LIBRI LETTI: ARNALDI

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Partiamo con il dire che è un libro che ho desiderato, non da tanto, ma di più.
Partiamo col dire che secondo me è un libro che deve essere considerato tra gli acquisti solo per veri fan di Hayao Miyazaki e di studio Ghibli.
Diciamo anche, che l’autrice alle volte si prende qualche libertà di troppo, che le si perdona sia per la veste grafica che per l’organizzazione contenutistica del libro.
Ma voi la vedete la bellezza della copertina che richiama tutti i personaggi del mondo miyazakiano?
Copertina ad opera di Truc Duyen che spiegando l’ispirazione per il ritratto pensato per il regista nipponico dice: «Il mondo di Ghibli danza intorno al ritratto sorridente di chi lo ha generato. Hayao Miyazaki è un creatore di sogni e dei personaggi che amiamo e i suoi personaggi creano il suo ritratto nel nostro cuore».
Un libro di pregio e che non lascia delusi, il mondo di Miyazaki esplorato a 360°, partendo dalla sua biografia, dai manga – primo suo vero amore –, dagli esordi, per passare dalla Tv – e qui vengono subito alla mente Heidi, la ragazza delle Alpi, Conan, ragazzo del futuro, Lupin III, Anna dai capelli rossi per citare i più famosi –, fino allo studio Ghibli, alla sua filmografia, con collegamenti anche familiari, e dei suoi più stretti collaboratori, per arrivare ai videoclip, ai tributi all’artista, agli omaggi nel mondo dell’arte.
Un libro indimenticabile che solo i veri fan di Miyazaki possono riuscire ad apprezzare! Rigorosamente a colori. Da accarezzare e scrutare pagina dopo pagina.
Da custodire gelosamente.

LIBRI LETTI: HADDON

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Leggere Mark Haddon non solo come romanziere ma anche come poeta è una scoperta, che conferma la versatilità, l’estro, la ricerca, frutto di un percorso che sta portando avanti da tempo. Tra gli scritti contenuti mi è piaciuto particolarmente questo:

 

Questa poesia è vietata ai minori di 18

Quando apri una raccolta di poesie o assisti a una lettura hai bisogno di sapere che le poesie che hai scelto di leggere o ascoltare sono adatte per il pubblico. Per aiutarti a capire come è una poesia puoi guardare in quale categoria rientri. Questa poesia è stata classificata come V.M.18. Questo vuol dire che questa poesia è inadatta per chiunque abbia meno di 18 anni. Una poesia etichettata V.M. 18 può contenere scene di natura violenta. Carlos de Sessa che brucia sul rogo, per esempio, il suo grasso caldo che ribolle come farina di avena. O Erymas, pugnalato in bocca, la lama che sfonda precisa attraverso il cervello così che denti, osso e sangue schizzano dal suo viso scoppiato. La lenta morte di un genitore, spesso per cancro, è particolarmente comune. Può anche esserci del sesso. Un uomo può avere una fellatio in un McDonald’s sulla strada per l’aeroporto, una babysitter può masturbarsi sulle piastrelle in cotto del bagno dei suoi datori di lavoro e un buco di culo può essere descritto più in dettaglio del necessario. La parola «fica» può essere usata. In una poesia etichettata V.M. 18 la sintassi può essere più complessa e il significato più opaco che nel leggero, narrativo o diretto verso libero. Una frase può avere fino a quattro diverse interpretazioni, tutte intese a una comprensione più o meno simultanea. Al contrario, quando il sole esitante si chiude in se stesso per estinguersi e queste modalità s’incurvano per rientrare il sotterraneo della fede, l’intenzione può semplicemente essere di confondere il lettore meno intelligente. Qualche volta un verso o una frase è usata semplicemente perché «suonava bene». Una poesia etichettata V.M. 18 può essere scritta secondo regole occulte che non sono messe a disposizione del lettore. Un universo parallelo può essere presunto dove il sospetto espanso sottostà ad un’allusione e, all’apice del fottere, s’ubriaca alle Bermuda. L’intenzione di alcune poesie etichettate V.M. 18 è di essere la traduzione di opere di poeti finlandesi e romeni che, in effetti, non esistono. In altre può essere data la capacità di sentire a una lampadina. Come idraulici e dentisti, i poeti sono fallibili, e la possibilità di un’autentica assurdità non può essere esclusa. Diversamente dal lavoro idraulico e da quello dentistico, però, la poesia è lenta, un lavoro frustrante e scarsamente ricompensato che fallisce più spesso di quanto abbia successo ed è quindi intrapreso prevalentemente da uomini e donne che lavorano con un senso di quasi religiosa vocazione, enorme illusione o una combinazione di entrambe. Come risultato, molte poesie con un’etichetta V.M. 18 sono scritte da persone nelle cui menti tu potresti non voler entrare.Il linguaggio di una poesia con un’etichetta V.M. 18 può essere più denso e più potente del linguaggio con cui sei solito aver a che fare. E anche se non fa succedere nulla può, come un pezzo di ghiaccio sulla stufa bollente, condurre il suo sciogliersi nella tua anima e metterti faccia a faccia con la follia dello spazio. È un oltraggio leggere o fornire una poesia etichettata come V.M. 18 a chiunque inferiore a quell’età. Le categorie poetiche sono lì per aiutarti a fare la scelta giusta.

LIBRI LETTI: ROSSETTI

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«[…] La mancanza. Dicono che le mancanze sono tutte uguali, che fanno male allo stesso modo: dicono che noi siamo la generazione per eccellenza, delle mancanze, perché non sappiamo dare un nome alle cose anche quando ci rimangono attaccate ai palmi, perché noi non siamo mai stati, qui, in questo tempo, in questo luogo, ma ci siamo solo capitati, e capitare inasprisce odori e gesti. Noi non siamo bravi a fare niente, noi: a scegliere i minuti in cui nascere e morire, benché siano gli unici momenti che siamo certi avverranno, prima o poi, a trovare il giusto peso per cadere senza polverizzarci tutte le ossa.  Le mancanze. Lasciano le mani piene di attese e languore negli occhi. La cosa che non c’era in queste righe, è una mancanza. Mia, tua: avrei detto nostra, una volta. Non sappiamo dare un nome alle cose: eppure, Allah si può chiamare in novantanove modi diversi».

 

Questo stralcio potrebbe benissimo rappresenta ciò che il libro esprime, attraverso tre esistenze diverse: Nicola, un ex professore che stanco dell’ordinarietà un bel giorno prende i libri di testo, li poggia sulla cattedra e gli dà fuoco, Eva violinista ed innamorata di Rafik con cui intrattiene un intenso amore, fatto di litigi, incomprensioni, distanze ed Argo, un uomo dalla doppia personalità, la mattina finge di essere un prete e il giorno vende Dvd educativi. Infine, nel romanzo in sordina si aggiunge una quarta presenza: Ari, una bambina di dodici anni, ormai sola. Una bambina che ha visto suo padre spararsi davanti suoi occhi e ormai non le manda a dire a nessuno.

Cosa condividono queste esistenze? La ricerca di sé, di un aggancio a qualcosa di solido, concreto, ad un punto fermo. Cercano la stabilità minata e segnata dal tempo da mancanze. Mancanze che come macigni hanno offeso, deluso, aperto ferite, fino a permettere di andare ovunque, come lei, lei che se ne andrà dovunque pur non sapendo la destinazione.

LIBRI LETTI: ROTH

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«Il clochard Andreas Kartak, originario come Roth delle province orientali dell’Impero absburgico, incontra una notte, sotto i ponti della Senna, un enigmatico sconosciuto che gli offre duecento franchi. Il clochard, che ha un senso inscalfibile dell’onore, in un primo momento non vuole accettare, perché sa che non potrà mai rendere quei soldi. Lo sconosciuto gli suggerisce di restituirli, quando potrà, alla «piccola santa Teresa» nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Da quel momento in poi la vita del clochard è tutta un avvicinarsi e un perdersi sulla strada di quella chiesa, per mantenere una impossibile parola. È come se il clochard volesse ormai una sola cosa nella sua vita – rendere quei soldi –, e al tempo stesso non aspettasse altro che di essere sviato da innumerevoli pernod, da donne che il caso gli fa incontrare, da vecchi amici che riappaiono come comparse fantomatiche. Tutta la straziata dispersione della vita di Roth – e soprattutto dei suoi ultimi anni, quando, proprio a Parigi, trovava una suprema, ultima lucidità nell’alcool – traspare in questa immagine di un uomo ormai tranquillamente estraneo a ogni società, visitato da brandelli di ricordi, generosamente disponibile a tutto ciò che incontra – e in segreto fedele a un unico e apparentemente inutile voto».

Il primo libro che leggo dell’autore e l’ho trovato geniale nella sua aderenza alla realtà. Racconta in maniera puntuale e precisa il comportamento di un alcolizzato, delle sue manie, delle sue nevrosi, degli attimi di sconforto, ma anche di sorpresa. Joseph Roth racconta bene anche i sentimenti di Andreas, ce lo fa sentire vicino, le azioni si muovono con naturalezza quasi come se si stesse vedendo un film, e il racconto vola via in un fiato, senza pause, perché si vuol sapere cosa ha riserbato la vita a quest’uomo che sembra non stupirsi dell’eccesso di fortuna. Sapere che è un racconto autobiografico che ricalca la vita dello scrittore provoca uno scoramento nel lettore, ma forse – come tanti altri scrittori – è proprio dall’alcol che il genio dello scrittore poteva venire fuori, altrimenti ingabbiato dalla lucidità di essere comuni.

LIBRI LETTI: HADDON

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«Spunta l’alba e per un breve momento il pontile in rovina è bellissimo, ma l’epicentro di una cittadina si sta già spostando a est, lungo la passeggiata in direzione del delfinario e della piscina d’acqua salata. Il pontile sta già diventando qualcosa da lasciarsi alle spalle. La gente va a ritirare le foto delle vacanze. Qualcuna contiene le ultime immagini di familiari che adesso sono morti. Sorridono, si riparano gli occhi, mangiano patatine e tengono in braccio enormi orsacchiotti di pezza. Hanno solo pochi minuti di vita ancora. In una, veramente pazzesca, un adolescente sta già cadendo, la bocca spalancata come se stesse cantando. Si celebrano i funerali e comincia la battaglia legale. La vernice si scrosta, il metallo arrugginisce. I gabbiani si radunano sulle giostre e sui belvedere. Le lampadine si spaccano, i colori sbiadiscono. I cormorani nidificano sull’impalco marcio. Quando il vento si alza le cabine della ruota paronimica oscillano e cigolano. La galleria degli orrori diventa un covo di pipistrelli grandi e piccoli; il groviglio di travi sott’acqua una dimora per le anguille di mare e i polpi. Tre anni dopo un uomo che cammina lungo la spiaggia col cane troverà un teschio sbiancato dal mare gettato a riva di una tempesta invernale. Verrà seppellito con regolare rito funebre in un angolo del cimitero della St Bartholomew’s Church sotto una lapide su cui ci sono incise queste parole: ‘anche il regno dei cieli è simile a una rete gettata dal mare, che raccoglie ogni sorta di cose’.

 

Già da questo stralcio evocativo si può capire la dimensione onirica, ma anche lirica e intensa che Haddon ci regala. Il libro è composto da 9 racconti molto diversi tra di loro: ci si imbatte in un ospite inaspettato nel giorno di Natale, un vecchio pontile che crolla sotto gli occhi sorpresi dei villeggianti, di una storia sul peso della propria corporeità e di come questa diventa un macigno, una zavorra (forse il più bel racconto, quanto doloroso, della raccolta), di una foresta tropicale che nasconde e oscura il passaggio di uomini non ancora coscienti del proprio mondo interiore, due ragazzini alle prese con una semiautomatica e per gioco e quasi per caso vedono segnare per sempre il loro destino. I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura è una raccolta che merita la lettura, in quanto l’autore dà prova di versatilità, e dopo l’indimenticabile Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte in maniera diversa e opposta ci racconta di altre paure, di animi umani in conflitto, di sentimenti voluti e a volte non rispettati, di un mondo interiore, e di una terra che a volte ci è amica ma tante altre è lì pronta per farci pagare il conto per azioni sconsiderate commesse.

 

“Non riesce a credere che qualcuno sia in grado di sopportare questo genere di dolore. Pensa ai pastori insonni nella neve azzurra, stretti nelle loro pelli, in attesa dei lupi, armati solo di una fionda. Pensa ai soldati che tornano da ogni campagna estiva senza gambe e senza braccia, i monconi come cera fusa. Pensa alle donne che partoriscono in tuguri di pietra con tetti che perdono e pavimenti di fango. Pensa a quel che occorre sopportare per vivere vite del genere, e comincia a capire che la richezza l’ha privata dell’unica dote che le serve adesso”.

LIBRI LETTI: OATES

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Figli randagi è il titolo di un raccolta di racconti edita da E/O della ormai autorevole Joyce Carol Oates. La raccolta di racconti è composta da sei storie scritte fra il 1965 e il 1972, quando l’autrice, comincia ad ottenere i primi riconoscimenti importanti, si pensi al National Book Award che le viene conferito nel 1970.
I racconti che compongono la raccolta sono:
– Dove stai andando, dove sei stata?
– Desideri appagati
– Figli randagi
– Una ragazza sull’orlo dell’oceano
– Nella regione di ghiaccio
– Sabato di follia

Protagonista assoluta della raccolta è l’adolescenza, un periodo della vita tanto caro all’autrice e più volte descritto nei suoi racconti e romanzi.
I protagonisti sempre ben caratterizzati, sono giovani e giovanissimi, che si avvicinano al mondo degli adulti con incertezza, e sembrano non capirlo, o non riescono ad adeguarvisi.
Dall’altro lato anche gli adulti raccontati non riescono a trovare un proprio centro, una propria stabilità, sono in perenne conferma della propria identità, ma dalla loro hanno l’età che spesso è sinonimo di maturità ma che alle volte è solo apparenza.
Nelle storie un senso di inadeguatezza e solitudine accompagna ad ogni passo questi giovani, a rinforzo di ciò come se non bastasse la Oates – come ormai ci ha abituato – racconta della violenza, che sia essa fisica o psicologica, che fa parte della natura umana così come può essere l’amore e il desiderio.
Un libro che per gli amanti della scrittrice sicuramente non va perso, anzi, racconta in maniera interessante ciò che sul nostro corpo è già scritto: tracce di violenza, solitudine, durezza di vita quotidiana, amore e bisogno d’amore.

Piccola curiosità: Dove stai andando, dove sei stata?, il racconto che apre la raccolta, ha trovato felicemente anche una trasposizione cinematografica nel 1985 con il film Smooth Talk interpretato da Laura Dem e Treat Williams per la regia di Joyce Chopra.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IN CUI LA MUSICA DIVENTA ROMANZO

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«Tre colori, tre favole piene di poesia e di emozioni. La prima storia, “Neve”, è bianca e riposante, come la neve e l’Asia che la ispirano. Yuko è un giovane poeta giapponese. Nei suoi haiku sa cantare solo lo splendore e la bianchezza della neve. Soseki è un anziano pittore divenuto cieco che vive nel ricordo di un amore perduto. Neve è una ragazza bellissima. Il suo corpo giace per sempre tra i ghiacci. A legare i loro destini, un filo, disperatamente teso tra le cime di due montagne, come simbolo di un esercizio funambolico impossibile da eseguire. “Il violino nero” è la seconda storia, nera come le note del pentagramma, inquietante come l’atmosfera di una Venezia silenziosa ma percorsa da echi della coscienza e dei desideri. Un giovane genio coltiva l’ambizione di “mutare in musica la propria vita”. Una donna misteriosa esprime in un canto dalle divine sonorità la profonda innocenza della sua anima. Un anziano liutaio ha creato uno splendido violino, nero come gli occhi e la chioma di quella donna. “L’apicoltore”, la terza storia, ha il colore dell’oro come il sogno folle di un giovane che dal Sud della Francia parte per l’Africa. Aurélien cerca in ogni cosa l’oro della vita, ossia la bellezza, la magia, il colore caldo del sole, ed è incantato dalle api, “che possono morire d’amore per un fiore”. Dopo infinite avventure farà ritorno a casa per scoprire dentro di sé il seme di un puro amore per l’unica donna che lo ha da sempre aspettato, piena di fiducia e speranza».
Non conoscevo prima di leggere questa trilogia Maxence Fermine, autore francese, che con levità ed estrema poesia confeziona queste tre storie deliziose. Che si leggono tutte di un fiato. Non si riesce a smettere perché ogni capitolo – di circa una pagina – chiama l’altro, e diventa una corsa per sapere il destino di Yuko, del giovane che insegue la partitura perfetta, e dell’utopico quando scanzonato Aurélien. Ci si trova leggere pagine bellissime come: «[…] Sì, una donna. Perché l’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere. Soseki, invece, alla fine cadde per via dell’amore per una donna. Ma l’arte lo salvò dalla disperazione e dalla morte […]». O ancora stralci sul senso della scrittura: «[…] In verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo della poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quando la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola». Per concludere un’esternazione efficace sulla guerra: «Era dunque quella, la guerra? Quella carneficina incessante, quei feriti e quei morti intorno a lui con in bocca un gusto di sangue e di fango? Quei soldati laceri, lerci e maleodoranti, privi tanto di pane quanto di anima? Quello strepito assordante che gli percuoteva i timpani fino a farlo urlare di dolore? Dov’era finita la musica che fino a poche ore prima gli cullava la vita al suono del violino? La guerra non era dunque altro che quella bocca famelica e mai sazia?». Sei un po’ vi ha incuriosito, leggetelo!

 

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO SULLA MAFIA

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«A certi uomini tocca il mondo intero, a certi altri un’ex prostituta e un viaggio in Arizona. Tu sei tra i primi, ma, mio Dio, non ti invidio il sangue che hai sulla coscienza».

L.A. Confidential è un romanzo poliziesco scritto da James Ellroy, pubblicato negli Stati Uniti nel 1990. «La storia è costruita intorno a tre poliziotti, Bud White, Jack Vincennes ed Ed Exley nella Los Angeles (L.A.) dei primi anni cinquanta, la Los Angeles di Hollywood, delle dive del cinema e della polizia più efficiente al mondo. Dopo aver costruito ad arte una tensione feroce fra i tre protagonisti, in occasione del cosiddetto Natale di Sangue (una gigantesca zuffa scoppiata fra poliziotti e criminali proprio la notte del Natale del 1951 e che avrà strascichi pesantissimi per il Dipartimento), Ellroy fa del massacro del Nite Owl (sei persone massacrate in un coffee shop losangelino, apparentemente senza moventi precisi e senza che vi siano prove schiaccianti a carico di chicchessia) il cuore dell’intricatissima trama del romanzo: a poco a poco, emergerà un verminaio fatto di collusioni fra polizia e stampa sensazionalistica, polizia e criminalità organizzata dedita alla produzione di materiale pornografico estremo e al traffico di droga, potere politico e criminalità. E nessuno dei protagonisti potrà non fare i conti con sé stesso e con il proprio passato (specie Ed Exley, figlio dell’influentissimo ex-capo della Polizia Preston Exley, in realtà anche lui tragicamente coinvolto nelle oscure trame della vicenda). Proprio il Nite Owl scombussolerà le vite dei protagonisti per sempre, mettendoli faccia a faccia alla ricerca di una verità scottante e terribile. Nel romanzo appaiono o vengono citati personaggi realmente esistiti come il magnate Howard Hughes, l’allora capo della polizia di Los Angeles William H. Parker, l’editore Robert Harrison, il musicista Spade Cooley, il mafioso Jack Dragna, il noto gangster Mickey Cohen e il suo braccio destro Johnny Stompanato, il quale ebbe veramente una relazione con l’attrice Lana Turner e fu successivamente ucciso dalla figlia di questa.
Un romanzo che tiene alta la tensione nel corso di tutta la narrazione, anche se avrei sfoltito qui e li più di qualche pagina. Ormai, un cult del genere noir, se vi piacciono gli intrighi spy-story e criminalità questo è il libro che fa per voi.

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO DI UN AUTORE CHE NON AVETE MAI LETTO

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Corri, Coniglio è un romanzo di John Updike del 1960. Il romanzo introduce il personaggio di Harry Angstrom, detto “Coniglio”, che è poi apparso nei romanzi Il ritorno di Coniglio (1971), Sei ricco, Coniglio (1981), e Riposa Coniglio (1992).

Per parlare di questo libro voglio introdurre le parole scritte dallo stesso autore in una postfazione inedita uscita per i tipi di Einaudi:

«[…] Corri, Coniglio, in armonia con il suo protagonista irrequieto e indeciso, esiste in più forme di qualsiasi altro dei miei libri. Eppure avevo uno scopo piuttosto semplice: raffigurare un campione sportivo del liceo sulla scia dei suoi giorni di gloria. Mio padre insegnava in una scuola superiore, e uno dei suoi compiti extracurriculari consisteva nel controllare il ricavato dalla vendita di biglietti dei nostri incontri di basket. Accompagnandolo, in casa e in trasferta, assistei all’epoca a moltissime partite scolastiche, e dieci anni dopo ero ancora profondamente imbevuto della loro epopea, dispiegata tra trionfi e sudore nell’intimità vividamente illuminata delle sovraffollate palestre liceali. Inoltre, la nostra cittadina della Pennsylvania, Shillington, era piena di relitti di ex assi della pallacanestro e altri due scritti dedicati allo stesso tema avevano preceduto Coniglio sulla carta stampata, il racconto Asso nella manica e la poesia Ex Basketball Player.

Un tempo Flick giocava nella squadra del liceo, i Maghi.

Era bravo: il migliore, in effetti. Nel ‘46

intascò trecentonovanta punti,

un record ancora imbattuto nella contea. La palla amava Flick.

L’ho visto segnarne trentotto o quaranta

in una sola partita giocata in casa. Le sue mani erano come uccelli

selvatici.

A questa impressione adolescenziale di eroica grandezza i miei anni di vita adulta avevano aggiunto sensazioni di interdipendenza domestica e di claustrofobia. Sulla strada, di Jack Kerouac, era uscito nel 1957 e, pur senza averlo letto, mi aveva irritato il suo apparente invito a tagliare i ponti; Corri, Coniglio voleva essere una realistica dimostrazione di quello che succede quando un giovane capofamiglia americano prende la via della libertà: le persone lasciata indietro soffrono. Non esisteva un sistema indolore per sfuggire alla maglie sfilettate, ma ancora salde, del tessuto sociale degli anni Cinquanta. Giungere ad una conclusione morale così perbenistica non era certo il mio unico intento: il libro finisce con una nota estatica e aperta che doveva mantenere questa sua apertura, a testimonianza della ricerca ostinata e amorale, cui i nostri cuori non sanno rinunciare, di quanto un tempo si chiamava grazia».

Postilla sul titolo: «Il titolo può essere interpretato come una sorta di consiglio (l’eco della canzone di un musical britannico del 1939, di Noel Gay e Ralph Butler, non è voluta: solo di recente ho avuto tra le mani lo spartito di Run Rabbit Run e ho potuto leggervi l’intimazione contenuta nelle parole: ‘Don’t give the farmer his fun, fun, fun. / He’ll get by without his rabbit pie’).

Desideroso di leggerlo da tanto, non mi è affatto dispiaciuto, anche se credo che leggerò tutta la quadrilogia a piccole dosi, non uno dietro l’altro. Harry Angstrom al di là delle sue stramberie si sa far voler bene, anche se un personaggio che mi è rimasto particolarmente nel cuore è il pastore Eccles che rappresenta un guida poco convenzionale per Coniglio, e nel romanzo ben rappresenta il rapporto duale tra spiritualità e senso di realtà.

LIBRI LETTI: SITI

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Se Resistere non serve a niente, Premio Strega 2013 non mi aveva propriamente entusiasmato e fatto stare con la tensione a mille, Bruciare tutto ci è riuscito. Ci è riuscito portando in scena un tema tanto difficile quanto scomodo, quello della pedofilia e del rapporto con la fede controverso. Il tema è trattato in maniera matura, in sintonia con tutta la storia, infatti, il rapporto con Leo e Massimo – un bambino – sorprende, ma non disturba. Di contorno gli altri personaggi un po’ meno caratterizzati, la Milano moderna, gli avvenimenti puntuali odierni, lo sfascio delle famiglie in crisi e ancora quel rapporto tra un tempo andato e un tempo presente, in cui la contemporaneità si tinge di una penna attenta e complessa che perciò richiede attenzione. Il finale onestamente non me l’aspettavo affatto, cioè, quello di Leo poteva essere prevedibile, quello di Andrea è stato un vero colpo di scena..l’idea di farlo in un modo particolare richiama forse la metafora della redenzione, dell’espiazione, della colpa che brucia e si dissolve, così dentro così fuori, e poi rimangono solo parole d’invocazione: «Tu però, mio Signore, devi dirmi perché io sono così – è psicologico, biologico, ereditario, stocastico? Disfunzioni ormonali, tossine nel sistema nervoso? Tu adesso vieni giù e mi spieghi, non puoi cavartela con l’onnipotenza indecifrabile. Se è un macigno da portare, per quale colpa l’ho meritato? Ma Dio restava muto» che resteranno senza risposta, un muro sordo che scivola nelle brame di un mondo giudicante.