LIBRO: MAZZANTINI

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image_book (3)Così recita la trama:

“Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?” si chiedono i protagonisti di questo romanzo. Due ragazzi, due uomini, due destini. Uno eclettico e inquietto, l’altro sofferto e carnale. Una identità frammentata da ricomporre, come le tessere di un mosaico lanciato nel vuoto. Un legame assoluto che s’impone, violento e creativo, insieme al sollevarsi della propria natura. Un filo d’acciaio teso sul precipizio di una intera esistenza. I due protagonisti si allontanano, crescono geograficamente distanti, stabiliscono nuovi legami, ma il bisogno dell’altro resiste in quel primitivo abbandono che li riporta a se stessi. Nel luogo dove hanno imparato l’amore. Un luogo fragile e virile, tragico come il rifiuto, ambizioso come il desiderio. L’iniziazione sentimentale di Guido e Costantino attraversa le stagioni della vita l’infanzia, l’adolescenza, il ratto dell’età adulta. Mettono a repentaglio tutto, ogni altro affetto, ogni sicurezza conquistata, la stessa incolumità personale. Ogni fase della vita rende più struggente la nostalgia per l’età dello splendore che i due protagonisti, guerrieri con la lancia spezzata, attraversano insieme. Un romanzo che cambia forma come cambia forma l’amore, un viaggio attraverso i molti modi della letteratura, un caleidoscopio di suggestioni che attraversa l’archeologia e la contemporaneità. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità”.

Esce il nuovo romanzo della Mazzantini, scrittrice che non è proprio a me congeniale, ho letto “Il catino di zinco” che mi ha lasciato abbastanza perplesso, seppur non lo ritengo un brutto libro, e il famoso “Venuto al mondo” che l’ha portata alla ribalta,  e anche se ben strutturato nel complesso mi ha  trasmesso in alcune parti lentezza nello svolgersi della storia, forse l’avrei preferito con qualche pagina in meno.

Ma veniamo alla sua ultima pubblicazione, dal titolo evocativo “Splendore”. Dico già che per me lei in questo libro ha raggiunto la piena maturità. I protagonisti di questo romanzo sono Guido e Costantino, due ragazzi che abitano nello stesso condominio sullo sfondo di una Roma degli anni ’70. I due sono estremamente diversi, quasi opposti, ad accentuare questa diversità sarà anche l’estrazione sociale, il primo è figlio di una famiglia borghese, e sembra viva in una ampolla che lo protegge dal mondo, il secondo è figlio del portiere, e non naviga nella maestosità e nell’agiatezza delle classi benestanti. Guido a dispetto della sua intaccabile situazione economica ha una famiglia non priva di buchi, e mancanze, è continuamente affidato a donne che si prendano cura di lui. Vive nell’abbandono, nella solitudine, nel sentirsi inutile, senza un obiettivo, o uno stimolo che possa farlo smuovere da una situazione di stasi perenne. Il padre è un dermatologo che sembra privo del dono della comunicabilità, così come scorge disfunzioni del tessuto corporeo, così è affetto da una affettività instabile, decadente, opaca, quasi anonima, come il segno e il destino di tante malattie che si nascondo, covano, per poi fuoriuscire in superficie, esplodere, far male. La madre è di una bellezza assordante quanto inutile, troppo presa da sé, dai suoi pensieri, dal suo sentirsi impegnata. Elemento di ritrovato calore è suo zio, che abita sopra di loro, lo zio Zeno, che vive nel suo mondo, nella sua reggia, nel suo ambiente fatto e costruito nell’arte, per l’arte, con i suoi mezzi busti qui e là. Guido vive in uno stato di perenne desertificazione dei sentimenti, sin dai suoi dieci anni pensa di voler porre fine alla sua esistenza, ma in realtà non troverà mai il coraggio di farlo. Costantino dal canto suo è più risoluto, è più combattivo, ha un carattere più forte e sfrontato, anche se viene continuamente preso di mira dai suoi compagni che lo sfottono per la sua condizione sociale. Il rapporto tra Guido e Costantino sembra altalenarsi tra odio e amore, a volta distante, a volte profondamente vicino, dettato da continue interferenze, e contingenze di vissuti, l’uno a preso ormai la strada accademica in una Londra brumosa, spettrale, ma se navigata anche avvincente, l’altro dopo l’impasto militare si getta nel mondo della ristorazione.

Un romanzo complesso, non di semplice caratura, forse un po’ troppo pieno di avvicendamenti, però intriso di carica emozionale, di pathos, di sentimenti, il sentimento dell’amore che colpisce anche i due giovani ritrovati omosessuali. Lo splendore di essere sé stessi, di farsi portavoci in modo autentico della propria sessualità, in fondo lo splendore è un abbaglio dei sentimenti alti, quelli in cui non contano di certo le mani, gli occhi, i capelli, le proprietà corporee, ma solo l’intimo suono di cuori che battono, nonostante fuori ci sia un forte temporale.

 

Intervista all’autrice a “Che tempo che fa”:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-34cdb7f6-e25a-448f-8f6f-f6646ae211ab.html

 

“[…] Va bene, volevo dirgli, vedrai andrà bene per entrambi, cresceremo e un giorno saremo grandi e più sicuri di noi, assomiglieremo alla nostra gente, tu alla tua e io alla mia e soffriremo meno. Perché è solo la giovinezza che mischia il mare, poi ognuno si ritirerà dalla sua parte. Ci separeremo amabilmente e un giorno ci rincontreremo con grosse menate sulle spalle, come due cugini alla lontana: come stai? Sto bene, lo vedi, non mi sono buttato da una finestra”.

“Avevamo una storia a parte, noi due. Il nostro onore era altrove, rotolava in quel sentimento che sentivamo entrambi, quell’attrazione che ci respingeva”.

 “E davvero accadde, e fu contro natura, e davvero vorrei sapere cos’è la natura, quell’insieme di alberi e stelle, di sussulti terrestri, di limpide acque, quel genio che ti abita, che ti porta a fronteggiare a mani nude le tue stesse mani e tutte le forze del mondo. Allora fu natura, la nostra natura che esplose e trovò l’espressione più dolce e benevola. Ci trovammo. Come il vento che organizza il mondo, lo rade al suolo e lo riedifica lentamente. Costantino non voleva, neppure io volevo, almeno così credo di ricordare. Ma cosa so io, che poi la vita e il suo desiderio non abbiano contraddetto? Dolcemente caddero i suoi abiti come armature che si liquefanno. I suoi ruvidi vestimenti di ragazzo. Lui grosso, io magro, lui povero, io figlio di misera gente benestante. Mi guardò, i suoi occhi parevano cadere, appartenuti a molti altri uomini prima di lui, soldati morti in battaglia, monaci, assassini, eremiti. E adesso solo i suoi”.