LIBRI: TAMÀ

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image_book (2)Una giovane donna si aggira in stato confusionale per la stazione di Firenze. Non ricorda più nulla: chi è, come si chiama, perché è lì. Eppure non è una vagabonda qualsiasi. Lo intuisce il misterioso clochard che la soccorre. E se ne rendono subito conto i medici dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, dove viene ricoverata. Grazie alle cure di un medico che pareva aspettarla come un dono, comincerà presto a dissolversi la nebbia che le riempie la mente e lei vedrà a poco a poco riemergere se stessa, l’identità che credeva perduta. Scoprirà così di essere una studiosa di materie dantesche, inglese ma di origini italiane, giunta a Firenze sulle tracce di un segreto antico, che da settecento anni scorre nell’ombra come un fiume sotterraneo. Ricorderà di chiamarsi Beatrice. Ma le sue sono ricerche pericolose, conducono in Germania, in Turchia, e possono costare la vita, perché non è la sola a dare la caccia a una verità dirompente. Ci sono uomini mossi dal fanatismo che non si fermeranno davanti a nulla. La Grande Opera del più grande poeta, il testo più sibillino della letteratura universale, denso di significati simbolici, alchemici, profetici, potrebbe essere incompleta. “Inferno”, “Purgatorio”, “Paradiso” sarebbero soltanto il preludio a una conclusione ulteriore – e sconvolgente – della “Divina Commedia”. Davvero il Sommo Dante concepì una Quarta Cantica? E di che cosa si tratta? Davvero la occultò perché fosse consegnata ai posteri in un’epoca finalmente pronta alle sue rivelazioni?

Il libro della Tamà è un vero thriller con i fiocchi. Un libro avvincente che spazia nel mondo dantesco a 360° gradi, inserendo e intersecando altri elementi nella narrazione, come il sufismo e una setta nazista o ancora dei sincretismi con un racconto contenuto in un’opera di Borges, e non  meno importanza viene ad avere l’elemento alchemico. “[…] Lei  ha accennato ai legami tra la Divina Commedia e l’alchimia. Una strana relazione. Mi può spiegare cosa centra Dante con gli alchimisti? Bé, innanzitutto lui era in fondo un farmacista. Era iscritto all’arte degli speziali, appunto, e aveva dimestichezza con il potere delle erbe, pietre e metalli. Poi non è un mistero che facesse parte dei Fedeli d’Amore, una setta iniziatica che molti ritengono legata ai Templari. Erano poeti e uomini d’intelletto che, in sospetto di eresia poiché piuttosto critici verso il clero e il Papato, comunicavano in un linguaggio criptico e fortemente simbolico attraverso sonetti apparentemente amorosi. Probabilmente volevano parlare non tanto d’amore, quanto di una Chiesa e di uno Stato ideali e incorrotti, di una nuova stagione umana che fosse un po’una novella Era dell’Oro, in cui il papa facesse il papa  e non fosse soltanto un arraffatore di ricchezza e potere come  Bonifacio VIII. Un’era in cui il potere politico non fosse latitante. Insomma, prefiguravano un futuro mistico in cui gli uomini avrebbero vissuto in armonia e messo a frutto tutte le loro potenzialità. E questo cosa centra con l’alchimia? C’entra eccome. L’oro dei sapienti, quello che si trova grazie alla pietra filosofale e rappresenta la meta ultima degli alchimisti, non è un mero metallo, sia pur prezioso. E’ la conquista di una purezza interiore, di uno status incontaminato, tale da far meritare all’uomo l’immortalità, non sappiano bene se reale o solo spirituale […]”.

E ancora l’incontro tra Dante e Borges con il racconto “Tlӧn, Uqbar, Orbis Tertius” contenuto in “Finzioni”.

“[…] Nel suo racconto, Borges ha descritto quel mondo illuminato della sapienza,  dell’oro dei filosofi a cui Dante ha dedicato la Quarta Cantica. Tlӧn rappresenta proprio il mondo perfetto della Quarta Cantica. […] In particolare l’idea di Borges si ispira secondo me a quella dei Rosacroce, la misteriosa confraternita nata nel ‘600 in Germania che si ricollega in qualche modo ai Templari. I Rosacroce elaborarono una teoria di rinnovamento, riprendendo a loro volta una profezia di Paracelso in base alla quale nel 1572 sarebbe passata sopra la terra una cometa annunciatrice di una nuova “riforma magica”, di un mondo dove tutti gli uomini saggi avrebbero lavorato insieme per il bene della comunità […]”.

E ancora il senso e la genesi della Divina Commedia:

“[…] Le tre fasi di trasformazione non sono della materia, ma dell’uomo. Infatti è questo il senso sotteso alla Divina Commedia. L’uomo Dante, dopo aver attraversato l’Inferno, ovvero la dissoluzione della carne e delle passioni, nigredo, e dopo aver compiuto il cammino di purificazione nel Purgatorio, albedo, e infine l’ascesa verso la resurrezione, rubedo, è pronto per portare il suo esempio al mondo, per indicare la strada, per dare nuova vita a se stesso e all’universo tutto. Questa è la pietra filosofale, questo è l’oro dei filosofi. Il regno dell’uomo purificato dal processo alchemico. Il regno delle nozze ierogamiche tra Papato e Impero, tra uomo e donna, tra cielo e terra. Io sono convinta che lui abbia terminato la Divina Commedia, cioè la grande opera dell’alchimista, con una Quarta Cantica. Il problema è che doveva essere riservata ad una cerchia di eletti e sarebbe stata “svelata” solo quando questi fossero stati pronti a riceverla, non certo al tempo di Dante […]”.

 In definita un libro ricco di colpi di scena, forse con troppi personaggi, nello stesso tempo però ci svela molti aneddoti e particolari della vita dell’Alighieri che forse che non tutti sanno. Tiene viva la suspance per tutte le sue trecentocinquantuno pagine, è questo è sicuramente un valore aggiunto. Nel finale forse qualcosa poteva essere cambiato, – e non sto qui a specificare -, inoltre, ho avuto l’impressione che sia lasciato un finale aperto forse per un possibile continuo, o forse mi sbaglio? Chissà; un libro da leggere per gli appassionati di Dante, sicuramente questa autrice non vi deluderà.