LIBRI: SERRA

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image_book (1)Forse sono di là, forse sono altrove. In genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono gli sdraiati. I figli adolescenti, i figli già ragazzi. Michele Serra si inoltra in quel mondo misterioso. Non risparmia niente ai figli, niente ai padri. Racconta l’estraneità, i conflitti, le occasioni perdute, il montare del senso di colpa, il formicolare di un’ostilità che nessuna saggezza riesce a placare. Quando è successo? Come è successo? Dove ci siamo persi? E basterà, per ritrovarci, il disperato, patetico invito che il padre reitera al figlio per una passeggiata in montagna? Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico, il racconto affonda nel mondo ignoto dei figli e in quello almeno altrettanto ignoto dei “dopopadri”. “Gli sdraiati” è un romanzo comico, un romanzo di avventure, una storia di rabbia, amore e malinconia. Ed è anche il piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo, e forse da quella posizione riesce a vedere cose che gli “eretti” non vedono più, non vedono ancora, hanno smesso di vedere.

 

Un libro tanto discusso, finito su tutti i giornali, sulle televisioni, e ha invaso anche le radio. Cos’ha questo libro di così particolare? Fondamentalmente nulla, anche perché ci parla di vita quotidiana, del rapporto che c’è tra un padre ed un figlio.A metà tra il romanzo e il diario, il giornalista, opinion leader, autore televisivo mette in scena due barricate contrapposte, ma non per questo in assoluto contrasto, quelle dei giovani multitasking, ribelli e con la testa fra le nuvole, e quelle di padri che tra un arrabbiatura e l’altra si sentono tutt’altro che  partecipi della vita dei propri figli. Dei giovani portati in scena e rappresentati forse in maniera troppo caricaturale: «Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica». Che sono sdraiati dalle incombenze della vita, che non riescono a portare a termine nulla. Come con i cassetti che lasciano puntualmente aperti, o come i calzini sotto il letto, o ancora come una bottiglia tirava fuori dal frigo senza poi riporta di nuovo dentro; i padri invece sono quelli che tra una sberleffo e l’altro, tra un compiacimento e l’altro sentono di dover tirare l’ennesima pacca sulle spalle al proprio figliolo, incondizionatamente. Sotto forma di monologo, tra avvenimenti macchiettistici e discorsi a volte troppo arzigogolati il libro di Serra si colloca tra quei libri che non ti aggiungono nulla, non è ulteriore materiale celluloso da somatizzare nell’involucro uomo-libro, che esprime felicità infinita.