Un mio contributo: “Hey, leggiamo?”: spicchi di entusiasmo editoriale

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“Quando ero piccolo c’era una grande libreria nel corridoio di casa, e in quel corridoio ho imparato a sgambettare. Incespicavo per un metro e alla fine del percorso, ridendo, forse, sbavando, probabilmente, mi buttavo nelle braccia di mia madre. Poi lei mi lasciava lì, tornava da dove ero partito e io facevo il viaggio di ritorno.

Ho imparato a camminare passando e ripassando davanti alla grande libreria nel corridoio di casa, nella quale c’erano fumetti all’altezza delle mie piccole caviglie, libri alle ginocchia, libri alle spalle, libri alla testa e un giorno, quando già sapevo camminare, o comunque fare più di un metro, devo aver guardato verso l’alto e visto una parete altissima di libri dentro uno scrigno cavo di noce scuro. Un totem di libri, così alto, e io così piccolo, che il totem quasi prendeva una forma curva e a cuspide nella sua parte più alta. C’erano libri sopra di me, e sopra mio padre, quando già capace di una convinta deambulazione, lui lasciava il romanzo aperto sul torace, con la copertina rigida a fare da tetto spiovente, e io entravo nella camera da letto, la sera tardi, per dargli la buonanotte.

Libri, riviste, opuscoli, testi ovunque in casa. E mio padre che leggeva, leggeva tanto, leggeva sempre, che sorrideva mentre leggeva, e mi dava quel bacio della buonanotte con la mia coda dell’occhio riempita dalla costa del romanzo tenuto aperto sul petto.

E un giorno l’ho sfilato anch’io un libro da quel totem altissimo, e ho iniziato a leggere, dopo avere imparato a scuola come farlo.
Non ho smesso più.
I bambini sono una creta bellissima e fragilissima, e potentissima. Prendono la forma che si dà loro e la modificano, e le danno spessore con la forza della loro imbattuta libertà di pensiero ed emozione. Non esistono propagande migliori della lettura di quelle che nascono da una normalità. La normalità è frutto della consuetudine, non di uno studio a tavolino. È una serie di abitudini percepite come volontarie, naturali.
Il libro non è una medicina. Ingoiala!
Il libro è una società. Vivila!

E nulla può cambiare se gli individui adulti che compongono quella società e la dirigono in ogni piccolo gesto quotidiano non fanno dei libri la loro normalità. Una società diventa quello che essa fa. Non esistono sconti, detrazioni, incentivi più forti della consapevolezza dell’importanza del sapere, e se qualcosa si vuole fare per i libri, la si deve fare alle radice di essi, non avendo in mente l’oggetto libro, ma tenendo presente la terra da cui prendono forza: la cultura. Intesa come desiderio di conoscere, non come l’insipida spocchia di sciorinare date e particolari presi, dimenticandosene un secondo dopo, da Wikipedia.

Per diffondere i libri, l’unica soluzione è allargare i confini etici e culturali dell’Italia, e lo si può fare giorno per giorno solo con la volontà di volerlo fare. Non è un tasto da schiacciare, un clic da fare; è un fiume giornaliero, perpetuo, di piccoli atti voti alla diffusione del sapere, all’interno di ogni nucleo familiare, di ogni uomo, donna, e per spontaneità, di ogni bambino.”

(di Sergio Donato)

“I libri sono come delle vie d’uscita dalla vita, dei segnali d’orientamento, dei mondi con cui confrontarsi, immergersi, persino scontrarsi.

Troppo spesso oggi si tende a vedere l’oggetto libro come un qualcosa di noioso e che ha poca attrattiva, quante volte ci siamo sentiti dire: «Sicuramente leggi perché non hai nient’altro di meglio da fare…».

Sempre mi sono trovato a rispondere che il tempo per i libri è un tempo soprattutto per se stessi, per il proprio percorso di crescita e di consapevolezza, figlia di un cammino travagliato d’indagine che si crea tra la persona che legge e il libro letto.

C’è sempre questa dualità tra il lettore e lo scrittore: il libro che si legge è il tramite per aprire nuovi mondi, nuove strade, per sorprendersi, per informarsi e stupirsi di quanto la vita attraverso fitte pagine di inchiostro rilegate racchiude.

Siamo figli di una cultura troppo istituzionalizzata, e oltremodo arcaica; confrontandomi con i miei coetanei ho potuto notare un distacco enorme dovuto ai libri, soprattutto per una letteratura che è ormai nei vari percorsi scolastici, obbligata, e troppo statica.

Chi nel suo percorso formativo non si è visto obbligato a leggere un Manzoni, a studiare un Tasso, ad analizzare un Ariosto, o ad imparare una lirica D’Annunziana?

Certo con questo non sto dicendo che i vari pilastri di riferimento debbano essere abbattuti, ma questo non preclude che anche nella cultura scolastica, oltre alla propria cultura personale, – che mi ha visto leggere con piacere autori che non trovano spazio, vuoi per motivi di tempo, vuoi ormai per una forma culturale nei programmi ministeriali, o comunque se ci sono raramente vengono affrontati con gli allievi – non debbano essere affrontati autori che vanno da Buzzati, a Pavese, a Bassani, a Calvino, a Tondelli, a Pasolini, a Sciascia, Fenoglio, a Landolfi e così si potrebbe continuare citando altri autori di illustre memoria.

Dobbiamo, ed oggi è più che un’esigenza, un dovere di tutti gli organi che ruotano attorno al mondo dell’editoria, cercare o perlomeno dare uno scossone a questo sistema che sempre più sta allontanando i giovani da una formazione della propria cultura libera da vincoli, che sia tessuto ed analisi di tutti i fenomeni sociali.

Non mi piace pensare che questa situazione di stallo e di allontanamento sia ormai una realtà che fa comodo, che imbonisce le masse, che le rende schiave e succubi di un pensiero che si uniforma sempre più, e a cui non interessa difendersi con le armi, le stesse armi che hanno smosso per tanti secoli tanti pensatori: quella di un pensiero personale, critico, non passivo.

Dobbiamo impegnarci tutti, ognuno nel suo piccolo per imparare ad imparare, cercando sempre con intelligenza la verità oltre quello che ogni giorno ci viene detto.

La funzione che oggi hanno forum, blog, e più in generale Internet un tempo era impensabile, inarrivabile, dovremmo aver fatto passi da gigante, e invece ci ritroviamo qui a difendere e a esortare lo sviluppo di una cultura che si impoverendo, che si trascina a fatica, che è sterile nelle sue infinite potenzialità.

Sicuramente si dovrebbe puntare di più nel miglioramento, e nel potenziamento di questi social, che diventano sempre più momenti di aggregazione, di confronto, e vuoi perché no anche di rilassamento, di curiosità, di crescita.

Tutto questo va portato avanti da un ultimo elemento essenziale, che è quello della Condivisione, non dobbiamo tenerci solo per noi ciò che apprendiamo, di cui veniamo a conoscenza, che sentiamo, leggiamo, ascoltiamo: è attraverso il semplice consiglio che si crea una fitta rete di passaparola, ad esempio se si legge un libro e lo si trova importante, e si pensa che merita di essere conosciuto anche da altri, non ci resta far altro che consigliarlo a nostra volta, così magari anche la persona a cui l’abbiamo consigliato a sua volta lo riconsiglierà, è tutto un circolo. Il circolo della conoscenza, quella pura.

Penso che solo così riusciremo pian piano a svecchiare questi corridoi tra cui ogni giorno passano milioni e milioni di giovani, ansiosi di apprendere, con la fame del nuovo, con gli occhi lucidi di novità, che poi inevitabilmente si scontrano, rimangono perplessi e delusi verso una cultura e una forma di pensiero che fatica a tenere il passo dei tempi moderni.”

(di Gino Centofante)