LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLA DI FOLLIA

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«C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si iscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo».

Un libro difficile, complicato.
Un libro che richiede attenzione.
Un libro in cui la parola è misurata, come un pendolo che oscilla e ti ricorda il tempo che passa.
Un libro sull’assenza, sull’abbandono, sulla crescita che va gestita, su un’infanzia misera, quella di Ruth e Lucille, accudite dalla sorella minore della mamma Helen, Sylvie.
Sylvie la ragazza scomparsa. Sylvie la dimenticata. Sylvie la creatura solitaria, incompresa, Sylvie che ama il buio e nel buio ritrova sé stessa, Sylvie che ama i piccioni, Sylvie che ama le piccole cose, ma anche la casa, anche se non è proprio la mamma modello che tutti vorrebbero.
La Robinson ci racconta con delicatezza, in cui però c’è complessità la crescita di queste due fanciulle orfane, degli attimi di quotidianità, dei gesti semplici, della natura che sconfina con l’ordinario, della vita che più in generale sembra richiamarci ad ogni pagina un concetto semplice quando doloroso: scopo della vita è vivere, ma morire ne è il processo naturale.

Non l’ho amato, perché una storia del genere difficilmente si fa amare. Ma dopo questa lettura sono sicuro che voglio leggere altro dell’autrice, partendo da Gilead, primo della sua promettente trilogia.

«Sylvie non voleva perdermi. Non voleva che io diventassi gigantesca e multipla, tanto da riempire l’intera casa, e non voleva che diventassi sottile e solubile, tanto da passare attraverso le membrane che separano sogno da sogno. Non voleva ricordarmi. Preferiva di gran lunga la mia semplice, ordinaria presenza, per quanto silenziosa e goffa io potessi essere. Perché così poteva guardarmi senza forti emozioni: una forma familiare, una faccia familiare, un silenzio familiare. Poteva dimenticare che ero nella stanza. Poteva parlare tra sé, o a qualcuno nei suoi pensieri, con piacere e animazione, anche mentre sedevo accanto a lei – a tanto si spingeva la nostra intimità, fino al punto che lei non si dava per me alcun pensiero».

Una chicca che pochi sapranno, è che ne è stato tratto un film diretto da Bill Forsyth, col titolo, Una donna tutta particolare, qui potete trovare la scheda più completa: http://movieplayer.it/film/una-donna-tutta-particolare_19797/
Peccato che non si trovi né un trailer né in versione dvd o streaming.

LIBRI LETTI: OATES

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Misfatti, racconti di trasgressione è una raccolta di 21 racconti apparsi in diversi riviste e antologie. Si conferma la potenza narrativa, la poliedricità, l’eleganza e l’abilità infinita di Joyce Carol Oates che in ogni racconto non eccede, resta sempre misurata, mai una parola che eccede o che si sente mancare. L’equilibrio che si fa parola. La famiglia che diventa il regno consacrato e sconsacrato dall’autrice con le sue disfunzioni, quelle vendette covate in sordina, le follie di uomini fallocentrici e di donne ingombranti. L’esasperazione dei sessi. Tanto maschili quanto femminili. Il gioco a incastro e la dannazione dell’American way of life mancato, sfuggito.
Misfatti rappresenta il tratto che può insidiarsi dentro di noi. Persone comuni. Vite ordinarie in preda a una follia incontrollata. Misfatti che si compiono per vendetta, per sopravvivere, per salvarsi, per riprendersi da un tradimento, da una gelosia, per estendere la fantasia malata e circoscriverla nella realtà, provando a dominarla per poi esserne dominati.
I mali, o meglio i misfatti raccontati dall’autrice sono situazioni e contesti quotidiani, in cui chiunque potrebbe immedesimarsi, potrebbe rivedere davanti ai suoi occhi scene che hanno il sapore passato, in cui ogni protagonista cerca il riscatto, la sopravvivenza a ciò che come una spada di Damocle sembra pesargli troppo e così si finisce per eccedere, si annullano barriere, si ritorna ai primordi, all’origine senza valori etici, morali, sociali, sessuali, e si compiono i Misfatti, si trasgredisce con naturalezza, attraverso il morbo del male, spesso nascosto, perlopiù dominato da noi uomini, soggiogati dalla possibilità di una crudeltà spesso ricambiata.
La copertina raffigurante una macchina fotografica è davvero azzeccata e ben identificativa di questa raccolta di racconti che come fotografie, scatti, flash ci racconta di realtà sociale con valori impoveriti di uomo – in quanto essere vivente – disumanizzato, di disgregazioni sentimentali esasperate diventate ossessione. Una prigione.

 

LIBRI LETTI: CARTER

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«Il Principe che libera la Principessa dalla tana del drago è sempre costretto a sposarla, anche se fra i due non è nato del tenero. Questa è l’usanza. È questa regola vale senza dubbio anche per la trapezista che salva il clown».

È una notte londinese del 1899 e il tempo si è fermato. In un camerino dell’Alhambra Music Hall, «capolavoro di squallore squisitamente femminile», l’imberbe giornalista americano Jack Walser sta intervistando la star del momento: Fevvers, seducente trapezista vagabonda, un metro e ottantacinque per ottantotto chili, biondissima e dotata di un bel paio di ali. Una vera e propria leggenda. Scorrono fiumi di champagne e la diva racconta la sua vita rocambolesca: abbandonata in fasce sulla soglia di un bordello a Whitechapel e amorevolmente cresciuta dalla baffuta Lizzie, inizia presto a guadagnarsi da vivere prima come statua vivente di Cupido e poi come attrazione in un freak show. Ma Fevvers vuole volare alto. Il suo destino sono le luci della ribalta, e in poco tempo lei e il suo trapezio conquistano i palchi – e i cuori – di tutta Europa. Inizialmente scettico, Walser finisce per soccombere al fascino incontenibile della Venere cockney. Un po’ già innamorato e un po’ in cerca dello scoop della vita, decide di mollare tutto e si unisce al circo. Insieme alla scalcagnata compagnia circense – capitanata da un colonnello del Kentucky e la sua fidata Sybil, una scrofa intelligentissima in grado di fare lo spelling – in viaggio attraverso la Russia vivrà mille peripezie e incontrerà i personaggi più bizzarri, in un esilarante caleidoscopio in bilico fra realtà e fantasia.

 

Notti al circo è un romanzo di Angela Carter, pubblicato nel 1984 e vincitore, nello stesso anno, del James Tait Black Memorial Prize.
La protagonista del romanzo è Fewers, una ragazza londinese o, meglio “cockney”, che non conosce i propri genitori e che è – o vuol farci credere di essere – vergine. La storia si svolge nel 1899, anno in cui Fewers è ormai una famosa trapezista, un’artista sensazionale e sorprendente, che, durante un’intervista, cattura l’attenzione del giovane giornalista Jack Walser. Egli decide così di seguire il circo, finendo per prendervi parte e ritrovandosi in un mondo che nessuna delle sue esperienze giornalistiche lo aveva preparato a incontrare.
Così come in Figlie Sagge, edito sempre da Fazi, la Carter ci regala un caleidoscopio di personaggi, di storie, di vite che giocano la loro partita, più spesso rivincita o riscatto, dentro un circo. Il circo delle possibilità. Dove vive una legge fondamentale: la legge del desiderio. Desiderio di rinascita, desiderio di vendetta, desiderio di annullarsi al piacere, desiderio di conquista, desiderio di saltare e volare, come l’aeralist Fevver, per i più intimi Sophie, dove l’angelo alato, tra un trapezio e l’altro cerca la sua possibilità, smarcando l’amore per poi rimanerne eternamente vittima.

Rimane a margine del testo, come in Figlie Sagge, quella eccessività proposta dall’autrice, di un troppo di tutto, che fa si che la storia non sia per niente facile da seguire e la lettura diventa difficoltosa sia per personaggi che per evoluzione narrativa. Preferirei la stessa abbondanza narrativa ma con più ordine, a partire anche qui di corredo di uno schema dei personaggi per meglio seguire tutte le vicende.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI VIAGGI

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«Per innumerevoli registi, scrittori, artisti, fotografi e giornalisti, i tremiladuecento chilometri che si estendono da Tijuana a Matamoros, da San Diego a Brownsville, dal Pacifico all’Atlantico, sono stati e continuano a essere un’inesauribile fonte d’ispirazione. Perché questa è la Frontiera per eccellenza, la linea che separa non solo due grandi paesi, ma anche due mondi contrapposti eppure ineluttabilmente attratti l’uno dall’altro, due filosofie del vivere, due diverse concezioni dell’esistente. L’opulenza consumistica e la penuria dignitosa. Il trionfo delle merci e il desiderio di ottenerle. La modernità che non conserva memoria del passato e l’accanita difesa delle proprie antiche radici e tradizioni ancestrali». Questo è il Messico.

Pino Cacucci ci regala un diario di viaggio unico, lontano dagli schemi usuali dei viaggiatori ordinari, che tra poesia e una vena romantica ci fa conoscere quello splendido territorio che è il Messico, attraverso i territori, tra El Paso e Ciudad Juárez, tra il Rìo Bravo e il deserto di Sonora fino allo stato di Chihuahua. Da Sinaloa a Los Mochis, da Topolobampo a La Paz. Da Acapulco sino ai monti di Lucio Cabanas, alla laguna di Chacahua, allo Yucatán, fino a Veracruz.
Ci racconta del Messico parlando dei personaggi che l’hanno vissuta e di quelli che ancora la vivono: da Octavio Paz a Pancho Villa, da Emiliano Zapata a Dolores Olmedo fino a Diego Rivera, da El Che a Cortés, e di tante altre personalità di spicco di questo immenso territorio.
Ci racconta di storie comuni, di esistenze vissute dietro le luci della ribalta, di curiosità e luoghi nascosti, di ciò che è il Messico e di quelli che sono i miti, le tradizioni, come: «i kunkaak [che] non piangono i loro morti. I parenti, dopo la sepoltura, si tagliano i capelli e si cospargono il capo di cenere, e se a morire è un bambino, si tingono il volto di nero, il colore del dolore profondo. Non versano lacrime sui loro volti austeri, scolpiti dal vento e corrosi dalle salsedine. I kunkaak urlano contro la morte, gridano quando il sole diventa rosso nel tramonto, quando i suoi raggi non feriscono le divinità dei morti che possono così scendere tra i defunti. Non è un lamento. È un urlo di rabbia e rimpianto, che fa rabbrividire chi lo sente in lontananza, a molti chilometri, perché il deserto non pone ostacoli alla voce e l’eco attraversa sterminate pianure. A volte un coyote risponde dall’alto di una roccia, e la tristezza dei kunkaak pervade gli animali nella notte, passando di vallata in vallata».
Cacucci col quel suo stile brioso ci fa innamorare del Messico, attraverso un libro che per gli amanti dell’America Latina è imperdibile, anche solo per viaggiare con la mente sperando un giorno di percorrere fisicamente l’itinerario da lui descritto, ritornando ai primordi della civiltà, quando l’opera dell’occidentalizzazione, ormai abituata solo ad analizzare e giudicare, non aveva ancora contaminato l’altro, il diverso, quella mexicanità sempreverde, col suo giudizio prepotente e quella assolute e insensate certezze fatiscenti.

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN COLORE NEL TITOLO

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Londra 1875. Dall’esile candela della sua stanza nel bordello della terribile Mrs Castaway, Sugar, una prostituta di diciannove anni, la più desiderata in città, cerca la via per sottrarre il proprio corpo e l’anima al fango delle strade. Dai vicoli luridi e malfamati Michel Faber ci guida, seguendo la scalata di Sugar, fino allo splendore delle classi alte della società vittoriana, dove violiamo l’intimità di personaggi terribili e fragili, comunque indimenticabili. Come Rackam, il giovane erede di una grande fortuna che diverrà l’amante di Sugar, e sua moglie, l’angelica e infelice Agnes.
Un romanzo che l’autore ha scritto in circa venti anni, e si sente, si vede e si legge ad ogni pagina. La cura maniacale del particolare, le ambientazioni in stile Dickensiano, i personaggi e le loro esagerazioni, le prostitute, i nobili in cerca di un piacere evanescente.
Tra le sue più di 900 pp. ci si affeziona tanto alla figura di Sugar e alla sua ascesa sociale, alla sua voglia di dare una svolta alla sua vita (forse simbolo del riscatto di tutte le donne della Londra del XIX secolo che l’autore ha voluto fornirci?), quanto ci diventa antipatica e odiosa la figura di Mr. Racakm.
Gli elementi negativi sono le descrizioni spesso infinite, il numero di pagine eccessivo e qualche cliché di troppo, ma nel complesso si lascia leggere, e rientra a tutto tondo e pienamente in quello stile di cui l’autore voleva riportare memoria: l’epoca vittoriana, che si riscontra tutta anche nella scrittura!
Consigliato per chi ama i romanzi di questo genere.
Ah, William avrà il destino che si merita! Niente spoiler, solo chi leggerà il libro capirà e mi darà sicuramente ragione.

 

LIBRI LETTI: COOK

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«I Greci hanno avuto Omero, gli ebrei e i cristiani la Bibbia, gli zoroastriani l’Avesta, gli induisti i Veda, i buddisti il Tripitaka, i cinesi i loro classici e i musulmani il Corano».

Composto di 114 capitoli, detti sure, a loro volta suddivisi in versetti, il Corano per i musulmani è la parola di Dio rivelata al profeta Maometto dall’arcangelo Gabriele: “Dormivo – scrive Maometto – quando Gabriele mi portò un panno di seta coperto di lettere e mi disse: “Leggi”. Così io lessi e Gabriele mi lasciò. Mi svegliai ed era come se quelle parole mi si fossero impresse nel cuore.” Oltre agli inni alla gloria e alla potenza divina, il Corano contiene “storie”, leggende e un complesso di precetti e ammonimenti che da quando il Libro fu rivelato, regolano la vita del popolo musulmano. L’autore descrive che cosa il Corano abbia significato per l’Islam tradizionale e che cosa rappresenti oggi nel mondo contemporaneo.
E certo Noi creammo l’uomo d’argilla finissima, poi ne facemmo una goccia di sperma in ricettacolo sicuro. Poi la goccia di sperma trasformammo in grumo di sangue, e il grumo di sangue trasformammo in massa molle, e la massa molle trasformammo in ossa, e vestimmo l’ossa di carne…Sia benedetto Dio, il Migliore dei Creatori! Dal (Cor. 23:12-14)
Libro molto interessante per capire meglio il libro sacro dei musulmani e per entrare dal di dentro nella cultura e nelle tradizioni islamiste. L’autore propone con un linguaggio semplice quello che è il messaggio del Corano, quella che è stata la diffusione, le diverse interpretazioni del testo, il rapporto tra oralità e scrittura, il Corano come codice, testo, culto, verità, come materia di dogma, come si è formato il Corano pur tralasciando dubbi ed enigmi oggi ancora irrisolti.
Consigliato a chi è curioso, a chi voglia capirne un po’ di più sul testo sacro, a chi scevro da pregiudizi si ristora nell’alimentarsi nelle culture diverse dalla propria.

LIBRI LETTI: CACUCCI

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Di cosa parla Ribelli! di Pino Cacucci? Parla di libertà, libertà che si difende attraverso il sogno, l’utopia. Con la maestria del ricercatore da biblioteca e l’animo da romanziere romantico l’autore ci presenta 13 storie. Storie di sconosciuti. Storie di cancellati. Storie di defunti e dimenticati. Storie di ammazzati, anche dalla storia, che come si sa è scritta dai vinti, e quindi spesso parziale.
Il libro tocca geografie e storie completamente differenti tra di loro, a volte anche opposte, basti pensare che l’ultima storia è dedicata a Jim Morrison, e uno potrebbe chiedersi lui cosa centra? Centra, e l’autore ne motiva bene, anche poeticamente, la sua decisione di raccontare ciò che è stato dimenticato.
Pino ci racconta di Silvio Corbari antifascista e partigiano faentino che lottò insieme alla sua banda sulle montagne in segno di Resistenza; di Francisco Sabaté, detto Quico, anarchico spagnolo nonché rapinatore gentiluomo (rapinava i più ricchi – i latifondisti – per dividere il bottino tra le famiglie di contadini), che partecipò durante la Guerra Civile Spagnola allo scontro tra anarchici e stalinisti; Eulalio Ferrer, antifascista spagnolo che lottò per tutta la vita contro quella storia che cercava di insabbiare la deportazione dei rifugiati spagnoli nei campi di concentramento in terra francese; Irma Bandiera, sovversiva fin dalla nascita rifiutò la possibilità di una vita agiata e borghese della sua famiglia per unirsi alla Resistenza partigiana; Tania la Guerrigliera, rivoluzionari che si recò all’Avana per ai barbudos, combattendo al fianco di Ernesto Guevara; Camilo Cienfuegos il rivoluzionario col sorriso che combatté anche lui al fianco del Che; Jacinto Canek, noto anche come il Serpente Nero, un indio che combatté con tutte le sue forse contro il colonialismo; Alexandre-Marius-Jacob, il ladro più famoso del mondo, meglio noto come Arsenio Lupin, che lottò tutta la sua vita verso una distribuzione economica eguale; Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, storia di casa nostra, che vide nel 1927 due nostri immigrati essere giustiziati sulla sedia elettrica in nome dell’anarchia; Argo Secondari, anarchico italiano che portò avanti la lotta antifascista attraverso gli Arditi del Popolo; John Reed, militante comunista statunitense che si unì a Pancho Villa rivoluzionario messicano negli anni 1910-1911; José Gabriel Condorcanqui Tupac Amaru, ultimo sovrano inca, che guidò nel 1781 una rivolta indigena contro gli spagnoli; in ultimo, Jim Morrison, simbolo della lotta di un popolo, di una generazione, di uno stile di vita, dell’eccesso, mai prevedibile, mai scontato, per andare lontano dalla realtà e crearsi un proprio mondo, l’altro da sé, per stanare e combattere come tutte le storie narrate la disinformazia. «La disinformazia, oggi più che mai, governa le menti e i cuori di molti, troppi, abitanti dei paesi “civilizzati”, convincendoli che, comunque sia, le rivoluzioni finiscono sempre per divorare i propri figli, quindi ribellarsi è vano: l’orizzonte resta irraggiungibile, meglio sedersi e aspettare la fine, immersi nello spavento senza fine delle nostre mille paure quotidiane, instillate a regola d’arte da coloro che temono di perdere osceni privilegi per colpa di chi, da qualche parte di questo strano pianeta, potrebbe ancora preferire il rischio di una fine spaventosa piuttosto che rinunciare a camminare eretto».

LIBRI LETTI: LACKBERG

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Con quest’ultimo romanzo di Camilla Lackberg, La Strega, tornano in scena Erica Falck e Patrik Hedstrom che i lettori appassionati della serie conosceranno già.
Questa volta i due infaticabili commissari devono indagare sulla morte di una bambina di 4 anni, Linnea. Il luogo è lo stesso dell’uccisione trent’anni prima di un’altra bambina della stessa età. Una semplice coincidenza? Per il primo omicidio c’era stata una confessione che era stata poi ritrattata facendo cadere tutto nell’oblio.
Fjällbacka è in fermento, star per essere girato in questa ridente – quanto tragica e sfortunata per numero di morti – città, un film dallo stile hollywoodiano, con la famosa Marie Wall, nata e cresciuta in questo piccolo paesino per poi aver scalato lo star system e fare successo, il destino gioca le carte per lei. Lei che era stata accusata insieme alla sua amica del cuore trent’anni prima della morte di Stella. La morte sembra essere ritornata a Fjällbacka insieme a questa bambina, ormai nota attrice, è un caso, c’è un collegamento?
È da qui che le indagini e gli scavi nel passato di questa donna cominciano per cercare di fare chiarezza, di mettere ordine alle cose.
L’autrice sapientemente ci fa tornare indietro nel tempo, nel 1672, nel periodo della caccia alle streghe a Bohuslän, per parlarci di temi molto attuali, come l’incomprensione, il giudizio, la poca apertura nell’accoglienza, tanto da inserire nel romanzo il tema anche degli sbarchi degli emigrati che cercano rifugio. Ciò che non si conosce è subito giudicato. Ciò che si sa a volte non è come sembra. Marie Wall è tornata, e lo spargimento di sangue ha ripreso vigore. Ma dietro la macchina da presa questa volta chi c’è? La migliore amica di Maria? Un forestiero? Un emigrato in cerca di fortuna? Un regolamento di conti familiari?
Solo Erica Falck e Patrick Hedstrom potranno far luce sul caso, e noi lettori a fremere avidamente per sapere tutto, anche più del dovuto.
Consiglio per l’autrice: meno prolissità, e che vada più al nocciolo della narrazione, a volte anche 50 pagine in meno possono salvare una narrazione avvincente da una un po’ farraginosa.

LIBRI LETTI: CARTER

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«Come potevano due ragazze che pensavano solo al ballo e al canto puntare così in alto? Eravamo destinate, dalla nascita, a essere delle bellezze effimere del teatro, saremmo emerse e avremmo brillato come candeline di compleanno, per poi spegnerci».

Chi sono le figlie sagge raccontate da Angela Carter?
Sono nient’altro che Dora e Nora figlie di Melchior Hazard e star del teatro britannico, con una predilezione particolare per le opere shakespeariane.
Dora e Nora non sono mai state riconosciute dal padre, e la madre non l’hanno mai conosciuta in quanto deceduta durante il loro parto.
Vengono, così, cresciute da Chance, proprietaria di una locanda sgangherata, dal fratello gemello di Melchior, Peregrine, e lo zio Perry, che le riempie di attenzioni facendogli regali a distanza quasi per voler colmare un vuoto affettivo che la cattiva sorte ha deciso per loro.
Il romanzo inizia con l’invito inaspettato alla sfarzosa festa di Melchior Hazard, organizzato insieme alla terza moglie, per festeggiare il suo centenario. Caso vuole che nello stesso giorno le due gemelle nonché figlie non riconosciute compiano anche loro settantacinque anni. Nora e Dora hanno nel sangue l’arte, e il fremito dell’essere artisti, non raggiungono le vette del padre, ma si divertono, tra lustri e lustrini.
Nora e Dora destinate all’irriconoscenza paterna, a differenza di altri figli gemelli, come Saskia e Imogen avuti da Melchior con Lady Atlanta, anche soprannominata Weelchair, e di Tristram e Gareth, nati dal terzo matrimonio con Milady Margarina.
Il libro è irriverente, ma risente di diversi difetti, uno su tutti: quello di voler contenere troppi elementi assieme, troppi dettagli, troppe scene paradossali, troppi intrecci familiari con annessi incesti e figliolanze che si scoprono nel retroscena della narrazione, troppi nomi. Insomma, un grande calderone infarcito di eventi che la Carter sperava di rendere un mappamondo in cui far perdere il lettore per poi indicargli la strada. Ma il lettore si trova solo. Solo di fronte all’infinito immaginato dall’autrice che mettendo in scena un realismo magico costringe il lettore in una vera corsa ad ostacoli per riuscire a tenere le redini della storia.
Infine, grossa mancanza nel libro è l’albero genealogico della famiglia, che io mi sono andato a cercare su internet per fare ordine nella mia testa, che potete consultare al seguente indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Figlie_sagge#/media/File:Albero_genealogico_Figlie_Sagge.JPG

Anche meno – di tutti gli elementi inseriti – sarebbe stato fruttuoso per la scrittrice, ma soprattutto per un lettore che ne esce confuso e affaticato, seppur la lettura non sia certo ai livelli dei grandi classici.

 

LIBRI LETTI: GIURICKOVIC DATO

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Candidato al Premio Strega 2017, la Figlia Femmina rappresenta l’esordio della catanese Anna Giurickovic Dato. Il libro racconta della vita di Maria, prima bambina e poi adolescente del rapporto con i suoi genitori, Silvia e Giorgio.
Il punto di vista narrativo è quello di Silvia che ci racconta la storia dal di dentro, quasi come una spettatrice della macabra e oscura vicenda.
I luoghi della narrazione sono due: Rabat, in Marocco e poi Roma.
Le cose che mi sono piaciute del romanzo? La scelta di racconta una storia dalla trama scomoda, il presentare di corredo le tradizioni islamiche che si incastrano con la vicenda, gli elementi artistici e floreali che danno colore e tono alla vicenda.
La cose che non mi sono piaciute del romanzo? Come è stata sviluppata l’idea, sembra quasi che questa bambinetta – la figlia femmina che dà il titolo al libro – sia in accordo con i pensieri perversi e incestuosi del padre. Lo stile che non ti fa sussultare, che non racconta e non scava per niente nel dolore, nella sofferenza, negli spasmi di questa bambina. La Giurickovic costruisce una cornice, ma non indugia, non osa, sembra solo raccontare, troppo tranquillamente quella che è una vicenda infelice. L’amore perverso di un padre verso sua figlia. La madre sorda e accecata come una folle spettatrice. Paragonato alla forza conturbante di Lolita, questo libro ne è solo la falsa copia, per non dire brutta. Meglio direi tiepida. Come una minestra riscaldata, che si mangia perché è stata cucinata ma non ha niente a che vedere con quella del giorno prima.
Un esordio per me troppo contenuto, quasi abbottonato. Vedremo, magari nelle sue prossime pubblicazioni trova coraggio, che scegliendo temi del genere, devi per forza avere. Se non te li prendi il risultato è questo: La figlia femmina, Fazi, operazione bella e buona di marketing.

 

«[…] E lo sai, Maria, perché il tamburo è lo strumento più antico del mondo? Lei lo guardò incerta. Perché il ritmo nasce prima della musica. Tam tam tam, è molto più di una semplice musica. Non è un passatempo, un divertimento, un’arte. Il ritmo è una necessità.
Una necessità?
Ogni essere umano cerca un ritmo in ogni cosa, la routine è un ritmo, la tradizione è un ritmo. L’impellenza di ogni uomo, anche di quello più antico…l’uomo di Neanderthal!
..di dare una regolarità alle cose, per avere così una sicurezza. La ripetizione, la ciclicità, tam tam.
D’altronde il tam tam è uno dei primi suoni che sente un bambino sin da quando è embrione, interviene, Adele, con la solita aria di chi partecipa ai discorsi solo per metà.
Il cuore materno, indovinai.
Tam tam, ripeté Maria divertita».