LIBRI LETTI: RC2017: UN LIBRO COMPRATO DURANTE UN VIAGGIO

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Che cos’è Hotel Borg? E’ la sintesi di cinque esistenze, cinque destini, cinque corpi votati alla musica, e che della musica fanno ogni proprio agire.
E’ la storia di Oscar, un ragazzo molto particolare, che fugge dalla Svezia in cerca di un proprio posto nel mondo, va a Londra e comincia a lavorare in un hotel di lusso e a fare il buongiornista, ma che alla fine da questo lavoro viene schiacciato. Sempre uguale ogni giorno. Il tedio lo divora, e lui ogni giorno pratica un atto di resistenza fino allo slancio.
E’ la storia di Alexander Norberg, famoso e prestigioso direttore d’orchestra che ha un rapporto strano con il suo successo, con la sua visibilità, ma anche su ciò che può essere il ricordo di lui nel futuro, ha paura dell’oblio e della dimenticanza, tantoché arriverà a rifiutare la nomina a direttore stabile dell’Orchestra Filarmonica di Berlino e ad organizzare un ultimo concerto d’addio nella vecchia cattedrale della gelida Reykjavik, con 52 spettatori scelti per estrazione sull’elenco telefonico.
E’ la storia di Hakon Petursson, l’uomo più desiderato di tutto l’Islanda, l’uomo che ha ricevuto in dono tutte le fortune, l’uomo che con irriverenza è stato estratto per ricevere un biglietto dell’ultimo concerto di Norberg, proprio lui che di musica ne capisce zero. Che spreco!
Gli ultimi due personaggi che compongono il microcosmo creato di Nicola Lecca sono Rebecca Lunardi, cantante lirica con un carattere arrogante e che ha una vera ossessione per la sua voce e Marcel Vanut che vive in una prigione costruita dai propri genitori, che in maniera forzata l’hanno educato e cresciuto per farlo diventare la voce bianca più famosa di tutto il mondo. Marcel Vanut non conosce il mondo, non conosce altro che la musica. Solo le note sono i suoi compagni di giochi, i suoi amici fedeli.
Questi personaggi così diversi tra di loro, rappresentano come in un’orchestra la sinfonia, quella sinfonia scelta da Alexander Norberg, lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, l’opera inarrivabile: «Tutti i compositori, una volta o l’altra, si sono trovati davanti allo Stabat Mater, a questo testo scritto in epoca medioevale da Jacopone da Todi per raccontare il dolore della Vergine davanti la morte del proprio figlio. Tutti l’hanno musicato e anche i compositori contemporanei a cimentarsi con le sue parole estreme di dolore. Eppure Bach non ne ha mai scritto uno. Lui è stato arrogante in proposito: ha deciso che la Stabat Mater di Pergolesi era sbagliato e l’ha corretto. L’ha riscritto da cima a fondo: e l’ha rovinato.
Lui, che è sempre stato il più grande di tutti: davanti allo Stabat Mater ha fallito. Perché lo Stabat Mater non è un’opera in cui si può dimostrare la propria bravura. Al contrario, lo Stabat Mater è un’opera che necessità di umiltà e di segreto».
E tutti come in un concerto si dovranno muovere in armonia, come dei veri e propri ingranaggi, perché non è possibile spegnere i propri sogni, non è possibile far fallire lo Stabat Mater.
«Vede, Maestro: è troppo facile rimpiangere i desideri che non si avverano, quando si è fatto poco per realizzarli. Io non sono così: credo che la vita sia come un rompicapo e che la soluzione si possa sempre trovare. Credo che il destino non sia già scritto, ma che siamo noi, con la nostra forza d’animo, a influenzarlo.
Certo, è comodo abbandonarsi alla vita senza un percorso da seguire: naufraghi dell’esistenza, in attesa, soltanto, che il sole sorga – al mattino – e che poi tramonti. Giorno dopo giorno, allo stesso modo. Quanta gente – maestro – si lascia vivere dalla vita? Me lo dica.
Quante persone subiscono ogni giorno gli affronti del destino senza ribellarsi?»

Se volete deliziarvi all’ascolto dello Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, ecco per voi un link: https://www.youtube.com/watch?v=xHQVtYzjLao

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DEI RAPPORTI DI COPPIA

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«Racconterò i giorni e le notti, la breve morte che invade il corpo, i sogni capaci di suscitare in me la felicità sconosciuta durante il giorno, quando le palpebre sono aperte e gli occhi m’impediscono di vedere. Nessuno può intromettersi nel mio buio: in assenza della luce domino le fragranze, le seguo in silenzio, e non trascorre mai troppo tempo prima che il sonno si impadronisca del corpo e risvegli l’anima, non più schiava, ormai libera [….] Vivo sola, ormai, senza affetto: riempio i buchi del giorno con la lana di vetro, soffice e pungente».

Questo libro è molto particolare, nonché abbastanza difficile da commentare. Siamo di fronte all’esistenza di Anne-Rose D., della sua autobiografia, di un monologo interiore che lei intrattiene con i lettori, parlando di amore, di poesia, più in generale dell’arte.
Un monologo che si iscrive tra il passato e il presente, che ricorda l’amore per Claude, morto suicida all’età di 16 anni il cui ricordo le provocherà dei forti dolori ma anche dei momenti di conforto.
Attraverso questo monologo il lettore conoscerà Anne-Rose in maniera profonda, anche attraverso i suoi silenzi, le sue domande interiori. Domande interiori e monologo che incurioscono il lettore e lo arricchiscono in tutto il viaggio che si percorre assieme, alla Anne-Rose che si reinventa e ad un Claude fisicamente scomparso ma spiritualmente eternamente presente.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE AVRESTI VOLUTO LEGGERE E NON HAI MAI FATTO

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«Sono io quella bambina.
Sono io quella ragazza.
Sono io questa donna.
[…]
Una massa di carne e metallo.
Un fiore appena sbocciato.
Un mezzo pesante in movimento.
Una sirena».

Questa è la storia di Barbara. E’ la storia di una donna piena di forza. E’ la storia di un mare contrario. Di un incidente e di una frattura. Frattura del corpo, ma anche dell’anima a cui l’autrice ha saputo reagire a pieni polmoni.
Nel libro si ripercorrono i 10 mesi successivi all’incidente, in cui la sirena con un mezzo pesante in movimento si denuda, si mostra al lettore senza filtri con le sue fragilità, le sue incertezze, ma anche la sua forza e determinazione.
Si legge del rapporto con il proprio corpo, uno scoprirsi che giorno per giorno diventa più intenso, del rapporto con gli ospedali, con i medici, con gli indispensabili e preziosi genitori.
Barbara conduce il lettore alla sofferenza, creando un pathos profondo, si soffre con lei, ma si gioisce con lei quando si leggono dei suoi progressi, di quella sua testardaggine, e tutto ciò non fa che bene.
«Una cosa che impari in questi giorni è che ci si può abituare a tutto, persino all’idea di non camminare più, ma non ci si può abituare al dolore fisico. Non esiste convivenza con il dolore. Esiste uno stato d’occupazione e tu non sei il conquistatore. Il dolore fisico fiacca le energie, ti riduce a una cosa tremante in attesa che altro dolore arrivi. Diventa il padrone del tuo cervello e non c’è nient’altro al di fuori di lui. È un amante vorace e possessivo, che non vuole dividerti con nessuno. E non da tregua. Mai».
Si arriva all’ultima pagina e si vorrebbe leggere ancora e ancora, di quello che è oggi, e non solo di quello che è stato, perché ogni lettore entrando in sintonia con Barbara non vuol – di certo – rompere questo filo rosso, ma attraverso le sue parole continuare questo legame che non tutti i libri riescono a creare. Grazie Barbara. Grazie Sirena in movimento.

«Ho impiegato molti anni per capire e sentire che il fascino, la sensualità non hanno niente a che fare con il muoversi su due gambe. La sensualità è una visione del mondo, che si ha dentro e che si trova riflessa negli occhi degli altri».

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE CONTENGA AL SUO INTERNO UN CHIARO RIFERIMENTO AD UN ALTRO LIBRO

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«Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.
Cosa? In che senso?
Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.
Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto.
Non dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? chiese lei.
Penso proprio di sì.
Non parlo di sesso.
Me lo stavo chiedendo.
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Sì. Credo di sì»

Ecco, questo stralcio rappresenta in maniera totalizzante l’opera ultima di Kent Haruf, autore ormai amatissimo dai lettori italiani, portato in Italia dall’arguta e visionaria casa editrice NN per la traduzione di Fabio Cremonesi.
Quest’ultimo libro a differenza della trilogia della pianura dell’omonimo autore non vive dello stesso senso programmatico, qui in ogni pagina Kent fa sentire l’urgenza, il dovere di terminare quest’ultima opera – tanto significativa anche per il suo rapporto con la moglie Cathy –, e si vede in più di qualche occasione qualche sbavatura, ma che la si lascia passare ampiamente.
Oltre qualche piccolissima defaillance, però, anche in Le nostre anime di notte ritorna l’intimismo tipico dell’autore stavolta vissuto con estrema delicatezza e anche paura nei confronti di un bambino, Jamie, nipote di Addie Moore, e di come lui può vedere questo rapporto ‘particolare’.
Ritorna il tema del pregiudizio, del rumore di fondo e delle critiche mosse dalla cittadina per un comportamento che esce fuori quello che la norma vorrebbe imporre.
Ritorna il senso del pudore, la riscoperta del corpo, e la voglia di rimettersi in gioco anche quando la vita sembra ormai ad un passo dalla fine.
Si fanno i conti anche con l’incomprensioni familiari e con il passato, quel passato che sembra vestirsi di costrizione avvenuta per Addie, e di libertà tardiva per Louis, ma che ora è ritornato a brillare; come quando compri quel vestito appositamente per l’occasione, per una ricorrenza, che ha senso solo e soltanto per quell’evento, e lo ricorderai sempre per questo motivo. Addie e Louis hanno abiti nuovi, stanno imparando di nuovo ad abitare sé stessi, con il piacere di scoprirsi pian piano, e disvelarsi attraverso conversazioni notturne.
Kent con questa opera ci dà il senso delle piccole cose, dell’insignificanza delle evidenze, come quei fiori vissuti agli occhi della gente come amore fulgido, e invece erano solo tentativi improbabili di riprendere in mano un amore ormai andato, decaduto.
Bisogna leggere questo libro per assaporare la bellezza delle attenzioni minime, per capire che niente di tutto quello che viviamo è destinato ad essere sempre, ma contro ogni pronostico può ritornare nella sua forma migliore. La forma dai noi desiderata, quella dell’amore e del sentirsi desiderati anche quando l’età ormai comincia a circoscrivere tutte le possibilità.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI FRAGILITÀ

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«L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di quei cani è il mio»

Ecco, leggere questo stralcio dà già l’idea della dimensione evocativa di Helen Humphreys, scrittrice canadese, che si è dedicata per lungo tempo alla poesia, per poi approdare alla narrativa.
Perché cani selvaggi?
Un gruppo di cani domestici è diventato selvaggio, vive nel bosco, questi cani domestici sono stati abbandonati dai parenti dei proprietari per motivi diversi, e alcuni di questi proprietari la sera si ritrovano in prossimità del bosco a chiamare il proprio animale, ora selvaggio, una volta domestico. Come una ritualità, questa abitudine nel romanzo si ripresenterà più volte.
La domanda che attraverso il linguaggio poetico, struggente ed evocativo sembra riemergere da tutto la lettura è la seguente: che cosa veramente ci appartiene?
Il racconto è alternato da varie voci, quella di Alice che domina più della metà del libro, quella di Jamie, di Lily, di Malcolm, di Walter, di Spencer, e di Rachel.
Così come il branco selvaggio di animali queste persone portano con loro, iscritte sul proprio corpo tutte le delusioni, le cicatrici, le ferite, e quel richiamo che lanciano più e più volte verso la foresta, verso quegli animali che apparentemente gli appartenevano, è in realtà un richiamo verso sé stessi, verso quell’anima precaria, logora, spezzata, per arrivare a risvegliare un cuore che – ormai sedato da colpi di fucile – sembra non rispondere più alle cose, alle persone, al sentimento. Leggetelo!
«A che cosa serve un lupo? mi chiedono le persone quando me lo trovo di fronte e chiedo loro perché ne hanno ucciso uno. A che cosa serviamo noi?
La gente ha sempre avuto paura dei lupi. In passato si pensava che il lupo fosse il diavolo travestito. Sono sempre stati i cattivi delle favole e del folclore. Ma cos’è questa paura, in realtà? Non è forse la paura del selvaggio che è in noi? Non è forse tutta la struttura della società finalizzata a farci entrare in gabbie sempre più piccole? Più siamo imprigionati dal dovere e dall’amore, più il nostro lato selvaggio ne esce addomesticato e più pensiamo di sentirci sicuri. Ma, naturalmente, non è vero. Non ci sentiamo affatto sicuri».

LIBRI LETTI: GOLDKORN

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«Zia Chaitele era cugina di mio padre. Chaitele è il diminutivo di “Chaia”, vita in ebraico. Sapevo che durante la guerra si era nascosta in una foresta. Lei diceva proprio così, nella foresta, senza mai farne il nome. E non parlava di quello che aveva subìto.
Ho nutrito molte fantasie su questa storia segreta. Poi me l’ha raccontata mia sorella, che l’aveva saputa dalla mamma. E tra donne se l’erano tenuta per loro. Era inverno. Chaitele, assieme ai suoi compagni, ebrei, dovette fuggire in fretta dal nascondiglio. Aveva un bambino piccolissimo. Lo abbandonò nella neve.
Lei si salvò».
Così inizia Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn. Un diario di un figlio di sopravvissuti all’olocausto, che ci racconta del viaggio della sua famiglia in fuga dalla Polonia comunista e il suo ritorno, in vecchiaia, in quegli stessi luoghi, che lui definisce ‘cimiteri’.
Dell’antisemitismo in Polonia si sa poco, o forse nulla, questo libro ci parla di una storia che a molti è sconosciuta.
Il pregio fondamentale di questo libro è oltre al resoconto, sono le riflessioni che Wlodek inserisce all’interno di tutta la narrazione: «questo era il significato dell’opera compiuta dai nazisti: la cancellazione del ricordo e della memoria, come se gli ebrei, in Polonia, non ci fossero mai stati».
E ancora: «avrei dovuto comprenderlo allora: i miei genitori erano rimasti in Polonia finché avevano potuto, non per costruire il socialismo (questa era solo ideologia, una costruzione posticcia cui tuttavia credevano) ma perché volevano che la loro vita proseguisse nel paese del nulla, nel luogo delle tombe. L’unica vita che potesse assomigliare a una vita vera, l’unica forma di vita onesta e decente era in mezzo ai morti e ai fantasmi. La colpa di essere sopravvissuti andava espiata sul luogo. La fuga dalla Polonia sarebbe stata una fuga dalla realtà, un’evasione dalla meritata pena».
«Sono stato fortunato a crescere in una famiglia in cui il rancore, l’odio, l’idea della vendetta erano inconcepibili. Per questo il mio rapporto con la memoria, con l’indicibile, con l’inimmaginabile, è più sereno rispetto a quello di molti miei coetanei, a coloro che si definiscono “la seconda generazione”. Io cerco di comprendere, non cedo alla vendetta. Soprattutto penso che la memoria non serva a rivendicare i torti patiti, a chiudersi in un recinto della propria comunità. Penso che della memoria vada fatto un uso politico. Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l’allarme quando sento l’acre odore del razzismo.
[…]
Per me la memoria della Shoah significa saper parlare e trasmettere agli altri il linguaggio della ribellione, della radicale contestazione delle verità del potere. Altrimenti quella memoria non esiste: si riduce a un esercizio di vuota retorica, un cerimoniale che non serve a niente; a un rituale ripetere “mai più” che non dice nulla a nessuno e niente può dire».
L’autore riporta anche riflessioni su tutti quegli uomini figli di ebrei: «si parla molto della “seconda generazione”, intendendo i figli dei superstiti, uomini e donne soprattutto tra i sessanta e i settant’anni che si riuniscono tra loro definendosi così. Ma diciamolo: in quella definizione c’è un piccolo abuso. Noi, la Shoah, per nostra immensa fortuna non l’abbiamo sperimentata. Non l’abbiamo toccata con mano. Non abbiamo patito la fame né provato la paura che ogni giorno si portava addosso chi doveva nascondersi per sopravvivere. Non siamo stati rinchiusi nei ghetti né siamo stati prigionieri dei lager. E allora, non ne risentiamo gli effetti ugualmente? Sì, li risentiamo: però non in quanto vittime, ma per la sensazione del vuoto. Quel vuoto è dovuto al fatto che ogni giorno dobbiamo confrontarci con l’assurdo: quello che è successo alle nostre famiglie è infatti inconcepibile per la mente umana. E allora quel vuoto viene riempito con una sostanza, un misto di emozioni e di razionalità che chiamiamo memoria. Salvo il fatto che la memoria è un’invenzione: la sua forma e il contenuto ognuno se li costruisce come vuole. Chi per preservare un narcisistico dolore e chi invece pensando che serva per scegliere. Per stare dalla parte degli umiliati, di coloro cui viene negata la dignità umana e che hanno sete di giustizia. La memoria non è né può essere condivisa da un’intera generazione, perché è uno strumento politico e una scelta esistenziale. Riguarda ognuno di noi, personalmente
In fondo Israele è nato perché dopo la Shoah c’erano in giro per l’Europa centinaia di migliaia di profughi ebrei. Li chiamavano “displaced persons”, persone fuori luogo. Erano uomini e donne che non potevano né volevano tornare in Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania. Erano dei reduci, dei sopravvissuti: senza casa né futuro. L’Europa non li voleva e neanche l’America aveva pensato di aprire le porte a questa massa di derelitti e disperati. Sono stati quindi mandati in Palestina, a combattere per il nascente Stato degli ebrei: una rimozione gigantesca, mostruosa, perpetrata dall’Europa ai danni delle proprie vittime. Il buco nero, il nulla prodotto dalla cultura europea sotto la forma del nazismo e dello sterminio, è stato esportato in Medio Oriente».
Mi piace concludere questi pensieri con una citazione che è all’inizio del testo, una delle più significative: «esiste una bella parola ebraica, “Tikkun”, significa la riparazione del mondo. Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione». Niente di più vero, ormai nessuna riparazione è più possibile!

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE RACCONTI UNA STORIA DI ODIO

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Questo libro scava nel profondo. Quanto spesso dai media sentiamo l’arrivo di migranti da paesi in cui la vita non è più sostenibile? In questo momento storico tutti i giorni. Ecco, la Mazzucco ci apre le porte per conoscere meglio una di questi arrivi: la storia di Brigitte.
Una donna incontrata alla stazione Roma Termini, con cui Melania cerca di istaurare un rapporto di fiducia e comprensione per sapere di più della sua storia, perché è lì, come mai ha lasciato il suo paese per poi finire a fare la mendicante per strada.
Nel libro si leggono degli incontri con Brigitte e dell’evoluzione di questo dialogo a due, in cui nel libro interviene anche la stessa Mazzucco per inserire proprie riflessioni – cosa che non mi è affatto dispiaciuta –, si legge di questa donna proprietaria di due cliniche privata a Matadi, in Congo, madre di quattro bambini e che un giorno per aver deciso di non somministrare veleno a dei pazienti dopo un’azione antigovernativa viene imprigionata in piena notte inaspettatamente. Viene rinchiusa in un buco con altri prigionieri, in condizioni di cibo e igiene pessime.
In questo posto viene anche ripetutamente violentata, ma prima che l’egoismo e la brutalità di questi uomini la portino alla morte, un capitano a cui lei aveva aiutato a far nascere il bambino la libera in segreto. Brigitte poi grazie ad un amico riesce a procurarsi dei documenti falsi e un volo prima per Istanbul e poi per Roma, ed è da qui che comincerà la nuova vita di Brigitte: una vita inaspettata, senza soldi, senza speranze, senza più progetti, catapultata per necessità in una nuova realtà che non gli è propria. Brigitte è isolata, non capisce la lingua, non riesce a comunicare, e per di più non sa più niente sui propri figli. Riesce a salvarsi grazie all’aiuto del Centro Astalli dei gesuiti dove riceve ogni tipo di assistenza, sia medica che legale, oltre che cibo per vivere, e impara piano piano a fidarsi degli uomini bianchi, così strani e distanti all’apparenza.
Un libro che va letto per capire meglio quanto siamo spesso fortunati senza accorgercene, senza dare il giusto peso, perché non è umanamente possibile sentire di queste storie, e purtroppo tante e tante ancora sono nell’ombra, stanno accadendo ora mentre sto scrivendo, e noi siamo tristi o insoddisfatti –sempre più spesso – per cose insignificanti. Un libro scritto bene, che si legge tutto d’un fiato, perché al posto di Brigitte potrebbe esserci chiunque di noi. Una donna. Un uomo. Un bambino. Una bambina. Il mondo, ormai, non risparmia più nessuno, senza causa alcuna. Che questa storia e storie come queste aiutano a dare importanza alle giuste cose, persone – ovviamente – comprese.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE ABBIA COME PROTAGONISTA UN BAMBINO

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«Spesso si parla di autismo al singolare. In realtà, per indicare l’eterogeneità di questi quadri clinici, sarebbe più corretto usare l’espressione disturbi dello spettro autistico».

Ecco, Maurizio Arduino, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Centro Autismo e Sindrome di Asperger (CASA), chiarisce si da subito questo errore comune, che spesso tutti commettiamo nell’intendere l’autismo. Per raccontarsi poi da osservatore esterno e poi anche interno, come in una delle migliori ricerche etnografiche, la storia di quattro spettri autistici a partire dai loro strani modi di comunicare: a con luce, con le corde, con la corsa e attraverso la matematica.
I protagonisti delle quattro storie sono Silvio, Cecilia, Elia e Matteo, e la loro crescita, il loro stare al mondo, le loro famiglie e fratelli e sorelle.
In ogni storia si racconta di come viene scoperto l’autismo, e di come questa scoperta cambia la vita – inevitabilmente – in chi ruota attorno al vivere di Silvio, di Cecilia, di Elia e Matteo, si racconta del loro diverso percorso di crescita, del rapporto difficile con la scuola, e di quanto nel sistema scolastico italiano si faccia fatica a stare al passo con gli aggiornamenti che tali disturbi nell’educazione scolastica richiederebbero.
Il pregio della narrazione di Arduino è quella di parlare anche ai non addetti ai lavori, anche a chi magari di autismo sa poco, o a letto poco o nulla, presentandosi con un lente focale diversa per ogni storia quando questa sindrome possa diversificarsi seppur con alcuni elementi cardine comuni.
Quattro storie d’amore, di dedizione, in cui l’importanza del tempo, dell’ascolto e della comprensione diventano gli elementi centrali.
Inoltre, leggendo le quattro storie proposte – al di là del tema non dei più semplici – si sorride e ci si riempie il cuore vedendo queste quattro persone che attraverso le loro diverse potenzialità riescono comunque ad integrarsi nella società, e a vivere una vita normale, seppur restando ancorati ai loro agganci visivi.
Una lettura, però, che lascia anche un po’ l’amaro in bocca per la nota finale che Maurizio Arduino – giustamente – senza risparmiare nessuno fa al sistema di assistenza italiano, che se fino a 18 sembra garantire qualche diritto – seppur con diverse e spesso gravi fallacie – oltre i 18 si eclissa; tutti i ragazzi e le ragazze affette da queste sindrome sembrano diventare nessuno. Il nulla. Dei soggetti di cui ci si dimentica, tristemente. E ciò non è giusto, non è più possibile.
Grazie Arduino, e grazie a Valentina per avermelo caldamente proposto.

LIBRI LETTI: OFFILL

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Le cose che restano di Jenny Offill è il romanzo d’esordio, del ben lontano 1999, che l’autrice americana ha scritto, portato in Italia dopo il suo ultimo romanzo Sembrava una felicità da NN Editore, per la traduzione di Gioia Guerzoni.
Avete letto Sembrava una felicità? Ecco, dimenticatevelo. Con questo romanzo centra poco, anzi nulla. Son passati per 18 da questa prima pubblicazione, ed ovvio lo stile della scrittrice non è rimasto inalterato, seppur qualche elemento di fondo lo si ritrova.
La Offill ci parla sempre di famiglie, di rapporti familiari, e in questo libro vediamo come protagonista una bambina di 8 anni, Grace, che vive con due genitori all’opposto per modo di intendere e vivere la vita; se la mamma è un’inguaribile sognatrice, ama perdersi nei suoi racconti fantastici che nel corso della narrazione diventeranno sempre più strambi e complessi – cosa che inevitabilmente disorienterà il lettore – il padre è un uomo di scienza, quindi è più vicino al calcolo, e al rigore.
Nel corso di tutta la narrazione fuoriesce la vita di questa bambina divisa tra questi due mondi, due modi di intendere la vita, due educazioni diverse, seppur vissute sotto lo stesso tetto.
La Offil ci offre una riflessione profonda sull’educazione, sul concetto di sogno di cui si fa portavoce la madre e sul concetto di realtà di cui si fa portavoce il padre.
La vita di questa bambina rappresenta l’intercapedine, il centro di due entità, che però, non necessariamente debbono escludersi, anzi, forse negli occhi e nell’agire di Grace diventano un unico prodotto, che non è nient’altro il prodotto con cui noi essere umani cerchiamo di vivere ogni giorno: divisi tra la possibilità del sogno e la tangibilità della realtà.
Per chi non ama la creatività e la narrazione che esce fuori dagli schemi è un romanzo che non propriamente consiglierei.

LIBRI LETTI: RESSICO

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Il tempo del male il tempo del bene parla di cancro attraverso la voce di tre storie: quella di Fiorella, quella di Orlando e quella di Marco. L’autrice ricostruisce il percorso della malattia, ci racconta come ha conosciuto queste persone, come hanno affrontato la malattia, e come ne sono usciti – per fortuna – vincitori.
Non il migliore libro letto sull’argomento, ma è un libro che fa bene, fa bene quando pensiamo di essere troppo sfortunati, pensiamo che ci manchi qualcosa, siamo insoddisfatti perché in verità – ormai – tutto è a colpo di click, e poi arrivano queste storie che ti riportiamo al quotidiano, alla realtà, al vero, e si leggono belle parole bei pensieri, come queste datoci da Fiorella:
«Ci sono persone che a volte rinunciano, pensano di non avere la forza di combattere contro la malattia, invece la vera forza sta nell’imparare a conviverci. Questo racconto nasce proprio dal mio profondo desiderio di potere in qualche modo essere d’aiuto a chi dovrà imparare a conviverci con la malattia, come ho dovuto fare io. Sono sempre stata convinta, di avere un ruolo determinante nel miglioramento del mio stato fisico. Non potevo restare lì amorfa a pensare solo a quello che mi era capitato. Pur accettandolo, dovevo reagire.
Ho sempre sentito fortemente questa responsabilità verso me stessa, e credo sia stato proprio il mio atteggiamento positivo, che mi ha permesso di sopportare tanti momenti di sconforto. La nostra forza di volontà ha un potere enorme sulla malattia, è uno spreco non esercitarla».
[…]
«Ancora oggi non comprendo del tutto perché il mio corpo abbia scelto proprio questo mezzo per mettermi in contatto con me stessa. Forse il cancro per me è stato un avvertimento, l’invito alla tavola del cambiamento».