LIBRO: DUNANT

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È il 1570image_book e il buio sta calando sul Santa Caterina a Ferrara, uno dei conventi più rinomati della città che, con le elargizioni di ricche e nobili famiglie e i frutti del vasto podere ritagliato all’interno delle sue mura, provvede al sostentamento di un elevato numero di suore, otto o nove postulanti, alcune convittrici e venticinque converse. Come ogni sera, la sorella guardiana fa il giro dei corridoi misurando lo scorrere del tempo fino a mattutino, due ore dopo la mezzanotte. È una sera particolarmente agitata questa. I singhiozzi della novizia appena arrivata si odono per tutto il convento. È stata ribattezzata Serafina e avrà quindici o sedici anni. Appartiene a un’illustre famiglia milanese. Per dimostrare il proprio attaccamento alla città di Ferrara, con la quale intrattiene affari lucrosi, il padre ha deciso, come recita la sua nobile missiva, di donare all’insigne monastero la sua figlia «illibata, nutrita dall’amor di Dio e con una voce da usignolo». In realtà, ha ubbidito a un comportamento diventato legge nell’Europa della seconda metà del sedicesimo secolo, in cui le doti si sono fatte così dispendiose da costringere l’aristocrazia a maritare una sola figlia e a spedire le altre in convento. La giovane, avvenente Serafina fa parte appunto di quella metà delle nobildonne milanesi costrette a prendere i voti, non necessariamente di buon grado. Mentre la novizia strepita nella sua cella, in un’altra stanza suor Benedicta sta componendo il graduale per l’Epifania. Le melodie nella sua testa sono così prepotenti che non può evitare di cantarle ad alta voce. Nessuno, però, la sgriderà all’indomani, poiché le sue composizioni fanno onore al convento e attirano i benefattori. In una cella non lontana suor Perseveranza è asservita, invece, alla musica della sofferenza. Sta stringendo con forza una cintura irta di chiodi che si spingono a fondo nella carne. Le sue grida, in cui la sofferenza si mescola col godimento, si confondono con i singhiozzi di Serafina. Nella stanza sopra l’infermeria, infine, suor Zuana, la monaca speziale, prega a modo suo, scrutando le pagine del grande libro delle erbe di Brunfels. Figlia unica di un cultore dell’arte medica, è lei che accoglie le fanciulle che entrano in convento. È lei che si recherà tra breve nella cella di Serafina per somministrarle uno dei suoi miracolosi intrugli e calmarla. Tra le due giovani donne si stabilirà un rapporto speciale che non impedirà, tuttavia, che lo scompiglio, generato dall’arrivo di Serafina, si diffonda per tutto il convento come un fuoco che minaccia di inghiottirlo. Il romanzo è incentrato in modo particolare su tre suore: suor Zuana, la speziera del convento, la novizia Serafina – che in realtà si chiama Isabetta -, e la badessa Madonna Chiara. E’ Zuana che assume il ruolo centrale nella storia – e a mio avviso, forse il più positivo – perché, decide consapevolmente – visto che al tempo non si potevano proseguire gli studi – di chiudersi in convento per poter studiare, e sarà lei che la prima notte al Santa Caterina di Serafina che riuscirà a calmarla, a destarla da il suo fare sconsiderato. Ma Isabetta non si arrende, non accetta di doversi privare di quell’amore corrisposto che è insito nella persona di Jacopo, suo maestro di musica. E’ proprio dal rapporto tra queste tre suore che il romanzo avrà il suo epilogo, soprattutto grazie alle arti mediatrici si suor Zuana, il romanzo si intreccia e fonde con le rivolte protestanti e con il Concilio di Trento, che pure stava portando sommovimenti interni nell’organizzazione del convento. Ma dentro al Santa Caterina, ci sono anche altre suore come: suor Federica, la cuoca, suor Benedicta, la maestra del coro, suor Umiliana, la maestra delle novizie e tante altre suore. Un romanzo, troppo troppo lento, e a tratti soporifero, che però ci dà uno spaccato del tempo, e della condizione della donna, e della libertà che queste donne si vedevano privare, perché le secondogenite erano destinate alla clausura, in quanto ogni famiglia del tempo poteva assicurare solo, e una soltanto, di dote. Però tutto ciò non basta.