LIBRI: SAPEGNO

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downloadE’ doveroso per me fare una piccola premessa. Ho avuto il piacere di conoscere il dott. Nobili al di fuori delle aule universitarie accorgendomi della sua spiccata sensibilità e eleganza nel relazionarsi con le persone. Dopo un interessante dibattito sulla sua materia d’insegnamento – La Linguistica – ho pensato subito che lui fosse la persona adatta da invitare nella mia facoltà di studio, nel ciclo di incontri e seminari su politica, società, comunicazione e arti visive organizzati e portati avanti da tempo dall’illustre Fiorenza Taricone docente di Storia delle dottrine politiche e questione femminile. Il seminario che il dott. Nobili ha avuto il piacere di presentarci riporta il seguente titolo: “La grande bellezza”: dalla sensibilità alla scelta delle parole, un momento unico, che resterà nella mia mente per sempre. Perché le cose belle e che hanno valore non si dimenticano. Ma ora veniamo al motivo principale per cui mi trovo a scrivere, un libro a cui il dott. Nobili ha dato un importante contributo.

 

Il libro di cui mi trovo a parlare oggi è un testo che al di là dei tempi ha un’importanza disarmante. Un problema – quello dell’uso della lingua – che affliggerà i/le parlanti di ogni epoca. Sono sicuro che da qui a cinquanta/settanta anni ancora si starà qui a scrivere, a leggere, a parlare di un uso davvero consapevole – auspicato – della lingua. Perché in fondo questo è il problema, la poca consapevolezza delle infinite possibilità della lingua. Ma ora veniamo al libro in questione: “Che genere di lingua? – Sessismo e potere discriminatorio delle parole – a cura di Maria Serena Sapegno docente di Letteratura italiana e Studi delle donne e di genere all’Università “Sapienza” di Roma. Il volume edito da Carocci è diviso in tre parti, la prima che analizza il sessismo nella lingua con un’introduzione che ripercorre la storia partendo dalla prima Conferenza mondiale sulle donne nel ’75 a Città del Messico, per arrivare a parlare di uno dei testi cardine per un uso non sessista della lingua ad opera di Alma Sabatini, pioniera dell’antidiscriminazione linguistica. In tal senso è da annoverare il progetto POLITE  che pone la necessità di valorizzare la differenza di genere anche e soprattutto nella cultura scolastica. Come afferma Giulio Lepschy: «Siamo noi a essere parlati dalla nostra lingua, anziché essere noi a parlarla», quindi diventiamo lo specchio di ciò che produciamo, con tutte le negatività (ahimé tante) e tutte le positività del caso. Successivamente vengono analizzati il linguaggio, lo stile di scrittura e la composizione, che secondo Patrizia Violi danno voce a un singolo soggetto, apparentemente neutro e universale, il maschile. Quasi in contraddizione con l’effettivo uso della lingua che – troppo spesso – attraverso il genere neutro oscura la donna – il femminile – e la relega al margine. Due delle prime femministe che si distanziarono dalla consuetudine – sbagliata –  imperante furono: Ursula Le Guin che cerca di narrare «la storia non ancora narrata» e Hélèn Cixous che rifiuta la logica che contrappone la parola alla scrittura. Nel terzo capitolo viene affrontato il tema del ‘femminile’ nei dizionari facendo i vari confronti tra il Piccolo dizionario, il DELI e infine il GRADIT con diversi lemmi, come madre, padre etc. che anche nella loro origine mostrano una subalternità della donna rispetto all’uomo. Nel quarto capitolo viene messo a confronto il linguaggio nella stampa scritta ticinese e italiana e la scelta d’uso di un agentivo neutralizzato e uno femminilizzato con ulteriori e più articolate differenze, che non sto qui ad elencare – anche per una correttezza verso chi vorrà leggere e studiare il testo -. La parte seconda è dedicata al sessismo nel linguaggio della politica, ponendo l’attenzione a vari studiosi del linguaggio come Otto Jespersen che in un capitolo di un suo testo – tra i più famosi – lo dedica interamente al discorso femminile o come Lakoff che ci parla dell’esistenza di un vero e proprio registro femminile. Altrettanto importante  è la differenziazione – non  affatto banale – fatta tra sesso e genere, e la stretta connessione  che viene ad avere la lingua con la cultura andando così ad influenzare la percezione del senso comune, per poi arrivare a parlare anche della spinosa questione del politically correct. Ulteriore spazio viene dedicato al linguaggio istituzionale e al concetto di patria: “[…] la patria evidentemente siamo noi, nella nostra pluralità di genere e di identità, di storia, di ruoli e così via”. La parte terza – ultima parte del volume – focalizza l’attenzione sul sessismo nel linguaggio della scuola, che diversamente da quanto dovrebbe essere alimenta gli stereotipi sessisti, e poco o nulla fa per porre fine a tale gap. Un primo passo è stato fatto dal progetto Sui generis che nel complesso ha dato risultati apprezzabili.  Come afferma una delle autrici del volume l’uso sessista della lingua di certo non è un problema solo linguistico, ma anche e soprattutto culturale, sociale e istituzionale. Successivamente viene analizzato il “didattichese” che viene ad essere un’antilingua come direbbe Calvino sulla scia degli altri linguaggi già consolidati come il sindacalese, politichese etc. Collegato al seguente capitolo viene data attenzione alla forme di sessismo nei libri di testo, ricordando sul come la mancata indipendenza economica e le limitazioni di ordine morale hanno posto le donne – troppo spesso – fuori dalle storie letterarie e dalle antologie scolastiche. Di fondamentale importanza è il percorso inserito sulle donne della letteratura più influenti che si sono susseguite negli anni: da Gaspara Stampa a Santa Caterina da Siena, da Teresa d’Avila a Margherita di Navarra, da Mary Shelley a Jane Austen per arrivare al Novecento con la Woolf, la Morante, la Ginzburg, la Maraini, la Merini, la Aleramo, l’Ortese, la Banti e così via, inoltre significativi risultano i questionari – sulla lettura – relativi alle scrittrici e poetesse svolti dagli studenti e dalle studentesse. Si approda poi allo studio – alquanto singolare – del dott. Nobili sulla lingua delle bacheche universitarie usate dagli studenti e studentesse di quattro atenei di Roma, tre statali e uno privato, evidenziando ulteriormente come quanto ancora il genere femminile venga omesso – come se veramente non fosse mai esistito – paradossalmente proprio da chi detiene e porta la maggioranza delle iscrizioni annuali. Concludo riprendendo uno scherzoso omaggio a Simone de Beauvoir, “Sessuati si nasce, sessisti si diventa”, già proprio così, almeno fino a quando noi (parlanti) non prenderemo veramente coscienza che negare linguisticamente – e non solo – un genere (il femminile), è un po’ come negare sé stessi, perché se senza lo 0 non esiste l’1, se senza l’oralità non esiste la scrittura, sicuramente senza la donna non esiste neanche l’uomo.