporca, povera, insudiciata ancora del sangue della guerra e delle urla di morti ingiuste.

– N“- Dimenticherà. La vita è fatta così. Tutto si cancella col tempo. I ricordi si attenuano, il dolore diminuisce. Mi ricordo di mia moglie come ci si ricorda di un uccello, di un fiore. Era il miracolo della vita in un mondo in cui tutto sembrava leggero, facile e bello. All’inizio venivo qui per lei, adesso ci vengo per Judith, la sopravvissuta. Le sembrerà ridicolo, Lucas, ma sono innamorato di Judith. Della sua forza, della sua bontà, della sua tenerezza per quei bambini che non sono suoi. Lucas dice:on mi sembra affatto ridicolo. – Alla mia età? – L’età è un dettaglio. Conta solo l’essenziale. Lei ama Judith e anche Judith l’ama. – Aspetta il ritorno di suo marito. – Molte donne aspettano o piangono i mariti dispersi o morti. Ma l’ha appena detto: “Il dolore diminuisce, i ricordi si attenuano”. L’insonne alza gli occhi su Lucas: – Diminuire, attenuare, l’ho detto, sì, ma non svanire.”